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1月31日

copulo ergo sum

 
Qualche giorno fa sono stato invitato al vernissage della Fiera d’Arte Contemporanea di Bologna e ho fatto una lunga passeggiata tra gli stand delle gallerie, alcune molto importanti. Ciò che mi ha colpito di più, a parte lo scarso livello generale dell’esposizione, è stato lo strano contrasto tra il pubblico presente e i soggetti per antonomasia dell’arte odierna: il corpo umano e il sesso. Per chi non lo conoscesse, il mondo dell’arte contemporanea è una carnascialesca fiera delle vanità, una passerella per una finta avanguardia culturale che ormai da anni fa il verso al glamour, insegue la trovata in fashion, si crede trendy. Roba per ricchi radical chic ossessionati dalla trasgressione libertaria. Il guaio è che, vedendo quella lunga serie sguaiata di sederi, organi genitali, accoppiamenti, immagini trans, fetish, bondage, sadomaso, si capiva benissimo che la trasgressione è ormai divenuta uno stanco conformismo. Il feticismo del corpo divenuto utensile a fini di libido è la foglia di fico di un’abissale mancanza di idee e di cultura, un rassegnato puntare sul vacuo sensazionalismo di un pensiero scadente. Schiavo di tutto quanto il resto, l’uomo contemporaneo fa perno sul pube e gira a vuoto, come una ridicola trottola, magari firmata Armani o Dolce&Gabbana, per salvare l’anima borghese dell’orgoglio belluino. Quel che mi mancava di più, mentre passeggiavo disattento tra gli stand, era la sobrietà, lo stile (venivo dalla lettura delle “Meditazioni” di Cartesio, dovete compatirmi), attributi di chi ha qualcosa da dire e che, quindi, non deve preoccuparsi di agghindare ciò che non ha da dire. Dicevo, però, del contrasto. Ebbene sì, l’ironia involontaria dell’esibizione mondana stava nella divergenza irresolubile tra la smagliante sinuosità dei corpi riprodotti nelle opere e l’aspetto terreo dei volti, la bruttezza segaligna o butirrosa delle silhouette, l’inutile ridondanza dei trucchi e dei belletti sui tratti fatiscenti, le voci chiocce dei presenti intente a salutare i soliti Dado, Puppi, Giangi, Gigiotto, Netty (in realtà Anastasia, residente a Valvisciolo, provincia di Latina): un’umanità residuale, decrepita, una galleria di affettate scimmie postmoderne. Questa esperienza quasi ludica mi ha indotto a riflettere sul manifesto collegamento tra il declino culturale dell’occidente - ormai in grado di esprimersi, salvo rare eccezioni, solo nell’ambito di un kitsch passato dal citazionismo dei suoi albori alla ripetitività ossessiva di oggi - e il passaggio dalla cosiddetta liberazione sessuale a quello che potremmo definire un sessualismo della libertà. La frontiera della libertà occidentale ha ormai contenuti essenzialmente sessuali e le scelte sessuali sono state elevate al rango di diritti civili da reclamare. Si dice che chi parli tanto di sesso in realtà ne faccia poco: ebbene io credo che la sessualizzazione della cultura sia quantomeno sintomo d’impotenza culturale.
Spinto da queste riflessioni ho collezionato una galleria di testimonianze di questa follia generale che vale davvero la pena di elencare.
Innanzitutto, l’industria cinematografica ha pensato bene di dedicare una pellicola a quel brav’uomo di Alfred Charles Kinsey, l’entomologo americano autore del famoso rapporto-bufala secondo il quale il 10% della popolazione mondiale sarebbe omo o bisessuale (smentito poi dagli studi più recenti che danno quella percentuale intorno al 2-3%), ma soprattutto noto sostenitore della pedofilia. La sua biografa Judith Reisman si è chiesta, giustamente, su quali basi costui possa avere affermato nei suoi lavori “che bambini di due mesi hanno avuto un orgasmo o che un bimbo di 4 anni ha avuto 26 orgasmi in 24 ore”. Suppongo sia difficile pensare che certi rilievi siano stati fatti con un contatore geiger. Un personaggio a dir poco oscuro che però, agli occhi degli erotomani di tutto il mondo, ha avuto il grande merito di affermare che “la normalità non esiste”. Ma proseguiamo. Ogni buon sito gay che si rispetti annovera tra le sue tesi baluardo le 450 specie animali sulle quali si sono osservati comportamenti omosessuali. A prima vista salta agli occhi la totale assenza del sospetto che un comportamento animale e la psicologia umana siano ancora due cose distinte e ciò è curioso proprio da parte dei più accaniti avversari della legge naturale. Tant’è, come si dice non spacchiamo il capello in quattro. E’ grave, però, che nessuno faccia riferimento a ciò che gli etologi dicono davvero circa il significato di tali comportamenti, che sono appunto giochi, atti di sottomissione, meccanismi di controllo demografico che non implicano mai la rinuncia alla funzione riproduttiva (per i maschi, infatti, non comportano nemmeno l’eiaculazione). E poi, se veramente madre natura ci indicasse la via da seguire in materia di sesso, perché mai non celebrare le abitudini erotiche della mantide religiosa che, com’è noto, nel corso dello struggente accoppiamento accoppa il partner? Immagino che il povero animale non venga adeguatamente considerato per via dell’aggettivo: non sia mai si dovesse scoprire che la mantide, oltre che genericamente “religiosa”, è pure cattolica. Andiamo oltre. C’è un tizio di nome Maurizio Turco (che - non so perché – mi fa pensare a Peppino De Filippo ne “La banda degli onesti”: ricordate lo squattrinato tipografo Lo Turco, quello al quale Totò storpia sempre il cognome in “Lo Struzzo”, “Lo Trucco”?), già deputato europeo (lei non sa chi sono io! ma mi faccia il piacere!) e segretario di anticlericale.net, che, a margine di un comunicato stampa riguardante un caso di molestie su minori da parte di un sacerdote, ha affermato che le gerarchie cattoliche sono “tutt’oggi incapaci di governare la piaga delle deviazioni e sofferenze sessuali, provocata dalla politica sessuofobica vaticana.” Costui dimentica ovviamente che l’aumento dei reati a sfondo sessuale non è una particolare caratteristica del mondo ecclesiastico: i dati in questo senso sono inquietanti e parlano di una crescita diffusa, generale ed esponenziale, in una società che, lungi dal condividere la "sessuofobia" vaticana, ha fatto proprio della liberazione dei costumi sessuali il suo principale motivo d'orgoglio. Pare quindi non azzardato dedurre che la Chiesa, che non vive nell’iperuranio, sia semplicemente coinvolta da questo trend generale e che la “politica sessuofobica” c’entri quindi come i cavoli a merenda. L’aumento vertiginoso dei crimini sessuali è dovuto proprio all’erotomania galoppante, l’esatto contrario della tendenziosa tesi di Lo Turco, pardon di Turco. A questo proposito una perla: anticlericale.net ha qualche relazione col Partito Radicale. Negli anni ’80 la radio nazionale danese mandava in onda un programma il cui titolo in italiano suona così: Papà, posso giocare col tuo pisello?, un cult per i pedofili di tutto il mondo. Beh, indovinate quale radio mandò in onda la versione italiana? Ma è ovvio: Radio Radicale. E, come diceva sempre il buon Peppino, ho detto tutto. Procediamo ancora. Ho scoperto una strana relazione di amore-odio tra il mondo omosessuale e quello pedofilo. Da una parte sappiamo che l’associazione americana di pedofili NAMBLA (North American Man-Boy Lovers Association) ha fatto parte per dieci lunghi anni dell’ILGA (International Lesbian and Gay Association, tra l’altro organo consultivo dell’Economic and Social Council dell’ONU), dopo aver contribuito attivamente alla sua fondazione, e che in Belgio  le associazioni omosessuali hanno chiesto e ottenuto, nel 1990, la depenalizzazione dei rapporti sessuali con minorenni al di sopra dei 12 anni, dall’altra, però, pare sia in corso tra loro una baruffa di proporzioni planetarie documentata su questo sito bellamente in rete col titolo “Danish Pedophile Association”. I pedofili ne dicono di tutti i colori sugli omosessuali e, rivendicando le comuni origini patologiche e lamentando il diverso trattamento da parte dell’APA e dell’OMS, al grido di muoia Senz’ano con tutti i filistei, fanno una serie di piccanti rivelazioni sulle modalità con le quali i gruppi di pressione omosessuali avrebbero ottenuto la famosa “cassazione” dall’elenco del DSM (pare addirittura che gli attivisti gay picchettassero i convegni dell’APA coi manganelli in mano). Vi assicuro che, se non ci fosse di che piangere, la lettura ricorderebbe un delirio surreale dei fratelli Marx.
Ecco, questo è un piccolo assaggio di cos’è diventato l’occidente libertario: un grande, triste e autoreferenziale bordello.
 
da "critica della ragion pubblica"
1月30日

sù la testa

(AGI) - Gaza, 30 gen. - Le proteste contro il fumetto scandinavo che raffigura Maometto sono esplose anche nella Striscia di Gaza dove diversi uomini armati legati a Fatah hanno manifestato, sparando in aria, di fronte a un ufficio di assistenza tecnica all'Unione Europea, e minacciato i cittadini danesi e norvegesi che lavorano nella regione. "Finche' non arriveranno le scuse ufficiali del governo danese", ha detto uno degli uomini leggendo un comunicato, "vieteremo a danesi e norvegesi di entrare a Gaza".
   L'Unione europea ha smentito la notizia, circolata in un primo momento, di un'irruzione nelle proprie sedi ma ha confermato la manifestazione. La sede in questione, ha precisato la portavoce alle Relazioni Esterne, Emma Udwin, e' "un ufficio di assistenza tecnica" davanti al quale "uomini armati hanno fatto una specie di manifestazione scaricando in aria le armi, come e' abbastanza tradizionale nella regione". "Nessun collega e' stato in pericolo", ha concluso Udwin, "erano tutti al sicuro e a casa loro".
   La protesta del mondo islamico contro il fumetto e' cresciuta nelle ultime settimane e ha portato alcuni Stati a protestare ufficialmente nei confronti della Danimarca oppure, come la Libia, a chiudere l'ambasciata a Copenaghen. La vicenda potrebbe presto approdare all'Assemblea generale dell'Onu per iniziativa dei Paesi arabi, sollecitati dall'Organizzazione per la conferenza islamica a chiedere una risoluzione che vieti le offese alle fedi religiose.
   Preoccupata dal montare delle proteste, Copenaghen ha invitato alla "massima vigilanza" i cittadini danesi che vivono nel mondo arabo.
 
ORA MIA RIFLESSIONE
cosa dovrebbero dire i cattolici che vedono presi in giro oltre, a Gesù e a immagini sacre di Dio,
anche preti e suore nei vari spot pubblicitari di questo o quel prodotto?
 
se è lecito quanto fatto nelle regioni islamiche (e non lo credo) allora bisogna che noi cattolici facciamo atrettanto!
 
oltre a ciò mi pare che le comunià islamiche non capiscano che non hanno il potere assoluto.
si permettono, x sfregio, di bruciare vessilli di Paesi lontani x protesta, ma non è così che si fa dalle nostre parti.
se non sono capaci di accettare la satira allora non aprano bocca fin quando io cattolico potrò andare a pregare a lamecca in una chiesa.
 
basta dire questo per capire la prepotenza di certa parte dell'islam non moderato.
 
è ora che gli europei non abbassino la testa

se è vero è una vergogna

Caro R.C.(...),
ora ne ho una nuova, proprio fresca.
Riguarda l'aborto!

Un giornale, di cui poi le dirò il titolo, riceve una
lettera da un lettore che contesta che di fronte a 9000
morti annuali per incidenti, 700 per omicidio e 500 per
droga ci sia una legge he autorizza la morte di 130.000
bambini per aborto ( o interruzione volontaria di
gravidanza, come dice la legge  ) Afferma una "leggerezza "
nell'uccidere un bambino senza che lo Stato dica niente.
Risposta del giornale ?
Gliela scrivo e poi vedrà.

"Non è la legge che uccide, ma sono le persone che optano
per l'interruzione volontaria della gravidanza.
La distinzione non è un sofisma.
Se qualcuno pensasse che basterebbe cambiare o eliminare la
legge per impedire gli aborti volontari, si illuderebbe.
Prima della legge 194 del 1978, gli aborti si facevano lo
stesso, clandestinamente, con danni immensi per la salute
delle donne.
L'interruzione della gravidanza era considerata un crimine e
veniva punita duramente.
La legge non ha reso innocente l'aborto: l'ha solo
depenalizzato in certi casi circoscritti.
Se non cambiamo le coscienze, nessuna legge - neppure la più
repressiva - farà scomparire la piaga dell'aborto nella
nostra società.
Come l'amore  dei genitori è la migliore dote di cui dispone
il bambino che viene al mondo, così l'amore per la vita è la
più grande risorsa per lottare contro ogni tentativo di
estinguerla in utero o dopo la nascita.
L'annuncio cristiano ci colloca su questo versante.
E non c'è nulla che sia prioritario rispetto all'obbligo di
formare le coscienze.
D.A. "

Una bella risposta in bocca ad un giornale dell'area
abortista.
Si tratta delle solite cose in voga di chi difende la 194 a
spada tratta.
Prima l'aborto era clandestino e ora bisogna difendere la
donna e la sua salute.
Non una parola per quel bambino.

