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1月31日 copulo ergo sumQualche giorno fa sono stato invitato al vernissage della Fiera d’Arte Contemporanea di Bologna e ho fatto una lunga passeggiata tra gli stand delle gallerie, alcune molto importanti. Ciò che mi ha colpito di più, a parte lo scarso livello generale dell’esposizione, è stato lo strano contrasto tra il pubblico presente e i soggetti per antonomasia dell’arte odierna: il corpo umano e il sesso. Per chi non lo conoscesse, il mondo dell’arte contemporanea è una carnascialesca fiera delle vanità, una passerella per una finta avanguardia culturale che ormai da anni fa il verso al glamour, insegue la trovata in fashion, si crede trendy. Roba per ricchi radical chic ossessionati dalla trasgressione libertaria. Il guaio è che, vedendo quella lunga serie sguaiata di sederi, organi genitali, accoppiamenti, immagini trans, fetish, bondage, sadomaso, si capiva benissimo che la trasgressione è ormai divenuta uno stanco conformismo. Il feticismo del corpo divenuto utensile a fini di libido è la foglia di fico di un’abissale mancanza di idee e di cultura, un rassegnato puntare sul vacuo sensazionalismo di un pensiero scadente. Schiavo di tutto quanto il resto, l’uomo contemporaneo fa perno sul pube e gira a vuoto, come una ridicola trottola, magari firmata Armani o Dolce&Gabbana, per salvare l’anima borghese dell’orgoglio belluino. Quel che mi mancava di più, mentre passeggiavo disattento tra gli stand, era la sobrietà, lo stile (venivo dalla lettura delle “Meditazioni” di Cartesio, dovete compatirmi), attributi di chi ha qualcosa da dire e che, quindi, non deve preoccuparsi di agghindare ciò che non ha da dire. Dicevo, però, del contrasto. Ebbene sì, l’ironia involontaria dell’esibizione mondana stava nella divergenza irresolubile tra la smagliante sinuosità dei corpi riprodotti nelle opere e l’aspetto terreo dei volti, la bruttezza segaligna o butirrosa delle silhouette, l’inutile ridondanza dei trucchi e dei belletti sui tratti fatiscenti, le voci chiocce dei presenti intente a salutare i soliti Dado, Puppi, Giangi, Gigiotto, Netty (in realtà Anastasia, residente a Valvisciolo, provincia di Latina): un’umanità residuale, decrepita, una galleria di affettate scimmie postmoderne. Questa esperienza quasi ludica mi ha indotto a riflettere sul manifesto collegamento tra il declino culturale dell’occidente - ormai in grado di esprimersi, salvo rare eccezioni, solo nell’ambito di un kitsch passato dal citazionismo dei suoi albori alla ripetitività ossessiva di oggi - e il passaggio dalla cosiddetta liberazione sessuale a quello che potremmo definire un sessualismo della libertà. La frontiera della libertà occidentale ha ormai contenuti essenzialmente sessuali e le scelte sessuali sono state elevate al rango di diritti civili da reclamare. Si dice che chi parli tanto di sesso in realtà ne faccia poco: ebbene io credo che la sessualizzazione della cultura sia quantomeno sintomo d’impotenza culturale.
Spinto da queste riflessioni ho collezionato una galleria di testimonianze di questa follia generale che vale davvero la pena di elencare.
Innanzitutto, l’industria cinematografica ha pensato bene di dedicare una pellicola a quel brav’uomo di Alfred Charles Kinsey, l’entomologo americano autore del famoso rapporto-bufala secondo il quale il 10% della popolazione mondiale sarebbe omo o bisessuale (smentito poi dagli studi più recenti che danno quella percentuale intorno al 2-3%), ma soprattutto noto sostenitore della pedofilia. La sua biografa Judith Reisman si è chiesta, giustamente, su quali basi costui possa avere affermato nei suoi lavori “che bambini di due mesi hanno avuto un orgasmo o che un bimbo di 4 anni ha avuto 26 orgasmi in 24 ore”. Suppongo sia difficile pensare che certi rilievi siano stati fatti con un contatore geiger. Un personaggio a dir poco oscuro che però, agli occhi degli erotomani di tutto il mondo, ha avuto il grande merito di affermare che “la normalità non esiste”. Ma proseguiamo. Ogni buon sito gay che si rispetti annovera tra le sue tesi baluardo le 450 specie animali sulle quali si sono osservati comportamenti omosessuali. A prima vista salta agli occhi la totale assenza del sospetto che un comportamento animale e la psicologia umana siano ancora due cose distinte e ciò è curioso proprio da parte dei più accaniti avversari della legge naturale. Tant’è, come si dice non spacchiamo il capello in quattro. E’ grave, però, che nessuno faccia riferimento a ciò che gli etologi dicono davvero circa il significato di tali comportamenti, che sono appunto giochi, atti di sottomissione, meccanismi di controllo demografico che non implicano mai la rinuncia alla funzione riproduttiva (per i maschi, infatti, non comportano nemmeno l’eiaculazione). E poi, se veramente madre natura ci indicasse la via da seguire in materia di sesso, perché mai non celebrare le abitudini erotiche della mantide religiosa che, com’è noto, nel corso dello struggente accoppiamento accoppa il partner? Immagino che il povero animale non venga adeguatamente considerato per via dell’aggettivo: non sia mai si dovesse scoprire che la mantide, oltre che genericamente “religiosa”, è pure cattolica. Andiamo oltre. C’è un tizio di nome Maurizio Turco (che - non so perché – mi fa pensare a Peppino De Filippo ne “La banda degli onesti”: ricordate lo squattrinato tipografo Lo Turco, quello al quale Totò storpia sempre il cognome in “Lo Struzzo”, “Lo Trucco”?), già deputato europeo (lei non sa chi sono io! ma mi faccia il piacere!) e segretario di anticlericale.net, che, a margine di un comunicato stampa riguardante un caso di molestie su minori da parte di un sacerdote, ha affermato che le gerarchie cattoliche sono “tutt’oggi incapaci di governare la piaga delle deviazioni e sofferenze sessuali, provocata dalla politica sessuofobica vaticana.” Costui dimentica ovviamente che l’aumento dei reati a sfondo sessuale non è una particolare caratteristica del mondo ecclesiastico: i dati in questo senso sono inquietanti e parlano di una crescita diffusa, generale ed esponenziale, in una società che, lungi dal condividere la "sessuofobia" vaticana, ha fatto proprio della liberazione dei costumi sessuali il suo principale motivo d'orgoglio. Pare quindi non azzardato dedurre che la Chiesa, che non vive nell’iperuranio, sia semplicemente coinvolta da questo trend generale e che la “politica sessuofobica” c’entri quindi come i cavoli a merenda. L’aumento vertiginoso dei crimini sessuali è dovuto proprio all’erotomania galoppante, l’esatto contrario della tendenziosa tesi di Lo Turco, pardon di Turco. A questo proposito una perla: anticlericale.net ha qualche relazione col Partito Radicale. Negli anni ’80 la radio nazionale danese mandava in onda un programma il cui titolo in italiano suona così: “Papà, posso giocare col tuo pisello?”, un cult per i pedofili di tutto il mondo. Beh, indovinate quale radio mandò in onda la versione italiana? Ma è ovvio: Radio Radicale. E, come diceva sempre il buon Peppino, ho detto tutto. Procediamo ancora. Ho scoperto una strana relazione di amore-odio tra il mondo omosessuale e quello pedofilo. Da una parte sappiamo che l’associazione americana di pedofili NAMBLA (North American Man-Boy Lovers Association) ha fatto parte per dieci lunghi anni dell’ILGA (International Lesbian and Gay Association, tra l’altro organo consultivo dell’Economic and Social Council dell’ONU), dopo aver contribuito attivamente alla sua fondazione, e che in Belgio le associazioni omosessuali hanno chiesto e ottenuto, nel 1990, la depenalizzazione dei rapporti sessuali con minorenni al di sopra dei 12 anni, dall’altra, però, pare sia in corso tra loro una baruffa di proporzioni planetarie documentata su questo sito bellamente in rete col titolo “Danish Pedophile Association”. I pedofili ne dicono di tutti i colori sugli omosessuali e, rivendicando le comuni origini patologiche e lamentando il diverso trattamento da parte dell’APA e dell’OMS, al grido di muoia Senz’ano con tutti i filistei, fanno una serie di piccanti rivelazioni sulle modalità con le quali i gruppi di pressione omosessuali avrebbero ottenuto la famosa “cassazione” dall’elenco del DSM (pare addirittura che gli attivisti gay picchettassero i convegni dell’APA coi manganelli in mano). Vi assicuro che, se non ci fosse di che piangere, la lettura ricorderebbe un delirio surreale dei fratelli Marx.
Ecco, questo è un piccolo assaggio di cos’è diventato l’occidente libertario: un grande, triste e autoreferenziale bordello.
da "critica della ragion pubblica" 1月30日 sù la testa(AGI) - Gaza, 30 gen. - Le proteste contro il fumetto scandinavo che raffigura Maometto sono esplose anche nella Striscia di Gaza dove diversi uomini armati legati a Fatah hanno manifestato, sparando in aria, di fronte a un ufficio di assistenza tecnica all'Unione Europea, e minacciato i cittadini danesi e norvegesi che lavorano nella regione. "Finche' non arriveranno le scuse ufficiali del governo danese", ha detto uno degli uomini leggendo un comunicato, "vieteremo a danesi e norvegesi di entrare a Gaza".