Tutto bene se non fosse che la lettera, vada a leggerla, si
trova alla pagina 9 del numero 5 del 29 gennaio 2006 di una
rivista che appare in tutte le chiese italiane, FAMIGLIA
CRISTIANA.
Lei che ne pensa?
Come Greggio occorre dire "sono ragaaazzi" o come Prodi che
sono "cattolici maturi"!
Sono sempre più contento d'essere abbonato a IL TIMONE.

GPC

COMMENTO MIO: Se questa notizia è vera, come non correre
dal proprio parroco a portargli una copia de IL TIMONE?
http://www.fattisentire.net/

ma che venere pagana, quella è la prmavera di Dante!

Un’ipotesi clamorosa. Il capolavoro di Botticelli – finora mai decifrato – è la rappresentazione di Dante nel Paradiso terrestre(i canti XXVIII-XXXXI del Purgatorio). Ogni dettaglio rimanda alla Divina Commedia. Quest’opera è una celebrazione della Chiesa Cattolica
(Nota bene: tutte le immagini citate in questo articolo sono reperibili online o al sito del Foglio, www.ilfoglio.it, in data 26 novembre 2005, a corredo del mio articolo)
Che la “Primavera” del Botticelli, uno dei più grandi e misteriosi capolavori della storia dell’arte, sia in realtà un manifesto ante litteram del pensiero “teocon”, potrà sembrare una provocazione. In parte lo è. Ma soprattutto è una conclusione. Che deriva da una valutazione delle più recenti scoperte.

Botticelli teocon?

Quest’opera è al tempo stesso una celebrazione della Chiesa Cattolica e dell’Italia laico-umanistica (non laicista, ma laica, neoplatonica, cristiana), entrambe – la Chiesa di Roma e la Firenze medicea (oltretutto a quel tempo imparentate) – protagoniste (insieme con il mondo intellettuale ebraico) della grande impresa che fu, in quegli anni, la scoperta dell’America, ”Nuova Gerusalemme”, nuovo Eden cristiano. Impresa legata al progetto della crociata per liberare la Terra Santa dai musulmani dopo l’apocalittica caduta di Costantinopoli per mano turca (il 28 maggio 1453, una tragedia epocale sconvolgente che esporrà l’Europa all’invasione per tre secoli).
Ma andiamo con ordine. Torniamo all’opera del Botticelli. Finora questa meraviglia è rimasta enigmatica. Rolf Toman nel suo “The Art of the Italian Renaissance” (1995) scrive: “La Primavera è probabilmente uno dei capolavori più celebri, ma anche, senza dubbio, il più complicato e discusso rompicapo, fra le opere del Botticelli. Le molte sue interpretazioni e i significati attribuiti ad essa non hanno ancora fornito una soddisfacente spiegazione dell’opera stessa”.
In effetti, seppure visitato e ammirato da milioni di persone, sebbene riprodotto dovunque e conosciuto in tutto il mondo, il capolavoro del Botticelli – a cominciare dal senso del suo stesso titolo - ha celato per cinquecento anni il suo segreto. Si è presa per buona una nota del Vasari secondo cui la tavola del Botticelli rappresenta “un’altra Venere che le grazie la fioriscono dinotando la primavera” e da qui si è attinto quel titolo. Ma il contenuto e il senso dell’opera sono rimasti oscuri e indecifrati.
Alessandro di Mariano Filipepi – questo il nome vero del Botticelli – dipinse a tempera questa tavola nel 1478 per la dimora signorile di Lorenzino di Pierfrancesco dei Medici. L’opera – di metri 2,03 per 3,14 – è oggi conservata ed esposta alla galleria degli Uffizi, nel cuore di Firenze, dove ogni anno richiama un mare di turisti. Ma cosa rappresenta veramente quello strano gruppo di figure che sembrano tratte dall’iconografia greco-romana? E qual è il senso dei loro misteriosi gesti? Si potrebbe cominciare a risolvere l’enigma se si riuscisse a scoprire a quale testo letterario il pittore si è ispirato.
Non solo perché una scena così complessa presuppone un racconto, un testo letterario di riferimento, ma soprattutto perché questo è il procedimento tipico di Botticelli. In tutte le altre sue opere illustrative (e lui è il più grande illustratore) ha attinto esplicitamente alla letteratura cristiana, a quella pagana o alla novellistica. Si possono citare, come esempi, le quattro tavole di Nastagio degli Onesti ispirate al Decameron (V, 8) del Boccaccio. “Pallade che doma il centauro”, opera che pare richiamare un testo di Marsilio Ficino. La “Nascita di Venere” che viene dalle “Stanze” del Poliziano: “Giurar potresti che dell’onde uscissi / la dea premendo colla destra il crino, / coll’altra il dolce pome ricoprissi…”. Giuditta e Oloferne viene dal racconto biblico. La “Pala Bardi” è addirittura piena di citazioni scritte.

Il mistero svelato

In Botticelli il legame fra rappresentazione pittorica e fonte letteraria è strettissimo. E’ incredibile che solo per la Primavera sia rimasto il mistero e non si sia mai individuato il testo di riferimento. Tanto più incredibile perché – come la “lettera rubata” di Poe – esso in realtà era lì, in bella evidenza. Anzi, era il testo più clamorosamente sotto i riflettori della letteratura italiana e fiorentina in particolare. Di più, era il testo letterario di cui Botticelli era un cultore appassionato e l’illustratore supremo: la Divina Commedia di Dante (l’ha ossessionato per decenni e oltre alle insuperate illustrazioni pare che il Botticelli abbia redatto pure un suo commento alla Commedia[1]). Oltretutto proprio in quegli anni, in cui esce l’edizione della Commedia commentata dal Landino, i Medici a Firenze realizzano la legittimazione della loro grande operazione di politica culturale riappropriandosi di Dante e legandosi alla Firenze dell’epoca stilnovista (l’opera letteraria di Lorenzo cerca lì la sua radice): così volendo fare (e riuscendoci) di Firenze la grande capitale culturale dell’Italia e dell’Europa.
E’ veramente incredibile che per 500 anni non si sia colta questa verità, questa derivazione della tavola del Botticelli dalla Commedia dantesca che è di una evidenza solare come sottolinea Lino Lista che ad approfondire la “tesi Lindskoog” ha dedicato alcuni interessantissimi interventi (su riviste telematiche come “Episteme”).
Eppure abbiamo dovuto aspettare la solitaria intuizione (ma dovrei dire la scoperta, di pochi mesi fa) di Kathryn Lindskoog, poetessa americana, traduttrice della Divina Commedia nella sua lingua e studiosa di C. S. Lewis, specialista di letteratura medievale e rinascimentale.
La sua “scoperta” data più o meno al 2000 ed è tuttora misconosciuta e non formalizzata in un testo scientifico, circola su riviste telematiche dove è stata “approfondita” a più mani perlopiù da outsider.
E’ una scoperta clamorosa che ribalta completamente tutte le interpretazioni dominanti (a cominciare da quella che vede nella Primavera il segno del ritorno del paganesimo nel neonato Rinascimento fiorentino). E’ incredibile che si siano attardati attorno a queste e altre idee fuorvianti critici del calibro di Erwin Panofskij, Aby Warburg, Ernst Gombrich.
Ora per la prima volta si intravede la vera soluzione del mistero di questo straordinario capolavoro. La Lindskoog in un saggio apparso su “Christianity Today” ha sintetizzato così la sua idea: “La Primavera non è quel misterioso e malinconico tributo al paganesimo che comunemente si ritiene: al contrario, è un’intenzionale allegoria cristiana, ortodossa e in definitiva felice”. Si tratta infatti della “rappresentazione del paradiso terrestre contenuta nel Purgatorio di Dante, nei canti XXVIII-XXXI”.
La seconda cantica della Commedia dantesca rappresenta proprio questa transitoria regione celeste. E’ alla fine del cammino nel Purgatorio che Dante raggiunge l’Eden, il giardino dei progenitori, e qui si verificano una serie di eventi così importanti da contenere in enigma la chiave di interpretazione dell’intero poema e della vicenda dantesca. E’ quindi il luogo decisivo del viaggio dantesco, tanto è vero che qui per la prima e unica volta in tutto il poema si pronuncia il nome del protagonista e a chiamarlo per nome è Beatrice stessa, è la sua prima parola: “Dante”. E’ noto quale grande significato simbolico abbia questa “vocazione” per l’Alighieri (“quando mi volsi al suon del nome mio/ che di necessità qui si registra” Purg. XXX, 62-63). E’ un rimando diretto (ricordando il De Vulgari eloquentia) al tema della “prima lingua” di Adamo, all’Eden come luogo della lingua perduta e a Dante stesso come nuovo Adamo: identificazione che - lo vedremo - Botticelli coglie e rappresenta precisamente nel suo dipinto.

Viaggio a Beatrice

Dicevamo che nell’Eden, finalmente raggiunto (per grazia), il pellegrino Dante reincontra Beatrice, la quale è al tempo stesso il suo giovanile amore fiorentino cantato nella Vita Nova (colei che suscitò in lui la “prima parola” della poesia e così lo chiamò alla vita…”nova”), ma anche – dopo la sua morte acerba - molto di più: rappresenta infatti – come rivela la grandiosa rappresentazione sacra con cui Ella arriva - anche una figura Christi, una immagine del Verbo, della Parola eterna, della Parola creatrice del Padre attraverso la quale “tutto è stato fatto”, tutto è stato chiamato alla vita. Virgilio lo consegna a lei (e proprio qui scompare: altro passaggio cruciale).
Ecco perché Beatrice viene rappresentata come figura centrale anche al centro della tavola della Primavera. E’ la sua celebrazione. La gran parte dei critici finora aveva identificato quel personaggio con Venere, dèa dell’amore e della bellezza. Ma riconoscendo che c’era qualcosa che non andava in questa identificazione. Infatti è stato notato che si tratta in verità di una Venere davvero strana anche rispetto alle altre rappresentazioni botticelliane di questa dèa. Perché è abbigliata in modo molto casto e per nulla sensuale: il gesto della sua mano destra inoltre ricorda quello della Madonna nell’Annunciazione dello stesso Botticelli. Ebbene oggi, grazie alla Lindskoog, l’anomalia di questa Venere trova finalmente spiegazione: si tratta in realtà non della dèa greca, bensì di Beatrice.
Il pittore peraltro ha voluto creare un vistoso “effetto aureola” attorno alla testa di Beatrice attraverso il profilo rotondo delle chiome degli alberi nell’azzurrino del cielo. Richiamando così l’iconografia cristiana dei santi e di Cristo stesso.
C’è anche un clamoroso rimando iconografico: nelle illustrazioni della Divina Commedia che proprio il Botticelli realizzò in quegli anni vi è un disegno, realizzato per il IX canto del Paradiso (il cielo di Venere), che rappresenta Beatrice che guida Dante e la straordinaria somiglianza di questa Beatrice con la figura centrale della Primavera (ritenuta finora Venere) è indiscutibile: oltretutto la somiglianza è stata segnalata anni fa, prima che si conoscesse la tesi della Lindskoog, da Claudia La Malfa che è andata vicinissima alla verità[2].

Il segreto della Commedia

Indiscutibile anche la somiglianza fra la bella donna fiorita che sembra aprire la strada a Beatrice, nel quadro, e la bella donna della Divina Commedia che conduce Dante da Beatrice. Nella tavola del Botticelli è addirittura il personaggio che dà il titolo all’opera: la Primavera, colei che raccoglie (o sparge a terra) fiori. Nella Commedia si tratta di Matelda.
Anche in questo caso la somiglianza (fra la descrizione letteraria e quella pittorica) è strepitosa. I fiori sono il vero scenario sia del quadro di Botticelli che dell’Eden dantesco e non bisogna dimenticare che la metafora del “fiore” in Dante è centralissima: si identifica con Cristo (soprattutto nell’ultimo canto del Paradiso) e con Firenze (o meglio la Firenze cristiana, chiamata “Fiorenza”, che però rinnega la sua essenza pervertendosi con il “fiorino”, il denaro. Non bisogna dimenticare che la cattedrale della città, pensata proprio negli anni in cui Dante aveva responsabilità politiche è intitolata a Santa Maria del Fiore[3]). Dante dunque vede arrivare Matelda che va “cantando e scegliendo fior da fiore/ ond’era pinta tutta la sua via”. E’ l’immagine del Botticelli.
Poi Dante descrive il passo di danza della ”bella donna” fra i fiori in un modo che il pittore fiorentino sembra aver voluto rappresentare alla lettera (“come si volge con le piante strette/ a terra ed intra sé donna che balli,/ e piede innanzi piede a pena mette,/ volsesi in su i vermigli ed in su i gialli/ fioretti”).
Nella Commedia Matelda svolge una funziona di catarsi e – per quanto riguarda Dante – di introduzione a Beatrice (non a caso il suo nome letto dal fondo suona “Ad Letam”). Anche nell’opera pittorica sembra preparare la strada a Beatrice. Inoltre Dante la identifica con la primavera esattamente come Botticelli.
Dante in ben due passaggi. Appena la scorge (“tu mi fai rimembrar dove e qual era/ Proserpina nel tempo che perdette/ la madre lei, ed ella primavera”). E in un passaggio successivo dove la stessa Matelda descrive l’Eden con queste parole: “Qui fu innocente l’umana radice/ qui primavera sempre ed ogni frutto”.
Dunque la figura rappresentata da Botticelli altri non è che la Matelda dantesca. Ma viene da chiedersi a questo punto perché questo simbolismo della “primavera”? Cosa significa? Cosa c’entra con Beatrice? E chi è Matelda (annosa questione che arrovella da secoli la critica dantesca)? Ci soccorre Dante stesso. Infatti proprio nella sua opera prima, la “Vita Nova” – nella quale si preannuncia la Commedia (che ne è il compimento) – c’è un personaggio importantissimo nel XXIV capitolo: “Vidi venire verso di me una gentile donna, la quale era di famosa bieltade… e lo nome di questa donna era Giovanna”, ma “per la sua bieltade… imposto l’era nome Primavera; e così era chiamata. E appresso lei, guardando, vidi venire la mirabile Beatrice”.
Dunque riassumiamo: come Matelda è una donna bellissima,
come lei ha la missione di preparare all’avvento di Beatrice e anch’essa si identifica con la Primavera che per Dante significa: “prima verrà lo die che Beatrice si mostrerrà” (e addirittura “se considerate lo primo nome suo, tanto è quanto dire ‘prima verrà’, però che lo suo nome Giovanna è da quello Giovanni lo quale precedette la verace luce”, intendendo il Precursore, Giovanni Battista).
Una fantasiosa etimologia che torna a identificare Beatrice e Cristo. Ma c’è qualche altro elemento che rafforzi l’identificazione di Giovanna-Primavera con Matelda-Primavera? Sì. La prova definitiva ce la fornisce Dante stesso. Quella Giovanna della Vita Nova era infatti la donna amata dal suo amico Guido Cavalcanti (come dice nel poemetto) e – guarda caso – i primi due versi che Dante nella Commedia dedica a Matelda (“una donna soletta che si gìa/ cantando e scegliendo fior da fiore”) sono una chiara evocazione cavalcantiana (“per prata e per rivera/ Gaiamente cantando”, “sola sola per lo bosco gìa”). Ma ancora più chiara e incontestabile è la citazione di Cavalcanti nel primo verso del XXIX dedicato a Matelda: “Cantando come donna innamorata”. E’ il verso del Cavalcanti: “Cantando come fosse ‘nnamorata”.
A proposito, perché innamorata? Dante dice che la bella donna sorride a lui in modo seducente (proprio come fa la Primavera nella tela del Botticelli) e gli mostra due occhi che al poeta ricordano quelli di Venere quando fu colpita per errore da una freccia del figlio Cupido e s’innamorò di Adone.
Sottolineo solo una straordinaria coincidenza: anche nella tela del Botticelli troviamo puntualmente Cupido che sta scoccando la freccia. E sta in una posizione centrale: precisamente sospeso sopra Beatrice. Questo incrocio di temi fra la donna di Cavalcanti, Beatrice e il tema dell’amore (Cupido-Venere), proprio nel Paradiso terrestre, scena perfettamente rappresentata dal Botticelli, è il cuore della Divina Commedia.
Gli studi più recenti hanno infatti acquisito che l’origine del poema sacro va ricercata nella polemica che oppose – a causa della Vita Nova – Dante e Cavalcanti: Guido polemizzò proprio sulla natura dell’amore (e della passione erotica) che dopo la caduta di Adamo è più forte della razionalità umana. Dante sa, anche per esperienza personale (era particolarmente passionale), che Guido ha ragione, ma risponderà con il poema sacro dove entra in scena un fattore ancora più potente che tutto riordina ed esalta: la Grazia[4].
Si può ritenere che Botticelli, acuto conoscitore della Commedia, abbia colto l’assoluta centralità di questa scena e di questo tema del poema sacro anche perché proprio attorno alla teoria dell’amore il neoplatonismo ficiniano andava plasmando, a Firenze, la nuova sensibilità umanistica.
Il dipinto è il suo vero commento alla Commedia. Oltretutto suggerisce anche il senso del nome Matelda che è da sempre oscuro e inspiegabile. Si dà il caso infatti che al tempo di Dante, prima della riforma del calendario, la prima alba successiva all’equinozio di primavera fosse il 14 marzo e quel giorno è la festa di santa Matilde, madre dell’imperatore Ottone I (morta il 14 marzo 968). Il nome Matelda rimanderebbe dunque alla primavera.
Ma c’è un altro mistero. Secondo un elaboratissimo studio di Giancarlo Gianazza e Gian Franco Freguglia, “Il riflesso di Dante nella Primavera di Botticelli”, le dita delle mani dei personaggi del quadro indicano – secondo antichi “codici digitali” – una data: 14 marzo 1319, santa Matilde. E la posizione degli stessi personaggi – identificati con i relativi pianeti – riprodurrebbe la stessa posizioni degli astri che si è verificato il 14 marzo 1319. Cosicché Botticelli avrebbe celato nella sua opera, con due diversi codici, la data che indica l’equinozio di primavera del 1319 che – secondo i due autori – è anche l’equinozio di primavera di cui parla Dante nel primo canto del Paradiso per indicare il momento della sua ascensione al Cielo (la condizione astrale è da lui descritta come particolarmente favorevole perché – con il Sole nel segno dell’Ariete – è la stessa che si verificò, per Dante, al momento della creazione del mondo e della nascita di Gesù).

Eva e Adamante

Ma non solo Beatrice, Matelda e Cupido: anche gli altri personaggi sono quelli della scena dantesca dell’Eden. Le tre ragazze botticelliane che danzano in cerchio sono la raffigurazione esatta delle tre virtù teologali (Fede, Speranza e Carità) che Dante vede arrivare prima di Beatrice (“Tre donne in giro dalla destra rota/ venian danzando”). Sono il segno della Grazia portata da Cristo.
E tutta questa scena, che si legge da destra verso sinistra, è preceduta da un antefatto tragico, accaduto proprio nell’Eden, la caduta di Eva, drammaticamente rappresentata a destra da Botticelli che ci mostra la progenitrice – con un ramoscello spezzato che le ciondola dalla bocca (il frutto mangiato) – la quale viene orribilmente ghermita e “posseduta” da un nero Lucifero (erroneamente si è identificata questa scena come la ninfa Clori e il vento Zefiro, del resto, nota la Lindskoog, quel vento soffia dalla parte opposta come mostra un’altra opera del Botticelli, “La nascita di Venere”).
Inutile sottolineare che anche questa è l’esatta rappresentazione dei versi di Dante che, arrivato nell’Eden, davanti a tante delizie deplora l’errore del progenitore che “per sua difalta in pianto e in affanno/ cambiò onesto riso e dolce gioco”. E specialmente deplora “l’ardimento d’Eva” che “non sofferse di star sotto alcun velo;/ sotto ‘l qual se divota fosse stata/ avrei quelle ineffabili delizie/ sentite prima e più lunga fiata”.
Ma dopo la caduta avviene la mirabile opera della redenzione, rappresentata al centro della tavola con Beatrice-Cristo, cosicché oggi lui, Dante, nuovo Adamo può tornare in quell’Eden perduto: “…io m’andava tra tante primizie/ dell’etterno piacer tutto sospeso,/ e disioso ancora a più letizie”.
Desideroso cioè di salire al Cielo, al Paradiso. E proprio così Botticelli ce lo rappresenta con la figura finale, metà Mercurio e metà Marte (Mercurio perché domina il segno dei Gemelli che è il segno di Dante e Marte perché è il simbolo di Firenze), che racchiude in sé Dante e Adamo. Infatti Dante si pone come nuovo Adamo che, secondo la prefigurazione del De vulgari eloquentia, ritrova nel volgare illustre la lingua edenica perduta.
L’identificazione di Dante in quella figura è stata ben motivata da Lino Lista, ma è complementare all’identificazione con Adamo della Lindskoog. Botticelli rappresenta questo Dante-Adamo proprio “sospeso” e “disioso ancora a più letizie” come dice la Commedia, cioè pronto ad ascendere al Cielo. Giustamente è stato notato che la nuvoletta verso la quale si protende il personaggio di Botticelli è da sempre il simbolo della divinità, ma c’è un elemento ancor più significativo. Dante definisce il primo cielo verso il quale ascende, il cielo della Luna, proprio come “nube” cosicché si scopre che Botticelli ha voluto esattamente rappresentare questo momento.
Proprio in quel passo il poeta usa anche la metafora del diamante percorso dai raggi solari (l’uomo inondato dalla grazia) chiamandolo “Adamante”, formula che racchiude in sé i nomi di Adamo e di Dante, con un ulteriore livello semantico: “Ad Amante”[5].

Che c’entra l’America?

Dunque l’Eden. Francesco Guicciardini – che fu peraltro al servizio di due papi della famiglia Medici – fotografa così nella “Storia d’Italia” questa epoca: “Mai fino ad ora l’Italia s’è mostrata tanto prospera, né s’è trovata in una situazione così desiderabile come nell’anno di grazia 1490 e negli anni che l’hanno preceduto e seguito. L’Italia beneficiava miracolosamente della pace e della tranquillità… non era sottomessa a un qualsivoglia impero, ma soltanto a se stessa, e contava molti abitanti e una grande abbondanza di merci e di ricchezze. Inoltre era adornata dalla magnificenza di numerosi principi, dallo splendore di molte e nobili città, dalla sede e dalla maestà della religione; essa abbondava di eccellenti amministratori della cosa pubblica e di spiriti di eccelso valore in tutte le discipline e si dedicava a tutte le arti e vi s’illustrava…”,
E’ esattamente da questa Italia, soprattutto dall’alleanza fra papa Cybo, Innocenzo VIII (famiglia genovese di origine ebraica) e i Medici di Firenze, e dal loro contributo finanziario, che prende corpo l’impresa di Cristoforo Colombo come mostra il volume – appena uscito – di Ruggero Marino – dedicato al navigatore genovese[6]. Impresa concepita all’interno del sogno della crociata e grazie al patrimonio di conoscenze geografiche della tradizione ebraica. Le Indie, il Nuovo Mondo, un po’ ritrovamento della Terra promessa per gli ebrei cacciati dalla Spagna e un po’ ritrovamento dell’Eden (trovandosi proprio dove, peraltro, la cosmologia tolemaica collocava il monte del Purgatorio e l’Eden).
Antonio Socci
(ha collaborato Tommaso Lorenzini)
NOTE
[1] E’ dai disegni del Botticelli che sono derivate le incisioni, probabilmente di Baccio Baldini, le quali illustravano l’edizione della Divina Commedia commentata dal neoplatonico Cristoforo Landino nel 1481.
2 Claudia La Malfa, Firenze e l’allegoria dell’eloquenza: una nuova interpretazione della Primavera di Botticelli, Storia dell’Arte 97 (1999), pp. 249-293.
3Vedi Irving Lavin, Santa Maria del Fiore, Donzelli 1999
4 Per la diatriba Dante-Cavalcanti all’origine della Commedia si vedano le opere di Enrico Malato, Dante (Roma 1999) e Dante e Guido Cavalcanti (Roma 2004). Inoltre Ignazio Baldelli, Dante e Francesca (Firenze 1999). Sul tema della “caduta originaria” in relazione alla sessualità e alla scelta del titolo stesso del poema vedi Giorgio Agamben, Comedia, in “Paragone” n. 346 (dicembre 1978) poi in “Categorie italiane” (Einaudi).
5 Splendida spiegazione di questa metafora in Roger Dragonetti, Dante pélerin de la Sainte Face, Romanica Gandensia XI, p. 287 e ssgg
6 Cristoforo Colombo. L’ultimo dei templari (Roma 2005). Vanno citati a questo proposito anche l’altro libro del Marino, Cristoforo Colombo e il papa tradito (1991), Umberto Bartocci, America: una rotta templare (Milano 1995) e Simon Wiesenthal, Operazione nuovo mondo (Milano 1991).
Da Il Foglio, 26 novembre 2005
 
 
1月29日

fatto storico sconosciuto ai +

E' TUTTA UN'ALTRA STORIA
http://www.totustuus.biz/users/altrastoria/comunismo.htm
Così la Polonia cristiana fermò Lenin
Tra il 14 e il 16 agosto del 1920 le truppe polacche guidate
dal maresciallo Pilsudski riescono a respingere l'Armata
sovietica proiettata verso Ovest. Mosca voleva ancora
"esportare" la rivoluzione con le armi. E' "il miracolo
della Vistola". Ecco la sua storia

fatto grave

12) MONS. ALESSANDRO MAGGIOLINI
http://www.alessandromaggiolini.it/bin/servlet/mediabox.servlets.prese
ntation.DettaglioInfo?idInfo=25353&url=dettaglioRassegna.jsp
Lezione di morte al liceo
Ieri l'altro al liceo Einstein di Torino, i ragazzi che si
autogestiscono la scuola - come si dice - hanno invitato il
professor Silvio Viale, un esponente radicale, ex studente
di quella scuola e ginecologo, a presentare un filmato
sull'eutanasia,
senza alcun dibattito: rimandando semmai la discussione al
giorno dopo, quando il messaggio del documentario era già
passato.

droga

All'inizio della Legislatura, il Presidente della Conferenza
Episcopale Italiana aveva chiesto:
"Altro problema delicatissimo, in rapporto non solo alla
salute ma alla formazione delle persone, è quello della
droga, a proposito del quale rincresce di dover constatare
come persone investite di pubbliche responsabilità si
esprimano in termini tali da consentire, quantomeno,
interpretazioni "permissiviste" che certo non aiutano a
sviluppare col necessario vigore quell'opera anzitutto
educativa e preventiva, oltre che di autentico ricupero
delle vittime della droga, che è un preciso dovere dello
Stato come dell'intera società".
(+ Camillo Card. Ruini, Prolusione al CONSIGLIO
PERMANENTE della Conferenza Episcopale Italiana.
Roma, 22-25 gennaio 2001)

IL 26 GENNAIO 2006: OK DEL SENATO
La nuova legge passa ora al vaglio della Camera, dove il
centrosinistra ha predisposto un autentico muro di
ostruzionismo Plauso del centrodestra L'Udc: finalmente
regole certe e chiare

Parlano le comunità di recupero più serie e impegnate: «Le
nuove norme sono un'opportunità in più per il recupero dei
nostri ragazzi. Si è tenuto conto delle richieste che
andavamo formulando da anni»

«Nel complesso penso che le nuove norme siano una
opportunità in più per il recupero dei nostri ragazzi. Un
passo in avanti nel contrasto alle tossicodipendenze».
Don Chino Pezzoli è il fondatore della "Comunità
promozione umana", presente in Italia con 30 centri e
che in Lombardia è la più popolosa, con circa 500
ospiti. «Negli ultimi 30 giorni si sono presentati da noi
37 giovanissimi che chiedono di essere accolti e
recuperati», racconta don Chino.