L'Unione europea ha smentito la notizia, circolata in un primo momento, di un'irruzione nelle proprie sedi ma ha confermato la manifestazione. La sede in questione, ha precisato la portavoce alle Relazioni Esterne, Emma Udwin, e' "un ufficio di assistenza tecnica" davanti al quale "uomini armati hanno fatto una specie di manifestazione scaricando in aria le armi, come e' abbastanza tradizionale nella regione". "Nessun collega e' stato in pericolo", ha concluso Udwin, "erano tutti al sicuro e a casa loro". La protesta del mondo islamico contro il fumetto e' cresciuta nelle ultime settimane e ha portato alcuni Stati a protestare ufficialmente nei confronti della Danimarca oppure, come la Libia, a chiudere l'ambasciata a Copenaghen. La vicenda potrebbe presto approdare all'Assemblea generale dell'Onu per iniziativa dei Paesi arabi, sollecitati dall'Organizzazione per la conferenza islamica a chiedere una risoluzione che vieti le offese alle fedi religiose. Preoccupata dal montare delle proteste, Copenaghen ha invitato alla "massima vigilanza" i cittadini danesi che vivono nel mondo arabo. ORA MIA RIFLESSIONE
cosa dovrebbero dire i cattolici che vedono presi in giro oltre, a Gesù e a immagini sacre di Dio,
anche preti e suore nei vari spot pubblicitari di questo o quel prodotto?
se è lecito quanto fatto nelle regioni islamiche (e non lo credo) allora bisogna che noi cattolici facciamo atrettanto!
oltre a ciò mi pare che le comunià islamiche non capiscano che non hanno il potere assoluto.
si permettono, x sfregio, di bruciare vessilli di Paesi lontani x protesta, ma non è così che si fa dalle nostre parti.
se non sono capaci di accettare la satira allora non aprano bocca fin quando io cattolico potrò andare a pregare a lamecca in una chiesa.
basta dire questo per capire la prepotenza di certa parte dell'islam non moderato.
è ora che gli europei non abbassino la testa se è vero è una vergognaCaro R.C.(...), ora ne ho una nuova, proprio fresca. Riguarda l'aborto! Un giornale, di cui poi le dirò il titolo, riceve una lettera da un lettore che contesta che di fronte a 9000 morti annuali per incidenti, 700 per omicidio e 500 per droga ci sia una legge he autorizza la morte di 130.000 bambini per aborto ( o interruzione volontaria di gravidanza, come dice la legge ) Afferma una "leggerezza " nell'uccidere un bambino senza che lo Stato dica niente. Risposta del giornale ? Gliela scrivo e poi vedrà. "Non è la legge che uccide, ma sono le persone che optano per l'interruzione volontaria della gravidanza. La distinzione non è un sofisma. Se qualcuno pensasse che basterebbe cambiare o eliminare la legge per impedire gli aborti volontari, si illuderebbe. Prima della legge 194 del 1978, gli aborti si facevano lo stesso, clandestinamente, con danni immensi per la salute delle donne. L'interruzione della gravidanza era considerata un crimine e veniva punita duramente. La legge non ha reso innocente l'aborto: l'ha solo depenalizzato in certi casi circoscritti. Se non cambiamo le coscienze, nessuna legge - neppure la più repressiva - farà scomparire la piaga dell'aborto nella nostra società. Come l'amore dei genitori è la migliore dote di cui dispone il bambino che viene al mondo, così l'amore per la vita è la più grande risorsa per lottare contro ogni tentativo di estinguerla in utero o dopo la nascita. L'annuncio cristiano ci colloca su questo versante. E non c'è nulla che sia prioritario rispetto all'obbligo di formare le coscienze. D.A. " Una bella risposta in bocca ad un giornale dell'area abortista. Si tratta delle solite cose in voga di chi difende la 194 a spada tratta. Prima l'aborto era clandestino e ora bisogna difendere la donna e la sua salute. Non una parola per quel bambino. Tutto bene se non fosse che la lettera, vada a leggerla, si trova alla pagina 9 del numero 5 del 29 gennaio 2006 di una rivista che appare in tutte le chiese italiane, FAMIGLIA CRISTIANA. Lei che ne pensa? Come Greggio occorre dire "sono ragaaazzi" o come Prodi che sono "cattolici maturi"! Sono sempre più contento d'essere abbonato a IL TIMONE. GPC COMMENTO MIO: Se questa notizia è vera, come non correre dal proprio parroco a portargli una copia de IL TIMONE? http://www.fattisentire.net/ ma che venere pagana, quella è la prmavera di Dante!
1月29日 fatto storico sconosciuto ai +E' TUTTA UN'ALTRA STORIA http://www.totustuus.biz/users/altrastoria/comunismo.htm Così la Polonia cristiana fermò Lenin Tra il 14 e il 16 agosto del 1920 le truppe polacche guidate dal maresciallo Pilsudski riescono a respingere l'Armata sovietica proiettata verso Ovest. Mosca voleva ancora "esportare" la rivoluzione con le armi. E' "il miracolo della Vistola". Ecco la sua storia fatto grave12) MONS. ALESSANDRO MAGGIOLINI http://www.alessandromaggiolini.it/bin/servlet/mediabox.servlets.prese ntation.DettaglioInfo?idInfo=25353&url=dettaglioRassegna.jsp Lezione di morte al liceo Ieri l'altro al liceo Einstein di Torino, i ragazzi che si autogestiscono la scuola - come si dice - hanno invitato il professor Silvio Viale, un esponente radicale, ex studente di quella scuola e ginecologo, a presentare un filmato sull'eutanasia, senza alcun dibattito: rimandando semmai la discussione al giorno dopo, quando il messaggio del documentario era già passato. drogaAll'inizio della Legislatura, il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana aveva chiesto: "Altro problema delicatissimo, in rapporto non solo alla salute ma alla formazione delle persone, è quello della droga, a proposito del quale rincresce di dover constatare come persone investite di pubbliche responsabilità si esprimano in termini tali da consentire, quantomeno, interpretazioni "permissiviste" che certo non aiutano a sviluppare col necessario vigore quell'opera anzitutto educativa e preventiva, oltre che di autentico ricupero delle vittime della droga, che è un preciso dovere dello Stato come dell'intera società". (+ Camillo Card. Ruini, Prolusione al CONSIGLIO PERMANENTE della Conferenza Episcopale Italiana. Roma, 22-25 gennaio 2001) IL 26 GENNAIO 2006: OK DEL SENATO La nuova legge passa ora al vaglio della Camera, dove il centrosinistra ha predisposto un autentico muro di ostruzionismo Plauso del centrodestra L'Udc: finalmente regole certe e chiare Parlano le comunità di recupero più serie e impegnate: «Le nuove norme sono un'opportunità in più per il recupero dei nostri ragazzi. Si è tenuto conto delle richieste che andavamo formulando da anni» «Nel complesso penso che le nuove norme siano una opportunità in più per il recupero dei nostri ragazzi. Un passo in avanti nel contrasto alle tossicodipendenze». Don Chino Pezzoli è il fondatore della "Comunità promozione umana", presente in Italia con 30 centri e che in Lombardia è la più popolosa, con circa 500 ospiti. «Negli ultimi 30 giorni si sono presentati da noi 37 giovanissimi che chiedono di essere accolti e recuperati», racconta don Chino. Perché considera lo "stralcio Giovanardi" un importante passo avanti in favore proprio degli ultimi arrivati? Innanzitutto si tratta di innovazioni discusse alla recente conferenza di Palermo da 1.200 partecipanti. Le nostre istanze sono state accolte. Per esempio si distingue decisamente tra spacciatore e consumatore. Il consumo di droga, infatti, non viene perseguito penalmente come reato con una condanna al carcere, ma si applicano le sanzioni amministrative, graduate con attenzione. Bisogna tenere conto di come una volta quello dello spacciatore era un "mestiere" di nicchia, adesso le mafie hanno aperto veri supermarket delle droghe, assoldando tanti giovanissimi nello spaccio. Ora, se uno viene trovato con uno spinello è necessario che si indaghi per verificare se davvero si tratti di "uso personale" o se invece non vi siano legami proprio con il mondo della "distribuzione". Purtroppo il confine tra consumatore e spacciatore non è poi così netto. È sufficiente questo per farvi dire che sia una buona legge? No, penso anche alla possibilità di curare i detenuti in strutture di recupero per un periodo massimo di sei anni, e non solo quattro. Capitava spesso che un tossicodipendente condannato al carcere e "detenuto" in un centro di recupero venisse portato via dalle comunità al raggiungimento del termine di 48 mesi, obbligandolo a scontare il resto della pena in carcere. Non sempre quattro anni sono sufficienti alla piena riabilitazione. E il ritorno in carcere significava, questa sì, la definitiva condanna alla tossicodipendenza. Però non si distinguerà più tra droghe pesanti e leggere. Prima di tutto le droghe leggere non lo sono affatto. Il principio attivo ha raddoppiato la sua potenza distruttiva. È la legge è chiara anche in questo senso: dice di dissuadere i consumatori e ricorrere a pene amministrative, perché la diffusione di queste sostanze apportano inevitabili ricadute sociali, non solo sui singoli consumatori. È inesatto