Perché considera lo "stralcio Giovanardi" un importante
passo avanti in favore proprio degli ultimi arrivati?

Innanzitutto si tratta di innovazioni discusse alla recente
conferenza di Palermo da 1.200 partecipanti. Le nostre
istanze sono state accolte. Per esempio si distingue
decisamente tra spacciatore e consumatore. Il consumo di
droga, infatti, non viene perseguito penalmente come reato
con una condanna al carcere, ma si applicano le sanzioni
amministrative, graduate con attenzione. Bisogna tenere
conto di come una volta quello dello spacciatore era un
"mestiere" di nicchia, adesso le mafie hanno aperto veri
supermarket delle droghe, assoldando tanti giovanissimi
nello spaccio. Ora, se uno viene trovato con uno spinello è
necessario che si indaghi per verificare se davvero si
tratti di "uso personale" o se invece non vi siano legami
proprio con il mondo della "distribuzione". Purtroppo il
confine tra consumatore e spacciatore non è poi così netto.

È sufficiente questo per farvi dire che sia una buona legge?

No, penso anche alla possibilità di curare i detenuti in
strutture di recupero per un periodo massimo di sei anni, e
non solo quattro. Capitava spesso che un tossicodipendente
condannato al carcere e "detenuto" in un centro di recupero
venisse portato via dalle comunità al raggiungimento del
termine di 48 mesi, obbligandolo a scontare il resto della
pena in carcere. Non sempre quattro anni sono sufficienti
alla piena riabilitazione. E il ritorno in carcere
significava, questa sì, la definitiva condanna alla
tossicodipendenza.

Però non si distinguerà più tra droghe pesanti e leggere.

Prima di tutto le droghe leggere non lo sono affatto. Il
principio attivo ha raddoppiato la sua potenza distruttiva.
È la legge è chiara anche in questo senso: dice di
dissuadere i consumatori e ricorrere a pene amministrative,
perché la diffusione di queste sostanze apportano
inevitabili ricadute sociali, non solo sui singoli
consumatori.

È inesatto affermare che chi verrà trovato con una "canna"
finirà dritto in galera?

Non si può assolutamente sostenere ciò. Lo "stralcio
Giovanardi" spiega che si ricorrerà ad ammonizioni, pene
amministrative, e dunque ad una seria possibilità di
recupero. I tempi cambiano e l'uso combinato di droghe,
alcol, extasy, cocaina, cannabis apportano al consumatore
danni gravissimi. Insomma, l'apparente consumo di drogne
"leggere" invece produce effetti molto "pesanti".

Il fronte delle comunità di recupero su queste norme si è
diviso. Perché?

Perché ci sono i tentacoli della politica, delle ideologie,
dei pregiudizi. Io dico: non dobbiamo fare la guerra ai
poveri. Piuttosto dovremmo essere soddisfatti, dopo anni di
lotte, del riconoscimento della pari dignità tra pubblico e
privato sociale. La possibilità data alle strutture
accreditate di certificare lo stato di tossicodipendenza e
dunque avviare con la persona che ci chiede aiuto il
percorso riabilitativo è un segno di grande speranza.

Da Milano Nello Scavo
(C) Avvenire, 27 gennaio 2006

1月27日

niki vendola

In Puglia Vendola fa lo Zapatero.
Stessi diritti alle coppie di fatto


Per la «GIUNTA VENDOLA»: famiglia fondata sul matrimonio
UGUALE coppie di fatto (sia etero sia omosessuali)

La giunta pugliese di centrosinistra ha definito un disegno
di legge in materia di servizi sociali che estende alle
coppie di fatto sia etero sia omosessuali tutele e diritti
sociali prima riservati a quelle legate dal matrimonio
civile.


Dopo una lunga gestazione, la giunta pugliese di
centrosinistra ha definito il disegno di legge in materia di
servizi sociali. Un atto di grande rilevanza giuridica,
perché per la prima volta estende alle coppie di fatto sia
etero sia omosessuali tutele e diritti sociali prima
riservati a quelle legate dal matrimonio civile. E di forte
impatto politico, nel pieno delle polemiche sui Pacs e a
meno di tre mesi dalle elezioni politiche.

Il documento è stato elaborato, discusso e ritoccato per
mesi dribblando non pochi ostacoli all'interno dell'Unione.
A dicembre, sembrava pronto ma poi è stato accantonato
ancora una volta. Ora torna all'ordine del giorno.
L'approvazione della giunta guidata da Nichi Vendola è
prevista per martedì prossimo, ma Il Giornale è in grado di
anticipare le novità del disegno di legge, un testo di 30
pagine e 68 articoli.

La relazione che lo presenta è un esplicito documento
politico: «Si afferma il superamento della distinzione tra
famiglie di diritto, fondate sul vincolo del matrimonio, e
famiglie di fatto, cioè coppie non legate da vincolo
matrimoniale e altre unioni parentali». Il riconoscimento
delle coppie di fatto è necessario perché esse «al pari
delle famiglie di diritto affrontano e assumono il carico
della cura di situazioni di fragilità e, anzi, molto spesso
devono affrontare fattori di rischio e di fragilità ancora
più forti».

Quindi, «senza svilire il ruolo della famiglia di diritto» e
muovendosi nei confini della Costituzione e del codice
civile, la giunta Vendola fa il massimo che una Regione può
fare sulla materia. Afferma che la distinzione tra coppie
legata al matrimonio è «anacronistica» e fondata su «un
presupposto ideologico».
E provvede di conseguenza.

La norma chiave è l'articolo 22: «Ai fini della presente
legge si definisce quale nucleo familiare, la famiglia di
diritto e l'unione di fatto. Quali insiemi di persone legate
da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione e da
altri vincoli affettivi, aventi una convivenza abituale e
continuativa e dimora abituale nello stesso Comune (.  ..)
che perduri da non meno di due anni».

Da qui discende l'equiparazione dei diritti tra famiglie di
diritto e famiglie di fatto, nel campo di azione della legge
sui servizi sociali: assistenza a domicilio, sostegno
economico per acquisto o affitto di case, reddito minimo
d'inserimento, assegni di cura. Il resto sarà previsto in
dettaglio da Comuni e Province, per i quali questa norma
sarà vincolante.

Nessun riferimento all'articolo 29 della Costituzione, che
«riconosce i diritti della famiglia come società naturale
fondata sul matrimonio».  Il che apre il varco a un
probabile ricorso per illegittimità della legge. Oltre che a
inevitabili rimostranze politiche. Anche all'interno
dell'Unione. L'anello debole è la Margherita, che finora
aveva chiesto di rimandare il varo del disegno di legge e
alla fine ha ottenuto una correzione dell'articolo 22. Ma i
cattolici del partito restano perplessi e temono
contraccolpi elettorali.

Anche perché nel frattempo la Chiesa si è schierata
decisamente contro la legge. L'arcivescovo di Lecce Cosimo
Francesco Ruppi ha tuonato: «Sulla famiglia non si scherza.
Va rispettata, aiutata, sostenuta e non va affatto
equiparata alle unioni di fatto o ad altre forme di
convivenza tra persone dello stesso sesso. Non si può
legittimare ciò che è contro il Vangelo e contro il senso
comune della natura».

Fuoco che alimenta le polemiche. Il centrodestra annuncia
«una vera battaglia di civiltà» in vista del dibattito in
Consiglio regionale, denuncia l'incostituzionalità del
disegno di legge e si prepara a farne ampio uso in campagna
elettorale.  Il Coordinamento per la difesa della famiglia
si mobilita.

«Abbiamo rispettato la Costituzione», obietta l'assessore
alla Solidarietà Elena Gentile, esponente dei Ds e autrice
del disegno di legge. «Serve un confronto non ideologico,
non confessionale. Non miniamo la famiglia tradizionale, ma
cerchiamo di andare incontro a tutte le famiglie».
giuseppe.salvaggiulo@ilgiornale.it

Giuseppe Salvaggiulo
Il Giornale n. 16 del 20-01-2006

1月26日

omosessualità

Recentemente qualcuno all’interno di Tocqueville - leggi qui, qui e qui – si è chiesto quanti cittadini della città dei liberi condividano l’opinione secondo la quale l’omosessualità sarebbe una malattia.
Essendo sempre stato allergico all’idea che la ragione e la verità possano essere questioni di maggioranza o minoranza non mi curerò di conoscere i risultati del sondaggio e darò, invece, la mia risposta
Premesso che, essendo un uomo libero, non mi posso preoccupare di apparire politicamente scorretto; premesso che mi fanno sorridere coloro che, a riprova dei presunti contenuti non patologici dell’omosessualità, invocano le abitudini delle folaghe dell’Arkansas o dei dugonghi di Socotra fingendo di non comprendere la profonda differenza che c’è tra un comportamento casuale e una condizione psicologica; premesso che in natura la funzione della sessualità è essenzialmente legata alla riproduzione; premesso che, anche ammettendo, come fa Richard Isay, che l'omosessualità sia una variante non patologica della sessualità umana, risulta comunque evidente il suo statuto di sessualità pregenitale, quindi bloccata (come scrive Freud nel suo saggio su Leonardo); premesso che, se è difficile definire lo statuto di patologia psichiatrica tout court, quasi impossibile sarà attribuire tale statuto oggi come oggi a una condizione come quella omosessuale che implica un fortissimo coinvolgimento della cultura e dell'ideologia (quindi, se dobbiamo sospettare un'interferenza ideologica "negativa" rispetto allo specifico nella posizione antecedente alle scelte del DSM e dell'Organizzazione Mondiale della Sanità dagli anni '70 al '93, fino cioè all’eliminazione dell'omosessualità dall'elenco dei disturbi psichici e delle malattie mentali, non possiamo non fare altrettanto, ma in "positivo", per quella successiva); premesso che si deve comunque rilevare che la psicanalisi non ha mai rinunciato a evidenziare, sia pure con approcci e gradazioni non uniformi, i contenuti patologici dell'omosessualità (Freud - nonostante le semplificazioni che lo vorrebbero molto più "asettico" di quanto in effetti non fu - Lacan, Klein, Gillespie, Musatti, ecc.), considerata come una perversione - non in termini morali, ovviamente - dai forti contenuti autoerotici e, come tutte le perversioni, un elemento essenziale della nevrosi; premesso che un malato non è né un criminale né un individuo da discriminare; ebbene, premesso tutto ciò, risponderò che sì, per me è più che verosimile che l’omosessualità abbia contenuti patologici. E non mi sento affatto intollerante o illiberale per questo
 
 

pacs

Il rilievo crescente che vanno assumendo determinate
problematiche antropologiche ed etiche anche in sede
politica e legislativa, con la tendenza diffusa in molti
Paesi e ben presente anche in Italia, come mostrano svariati
segnali, ad introdurre normative che, mentre non rispondono
ad effettive esigenze sociali, comprometterebbero gravemente
il valore e le funzioni della famiglia legittima fondata sul
matrimonio e il rispetto che si deve alla vita umana dal
concepimento al suo termine naturale, richiede però un
supplemento di attenzione a questi temi nelle scelte degli
elettori e poi nell'esercizio delle loro responsabilità da
parte dei futuri parlamentari. Richiamando a questa speciale
attenzione la Chiesa adempie alla sua vocazione di essere
"il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della
persona umana" (Gaudium et spes, 76).

+ Camillo Card. Ruini
Conferenza Episcopale Italiana, CONSIGLIO PERMANENTE - Roma,
23-26 gennaio 2006
1月23日

Mons.Caffara:crisi valoriale in politica

Una vita giusta, una vita buona: progetto sociale possibile?"


Il titolo dato a questa riflessione non è dei più felici!
Devo dunque in via preliminare dire con la massima esattezza
ciò di cui intendo parlare.

01. Che la persona umana abbia bisogno di vivere in società,
è una constatazione da tutti condivisa: "l'uomo è per natura
un essere che vive in comunità", scriveva già Aristotele [EN
I,7 1097 b,12]. Di questo "bisogno", ancora fin dall'antichità,
sono state date due interpretazioni fondamentali. È il
bisogno di condividere il proprio bene [non inteso solo in
senso economico] con gli altri: "nessuno sceglierebbe tutti
i beni a costo di goderne da solo" scrive ancora Aristotele
[EN IX,7, 1169b, 18]; è il bisogno di essere aiutato da
altri a raggiungere il proprio bene non raggiungibile da
soli.