affermare che chi verrà trovato con una "canna" finirà dritto in galera? Non si può assolutamente sostenere ciò. Lo "stralcio Giovanardi" spiega che si ricorrerà ad ammonizioni, pene amministrative, e dunque ad una seria possibilità di recupero. I tempi cambiano e l'uso combinato di droghe, alcol, extasy, cocaina, cannabis apportano al consumatore danni gravissimi. Insomma, l'apparente consumo di drogne "leggere" invece produce effetti molto "pesanti". Il fronte delle comunità di recupero su queste norme si è diviso. Perché? Perché ci sono i tentacoli della politica, delle ideologie, dei pregiudizi. Io dico: non dobbiamo fare la guerra ai poveri. Piuttosto dovremmo essere soddisfatti, dopo anni di lotte, del riconoscimento della pari dignità tra pubblico e privato sociale. La possibilità data alle strutture accreditate di certificare lo stato di tossicodipendenza e dunque avviare con la persona che ci chiede aiuto il percorso riabilitativo è un segno di grande speranza. Da Milano Nello Scavo (C) Avvenire, 27 gennaio 2006 1月27日 niki vendolaIn Puglia Vendola fa lo Zapatero. Stessi diritti alle coppie di fatto Per la «GIUNTA VENDOLA»: famiglia fondata sul matrimonio UGUALE coppie di fatto (sia etero sia omosessuali) La giunta pugliese di centrosinistra ha definito un disegno di legge in materia di servizi sociali che estende alle coppie di fatto sia etero sia omosessuali tutele e diritti sociali prima riservati a quelle legate dal matrimonio civile. Dopo una lunga gestazione, la giunta pugliese di centrosinistra ha definito il disegno di legge in materia di servizi sociali. Un atto di grande rilevanza giuridica, perché per la prima volta estende alle coppie di fatto sia etero sia omosessuali tutele e diritti sociali prima riservati a quelle legate dal matrimonio civile. E di forte impatto politico, nel pieno delle polemiche sui Pacs e a meno di tre mesi dalle elezioni politiche. Il documento è stato elaborato, discusso e ritoccato per mesi dribblando non pochi ostacoli all'interno dell'Unione. A dicembre, sembrava pronto ma poi è stato accantonato ancora una volta. Ora torna all'ordine del giorno. L'approvazione della giunta guidata da Nichi Vendola è prevista per martedì prossimo, ma Il Giornale è in grado di anticipare le novità del disegno di legge, un testo di 30 pagine e 68 articoli. La relazione che lo presenta è un esplicito documento politico: «Si afferma il superamento della distinzione tra famiglie di diritto, fondate sul vincolo del matrimonio, e famiglie di fatto, cioè coppie non legate da vincolo matrimoniale e altre unioni parentali». Il riconoscimento delle coppie di fatto è necessario perché esse «al pari delle famiglie di diritto affrontano e assumono il carico della cura di situazioni di fragilità e, anzi, molto spesso devono affrontare fattori di rischio e di fragilità ancora più forti». Quindi, «senza svilire il ruolo della famiglia di diritto» e muovendosi nei confini della Costituzione e del codice civile, la giunta Vendola fa il massimo che una Regione può fare sulla materia. Afferma che la distinzione tra coppie legata al matrimonio è «anacronistica» e fondata su «un presupposto ideologico». E provvede di conseguenza. La norma chiave è l'articolo 22: «Ai fini della presente legge si definisce quale nucleo familiare, la famiglia di diritto e l'unione di fatto. Quali insiemi di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione e da altri vincoli affettivi, aventi una convivenza abituale e continuativa e dimora abituale nello stesso Comune (. ..) che perduri da non meno di due anni». Da qui discende l'equiparazione dei diritti tra famiglie di diritto e famiglie di fatto, nel campo di azione della legge sui servizi sociali: assistenza a domicilio, sostegno economico per acquisto o affitto di case, reddito minimo d'inserimento, assegni di cura. Il resto sarà previsto in dettaglio da Comuni e Province, per i quali questa norma sarà vincolante. Nessun riferimento all'articolo 29 della Costituzione, che «riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». Il che apre il varco a un probabile ricorso per illegittimità della legge. Oltre che a inevitabili rimostranze politiche. Anche all'interno dell'Unione. L'anello debole è la Margherita, che finora aveva chiesto di rimandare il varo del disegno di legge e alla fine ha ottenuto una correzione dell'articolo 22. Ma i cattolici del partito restano perplessi e temono contraccolpi elettorali. Anche perché nel frattempo la Chiesa si è schierata decisamente contro la legge. L'arcivescovo di Lecce Cosimo Francesco Ruppi ha tuonato: «Sulla famiglia non si scherza. Va rispettata, aiutata, sostenuta e non va affatto equiparata alle unioni di fatto o ad altre forme di convivenza tra persone dello stesso sesso. Non si può legittimare ciò che è contro il Vangelo e contro il senso comune della natura». Fuoco che alimenta le polemiche. Il centrodestra annuncia «una vera battaglia di civiltà» in vista del dibattito in Consiglio regionale, denuncia l'incostituzionalità del disegno di legge e si prepara a farne ampio uso in campagna elettorale. Il Coordinamento per la difesa della famiglia si mobilita. «Abbiamo rispettato la Costituzione», obietta l'assessore alla Solidarietà Elena Gentile, esponente dei Ds e autrice del disegno di legge. «Serve un confronto non ideologico, non confessionale. Non miniamo la famiglia tradizionale, ma cerchiamo di andare incontro a tutte le famiglie». giuseppe.salvaggiulo@ilgiornale.it Giuseppe Salvaggiulo Il Giornale n. 16 del 20-01-2006 1月26日 omosessualitàRecentemente qualcuno all’interno di Tocqueville - leggi qui, qui e qui – si è chiesto quanti cittadini della città dei liberi condividano l’opinione secondo la quale l’omosessualità sarebbe una malattia.
Essendo sempre stato allergico all’idea che la ragione e la verità possano essere questioni di maggioranza o minoranza non mi curerò di conoscere i risultati del sondaggio e darò, invece, la mia risposta
Premesso che, essendo un uomo libero, non mi posso preoccupare di apparire politicamente scorretto; premesso che mi fanno sorridere coloro che, a riprova dei presunti contenuti non patologici dell’omosessualità, invocano le abitudini delle folaghe dell’Arkansas o dei dugonghi di Socotra fingendo di non comprendere la profonda differenza che c’è tra un comportamento casuale e una condizione psicologica; premesso che in natura la funzione della sessualità è essenzialmente legata alla riproduzione; premesso che, anche ammettendo, come fa Richard Isay, che l'omosessualità sia una variante non patologica della sessualità umana, risulta comunque evidente il suo statuto di sessualità pregenitale, quindi bloccata (come scrive Freud nel suo saggio su Leonardo); premesso che, se è difficile definire lo statuto di patologia psichiatrica tout court, quasi impossibile sarà attribuire tale statuto oggi come oggi a una condizione come quella omosessuale che implica un fortissimo coinvolgimento della cultura e dell'ideologia (quindi, se dobbiamo sospettare un'interferenza ideologica "negativa" rispetto allo specifico nella posizione antecedente alle scelte del DSM e dell'Organizzazione Mondiale della Sanità dagli anni '70 al '93, fino cioè all’eliminazione dell'omosessualità dall'elenco dei disturbi psichici e delle malattie mentali, non possiamo non fare altrettanto, ma in "positivo", per quella successiva); premesso che si deve comunque rilevare che la psicanalisi non ha mai rinunciato a evidenziare, sia pure con approcci e gradazioni non uniformi, i contenuti patologici dell'omosessualità (Freud - nonostante le semplificazioni che lo vorrebbero molto più "asettico" di quanto in effetti non fu - Lacan, Klein, Gillespie, Musatti, ecc.), considerata come una perversione - non in termini morali, ovviamente - dai forti contenuti autoerotici e, come tutte le perversioni, un elemento essenziale della nevrosi; premesso che un malato non è né un criminale né un individuo da discriminare; ebbene, premesso tutto ciò, risponderò che sì, per me è più che verosimile che l’omosessualità abbia contenuti patologici. E non mi sento affatto intollerante o illiberale per questo