02. Tralasciamo per il momento la prima interpretazione;
tralasciamo per ora la considerazione di altre società
umane, e limitiamoci a parlare solo della società politica,
dello Stato. Facciamo l'ipotesi che i cittadini -
singolarmente presi e/o in comunità intermedie - non abbiano
la stessa concezione del bene in cui porre la riuscita della
propria vita. Diciamo più brevemente: ipotizziamo che nella
società ci sia un pluralismo di concezioni di vita buona non
solo diverse, ma contrarie.

Tenendo presente tutto questo domandiamoci: quale deve
essere l'attitudine dello Stato nei confronti delle
molteplici e fra loro contrarie concezioni di vita buona
presenti nella società? Quando dico "Stato" intendo
concretamente l'esercizio del potere che è proprio ed
esclusivo dell'autorità politica: fare leggi; metterle in
atto; amministrare la giustizia.

0.3 Proviamo ora, come mero esercizio intellettuale, ad
ipotizzare tutte le risposte possibili. Esse, mi sembra,
possono essere non più di tre: neutralità, imposizione,
partecipazione. La neutralità denota negativamente l'astensione
dello Stato dal favorire l'una o l'altra concezione di vita
buona, e positivamente l'impegno dello Stato di creare le
condizioni in cui nessuna concezione di vita buona sia
sfavorita a favore di un'altra. L'imposizione denota
positivamente la scelta dello Stato a favore di una
concezione di vita buona a preferenza di altre, e
negativamente la tolleranza o perfino la persecuzione di
ogni altra concezione di vita buona. La partecipazione
denota positivamente la scelta dello Stato di favorire gli
stili di vita che al contempo sostengono e la realizzazione
della persona e la realizzazione del bene comune: la
realizzazione di sé con gli altri; negativamente, non
favorisce né condanna altri stili di vita, ma semplicemente
li ignora [ovviamente sempre che non siano penalmente
perseguibili].


Ora siamo in possesso di tutti gli elementi per costruire
con precisione la domanda alla quale cercherò di rispondere.
Intendendo con "vita giusta" la modalità con cui lo Stato
organizza la convivenza dei cittadini che perseguono
concezioni di vita buona contrarie; intendendo con "vita
buona" la realizzazione da parte degli agenti razionali
delle proprie concezioni di vita buona, ci chiediamo: che
rapporto deve esistere fra la "vita buona" - la
realizzazione da parte degli agenti razionali delle proprie
concezioni di vita buona - e la "vita giusta" - la modalità
con cui lo Stato organizza la convivenza dei cittadini di
opposte concezioni di vita buona - ? Cercherò ora di
rispondere a questa domanda, sia pure nella necessaria
brevità.



  a.. L'IMPOSSIBILE SEPARAZIONE


Prendo subito in esame la risposta oggi dominante nel nostro
Occidente, sia sul piano del pensiero sia sul piano della
prassi. È la risposta colla quale abbiamo a che fare ogni
giorno nel dibattito pubblico, in modo esplicito od
implicito.

Ne farò un'essenziale esposizione e poi mi impegnerò a
mostrarne l'inconsistenza teoretica e l'impraticabilità
nella vita.


1,1 [Breve esposizione della risposta]. Formulata in maniera
ancora molto rozza ma non falsamente, la risposta di cui
stiamo parlando è la seguente: fra "vita giusta" e "vita
buona" [nel senso spiegato sopra] deve esserci separazione.
Esse connotano due ambiti della vita che non devono
comunicare.

E ciò si realizza da parte dello Stato, colla scelta della
neutralità nei confronti delle varie concezioni di vita
buona; da parte dei cittadini, colla scelta di confinare nel
"privato" le proprie concezioni di vita buona.

Ma procediamo con ordine, vedendo in primo luogo come si
arriva a questa risposta, o più precisamente quali sono i
suoi presupposti.

Il primo presupposto è che nessuna concezione di vita buona
è vera in alternativa alla sua contraria. È impossibile
qualificare come vera qualsiasi concezione di vita buona e
quindi falsa la sua contraria, dal momento che esse
esprimono sempre e semplicemente fini e preferenze
soggettivamente motivate, e sempre quindi rivedibili. È per
questa ragione che nel contesto di questa teoria non si
parla di "bene/vita buona", ma di "concezioni di vita
buona", volendo così connotare una necessaria pluralità fino
al limite [anche se non sempre né necessariamente] della
mera soggettività. Insomma: una verità circa il bene della
persona e della società o non esiste [relativismo etico] o
non può essere razionalmente affermata e dimostrata
[agnosticismo etico].

Corollario del primo presupposto: qualunque scelta
[legislativa, amministrativa.] a favore dell'una concezione
piuttosto che dell'altra diventa inevitabilmente parzialità
ingiusta e violazione dell'autonomia del soggetto.

Il secondo presupposto è che deve essere possibile
organizzare la vita associata prescindendo imparzialmente
dalle varie concezioni di vita buona; attraverso proposte
universalmente condivisibili perché giustificabili senza
riferimento a nessuna delle varie concezioni di vita buona;
ed attraverso proposte che non sono meramente formali o
procedurali. Il concetto di "giustizia" denota precisamente
questa modalità di organizzare la vita associata: la vita
[associata] giusta è la vita progettata secondo questa
modalità. La giustizia quindi "si situa come punto di
equilibrio e di imparzialità, tra pretese diverse e
contrastanti e quindi anche tra possibili standards di
eccellenza" [A. Verza, La neutralità impossibile, cit. pag.
22].

Prima di passare alla riflessione critica, annoto solo
fugacemente che nel dibattito italiano, se non vado errato,
al posto del termine "giustizia" nel senso spiegato, si usa
non raramente il termine "laicità".


1,2 [Riflessione critica]. Vorrei ora suggerirvi un'essenziale
riflessione critica nei confronti di questa risposta.

Dobbiamo renderci subito conto che ci troviamo veramente
dentro ad uno dei "nodi" del dramma contemporaneo.

Questo dramma è costituito dall'incapacità di rispondere ad
esigenze spirituali che sembrano fra loro contrarie. Da una
parte si avverte ogni giorno più l'urgenza di risposte alle
grandi domande etiche e bioetiche, e dall'altra si è quanto
meno incerti sulla possibilità di fondarle ragionevolmente.
Ancora. Da una parte si avverte il bisogno di un "tessuto
connettivo spirituale" universalmente valido, e dall'altro
si nega l'esistenza di principi universali ed ancor più di
assoluti morali vincolanti. È stato detto giustamente che le
persone in quanto agenti morali sono in una condizione di
"stranieri morali" [H.T. Engelhardt], che rende ogni giorno
più difficile proporre risposte condivise e quindi efficaci.
I fatti recentemente accaduti in Francia devono farci
riflettere seriamente.

La via di uscita da questa situazione sopra proposta -
quella della separazione - è percorribile? La mia risposta è
negativa, a causa della sua inconsistenza teoretica e della
sua impraticabilità esistenziale.

Inizio dal mostrarvi l'inconsistenza teoretica. È
teoreticamente inconsistente una proposta quando è in se
stessa contraddittoria, nel senso che non è in grado di
accogliere in sé tutta la portata dei suoi assiomi. Più
brevemente: la neutralità - imparzialità può essere più
affermata che mantenuta.

(a) Essa implica una precisa concezione di vita buona che
trova nell'autonomia dell'individuo il suo valore di base.
La proposta cioè non è neutrale - imparziale fino al punto
da giudicare imparzialmente, da essere neutrale di fronte
alla proposta autonoma od eteronoma [la proposta cristiana
ed ultimamente quella ebraica non è né di auto-nomia né di
etero-nomia].

Il concetto-valore di autonomia è un concetto da usare con
molta consapevolezza critica poiché nel momento in cui lo si
afferma come "metodo", lo si propone di fatto come
"contenuto". Si pensi alla giuridica equiparazione fra
matrimonio e convivenza omosessuale, per fare solo un
esempio. Essa viene non raramente giustificata colla teoria
che stiamo discutendo. In realtà l'equiparazione è la scelta
di una precisa concezione di matrimonio e famiglia.

(b) All'interno di questa proposta è stata elaborata la
categoria di tolleranza. Ora il concetto stesso di
tolleranza connota un atteggiamento non di neutralità
imparziale verso le concezioni di vita buona tollerate. La
tolleranza connota un giudizio negativo o comunque non
favorevole nei confronti di concezioni, soprattutto se
aggressive, in contrasto con i valori della vita giusta
intesa come sopra.

Se si vuole parlare-pensare coerentemente di neutralità ed
imparzialità della condotta pubblica nei confronti di tutti,
bisogna bandire l'idea che esista, e possa/debba esistere un
gruppo tollerante di cittadini ed un gruppo tollerato,
discriminati in base alle loro concezioni di vita buona. Le
seconde in sostanza non sono più trattate imparzialmente.

Come si vede, quindi, la proposta di separare vita giusta e
vita buona finisce col contraddirsi.

(c) Perché la separazione di cui stiamo parlando sia
pensabile, è necessario che la giustificazione razionale
delle norme di giustizia non sia desunta da nessuna
concezione particolare di vita buona: neutralità nelle
giustificazioni.

Ma una tale posizione è impossibile in quanto qualsiasi tipo
di giustificazione, di argomentazione deve far riferimento
ad un quadro ideale d'insieme, ad una visione dell'uomo.
Solo un "sistema etico" particolare e quindi "parziale" può
essere alla base di questa proposta di vita giusta, contro i
suoi presupposti fondamentali.

L'unica giustificazione quindi è che questo è l'ethos
particolare della società in cui viviamo e che deve essere
semplicemente sostenuto. Non è quindi una vita giusta
universalmente giustificabile, razionalmente giustificabile,
ma solo giuspositivamente e storicamente.

(d) Resta, e lascio intenzionalmente inevaso il problema in
realtà di base, e cioè la tesi dell'agnosticismo etico e
quindi il giudizio dato sulle "concezioni della vita buona"
.


Ed ora vorrei mostrare che non solo questa proposta di vita
giusta è teoreticamente inconsistente, ma è anche non
praticabile. In un duplice senso: di fatto nessuno Stato la
pratica "allo stato puro"; non è augurabile che sia
praticata.

Riguardo al primo significato di impraticabilità rimando
semplicemente all'argomentazione c) di sopra. Ed aggiungo
che la nostra Costituzione, il patto fondamentale cioè della
nostra convivenza civile e politica, veicola un preciso
quadro di valori e di principi.

Vorrei invece fermarmi più a lungo sul secondo significato.
L'idea di fondo, la tesi che sostengo, è la seguente: tra le
diverse forme di vita sociale e i diversi stili di vita
personale lo Stato deve privilegiare e favorire quelli che
creano e custodiscono valori sociali ["capitali sociali":
Donati - Zamagni - Belardinelli], a preferenza di quelle
forme e stili che non li costituiscono o li usurano.

Questa tesi, come risulta chiaro da quanto ho detto finora,
è recisamente contraria alla teoria e alla pratica della
neutralità come principio guida di qualsiasi azione che
abbia rilievo pubblico. In questo senso dico che non è da
augurarsi che la neutralità sia praticata. E "sono proprio i
problemi che dobbiamo fronteggiare a seguito della crisi del
Welfare State e dell'asse individuo-Stato a spingerci verso
il superamento del principio di neutralità e dell'idea che
sta alla base, secondo la quale i diritti sarebbero da
intendere esclusivamente come diritti individuali" [S.
Belardinelli, L'idea di Welfare community, in (a cura di) S.
Belardinelli, Welfare community e sussidiarietà, Egea ed.,
Milano 2005, pag. 18].

Mi limito ad una sola riflessione, ma che reputo
fondamentale. La convivenza civile non può sussistere se non
è pervasa da uno spirito particolare, da un ethos impastato
di fiducia reciproca, di senso del bene comune, di
fraternità, di responsabilità. Esso inoltre non può essere
costituito che attraverso quel lungo processo di
"socializzazione" della persona che ha il suo inizio nella
comunità famigliare e si continua anche nelle altre
formazioni sociali. La convivenza civile ha bisogno di
questi "capitali sociali". Essa quindi deve favorire le
forme sociali che li producono.

Esemplifichiamo: una coppia omosessuale non può essere messa
sullo stesso piano e definita famiglia allo stesso modo del
matrimonio. Non si tratta di privare ciascuno del diritto di
vivere come vuole [purché ovviamente non violi il Codice
penale], ma di sapere, di interrogarsi se una totale
neutralità dello Stato alla fine non dilapidi il suo [dello
Stato ]necessario ordine normativo ed i capitali sociali
indispensabili.

In questo senso, il relativismo etico soprattutto, ma anche
l'agnosticismo etico non è una base consistente per una
giusta convivenza umana. E quindi una vita giusta ha bisogno
di radicarsi in una vita buona. Non solo questo è un
progetto sociale possibile, ma desiderabile.



  b.. TRANSITO al PUNTO SUCCESSIVO


Noterete che non discuto neppure la seconda ipotesi, quella
della imposizione o dello Stato etico: essa è totalmente
insostenibile. Non solo, ma prima di passare alla terza
ipotesi, devo fare alcune importanti, necessarie
precisazioni.