pacsIl rilievo crescente che vanno assumendo determinate problematiche antropologiche ed etiche anche in sede politica e legislativa, con la tendenza diffusa in molti Paesi e ben presente anche in Italia, come mostrano svariati segnali, ad introdurre normative che, mentre non rispondono ad effettive esigenze sociali, comprometterebbero gravemente il valore e le funzioni della famiglia legittima fondata sul matrimonio e il rispetto che si deve alla vita umana dal concepimento al suo termine naturale, richiede però un supplemento di attenzione a questi temi nelle scelte degli elettori e poi nell'esercizio delle loro responsabilità da parte dei futuri parlamentari. Richiamando a questa speciale attenzione la Chiesa adempie alla sua vocazione di essere "il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della persona umana" (Gaudium et spes, 76). + Camillo Card. Ruini Conferenza Episcopale Italiana, CONSIGLIO PERMANENTE - Roma, 23-26 gennaio 2006 1月23日 Mons.Caffara:crisi valoriale in politicaUna vita giusta, una vita buona: progetto sociale possibile?" Il titolo dato a questa riflessione non è dei più felici! Devo dunque in via preliminare dire con la massima esattezza ciò di cui intendo parlare. 01. Che la persona umana abbia bisogno di vivere in società, è una constatazione da tutti condivisa: "l'uomo è per natura un essere che vive in comunità", scriveva già Aristotele [EN I,7 1097 b,12]. Di questo "bisogno", ancora fin dall'antichità, sono state date due interpretazioni fondamentali. È il bisogno di condividere il proprio bene [non inteso solo in senso economico] con gli altri: "nessuno sceglierebbe tutti i beni a costo di goderne da solo" scrive ancora Aristotele [EN IX,7, 1169b, 18]; è il bisogno di essere aiutato da altri a raggiungere il proprio bene non raggiungibile da soli. 02. Tralasciamo per il momento la prima interpretazione; tralasciamo per ora la considerazione di altre società umane, e limitiamoci a parlare solo della società politica, dello Stato. Facciamo l'ipotesi che i cittadini - singolarmente presi e/o in comunità intermedie - non abbiano la stessa concezione del bene in cui porre la riuscita della propria vita. Diciamo più brevemente: ipotizziamo che nella società ci sia un pluralismo di concezioni di vita buona non solo diverse, ma contrarie. Tenendo presente tutto questo domandiamoci: quale deve essere l'attitudine dello Stato nei confronti delle molteplici e fra loro contrarie concezioni di vita buona presenti nella società? Quando dico "Stato" intendo concretamente l'esercizio del potere che è proprio ed esclusivo dell'autorità politica: fare leggi; metterle in atto; amministrare la giustizia. 0.3 Proviamo ora, come mero esercizio intellettuale, ad ipotizzare tutte le risposte possibili. Esse, mi sembra, possono essere non più di tre: neutralità, imposizione, partecipazione. La neutralità denota negativamente l'astensione dello Stato dal favorire l'una o l'altra concezione di vita buona, e positivamente l'impegno dello Stato di creare le condizioni in cui nessuna concezione di vita buona sia sfavorita a favore di un'altra. L'imposizione denota positivamente la scelta dello Stato a favore di una concezione di vita buona a preferenza di altre, e negativamente la tolleranza o perfino la persecuzione di ogni altra concezione di vita buona. La partecipazione denota positivamente la scelta dello Stato di favorire gli stili di vita che al contempo sostengono e la realizzazione della persona e la realizzazione del bene comune: la realizzazione di sé con gli altri; negativamente, non favorisce né condanna altri stili di vita, ma semplicemente li ignora [ovviamente sempre che non siano penalmente perseguibili]. Ora siamo in possesso di tutti gli elementi per costruire con precisione la domanda alla quale cercherò di rispondere. Intendendo con "vita giusta" la modalità con cui lo Stato organizza la convivenza dei cittadini che perseguono concezioni di vita buona contrarie; intendendo con "vita buona" la realizzazione da parte degli agenti razionali delle proprie concezioni di vita buona, ci chiediamo: che rapporto deve esistere fra la "vita buona" - la realizzazione da parte degli agenti razionali delle proprie concezioni di vita buona - e la "vita giusta" - la modalità con cui lo Stato organizza la convivenza dei cittadini di opposte concezioni di vita buona - ? Cercherò ora di rispondere a questa domanda, sia pure nella necessaria brevità. a.. L'IMPOSSIBILE SEPARAZIONE Prendo subito in esame la risposta oggi dominante nel nostro Occidente, sia sul piano del pensiero sia sul piano della prassi. È la risposta colla quale abbiamo a che fare ogni giorno nel dibattito pubblico, in modo esplicito od implicito. Ne farò un'essenziale esposizione e poi mi impegnerò a mostrarne l'inconsistenza teoretica e l'impraticabilità nella vita. 1,1 [Breve esposizione della risposta]. Formulata in maniera ancora molto rozza ma non falsamente, la risposta di cui stiamo parlando è la seguente: fra "vita giusta" e "vita buona" [nel senso spiegato sopra] deve esserci separazione. Esse connotano due ambiti della vita che non devono comunicare. E ciò si realizza da parte dello Stato, colla scelta della neutralità nei confronti delle varie concezioni di vita buona; da parte dei cittadini, colla scelta di confinare nel "privato" le proprie concezioni di vita buona. Ma procediamo con ordine, vedendo in primo luogo come si arriva a questa risposta, o più precisamente quali sono i suoi presupposti. Il primo presupposto è che nessuna concezione di vita buona è vera in alternativa alla sua contraria. È impossibile qualificare come vera qualsiasi concezione di vita buona e quindi falsa la sua contraria, dal momento che esse esprimono sempre e semplicemente fini e preferenze soggettivamente motivate, e sempre quindi rivedibili. È per questa ragione che nel contesto di questa teoria non si parla di "bene/vita buona", ma di "concezioni di vita buona", volendo così connotare una necessaria pluralità fino al limite [anche se non sempre né necessariamente] della mera soggettività. Insomma: una verità circa il bene della persona e della società o non esiste [relativismo etico] o non può essere razionalmente affermata e dimostrata [agnosticismo etico]. Corollario del primo presupposto: qualunque scelta [legislativa, amministrativa.] a favore dell'una concezione piuttosto che dell'altra diventa inevitabilmente parzialità ingiusta e violazione dell'autonomia del soggetto. Il secondo presupposto è che deve essere possibile organizzare la vita associata prescindendo imparzialmente dalle varie concezioni di vita buona; attraverso proposte universalmente condivisibili perché giustificabili senza riferimento a nessuna delle varie concezioni di vita buona; ed attraverso proposte che non sono meramente formali o procedurali. Il concetto di "giustizia" denota precisamente questa modalità di organizzare la vita associata: la vita [associata] giusta è la vita progettata secondo questa modalità. La giustizia quindi "si situa come punto di equilibrio e di imparzialità, tra pretese diverse e contrastanti e quindi anche tra possibili standards di eccellenza" [A. Verza, La neutralità impossibile, cit. pag. 22]. Prima di passare alla riflessione critica, annoto solo fugacemente che nel dibattito italiano, se non vado errato, al posto del termine "giustizia" nel senso spiegato, si usa non raramente il termine "laicità". 1,2 [Riflessione critica]. Vorrei ora suggerirvi un'essenziale riflessione critica nei confronti di questa risposta. Dobbiamo renderci subito conto che ci troviamo veramente dentro ad uno dei "nodi" del dramma contemporaneo. Questo dramma è costituito dall'incapacità di rispondere ad esigenze spirituali che sembrano fra loro contrarie. Da una parte si avverte ogni giorno più l'urgenza di risposte alle grandi domande etiche e bioetiche, e dall'altra si è quanto meno incerti sulla possibilità di fondarle ragionevolmente. Ancora. Da una parte si avverte il bisogno di un "tessuto connettivo spirituale" universalmente valido, e dall'altro si nega l'esistenza di principi universali ed ancor più di assoluti morali vincolanti. È stato detto giustamente che le persone in quanto agenti morali sono in una condizione di "stranieri morali" [H.T. Engelhardt], che rende ogni giorno più difficile proporre risposte condivise e quindi efficaci. I fatti recentemente accaduti in Francia devono farci riflettere seriamente. La via di uscita da questa situazione sopra proposta - quella della separazione - è percorribile? La mia risposta è negativa, a causa della sua inconsistenza teoretica e della sua impraticabilità esistenziale. Inizio dal mostrarvi l'inconsistenza teoretica. È teoreticamente inconsistente una proposta quando è in se stessa contraddittoria, nel senso che non è in grado di accogliere in sé tutta la portata dei suoi assiomi. Più brevemente: la neutralità - imparzialità può essere più affermata che mantenuta. (a) Essa implica una precisa concezione di vita buona che trova nell'autonomia dell'individuo il suo valore di base. La proposta cioè non è neutrale - imparziale fino al punto da giudicare imparzialmente, da essere neutrale di fronte alla proposta autonoma od eteronoma [la proposta cristiana ed ultimamente quella ebraica non è né di auto-nomia né di etero-nomia]. Il concetto-valore di autonomia è un concetto da usare con molta consapevolezza critica poiché nel momento in cui lo si afferma come "metodo", lo si propone di fatto come "contenuto". Si pensi alla giuridica equiparazione fra matrimonio e convivenza omosessuale, per fare solo un esempio. Essa viene non raramente giustificata