La critica fatta alla neutralità/imparzialità nel punto
precedente non significa la critica, ed ancora meno il
rifiuto a quei principi e valori che la teoria e la prassi
della neutralità criticata intende tutelare e promuovere: il
valore della libertà [libertà civili, libertà religiosa,
libertà economica o di impresa, libertà della ricerca
artistica e scientifica]; il valore del riconoscimento
reciproco; il valore della pacifica convivenza di opposte
concezioni etiche e/o religiose. Il problema che pongo è un
altro: se, cioè la custodia di quei valori è possibile solo
attraverso quella figura di neutralità o se invece si deve
procedere oltre. Quando I. Berlin scrive che nessuna
società, per quanto pluralista voglia essere, non può essere
ugualmente ospitale verso tutte le concezioni della vita
buona, pone o non un problema reale?

Seconda riflessione non meno importante. Storicamente
risulta che quei valori non hanno potuto vivere a lungo,
essere custoditi a lungo senza quel sistema politico; ma è
ugualmente vero che oggi questa custodia presenta falle
preoccupanti. Sarebbe teoricamente un errore e praticamente
impossibile il voler "ritornare indietro". Il compito nostro
è di elaborare una teoria ed una prassi che non rinnegando
nulla di ciò che di positivo c'era nel passato prossimo e
meno prossimo, faccia una proposta migliore di una "vita
giusta" in ordine ad una "vita buona".

Scrive A. Panebianco: "Non si deve abdicare alla difesa
attiva e vigorosa di quel poco di libertà di cui godiamo. Né
si deve rinunciare allo sforzo di applicarla. Si deve però
sapere che i nostri sforzi sfortunatamente, non potranno mai
essere coronati da successo pieno. Anche nella società che
chiamiamo libre la sfasatura fra la libertà che vorremmo e
quella che abbiamo è dolorosamente destinata a rimanere
molto ampia" [Il potere, lo Stato, la libertà. La gracile
costituzione della società libera, il Mulino, Bologna 2004,
pag. 308].

La proposta che ora facciamo sembra più adeguata non a
sopprimere quella sfasatura, ma a renderla meno ampia.



  a.. LA GIUSTA E BUONA PARTECIPAZIONE


Inizio da un testo di J. Maritain che esprime molto bene la
ispirazione di questa proposta: "Il dramma delle democrazie
moderne è di aver cercato senza saperlo qualche cosa di
buono: la città della persona, sotto la specie di un errore:
la città dell'individuo, che conduce di per sé a terribili
liquidazioni" [La persona e il bene comune, ed. Morcelliana,
Brescia 1963, pag. 63]. Come possiamo realizzare "la città
della persona"? Parto da alcuni presupposti si carattere
ancora antropologici.

Il primo presupposto. Partendo dalla constatazione ovvia che
il sociale umano si costituisce attraverso la co-operazione
delle persone, è necessario partire dall'atto della persona,
e quindi dal valore personalistico dell'agire con gli altri
che istituisce la società.

Il valore personalistico consiste nel fatto che l'azione sia
compiuta dalla persona e che in essa la persona realizzi se
stessa; che mediante essa fiorisca la sua umanità.

Questo valore è negato quando l'agire della persona è
pre-determinato da altri fattori, e pertanto la persona non
trova più in esso la realizzazione di se stessa: non
vivrebbe nella città delle persone. Sarebbe una città
ingiusta ed in essa la persona vivrebbe una vita cattiva.

Il secondo presupposto. La modalità della vita associata che
riconosce, difende e promuove il valore personalistico dell'agire
con gli altri è la partecipazione, mediante la quale la
persona realizza se stessa anche agendo con gli altri, nell'agire
con gli altri. Ci sono beni umani che si possono realizzare
solo agendo con gli altri, e la figura della partecipazione
assicura precisamente il valore personalista del proprio
atto senza ostare alla realizzazione degli obiettivi comuni.

Sia la configurazione individualistica sia la configurazione
totalitaria si oppongono alla configurazione partecipativa e
la rendono impraticabile nella vita associata, in quanto e l'una
e l'altra partono da un errore antropologico fondamentale:
il bene dell'individuo [è qui il caso di dire] si oppone al
bene comune o comunque l'uno è estraneo all'altro. E
pertanto o il bene comune si riduce al "giusto" nel senso
che abbiamo visto nella prima parte; oppure il bene dell'individuo
va ricondotto alla costruzione di un sociale imposto come
bene totale.

E l'una e l'altra configurazione rendono impraticabile la
partecipazione, in quanto ritengono impossibile una vera
integrazione fra il bene della persona ed il bene comune. È
precisamente a questo livello che avviene lo scontro fra la
"città della persona" e la "città dell'individuo".

Il terzo presupposto. A quali condizioni è possibile
configurare la città dell'uomo come "città della persona"?

La domanda ha un duplice significato. Ha un significato
descrittivo-ipotetico: "è possibile se esistono."; ha un
significato normativo: "per realizzare una vera
partecipazione bisogna che .". Consideriamoli distintamente.

Secondo il primo significato, la partecipazione è possibile
in quanto la persona umana è per la sua stessa costituzione
comunionale; in quanto, di conseguenza, esiste un bene umano
comune; in quanto storicamente la costituzione comunionale
della persona ed il bene umano comune si concretizzano in
una comunità di destino e di vocazione, in una comunità
culturale precisa.

Nel secondo significato, la partecipazione è possibile, cioè
concretamente praticabile, se ci si impegna sul piano
oggettivo a realizzare un forma di convivenza secondo alcuni
principi ultimamente ordinatori della vita associata; se ci
si impegna sul piano soggettivo ad acquisire alcune
attitudini permanenti [= virtù] capaci di realizzare alcuni
valori fondamentali.

E siamo così arrivati, terminati i presupposti, alle
configurazioni del rapporto fra "vita giusta" e "vita buona"
nello stile della partecipazione.


2,1. A livello oggettivo. La forma di convivenza che
obiettivamente assicura una vera partecipazione è quella
costruita sulla base di alcuni principi fondamentali la cui
esigenza morale riguarda le istituzioni, le leggi, la
convivenza civile.

Questi principi sono i seguenti: la dignità incondizionata
di ogni persona umana; la radicale uguaglianza di tutti e di
ciascuno; la principalità del bene comune proprio di ogni
forma espressiva della socialità umana e costitutivo del suo
[di ogni forma] significato e ragione d'essere della sua
realizzazione; il principio della sussidiarietà.

Non è compito di questo intervento scendere ora ad una
analisi particolareggiata di ciascuno di questi principi.

Ciò che volevo dire è che una società è giusta tanto quanto
ispirata nella sua struttura e nella sua costruzione da
questi principi.

Di conseguenza non ogni concezione di vita buona è
ugualmente adeguata a costruire una città giusta in questo
senso.


2,2. A livello soggettivo. Riprendo l'ultima osservazione.
Una "città della persona", nel senso spiegato sopra, esige
che i suoi cittadini posseggano alcune attitudini
spirituali.

Per individuarle, è necessario sviluppare brevemente un tema
che sopra abbiamo appena accennato: il tema del bene comune.
Esiste un vero e proprio bene comune che è insito in ogni
particolare forma espressiva della socialità umana: il bene
comune che è insito nella società coniugale e le è proprio;
il bene comune insito nella comunità imprenditoriale o
impresa, e così via. Il bene comune è parte costituiva del
bene della persona, sia pure in grado e ragione diversa a
seconda della forma espressiva della socialità. Hanno una
particolare importanza le comunità naturali, come la
famiglia e lo Stato. Il bene comune quindi è il bene che
fonda ed istituisce ogni comunità umana: ne è - dicevano gli
Scolastici - la "causa formale".

Le attitudini di cui parlavo sono le attitudini della
persona verso il bene comune; per partecipare alla sua
realizzazione. Insomma: quale "vita buona" è adeguata per
costruire una "vita giusta"?

La prima e fondamentale attitudine è la solidarietà. Essa
consiste nella disponibilità permanente a prendersi cura
della realizzazione del bene comune proprio della comunità.

Essa può/deve esprimersi in due modi fondamentali: la
collaborazione; la opposizione. La prima modalità connota il
prendere positivamente parte alla realizzazione del bene
comune; la seconda consiste nella critica ragionevole alla
modalità con cui si sta realizzando il bene comune. Essa per
sé riguarda i mezzi non il fine. Quando l'opposizione
scendesse al livello del fine, ci troveremmo in una
condizione di grave disgregazione della convivenza sociale,
colla necessità di reinterrogarci sulle ragioni ultime dell'essere,
vivere, operare insieme.

La seconda e fondamentale attitudine è il dialogo. Essa
consiste nella disponibilità permanente ad esibire
argomentazioni razionali circa il proprio modo di realizzare
la solidarietà. È questa un'attitudine di fondamentale
importanza, sulla quale sarebbe necessaria una lunga
riflessione. Mi limito solo ad una.

Perché il dialogo rispetti la "vita giusta" è necessario che
sia ispirato dalla convinzione che esista una verità circa
il bene [comune] della persona; che pertanto esso non deve
essere pensato come un conflitto tra avversari in cui si
cerca di vincere, imponendo il proprio punto di vista; che è
una ricerca comune della verità.

Non mi resta ora più il tempo per parlare delle attitudini
viziose contrarie. Mi limito ad indicarle. Alla solidarietà
si oppone sia il conformismo sia il disimpegno; al dialogo
si oppone sia il relativismo che il fondamentalismo.

Concludo. La "vita giusta" non consiste solo nel rispetto di
regole pattuite contrattualmente in modo che ciascun
individuo sia ugualmente in grado di realizzate la propria
concezione del bene. La "vita buona" non consiste solo nella
realizzazione della propria concezione del bene.

La "vista giusta" consiste nella costruzione di una vita
associata nella quale sia possibile ad ogni persona
realizzarsi mediante l'altro, e la comunità sia una
dimensione costitutiva dell'autorealizzazione personale.

La "vita buona" consiste nella realizzazione della verità
circa il bene integrale della persona umana comprendente
anche quelle virtù che consentono una vera partecipazione
alla vita associata.

In breve: è necessario passare dalla "città dell'individuo"
alla "città della persona", e quindi riunire il giusto al
bene.


CONCLUSIONE


Quale fine quindi si propone questa Scuola che oggi apriamo?
Quello di educare uomini e donne ad operare quel passaggio e
quella riunificazione di cui parlavo.

Tale preparazione avviene ad un duplice livello: a livello
del giudizio politico; a livello della condotta.

Il livello del giudizio politico denota la capacità di
elaborare giudizi veri all'interno dei problemi propri dei
fondamentali ambiti della vita civile e politica. Veri
significa adeguati alla realtà umana ed in grado di compiere
il passaggio alla "città della persona".

Il livello della condotta è l'educazione a quelle attitudini
di cui ho parlato sopra.

La Scuola che oggi si apre si pone al primo livello di
preparazione: è educazione al giudizio politico .

+ Carlo Caffarra
Arcivescovo di Bologna

(C) ARCIDIOCESI DI BOLOGNA
C.S.G. - UFFICIO STAMPA - Via Altabella, 8

immoralità parte II

Bruxelles, 18 gen. - Un'importante [!?] risoluzione contro
l'omofobia e' stata approvata oggi dal Parlamento europeo,
per condannare ogni forma di violenza, in parole ed opere,
contro gli omosessuali.
Secondo quanto si legge in un comunicato, Vittorio
Agnoletto, europarlamentare della Sinistra unitaria, chiede
che "ora si avvii una procedura d'infrazione contro i paesi
che non rispettano i diritti degli omosessuali".
Il ministro Calderoli dovrebbe cosi' essere sanzionato
dall'Unione europea per le dichiarazioni rilasciate
all'indomani delle manifestazioni del 14 gennaio.
Dopo il voto odierno dell'assemblea di Strasburgo, secondo
Agnoletto la commissione europea non puo' piu' continuare a
mantenere un atteggiamento da Ponzio Pilato; deve invece
avviare le procedure di infrazione contro i paesi che non
rispettano la libera scelta dell'orientamento sessuale:
questo avviene in Italia, in Polonia e in tante altre
nazioni. Dopo aver ricordato che tra i diritti fondamentali
vi e' il riconoscimento delle unioni civili, Agnoletto ha
chiesto che l'Ue, attraverso l'uso di clausole sui diritti
umani nei rapporti con paesi terzi, deve esercitare una
pressione politica su tutti quei governi che ammettono
pratiche discriminatorie sulla base dell'orientamento
sessuale.
(AGI)

TRA GLI EURODEPUTATI ITALIANI HANNO VOTATO A FAVORE:
ALDE: Andria, Bonino, Chiesa,  Di Pietro, Pannella, Savi, Sbarbati
GUE/NGL:Agnoletto, Bertinotti, Catania, Guidoni, Musacchio
NI: Battilocchio
PPE-DE: Castiglione, Fatuzzo, Sartori,
PSE: Carlotti, Fava, Locatelli, Napoletano, Panzeri, Pittella,
Rosati, Zani, Zingaretti
Verts/ALE: Frassoni, Onesta

MENTRE SI SONO ASTENUTI:
ALDE: Cocilovo, Costa, Letta, Pistelli, Procacci, V. Prodi, Toia
PPE-DE: Casa