colla teoria che stiamo discutendo. In realtà l'equiparazione è la scelta di una precisa concezione di matrimonio e famiglia. (b) All'interno di questa proposta è stata elaborata la categoria di tolleranza. Ora il concetto stesso di tolleranza connota un atteggiamento non di neutralità imparziale verso le concezioni di vita buona tollerate. La tolleranza connota un giudizio negativo o comunque non favorevole nei confronti di concezioni, soprattutto se aggressive, in contrasto con i valori della vita giusta intesa come sopra. Se si vuole parlare-pensare coerentemente di neutralità ed imparzialità della condotta pubblica nei confronti di tutti, bisogna bandire l'idea che esista, e possa/debba esistere un gruppo tollerante di cittadini ed un gruppo tollerato, discriminati in base alle loro concezioni di vita buona. Le seconde in sostanza non sono più trattate imparzialmente. Come si vede, quindi, la proposta di separare vita giusta e vita buona finisce col contraddirsi. (c) Perché la separazione di cui stiamo parlando sia pensabile, è necessario che la giustificazione razionale delle norme di giustizia non sia desunta da nessuna concezione particolare di vita buona: neutralità nelle giustificazioni. Ma una tale posizione è impossibile in quanto qualsiasi tipo di giustificazione, di argomentazione deve far riferimento ad un quadro ideale d'insieme, ad una visione dell'uomo. Solo un "sistema etico" particolare e quindi "parziale" può essere alla base di questa proposta di vita giusta, contro i suoi presupposti fondamentali. L'unica giustificazione quindi è che questo è l'ethos particolare della società in cui viviamo e che deve essere semplicemente sostenuto. Non è quindi una vita giusta universalmente giustificabile, razionalmente giustificabile, ma solo giuspositivamente e storicamente. (d) Resta, e lascio intenzionalmente inevaso il problema in realtà di base, e cioè la tesi dell'agnosticismo etico e quindi il giudizio dato sulle "concezioni della vita buona" . Ed ora vorrei mostrare che non solo questa proposta di vita giusta è teoreticamente inconsistente, ma è anche non praticabile. In un duplice senso: di fatto nessuno Stato la pratica "allo stato puro"; non è augurabile che sia praticata. Riguardo al primo significato di impraticabilità rimando semplicemente all'argomentazione c) di sopra. Ed aggiungo che la nostra Costituzione, il patto fondamentale cioè della nostra convivenza civile e politica, veicola un preciso quadro di valori e di principi. Vorrei invece fermarmi più a lungo sul secondo significato. L'idea di fondo, la tesi che sostengo, è la seguente: tra le diverse forme di vita sociale e i diversi stili di vita personale lo Stato deve privilegiare e favorire quelli che creano e custodiscono valori sociali ["capitali sociali": Donati - Zamagni - Belardinelli], a preferenza di quelle forme e stili che non li costituiscono o li usurano. Questa tesi, come risulta chiaro da quanto ho detto finora, è recisamente contraria alla teoria e alla pratica della neutralità come principio guida di qualsiasi azione che abbia rilievo pubblico. In questo senso dico che non è da augurarsi che la neutralità sia praticata. E "sono proprio i problemi che dobbiamo fronteggiare a seguito della crisi del Welfare State e dell'asse individuo-Stato a spingerci verso il superamento del principio di neutralità e dell'idea che sta alla base, secondo la quale i diritti sarebbero da intendere esclusivamente come diritti individuali" [S. Belardinelli, L'idea di Welfare community, in (a cura di) S. Belardinelli, Welfare community e sussidiarietà, Egea ed., Milano 2005, pag. 18]. Mi limito ad una sola riflessione, ma che reputo fondamentale. La convivenza civile non può sussistere se non è pervasa da uno spirito particolare, da un ethos impastato di fiducia reciproca, di senso del bene comune, di fraternità, di responsabilità. Esso inoltre non può essere costituito che attraverso quel lungo processo di "socializzazione" della persona che ha il suo inizio nella comunità famigliare e si continua anche nelle altre formazioni sociali. La convivenza civile ha bisogno di questi "capitali sociali". Essa quindi deve favorire le forme sociali che li producono. Esemplifichiamo: una coppia omosessuale non può essere messa sullo stesso piano e definita famiglia allo stesso modo del matrimonio. Non si tratta di privare ciascuno del diritto di vivere come vuole [purché ovviamente non violi il Codice penale], ma di sapere, di interrogarsi se una totale neutralità dello Stato alla fine non dilapidi il suo [dello Stato ]necessario ordine normativo ed i capitali sociali indispensabili. In questo senso, il relativismo etico soprattutto, ma anche l'agnosticismo etico non è una base consistente per una giusta convivenza umana. E quindi una vita giusta ha bisogno di radicarsi in una vita buona. Non solo questo è un progetto sociale possibile, ma desiderabile. b.. TRANSITO al PUNTO SUCCESSIVO Noterete che non discuto neppure la seconda ipotesi, quella della imposizione o dello Stato etico: essa è totalmente insostenibile. Non solo, ma prima di passare alla terza ipotesi, devo fare alcune importanti, necessarie precisazioni. La critica fatta alla neutralità/imparzialità nel punto precedente non significa la critica, ed ancora meno il rifiuto a quei principi e valori che la teoria e la prassi della neutralità criticata intende tutelare e promuovere: il valore della libertà [libertà civili, libertà religiosa, libertà economica o di impresa, libertà della ricerca artistica e scientifica]; il valore del riconoscimento reciproco; il valore della pacifica convivenza di opposte concezioni etiche e/o religiose. Il problema che pongo è un altro: se, cioè la custodia di quei valori è possibile solo attraverso quella figura di neutralità o se invece si deve procedere oltre. Quando I. Berlin scrive che nessuna società, per quanto pluralista voglia essere, non può essere ugualmente ospitale verso tutte le concezioni della vita buona, pone o non un problema reale? Seconda riflessione non meno importante. Storicamente risulta che quei valori non hanno potuto vivere a lungo, essere custoditi a lungo senza quel sistema politico; ma è ugualmente vero che oggi questa custodia presenta falle preoccupanti. Sarebbe teoricamente un errore e praticamente impossibile il voler "ritornare indietro". Il compito nostro è di elaborare una teoria ed una prassi che non rinnegando nulla di ciò che di positivo c'era nel passato prossimo e meno prossimo, faccia una proposta migliore di una "vita giusta" in ordine ad una "vita buona". Scrive A. Panebianco: "Non si deve abdicare alla difesa attiva e vigorosa di quel poco di libertà di cui godiamo. Né si deve rinunciare allo sforzo di applicarla. Si deve però sapere che i nostri sforzi sfortunatamente, non potranno mai essere coronati da successo pieno. Anche nella società che chiamiamo libre la sfasatura fra la libertà che vorremmo e quella che abbiamo è dolorosamente destinata a rimanere molto ampia" [Il potere, lo Stato, la libertà. La gracile costituzione della società libera, il Mulino, Bologna 2004, pag. 308]. La proposta che ora facciamo sembra più adeguata non a sopprimere quella sfasatura, ma a renderla meno ampia. a.. LA GIUSTA E BUONA PARTECIPAZIONE Inizio da un testo di J. Maritain che esprime molto bene la ispirazione di questa proposta: "Il dramma delle democrazie moderne è di aver cercato senza saperlo qualche cosa di buono: la città della persona, sotto la specie di un errore: la città dell'individuo, che conduce di per sé a terribili liquidazioni" [La persona e il bene comune, ed. Morcelliana, Brescia 1963, pag. 63]. Come possiamo realizzare "la città della persona"? Parto da alcuni presupposti si carattere ancora antropologici. Il primo presupposto. Partendo dalla constatazione ovvia che il sociale umano si costituisce attraverso la co-operazione delle persone, è necessario partire dall'atto della persona, e quindi dal valore personalistico dell'agire con gli altri che istituisce la società. Il valore personalistico consiste nel fatto che l'azione sia compiuta dalla persona e che in essa la persona realizzi se stessa; che mediante essa fiorisca la sua umanità. Questo valore è negato quando l'agire della persona è pre-determinato da altri fattori, e pertanto la persona non trova più in esso la realizzazione di se stessa: non vivrebbe nella città delle persone. Sarebbe una città ingiusta ed in essa la persona vivrebbe una vita cattiva. Il secondo presupposto. La modalità della vita associata che riconosce, difende e promuove il valore personalistico dell'agire con gli altri è la partecipazione, mediante la quale la persona realizza se stessa anche agendo con gli altri, nell'agire con gli altri. Ci sono beni umani che si possono realizzare solo agendo con gli altri, e la figura della partecipazione assicura precisamente il valore personalista del proprio atto senza ostare alla realizzazione degli obiettivi comuni. Sia la configurazione individualistica sia la configurazione totalitaria si oppongono alla configurazione partecipativa e la rendono impraticabile nella vita associata, in quanto e l'una e l'altra partono da un errore antropologico fondamentale: il bene dell'individuo [è qui il caso di dire] si oppone al bene comune o comunque l'uno è estraneo all'altro. E pertanto o il bene comune si riduce al "giusto" nel senso che abbiamo visto nella prima parte; oppure il bene dell'individuo va ricondotto alla costruzione di un sociale imposto come bene totale. E l'una e l'altra configurazione rendono impraticabile la partecipazione, in quanto ritengono impossibile una vera integrazione fra il bene della persona ed il bene comune. È precisamente a questo livello che avviene lo scontro fra la "città della persona" e la "città dell'individuo". Il terzo presupposto. A quali condizioni è possibile configurare la città dell'uomo come "città della persona"? La domanda ha un duplice significato. Ha un significato descrittivo-ipotetico: "è possibile se esistono."; ha un significato normativo: "per realizzare una vera partecipazione bisogna che .". Consideriamoli distintamente. Secondo il primo significato, la partecipazione è possibile in quanto la persona umana è per la sua stessa costituzione comunionale; in quanto, di conseguenza, esiste un bene umano comune; in quanto storicamente la costituzione comunionale della persona ed il bene umano comune si concretizzano in una comunità di destino e di vocazione, in una comunità culturale precisa. Nel secondo significato, la partecipazione è possibile, cioè concretamente praticabile, se ci si impegna sul piano oggettivo a realizzare un forma di convivenza secondo alcuni principi ultimamente ordinatori della vita associata; se ci si impegna sul piano soggettivo ad acquisire alcune attitudini permanenti [= virtù] capaci di realizzare alcuni valori fondamentali. E siamo così arrivati, terminati i presupposti, alle configurazioni del rapporto fra "vita giusta" e "vita buona" nello stile della partecipazione. 2,1. A livello oggettivo. La forma di convivenza che obiettivamente assicura una vera partecipazione è quella costruita sulla base di alcuni principi fondamentali la cui esigenza morale riguarda le istituzioni, le leggi, la convivenza civile. Questi principi sono i seguenti: la dignità incondizionata di ogni persona umana; la radicale uguaglianza di tutti e di ciascuno; la principalità del bene comune proprio di ogni forma espressiva della socialità umana e costitutivo del suo [di ogni forma] significato e ragione d'essere della sua realizzazione; il principio della sussidiarietà. Non è compito di questo intervento scendere ora ad una analisi particolareggiata di ciascuno di questi principi. Ciò che volevo dire è che una società è giusta tanto quanto ispirata nella sua struttura e nella sua costruzione da questi principi. Di conseguenza non ogni concezione di vita buona è ugualmente adeguata a costruire una città giusta in questo senso. 2,2. A livello soggettivo. Riprendo l'ultima osservazione. Una "città della persona", nel senso spiegato sopra, esige che i suoi cittadini posseggano alcune attitudini spirituali. Per individuarle, è necessario sviluppare brevemente un tema che sopra abbiamo appena accennato: il tema del bene comune. Esiste un vero e proprio bene comune che è insito in ogni particolare forma espressiva della socialità umana: il bene comune che è insito nella società coniugale e le è proprio; il bene comune insito nella comunità imprenditoriale o impresa, e così via. Il bene comune è parte costituiva del bene della persona, sia pure in grado e ragione diversa a seconda della forma espressiva della socialità. Hanno una particolare importanza le comunità naturali, come la famiglia e lo Stato. Il bene comune quindi è il bene che fonda ed istituisce ogni comunità umana: ne è - dicevano gli Scolastici - la "causa formale". Le attitudini di cui parlavo sono le attitudini della persona verso il bene comune; per partecipare alla sua realizzazione. Insomma: quale "vita buona" è adeguata per costruire una "vita giusta"? La prima e fondamentale attitudine è la solidarietà. Essa consiste nella disponibilità permanente a prendersi cura della realizzazione del bene comune proprio della comunità. Essa può/deve esprimersi in due modi fondamentali: la collaborazione; la opposizione. La prima modalità connota il prendere positivamente parte alla realizzazione del bene comune; la seconda consiste nella critica ragionevole alla modalità con cui si sta realizzando il bene comune. Essa per sé riguarda i mezzi non il fine. Quando l'opposizione scendesse al livello del fine, ci troveremmo in una condizione di grave disgregazione della convivenza sociale, colla necessità di reinterrogarci sulle ragioni ultime dell'essere, vivere, operare insieme. La seconda e fondamentale attitudine è il dialogo. Essa consiste nella disponibilità permanente ad esibire argomentazioni razionali circa il proprio modo di realizzare la solidarietà. È questa un'attitudine di fondamentale importanza, sulla quale sarebbe necessaria una lunga riflessione. Mi limito solo ad una. Perché il dialogo rispetti la "vita giusta" è necessario che sia ispirato dalla convinzione che esista una verità circa il bene [comune] della persona; che pertanto esso non deve essere pensato come un conflitto tra avversari in cui si cerca di vincere, imponendo il proprio punto di vista; che è una ricerca comune della verità. Non mi resta ora più il tempo per parlare delle attitudini viziose contrarie. Mi limito ad indicarle. Alla solidarietà si oppone sia il conformismo sia il disimpegno; al dialogo si oppone sia il relativismo che il fondamentalismo. Concludo. La "vita giusta" non consiste solo nel rispetto di regole pattuite contrattualmente in modo che ciascun individuo sia ugualmente in grado di realizzate la propria concezione del bene. La "vita buona" non consiste solo nella realizzazione della propria concezione del bene. La "vista giusta" consiste nella costruzione di una vita associata nella quale sia possibile ad ogni persona realizzarsi mediante l'altro, e la comunità sia una dimensione costitutiva dell'autorealizzazione personale. La "vita buona" consiste nella realizzazione della verità circa il bene integrale della persona umana comprendente anche quelle virtù che consentono una vera partecipazione alla vita associata. In breve: è necessario passare dalla "città dell'individuo" alla "città della persona", e quindi riunire il giusto al bene. CONCLUSIONE Quale fine quindi si propone questa Scuola che oggi apriamo? Quello di educare uomini e donne ad operare quel passaggio e quella riunificazione di cui parlavo. Tale preparazione avviene ad un duplice livello: a livello del giudizio politico; a livello della condotta. Il livello del giudizio politico denota la capacità di elaborare giudizi veri all'interno dei problemi propri dei fondamentali ambiti della vita civile e politica. Veri significa adeguati alla realtà umana ed in grado di compiere il passaggio alla "città della persona". Il livello della condotta è l'educazione a quelle attitudini di cui ho parlato sopra. La Scuola che oggi si apre si pone al primo livello di preparazione: è educazione al giudizio politico . + Carlo Caffarra Arcivescovo di Bologna (C) ARCIDIOCESI DI BOLOGNA C.S.G. - UFFICIO STAMPA - Via Altabella, 8 immoralità parte IIBruxelles, 18 gen. - Un'importante [!?] risoluzione contro l'omofobia e' stata approvata oggi dal Parlamento europeo, per condannare ogni forma di violenza, in parole ed opere, contro gli omosessuali. Secondo quanto si legge in un comunicato, Vittorio Agnoletto, europarlamentare della Sinistra unitaria, chiede che "ora si avvii una procedura d'infrazione contro i paesi che non rispettano i diritti degli omosessuali". Il ministro Calderoli dovrebbe cosi' essere sanzionato dall'Unione europea per le dichiarazioni rilasciate all'indomani delle manifestazioni del 14 gennaio. Dopo il voto odierno dell'assemblea di Strasburgo, secondo Agnoletto la commissione europea non puo' piu' continuare a mantenere un atteggiamento da Ponzio Pilato; deve invece avviare le procedure di infrazione contro i paesi che non rispettano la libera scelta dell'orientamento sessuale: questo avviene in Italia, in Polonia e in tante altre nazioni. Dopo aver ricordato che tra i diritti fondamentali vi e' il riconoscimento delle unioni civili, Agnoletto ha chiesto che l'Ue, attraverso l'uso di clausole sui diritti umani nei rapporti con paesi terzi, deve esercitare una pressione politica su tutti quei governi che ammettono pratiche discriminatorie sulla base dell'orientamento sessuale. (AGI) TRA GLI EURODEPUTATI ITALIANI HANNO VOTATO A FAVORE: ALDE: Andria, Bonino, Chiesa, Di Pietro, Pannella, Savi, Sbarbati