___


RISULTATO VOTAZIONE GENERALE

1. RC - B6-0025/2006 - Homophobie en Europe  - résolution
18/01/2006 12:50:15

468    A FAVORE

ALDE: Alvaro, Andrejevs, Andria, Beaupuy, Bonino,
Bourlanges, Bowles, Busk, Carlshamre, Cavada,
Chatzimarkakis, Chiesa, Cornillet, Davies, Degutis, Deprez,
Dickute, Di Pietro, Drcar Murko, Duff, Duquesne, Ek,
Fourtou, Gentvilas, Geremek, Gibault, Griesbeck, Guardans
Cambó, Hall, Harkin, Hennis-Plasschaert, in 't Veld,
Jäätteenmäki, Jensen, Jukneviciene, Kacin, Karim, Klinz,
Koch-Mehrin, Krahmer, Kulakowski, Laperrouze, Lax, Ludford,
Lynne, Maaten, Malmström, Manders, Matsakis, Morillon,
Mulder, Newton Dunn, Neyts-Uyttebroeck, Nicholson of
Winterbourne, Ortuondo Larrea, Oviir, Pannella, Polfer,
Ries, Riis-Jørgensen, Samuelsen, Savi, Sbarbati, Schuth,
Staniszewska, Starkeviciute, Sterckx, Szent-Iványi, Wallis,
Watson

GUE/NGL: Adamou, Agnoletto, Bertinotti, Brie, Catania, de
Brún, Figueiredo, Flasarová, Guerreiro, Guidoni, Henin,
Kaufmann, Kohlícek, Liotard, Markov, Mastálka, Meijer, Meyer
Pleite, Musacchio, Papadimoulis, Pflüger, Ransdorf, Remek,
Seppänen, Sjöstedt, Stroz, Triantaphyllides, Uca, Verges,
Wurtz, Zimmer

IND/DEM: Bonde, Goudin, Karatzaferis, Lundgren, Wohlin

NI: Battilocchio, Belohorská, Bobosíková

PPE-DE: Ashworth, Atkins, Ayuso González, Bachelot-Narquin,
Barsi-Pataky, Bauer, Beazley, Becsey, Belet, Berend, Böge,
Bowis, Brejc, Brepoels, Bushill-Matthews, Callanan,
Castiglione, del Castillo Vera, Cederschiöld, Chichester,
Coelho, Coveney, Dehaene, Deva, De Veyrac, Díaz de Mera
García Consuegra, Dimitrakopoulos, Doorn, Dover, Doyle,
Duka-Zólyomi, Ehler, Elles, Esteves, Eurlings, Fatuzzo,
Fernández Martín, Fjellner, Fraga Estévez, Freitas, Gahler,
Gál, Gala, Galeote Quecedo, García-Margallo y Marfil,
Garriga Polledo, Gewalt, Gklavakis, Glattfelder, Goepel,
Graça Moura, de Grandes Pascual, Grosch, Grossetête, Gyürk,
Hannan, Harbour, Hatzidakis, Heaton-Harris, Herranz García,
Hieronymi, Higgins, Hökmark, Ibrisagic, Itälä, Iturgaiz
Angulo, Jackson, Járóka, Jeggle, Kamall, Karas, Kasoulides,
Kauppi, Kirkhope, Kratsa-Tsagaropoulou, Kuskis, Langendries,
López-Istúriz White, Maat, McGuinness, McMillan-Scott,
Marques, Mato Adrover, Matsis, Mavrommatis, Méndez de Vigo,
Millán Mon, Montoro Romero, Oomen-Ruijten, Parish, Peterle,
Pinheiro, Poettering, Pomés Ruiz, Purvis, Rack, Rudi Ubeda,
Salafranca Sánchez-Neyra, Sartori, Schierhuber, Schmitt,
Schnellhardt, Schöpflin, Schröder, Schwab, Seeber, Seeberg,
Sommer, Stenzel, Stevenson, Stubb, Sturdy, Szájer, Tannock,
Thyssen, Toubon, Trakatellis, Vakalis, Van Orden, Varela
Suanzes-Carpegna, Varvitsiotis, Vidal-Quadras Roca, Vlasák,
Weisgerber, Wieland, Wijkman, Wortmann-Kool, Zatloukal,
Zieleniec, Zverina

PSE: Andersson, Arif, Arnaoutakis, Assis, Ayala Sender,
Badia I Cutchet, Barón Crespo, Batzeli, Beglitis, Benová,
Berès, van den Berg, Berman, Bersani, Bösch, Bono, Bourzai,
Bozkurt, Bullmann, van den Burg, Busquin, Calabuig Rull,
Capoulas Santos, Carlotti, Carnero González, Cashman,
Castex, Cercas, Christensen, Corbett, Corbey, Cottigny,
D'Alema, De Rossa, Désir, De Vits, Díez González, Dobolyi,
Douay, Dührkop Dührkop, El Khadraoui, Estrela, Ettl, Evans
Robert, Falbr, Fava, Fazakas, Fernandes, Ferreira Anne,
Ferreira Elisa, Ford, Fruteau, García Pérez, Gebhardt,
Geringer de Oedenberg, Gierek, Gill, Glante, Golik, Gomes,
Grabowska, Grech, Gröner, Groote, Gruber, Gurmai, Guy-Quint,
Hänsch, Hamon, Harangozó, Hasse Ferreira, Haug, Hazan, Hedh,
Hedkvist Petersen, Hegyi, Herczog, Honeyball, Howitt,
Hughes, Hutchinson, Ilves, Jöns, Jørgensen, Kindermann,
Kinnock, Kósáné Kovács, Koterec, Krehl, Kreissl-Dörfler,
Kristensen, Kuc, Kuhne, Laignel, Lambrinidis, Lavarra, Le
Foll, Lehtinen, Leichtfried, Leinen, Lienemann, Locatelli,
McAvan, McCarthy, Madeira, Manka, Mann Erika, Martin David,
Martínez Martínez, Masip Hidalgo, Mastenbroek, Matsouka,
Medina Ortega, Menéndez del Valle, Miguélez Ramos, Mikko,
Moraes, Moreno Sánchez, Morgan, Moscovici, Muscat, Myller,
Napoletano, Navarro, Obiols i Germà, Öger, Paasilinna,
Pahor, Paleckis, Panzeri, Patrie, Piecyk, Pinior, Pittella,
Pleguezuelos Aguilar, Poignant, Prets, Rapkay, Rasmussen,
Reynaud, Rocard, Rosati, Roth-Behrendt, Rothe, Roucek,
Roure, Sacconi, Sakalas, Salinas García, Sánchez Presedo,
dos Santos, Savary, Schapira, Scheele, Schulz, Segelström,
Sifunakis, Skinner, Sornosa Martínez, Stockmann, Swoboda,
Szejna, Tabajdi, Tarabella, Tarand, Thomsen, Titley,
Trautmann, Tzampazi, Valenciano Martínez-Orozco, Van
Lancker, Vaugrenard, Vergnaud, Vincenzi, Walter, Weber
Henri, Weiler, Wiersma, Wynn, Xenogiannakopoulou,
Yañez-Barnuevo García, Zani, Zingaretti

UEN: Aylward, Camre, Crowley, Ó Neachtain, Pavilionis, Ryan

Verts/ALE: Auken, Beer, Bennahmias, Breyer, Buitenweg,
Cohn-Bendit, Cramer, Evans Jillian, Flautre, Frassoni,
Graefe zu Baringdorf, de Groen-Kouwenhoven, Hammerstein
Mintz, Harms, Hassi, Horácek, Hudghton, Isler Béguin, Joan i
Marí, Jonckheer, Kallenbach, Kusstatscher, Lagendijk,
Lambert, Lichtenberger, Lipietz, Lucas, Özdemir, Onesta,
Romeva i Rueda, Rühle, Schlyter, Schmidt, Schroedter, Smith,
Staes, Trüpel, Turmes, Voggenhuber, Zdanoka


149   CONTRO

IND/DEM: Borghezio, Grabowski, Krupa, Pek, Piotrowski,
Rogalski, Salvini, Sinnott, Speroni, Tomczak, Zapalowski

NI: Allister, Baco, Chruszcz, Claeys, Czarnecki Marek
Aleksander, Czarnecki Ryszard, Dillen, Giertych, Gollnisch,
Helmer, Kilroy-Silk, Lang, Le Rachinel, Martinez, Masiel,
Mölzer, Mote, Romagnoli, Schenardi, Vanhecke, Wojciechowski
Bernard Piotr

PPE-DE: Albertini, Andrikiene, Antoniozzi, Audy, Braghetto,
Brezina, Brunetta, Busuttil, Buzek, Cabrnoch, Caspary,
Chmielewski, Demetriou, Descamps, Deß, Dionisi, Dombrovskis,
Ferber, Florenz, Fontaine, Friedrich, Gargani, Gauzès,
Gawronski, Gomolka, Gräßle, Guellec, Gutiérrez-Cortines,
Hoppenstedt, Hudacký, Jalowiecki, Kaczmarek, Kelam, Klaß,
Koch, Konrad, Kudrycka, Lamassoure, Langen, Lauk, Lechner,
Lehne, Lewandowski, Liese, Lulling, Mauro, Mayer, Mayor
Oreja, Mikolásik, Musotto, Nassauer, Niebler, Olajos,
Olbrycht, Ouzký, Pack, Panayotopoulos-Cassiotou, Pieper,
Piks, Piskorski, Plestinská, Posdorf, Posselt, Protasiewicz,
Queiró, Quisthoudt-Rowohl, Radwan, Reul, Ribeiro e Castro,
Roithová, Rübig, Saïfi, Saryusz-Wolski, Siekierski, Sonik,
Spautz, Stastný, Strejcek, Sudre, Surján, Tajani, Ulmer,
Vatanen, Ventre, Vernola, Vlasto, Weber Manfred, von Wogau,
Záborská, Zaleski, Zappalà, Zwiefka

PSE: Casaca

UEN: Angelilli, Berlato, Bielan, Didziokas, Foglietta,
Foltyn-Kubicka, Janowski, Kaminski, Krasts, Kristovskis,
Kuzmiuk, La Russa, Libicki, Muscardini, Musumeci, Pirilli,
Podkanski, Poli Bortone, Roszkowski, Szymanski, Tatarella,
Vaidere, Wojciechowski Janusz, Zile

41  ASTENSIONI

ALDE: Budreikaite, Cocilovo, Costa, Lehideux, Letta,
Pistelli, Procacci, V. Prodi, Takkula, Toia, Väyrynen

IND/DEM: Batten, Belder, Blokland, Booth, Clark, Farage,
Knapman, Nattrass, Titford, Wise, Zelezný

NI: Kozlík, Rivera, Rutowicz

PPE-DE: Casa, Duchon, Fajmon, Hybásková, Korhola,
Landsbergis, Martens, Nicholson, Novak, Papastamkos,
Samaras, Silva Peneda, Skottová, Zahradil

PSE: Liberadzki

Verts/ALE: van Buitenen

http://www.europarl.eu.int/omk/sipade3?PUBREF=-
//EP//NONSGML+PV+20060118+RES-RCV+DOC+WORD+V0//IT&LEVEL=2&NAV=S&L=IT

immoralità parteI

Centro Europeo di Studi su Popolazione, Ambiente e
SviluppoLe news di CESPAS
Newsletter 11/2005
16-01-2006
http://www.cespas.org/
cespas@cespas.org

UE/1. La Commissione vuole obbligare i dottori a praticare
l'aborto.
Un rapporto dell'EU Network of Independent Experts on
Fundamental Rights (EUNIEFR, Commissione dell'Unione Europea
di esperti indipendenti sui Diritti Fondamentali) condanna
una bozza di trattato tra Slovacchia e Santa Sede che
garantisce l'obiezione di coscienza ai medici e paramedici
che non intendono praticare aborti. Motivo: il diritto all'obiezione
di coscienza non può ledere i diritti delle donne alla
salute. Il rapporto di 40 pagine (Opinion no. 4/2005,
pubblicato il 15 dicembre 2005) riconosce l'esistenza di un
diritto all'obiezione di coscienza garantito dalle
Convenzioni internazionali, ma sostiene che esso "non è
illimitato", ovvero "può confliggere con altri diritti
ugualmente riconosciuti dal diritto internazionale. In
queste circostanze deve essere trovato un equilibrio tra
queste esigenze conflittuali, per cui un diritto non deve
essere sacrificato a un altro".

Nel caso specifico, l'EUNIEFR sostiene che laddove l'aborto
è garantito per legge, ogni donna ha diritto a ricevere il
trattamento medico in tal senso, per cui lo Stato deve
assicurare quanto segue:

Ogni rifiuto a praticare l'aborto deve avere un'alternativa
efficace che però lo consenta;
Deve essere previsto l'obbligo per il medico obiettore di
informare la donna su a chi e dove fare riferimento per
accedere all'aborto;
Che ci sia effettivamente la disponibilità di un altro
sanitario qualificato a praticare l'aborto, comprese le aree
rurali o periferiche (vale a dire deve essere facilmente
raggiungibile).

L'Opinione della Commissione Europea intende chiaramente
vanificare l'istituto dell'obiezione di coscienza, ma
soprattutto creare un precedente che permetta di considerare
l'aborto come un diritto umano fondamentale. La costruzione
giuridica alla base dell'Opinione riconosce infatti che il
diritto all'obiezione di coscienza è "un'implicazione del
diritto alla libertà di religione", ovvero un diritto
fondamentale che può essere limitato solo da un diritto che
abbia la stessa forza. L'aborto, riconosce la Commissione
UE, non è riconosciuto come diritto dalla Convenzione
Europea sui diritti umani, ma appellandosi ad alcune
Convenzioni Internazionali (quella sui Diritti politici e
civlili e quella contro la Discriminazione delle donne), per
quel che riguardano - paradossalmente - il diritto alla vita
e il diritto alla salute, si arriva a considerare l'accesso
all'assistenza medica per l'aborto come un diritto che pone
limiti all'obiezione di coscienza.