GUE/NGL:Agnoletto, Bertinotti, Catania, Guidoni, Musacchio NI: Battilocchio PPE-DE: Castiglione, Fatuzzo, Sartori, PSE: Carlotti, Fava, Locatelli, Napoletano, Panzeri, Pittella, Rosati, Zani, Zingaretti Verts/ALE: Frassoni, Onesta MENTRE SI SONO ASTENUTI: ALDE: Cocilovo, Costa, Letta, Pistelli, Procacci, V. Prodi, Toia PPE-DE: Casa ___ RISULTATO VOTAZIONE GENERALE 1. RC - B6-0025/2006 - Homophobie en Europe - résolution 18/01/2006 12:50:15 468 A FAVORE ALDE: Alvaro, Andrejevs, Andria, Beaupuy, Bonino, Bourlanges, Bowles, Busk, Carlshamre, Cavada, Chatzimarkakis, Chiesa, Cornillet, Davies, Degutis, Deprez, Dickute, Di Pietro, Drcar Murko, Duff, Duquesne, Ek, Fourtou, Gentvilas, Geremek, Gibault, Griesbeck, Guardans Cambó, Hall, Harkin, Hennis-Plasschaert, in 't Veld, Jäätteenmäki, Jensen, Jukneviciene, Kacin, Karim, Klinz, Koch-Mehrin, Krahmer, Kulakowski, Laperrouze, Lax, Ludford, Lynne, Maaten, Malmström, Manders, Matsakis, Morillon, Mulder, Newton Dunn, Neyts-Uyttebroeck, Nicholson of Winterbourne, Ortuondo Larrea, Oviir, Pannella, Polfer, Ries, Riis-Jørgensen, Samuelsen, Savi, Sbarbati, Schuth, Staniszewska, Starkeviciute, Sterckx, Szent-Iványi, Wallis, Watson GUE/NGL: Adamou, Agnoletto, Bertinotti, Brie, Catania, de Brún, Figueiredo, Flasarová, Guerreiro, Guidoni, Henin, Kaufmann, Kohlícek, Liotard, Markov, Mastálka, Meijer, Meyer Pleite, Musacchio, Papadimoulis, Pflüger, Ransdorf, Remek, Seppänen, Sjöstedt, Stroz, Triantaphyllides, Uca, Verges, Wurtz, Zimmer IND/DEM: Bonde, Goudin, Karatzaferis, Lundgren, Wohlin NI: Battilocchio, Belohorská, Bobosíková PPE-DE: Ashworth, Atkins, Ayuso González, Bachelot-Narquin, Barsi-Pataky, Bauer, Beazley, Becsey, Belet, Berend, Böge, Bowis, Brejc, Brepoels, Bushill-Matthews, Callanan, Castiglione, del Castillo Vera, Cederschiöld, Chichester, Coelho, Coveney, Dehaene, Deva, De Veyrac, Díaz de Mera García Consuegra, Dimitrakopoulos, Doorn, Dover, Doyle, Duka-Zólyomi, Ehler, Elles, Esteves, Eurlings, Fatuzzo, Fernández Martín, Fjellner, Fraga Estévez, Freitas, Gahler, Gál, Gala, Galeote Quecedo, García-Margallo y Marfil, Garriga Polledo, Gewalt, Gklavakis, Glattfelder, Goepel, Graça Moura, de Grandes Pascual, Grosch, Grossetête, Gyürk, Hannan, Harbour, Hatzidakis, Heaton-Harris, Herranz García, Hieronymi, Higgins, Hökmark, Ibrisagic, Itälä, Iturgaiz Angulo, Jackson, Járóka, Jeggle, Kamall, Karas, Kasoulides, Kauppi, Kirkhope, Kratsa-Tsagaropoulou, Kuskis, Langendries, López-Istúriz White, Maat, McGuinness, McMillan-Scott, Marques, Mato Adrover, Matsis, Mavrommatis, Méndez de Vigo, Millán Mon, Montoro Romero, Oomen-Ruijten, Parish, Peterle, Pinheiro, Poettering, Pomés Ruiz, Purvis, Rack, Rudi Ubeda, Salafranca Sánchez-Neyra, Sartori, Schierhuber, Schmitt, Schnellhardt, Schöpflin, Schröder, Schwab, Seeber, Seeberg, Sommer, Stenzel, Stevenson, Stubb, Sturdy, Szájer, Tannock, Thyssen, Toubon, Trakatellis, Vakalis, Van Orden, Varela Suanzes-Carpegna, Varvitsiotis, Vidal-Quadras Roca, Vlasák, Weisgerber, Wieland, Wijkman, Wortmann-Kool, Zatloukal, Zieleniec, Zverina PSE: Andersson, Arif, Arnaoutakis, Assis, Ayala Sender, Badia I Cutchet, Barón Crespo, Batzeli, Beglitis, Benová, Berès, van den Berg, Berman, Bersani, Bösch, Bono, Bourzai, Bozkurt, Bullmann, van den Burg, Busquin, Calabuig Rull, Capoulas Santos, Carlotti, Carnero González, Cashman, Castex, Cercas, Christensen, Corbett, Corbey, Cottigny, D'Alema, De Rossa, Désir, De Vits, Díez González, Dobolyi, Douay, Dührkop Dührkop, El Khadraoui, Estrela, Ettl, Evans Robert, Falbr, Fava, Fazakas, Fernandes, Ferreira Anne, Ferreira Elisa, Ford, Fruteau, García Pérez, Gebhardt, Geringer de Oedenberg, Gierek, Gill, Glante, Golik, Gomes, Grabowska, Grech, Gröner, Groote, Gruber, Gurmai, Guy-Quint, Hänsch, Hamon, Harangozó, Hasse Ferreira, Haug, Hazan, Hedh, Hedkvist Petersen, Hegyi, Herczog, Honeyball, Howitt, Hughes, Hutchinson, Ilves, Jöns, Jørgensen, Kindermann, Kinnock, Kósáné Kovács, Koterec, Krehl, Kreissl-Dörfler, Kristensen, Kuc, Kuhne, Laignel, Lambrinidis, Lavarra, Le Foll, Lehtinen, Leichtfried, Leinen, Lienemann, Locatelli, McAvan, McCarthy, Madeira, Manka, Mann Erika, Martin David, Martínez Martínez, Masip Hidalgo, Mastenbroek, Matsouka, Medina Ortega, Menéndez del Valle, Miguélez Ramos, Mikko, Moraes, Moreno Sánchez, Morgan, Moscovici, Muscat, Myller, Napoletano, Navarro, Obiols i Germà, Öger, Paasilinna, Pahor, Paleckis, Panzeri, Patrie, Piecyk, Pinior, Pittella, Pleguezuelos Aguilar, Poignant, Prets, Rapkay, Rasmussen, Reynaud, Rocard, Rosati, Roth-Behrendt, Rothe, Roucek, Roure, Sacconi, Sakalas, Salinas García, Sánchez Presedo, dos Santos, Savary, Schapira, Scheele, Schulz, Segelström, Sifunakis, Skinner, Sornosa Martínez, Stockmann, Swoboda, Szejna, Tabajdi, Tarabella, Tarand, Thomsen, Titley, Trautmann, Tzampazi, Valenciano Martínez-Orozco, Van Lancker, Vaugrenard, Vergnaud, Vincenzi, Walter, Weber Henri, Weiler, Wiersma, Wynn, Xenogiannakopoulou, Yañez-Barnuevo García, Zani, Zingaretti UEN: Aylward, Camre, Crowley, Ó Neachtain, Pavilionis, Ryan Verts/ALE: Auken, Beer, Bennahmias, Breyer, Buitenweg, Cohn-Bendit, Cramer, Evans Jillian, Flautre, Frassoni, Graefe zu Baringdorf, de Groen-Kouwenhoven, Hammerstein Mintz, Harms, Hassi, Horácek, Hudghton, Isler Béguin, Joan i Marí, Jonckheer, Kallenbach, Kusstatscher, Lagendijk, Lambert, Lichtenberger, Lipietz, Lucas, Özdemir, Onesta, Romeva i Rueda, Rühle, Schlyter, Schmidt, Schroedter, Smith, Staes, Trüpel, Turmes, Voggenhuber, Zdanoka 149 CONTRO IND/DEM: Borghezio, Grabowski, Krupa, Pek, Piotrowski, Rogalski, Salvini, Sinnott, Speroni, Tomczak, Zapalowski NI: Allister, Baco, Chruszcz, Claeys, Czarnecki Marek Aleksander, Czarnecki Ryszard, Dillen, Giertych, Gollnisch, Helmer, Kilroy-Silk, Lang, Le Rachinel, Martinez, Masiel, Mölzer, Mote, Romagnoli, Schenardi, Vanhecke, Wojciechowski Bernard Piotr PPE-DE: Albertini, Andrikiene, Antoniozzi, Audy, Braghetto, Brezina, Brunetta, Busuttil, Buzek, Cabrnoch, Caspary, Chmielewski, Demetriou, Descamps, Deß, Dionisi, Dombrovskis, Ferber, Florenz, Fontaine, Friedrich, Gargani, Gauzès, Gawronski, Gomolka, Gräßle, Guellec, Gutiérrez-Cortines, Hoppenstedt, Hudacký, Jalowiecki, Kaczmarek, Kelam, Klaß, Koch, Konrad, Kudrycka, Lamassoure, Langen, Lauk, Lechner, Lehne, Lewandowski, Liese, Lulling, Mauro, Mayer, Mayor Oreja, Mikolásik, Musotto, Nassauer, Niebler, Olajos, Olbrycht, Ouzký, Pack, Panayotopoulos-Cassiotou, Pieper, Piks, Piskorski, Plestinská, Posdorf, Posselt, Protasiewicz, Queiró, Quisthoudt-Rowohl, Radwan, Reul, Ribeiro e Castro, Roithová, Rübig, Saïfi, Saryusz-Wolski, Siekierski, Sonik, Spautz, Stastný, Strejcek, Sudre, Surján, Tajani, Ulmer, Vatanen, Ventre, Vernola, Vlasto, Weber Manfred, von Wogau, Záborská, Zaleski, Zappalà, Zwiefka PSE: Casaca UEN: Angelilli, Berlato, Bielan, Didziokas, Foglietta, Foltyn-Kubicka, Janowski, Kaminski, Krasts, Kristovskis, Kuzmiuk, La Russa, Libicki, Muscardini, Musumeci, Pirilli, Podkanski, Poli Bortone, Roszkowski, Szymanski, Tatarella, Vaidere, Wojciechowski Janusz, Zile 41 ASTENSIONI ALDE: Budreikaite, Cocilovo, Costa, Lehideux, Letta, Pistelli, Procacci, V. Prodi, Takkula, Toia, Väyrynen IND/DEM: Batten, Belder, Blokland, Booth, Clark, Farage, Knapman, Nattrass, Titford, Wise, Zelezný NI: Kozlík, Rivera, Rutowicz PPE-DE: Casa, Duchon, Fajmon, Hybásková, Korhola, Landsbergis, Martens, Nicholson, Novak, Papastamkos, Samaras, Silva Peneda, Skottová, Zahradil PSE: Liberadzki Verts/ALE: van Buitenen http://www.europarl.eu.int/omk/sipade3?PUBREF=- //EP//NONSGML+PV+20060118+RES-RCV+DOC+WORD+V0//IT&LEVEL=2&NAV=S&L=IT immoralità parteICentro Europeo di Studi su Popolazione, Ambiente e SviluppoLe news di CESPAS Newsletter 11/2005 16-01-2006 http://www.cespas.org/ cespas@cespas.org UE/1. La Commissione vuole obbligare i dottori a praticare l'aborto. Un rapporto dell'EU Network of Independent Experts on Fundamental Rights (EUNIEFR, Commissione dell'Unione Europea di esperti indipendenti sui Diritti Fondamentali) condanna una bozza di trattato tra Slovacchia e Santa Sede che garantisce l'obiezione di coscienza ai medici e paramedici che non intendono praticare aborti. Motivo: il diritto all'obiezione di coscienza non può ledere i diritti delle donne alla salute. Il rapporto di 40 pagine (Opinion no. 4/2005, pubblicato il 15 dicembre 2005) riconosce l'esistenza di un diritto all'obiezione di coscienza garantito dalle Convenzioni internazionali, ma sostiene che esso "non è illimitato", ovvero "può confliggere con altri diritti ugualmente riconosciuti dal diritto internazionale. In queste circostanze deve essere trovato un equilibrio tra queste esigenze conflittuali, per cui un diritto non deve essere sacrificato a un altro". Nel caso specifico, l'EUNIEFR sostiene che laddove l'aborto è garantito per legge, ogni donna ha diritto a ricevere il trattamento medico in tal senso, per cui lo Stato deve assicurare quanto