Oltretutto ciò che vale per l'aborto - si trova scritto
nell'Opinione degli esperti UE - deve valere anche per
l'eutanasia, la celebrazione del matrimonio tra omosessuali
e la distribuzione dei contraccettivi.

L'Opinione attacca in diverse parti le prerogative delle
religioni e in particolare della Chiesa cattolica, ma -
oltre ad essere molto discutibile sul piano giuridico - se
venisse applicata e usata come precedente da usare a livello
internazionale (è questo il vero scopo di chi l'ha redatta)
avrebbe pesanti ripercussioni sul sistema sanitario mondiale
e soprattutto si trasformerebbe in una pesante ipoteca per
lo sviluppo dei Paesi poveri. Secondo i dati ufficiali
forniti dal Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari,
alla Chiesa (ordini religiosi, diocesi e altre
organizzazioni) sono legate ben 21.751 istituzioni sanitarie
presenti in 135 Stati. In molti Paesi in via di Sviluppo le
strutture sanitarie nazionali sono praticamente garantite in
toto o in massima parte da istituzioni cattoliche, che
rischierebbero così di dover chiudere nell'impossibilità di
accettare di praticare aborti.


UE/2. Chi c'è dietro gli esperti "indipendenti" della
Commissione

Cos'è l'EU Network of Independent Experts on Fundamental
Rights (EUNIEFR) che ha redatto l'Opinione 4/2005 che di
fatto nega l'obiezione di coscienza in materia di aborto ed
eutanasia?

L'EUNIEFR, si legge nello specifico sito all'interno del
portale della CommissioneEuropea
(http://europa.eu.int/comm/justice_home/cfr_cdf/index_en.htm),
è stata istituita nel 2002 come conseguenza di una
Raccomandazione del Parlamento Europeo e dipende dalla
Direzione Generale per Giustizia, Libertà e Sicurezza
(direttore è l'inglese Jonathan Faull, in precedenza
portavoce del presidente della Commissione Romano Prodi). Il
Network è coordinato dal professor Olivier De Schutter
(Università di Lovanio) ed è formato da un esperto per ogni
Paese (per l'Italia è il professor Bruno Nascimbene, docente
di diritto internazionale ed esperto in particolar modo di
immigrazione e cittadinanza). L'elenco completo dei membri
dell'EUNIEFR si trova nel sito.

Ciò che invece nel sito non viene spiegato è che in realtà a
decidere le Opinioni è soltanto il professor De Schutter con
i suoi collaboratori del Centro di Ricerche
Interdisciplinari sui Diritti dell'Uomo (CRIDHO) che egli
dirige all'interno della Nuova Università di Lovanio (che
rimane cattolica nominalmente ma è ormai sfuggita al
controllo dei vescovi belgi ed è in aperta concorrenza con
la vecchia Università Cattolica). Ad esempio, per l'Opinione
in questione agli esperti del Network è stato chiesto
semplicemente come nei singoli Paesi è trattata la questione
dell'obiezione di coscienza, ma la redazione, la stesura e
la pubblicazione della Opinione è avvenuta senza il loro
effettivo contributo e senza il loro consenso.

Non sorprende perciò che la costruzione giuridica alla base
dell'Opinione ricalchi esattamente gli argomenti presentati
dal Center for Reproductive Rights (CRR), le cui
osservazioni scritte sono peraltro allegate (Appendix II)
all'Opinione. Il CRR (www.crlp.org) è un'organizzazione
statunitense creata nel 1992 con l'obiettivo di esplorare la
"via giuridica" all'aborto, ovvero come scardinare le
legislazioni restrittive sull'aborto a colpi di Convenzioni
internazionali e interpretazioni (l'Opinione in questione ne
è un chiaro esempio). Il CRR è inoltre sostenuto e
finanziato dalle solite grandi fondazioni americane
(Hewlett, Packard, Ford, Soros, McArthur tanto per citare le
più famose) e dalla solita UNFPA (il Fondo ONU per la
Popolazione). In Italia ha un solido rapporto con l'AIDOS
(Associazione Donne per lo Sviluppo), organizzazione
abortista che cura ogni anno la traduzione in italiano e la
p! resentazione del Rapporto UNFPA sulla popolazione. Non
sorprenderà dunque neanche il fatto che l'Opinione degli
Esperti "indipendenti" UE sull'obiezione di coscienza non si
trovi ancora sul sito dell'EUNIEFR ma è già su quello del
CRR.

Il presunto Network di esperti indipendenti si presenta
perciò - almeno su questi temi - soltanto come una comoda
facciata dietro la quale manovra un ristretto gruppo di
persone al soldo delle grandi lobby internazionali
abortiste. E' un altro esempio clamoroso di come - aldilà
dei grandi vertici politici - la politica europea sia in
mano a oscuri funzionari che agiscono nell'ombra e sfuggono
a ogni controllo da parte della popolazione europea.

 India: Mezzo milione di donne l'anno eliminate con l'aborto
selettivo

 Dieci milioni di donne in 20 anni sono state eliminate in
India con l'aborto selettivo. E' il risultato di uno studio
presentato dal settimanale scientifico britannico The
Lancet. Lo studio si basa sui dati del Rapporto Speciale su
Fertilità e Mortalità pubblicato nel 1998, che ha raccolto
la storia della fecondità di donne presenti in un 1 milione
100mila gruppi familiari, distribuiti in tutta la nazione.

Ebbene, per le 133.738 nascite del 1997 prese in esame, i
ricercatori hanno trovato che il rapporto tra femmine e
maschi era di 759 a 1000 per le seconde nascite quando la
prima era femmina, ratio che scendeva a 719 per 1000 quando
le prime due erano femmine. Il rapporto saliva invece
rispettivamente a 1.102 e 1.176 femmine per 1000 maschi se i
primi nati erano maschi. Altro dato interessante è che il
rapporto femmine-maschi risulta significativamente più basso
tra le donne con tasso di istruzione medio-alto.

Secondo i ricercatori questi dati dimostrano che proprio l'aborto
selettivo è la ragione della bassa nascita di femmine in
India e una stima conservativa permette di stabilire che
ogni anno in questo modo vengono eliminate in India almeno
mezzo milione di bambine (10 milioni negli ultimi venti
anni).

Fin qui lo studio. Vale però la pena di chiedersi il perché
di questo fenomeno, visto che lo squilibrio tra femmine e
maschi è un fenomeno relativamente recente. Purtroppo nei
commenti di politici e sociologi si mette in evidenza solo
una parte del problema, ovvero i motivi culturali ed
economici che ai genitori indiani fanno preferire un maschio
alla femmina. Ma questo fatto - e il disastro che ne deriva
in fatto di "strage delle bambine" - non ci sarebbe senza le
violente campagne di controllo delle nascite lanciate in
India già negli anni '70 e che stanno conoscendo un nuovo
revival. E i vari governi indiani sono stati fortemente
sostenuti in questo dalle agenzie dell'ONU e dai Fondi per
lo Sviluppo dei singoli Paesi occidentali (cfr. Newsletter
no. 6/2005 del 21 ottobre 2005). Per porre fine a questa
tragedia è perciò necessario ripensare anzitutto le
condizioni poste dalle agenzie internazionali per gli aiuti
allo sviluppo e rimettere in discussione l'esiste! nza di
certe agenzie come il Fondo delle Nazioni Unite per la
Popolazione (UNFPA), massimo responsabile mondiale delle
politiche di controllo delle nascite.


1月21日

 
 
riguardando la trilogia de "lord of the ring" ho apprezzato davvero tanto l'immagine femminile di Eowyn.
donna moderna, emancipata ma che non rinuncia alla propria femminilità.
peccato che nel mondo di oggi ci siano sempre meno ragazze capaci di saper essere femminili e sempre più donne arriviste.
viva le donne-donne, abbasso le donne-uomo 
 
1月18日

x claudia

è da un po ke nn passi!!!
se preferisci c lasciamo la mail...
fammi sapere

storia dell'aborto

L’aborto antico
Da Aristotele alla Ru486, storia del progresso di conoscenza sulla vita
prenatale e del suo svilimento
 

L’aborto, come si dice spesso, per “addolcirlo”,
o per passare ad altro, è sempre esistito. Come ogni cattiveria
umana, non è dunque una novità. Ma quello che dobbiamo chiederci, per non
affogare nella banalità, è il perché una simile, terribile realtà, sia esplosa a livello
di massa. Nel mondo pagano l’aborto c’era, ma nulla si conosceva dell’intima vita
embrionale, e si considerava il feto solo come una pars ventris della donna. Moltissime
testimonianze greche e romane dimostrano però che vi era comunque
una grande cautela. Aristotele, ad esempio, nella Politica legittima l’aborto, ma
solo “prima che nel feto si siano sviluppate la sensibilità e la vita”; similmente
secondo la lex cathartica di Cirene, collocabile tra il 331 e il 326 a.C., “se la gravidanza
è in stato avanzato, il feto viene considerato un essere umano” (Giulia Galeotti,
“Storia dell’aborto”, il Mulino). Ancora più chiara la posizione di Ippocrate,
cui giuramento (460-370 a.C.) recita: Non somministrerò ad alcuno, neppure
se richiesto, un farmaco mortale… parimenti mai ad alcuna donna suggerirò prescrizioni
che possano farla abortire”. Ippocrate infatti conosceva il pericolo cui si
sottoponevano, e si sottopongono tuttora, le donne che abortivano: “Quelle che
abortiscono corrono maggior pericolo; gli aborti, invero, sono infatti più penosi dei
parti… C’è infatti pericolo… e questo pericolo è grande”.
Mario Palmaro, nel suo “Ma questo è un uomo” (San Paolo), fornisce una lunga serie
di giudizi avversi all’aborto di personalità del mondo romano, da Cicerone, a
Plinio il Vecchio, secondo il quale l’aborto rende gli umani “ben più nocivi delle
fiere”, al poeta Ovidio, che in una elegia deplora l’amica Corinna, che si è procurata
l’aborto per motivi estetici, “perché il ventre non abbia il guaio delle rughe”, ed
ora a letto in “pericolo di vita”. Ma ciò che appare più significativo è il fatto che
anche a livello di leggi il mondo romano, che pure, lo ripeto, non conosceva la vita
prenatale, e che prevedeva lo “ius vitae ac necis” del pater sulla moglie e sui figli già
nati, concedeva però al feto un qualche status giuridico, nel momento in cui, ad
esempio, considerava “la pratica (abortiva, ndr) causa di separazione matrimoniale”
faceva rimandare l’esecuzione o la tortura di una donna incinta.
La struttura portante non porta più
Nell’antichità pagana, dunque, l’aborto era stigmatizzato dalla cultura dominante.
Oggi tutto è cambiato: l’aborto diviene sempre più diffuso, un vero fenomeno di
massa, difeso, frainteso, talora sacralizzato come diritto, da gran parte degli intellettuali
contemporanei. Lo notava anche Giuliano Amato, nel 1988, allorché ricordava
come nel sentire della sua generazione fosse talora contemplata la possibilità
di abortire, così, semplicemente per poter concludere un libro, senza disturbi.
Panorama, 15.05.1988). Occorre dunque andare alla radice, alle cause culturali, religiose.
Non esiste più, oggi, un concetto di famiglia condiviso: la struttura portante
della società non porta più, ed è diventata, al contrario, il luogo, spesso, della depressione
e dello scetticismo. Chi lo dice, ai miei alunni senza padre, o senza madre,
che la vita è sacra, quando non possono incasellarla, per esperienza, in una istituzione
che la curi, la coltivi e la renda degna? Chi mostra, ai giovani sbattuti qua e là da
genitori in perenne conflitto, che la vita è bella, perché espressione dell’amore, del
servizio, dell’essere in relazione? Chi lo dice, a quelli che hanno convissuto con più
padri, o più madri, che non è giusto avere rapporti occasionali, anche perché si può
dar vita, per gioco, a una creatura vera, e trovarsi poi a sopprimerla, con violenza?
Ma soprattutto, chi ricorda, nell’epoca del matrimonio svilito dalla banalizzazione del
divorzio, che un figlio è di due persone, divenute una? Perché il problema è forse
qui: nel non voler riconoscere che entrambi, uomo e donna, sono responsabili della
nascita, o dell’eliminazione, di un figlio, in quanto di entrambi è la responsabilità del
rapporto che lo ha preceduto. La vita, cioè, concepisce prima, come dice la parola,
nello spirito, come apertura – cos’altro ci è chiesto, e cos’altro potremmo offrire? – ad
essa: così la morte. Per questo gli aborti sono più numerosi là dove si utilizzano di più
gli anticoncezionali: come rimedio a un loro fallimento, o alla volontà di due persone
di non assumersi la responsabilità, cioè la pienezza, del loro amore. Per questo la
Ru486, con la sua sola presenza, contribuirà a rinvigorire, e alla grande, l’odierna
cultura di morte.
Francesco Agnoli

1月17日

ferrari primi giri

 
 
la ferrari comincia a provare
ci aspetta un anno pieno di nuove soddisfazioni.
c toglieremo l'amaro di bocca!!!