segue: Ogni rifiuto a praticare l'aborto deve avere un'alternativa efficace che però lo consenta; Deve essere previsto l'obbligo per il medico obiettore di informare la donna su a chi e dove fare riferimento per accedere all'aborto; Che ci sia effettivamente la disponibilità di un altro sanitario qualificato a praticare l'aborto, comprese le aree rurali o periferiche (vale a dire deve essere facilmente raggiungibile). L'Opinione della Commissione Europea intende chiaramente vanificare l'istituto dell'obiezione di coscienza, ma soprattutto creare un precedente che permetta di considerare l'aborto come un diritto umano fondamentale. La costruzione giuridica alla base dell'Opinione riconosce infatti che il diritto all'obiezione di coscienza è "un'implicazione del diritto alla libertà di religione", ovvero un diritto fondamentale che può essere limitato solo da un diritto che abbia la stessa forza. L'aborto, riconosce la Commissione UE, non è riconosciuto come diritto dalla Convenzione Europea sui diritti umani, ma appellandosi ad alcune Convenzioni Internazionali (quella sui Diritti politici e civlili e quella contro la Discriminazione delle donne), per quel che riguardano - paradossalmente - il diritto alla vita e il diritto alla salute, si arriva a considerare l'accesso all'assistenza medica per l'aborto come un diritto che pone limiti all'obiezione di coscienza. Oltretutto ciò che vale per l'aborto - si trova scritto nell'Opinione degli esperti UE - deve valere anche per l'eutanasia, la celebrazione del matrimonio tra omosessuali e la distribuzione dei contraccettivi. L'Opinione attacca in diverse parti le prerogative delle religioni e in particolare della Chiesa cattolica, ma - oltre ad essere molto discutibile sul piano giuridico - se venisse applicata e usata come precedente da usare a livello internazionale (è questo il vero scopo di chi l'ha redatta) avrebbe pesanti ripercussioni sul sistema sanitario mondiale e soprattutto si trasformerebbe in una pesante ipoteca per lo sviluppo dei Paesi poveri. Secondo i dati ufficiali forniti dal Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, alla Chiesa (ordini religiosi, diocesi e altre organizzazioni) sono legate ben 21.751 istituzioni sanitarie presenti in 135 Stati. In molti Paesi in via di Sviluppo le strutture sanitarie nazionali sono praticamente garantite in toto o in massima parte da istituzioni cattoliche, che rischierebbero così di dover chiudere nell'impossibilità di accettare di praticare aborti. UE/2. Chi c'è dietro gli esperti "indipendenti" della Commissione Cos'è l'EU Network of Independent Experts on Fundamental Rights (EUNIEFR) che ha redatto l'Opinione 4/2005 che di fatto nega l'obiezione di coscienza in materia di aborto ed eutanasia? L'EUNIEFR, si legge nello specifico sito all'interno del portale della CommissioneEuropea (http://europa.eu.int/comm/justice_home/cfr_cdf/index_en.htm), è stata istituita nel 2002 come conseguenza di una Raccomandazione del Parlamento Europeo e dipende dalla Direzione Generale per Giustizia, Libertà e Sicurezza (direttore è l'inglese Jonathan Faull, in precedenza portavoce del presidente della Commissione Romano Prodi). Il Network è coordinato dal professor Olivier De Schutter (Università di Lovanio) ed è formato da un esperto per ogni Paese (per l'Italia è il professor Bruno Nascimbene, docente di diritto internazionale ed esperto in particolar modo di immigrazione e cittadinanza). L'elenco completo dei membri dell'EUNIEFR si trova nel sito. Ciò che invece nel sito non viene spiegato è che in realtà a decidere le Opinioni è soltanto il professor De Schutter con i suoi collaboratori del Centro di Ricerche Interdisciplinari sui Diritti dell'Uomo (CRIDHO) che egli dirige all'interno della Nuova Università di Lovanio (che rimane cattolica nominalmente ma è ormai sfuggita al controllo dei vescovi belgi ed è in aperta concorrenza con la vecchia Università Cattolica). Ad esempio, per l'Opinione in questione agli esperti del Network è stato chiesto semplicemente come nei singoli Paesi è trattata la questione dell'obiezione di coscienza, ma la redazione, la stesura e la pubblicazione della Opinione è avvenuta senza il loro effettivo contributo e senza il loro consenso. Non sorprende perciò che la costruzione giuridica alla base dell'Opinione ricalchi esattamente gli argomenti presentati dal Center for Reproductive Rights (CRR), le cui osservazioni scritte sono peraltro allegate (Appendix II) all'Opinione. Il CRR (www.crlp.org) è un'organizzazione statunitense creata nel 1992 con l'obiettivo di esplorare la "via giuridica" all'aborto, ovvero come scardinare le legislazioni restrittive sull'aborto a colpi di Convenzioni internazionali e interpretazioni (l'Opinione in questione ne è un chiaro esempio). Il CRR è inoltre sostenuto e finanziato dalle solite grandi fondazioni americane (Hewlett, Packard, Ford, Soros, McArthur tanto per citare le più famose) e dalla solita UNFPA (il Fondo ONU per la Popolazione). In Italia ha un solido rapporto con l'AIDOS (Associazione Donne per lo Sviluppo), organizzazione abortista che cura ogni anno la traduzione in italiano e la p! resentazione del Rapporto UNFPA sulla popolazione. Non sorprenderà dunque neanche il fatto che l'Opinione degli Esperti "indipendenti" UE sull'obiezione di coscienza non si trovi ancora sul sito dell'EUNIEFR ma è già su quello del CRR. Il presunto Network di esperti indipendenti si presenta perciò - almeno su questi temi - soltanto come una comoda facciata dietro la quale manovra un ristretto gruppo di persone al soldo delle grandi lobby internazionali abortiste. E' un altro esempio clamoroso di come - aldilà dei grandi vertici politici - la politica europea sia in mano a oscuri funzionari che agiscono nell'ombra e sfuggono a ogni controllo da parte della popolazione europea. India: Mezzo milione di donne l'anno eliminate con l'aborto selettivo Dieci milioni di donne in 20 anni sono state eliminate in India con l'aborto selettivo. E' il risultato di uno studio presentato dal settimanale scientifico britannico The Lancet. Lo studio si basa sui dati del Rapporto Speciale su Fertilità e Mortalità pubblicato nel 1998, che ha raccolto la storia della fecondità di donne presenti in un 1 milione 100mila gruppi familiari, distribuiti in tutta la nazione. Ebbene, per le 133.738 nascite del 1997 prese in esame, i ricercatori hanno trovato che il rapporto tra femmine e maschi era di 759 a 1000 per le seconde nascite quando la prima era femmina, ratio che scendeva a 719 per 1000 quando le prime due erano femmine. Il rapporto saliva invece rispettivamente a 1.102 e 1.176 femmine per 1000 maschi se i primi nati erano maschi. Altro dato interessante è che il rapporto femmine-maschi risulta significativamente più basso tra le donne con tasso di istruzione medio-alto. Secondo i ricercatori questi dati dimostrano che proprio l'aborto selettivo è la ragione della bassa nascita di femmine in India e una stima conservativa permette di stabilire che ogni anno in questo modo vengono eliminate in India almeno mezzo milione di bambine (10 milioni negli ultimi venti anni). Fin qui lo studio. Vale però la pena di chiedersi il perché di questo fenomeno, visto che lo squilibrio tra femmine e maschi è un fenomeno relativamente recente. Purtroppo nei commenti di politici e sociologi si mette in evidenza solo una parte del problema, ovvero i motivi culturali ed economici che ai genitori indiani fanno preferire un maschio alla femmina. Ma questo fatto - e il disastro che ne deriva in fatto di "strage delle bambine" - non ci sarebbe senza le violente campagne di controllo delle nascite lanciate in India già negli anni '70 e che stanno conoscendo un nuovo revival. E i vari governi indiani sono stati fortemente sostenuti in questo dalle agenzie dell'ONU e dai Fondi per lo Sviluppo dei singoli Paesi occidentali (cfr. Newsletter no. 6/2005 del 21 ottobre 2005). Per porre fine a questa tragedia è perciò necessario ripensare anzitutto le condizioni poste dalle agenzie internazionali per gli aiuti allo sviluppo e rimettere in discussione l'esiste! nza di certe agenzie come il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA), massimo responsabile mondiale delle politiche di controllo delle nascite. 1月21日 riguardando la trilogia de "lord of the ring" ho apprezzato davvero tanto l'immagine femminile di Eowyn.
donna moderna, emancipata ma che non rinuncia alla propria femminilità.
peccato che nel mondo di oggi ci siano sempre meno ragazze capaci di saper essere femminili e sempre più donne arriviste.
viva le donne-donne, abbasso le donne-uomo
storia dell'abortoL’aborto antico L’aborto, come si dice spesso, per “addolcirlo”, 1月17日 ferrari primi girila ferrari comincia a provare
ci aspetta un anno pieno di nuove soddisfazioni.
c toglieremo l'amaro di bocca!!! |
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