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    31 oktober

    velo islamico secondo un'islamica moderata

    Le donne musulmane chiedono di essere libere davvero

    di Souad Sbai

    Il velo fa discutere, divide gli animi, suscita
    interrogativi. E certe incaute dichiarazioni, come quelle
    rilasciate due giorni fa dall'imam di Segrate durante una
    trasmissione televisiva, non fanno che buttare benzina su un
    materiale già altamente infiammabile.
    Molti pronunciamenti appaiono ispirati più da motivi
    ideologici, politici o pseudo-religiosi.
    Almeno quattro sono i luoghi comuni dell'islamically correct
    con cui fare i conti.

    1. Il velo, si dice, è parte integrante della religione e
    della cultura del mondo musulmano.
    Non è così: non c'è un solo testo religioso che faccia del
    velo un pilastro dell'islam.
    L'imposizione del velo obbedisce ad una visione gerarchica e
    patriarcale della società islamica, che ruota intorno alla
    figura dell'uomo padre e padrone.
    La riprova è che le donne lo indossano quando questa visione
    diviene dominante, se ne liberano non appena il dominio si
    indebolisce o si allenta. In Tunisia, Marocco, Giordania,
    l'uso del velo comincia ad essere scoraggiato e messo in
    discussione.
    È qualcosa che dovrebbe far riflettere i sostenitori di casa
    nostra.

    2. Il velo, si sostiene, è un simbolo di pudore e di
    modestia delle donne musulmane.
    Al contrario, è l'esibizione di un messaggio politico e di
    potere.
    È il pubblico sigillo della sottomissione della donna alle
    leggi e alle tradizioni più aberranti.
    La donna col velo è colei che può essere lapidata se
    commette adulterio, non può uscire di casa senza il permesso
    del marito, deve accettare maltrattamenti e violenze se
    mette il rossetto o frequenta un occidentale, subire
    l'infibulazione o la poligamia, essere costretta a sposare a
    12 anni un uomo che non ha mai visto.

    3. Le immigrate, si dice ancora, portano il velo per una
    libera scelta.
    Nella stragrande maggioranza dei casi, esse arrivano in
    Europa senza il velo.
    Sono costrette a indossarlo per ordine di mariti, padri e
    fratelli istigati e appoggiati dai predicatori di alcune
    moschee.
    Anche perché non è solo un'insegna di potere, è uno
    strumento di controllo.
    Ha il compito di isolare le donne delle comunità, impedire
    che entrino in relazione con la società, tenere lontano
    «l'altro», il nemico, il rivale, l'infedele.
    Il velo dice alle donne: restate chiuse nelle vostre case e
    siate ciò che dovete essere, fabbriche di figli, senza
    volontà e senza diritti.
     Se parlate con le immigrate comuni, le immigrate della
    porta accanto, è questo che vi diranno.

    4. Proibire l'uso del velo nelle scuole e nei luoghi di
    lavoro è un atto di prepotenza che incoraggia lo scontro di
    civiltà.
    In realtà, misure come queste vanno nella direzione opposta:
    tendono una mano alla parte più viva e avanzata delle
    comunità musulmane.
    In Francia dall'anno scorso c'è una legge che vieta l'uso
    del velo nelle scuole pubbliche.
    Dopo le proteste scatenate dai fondamentalisti nei primi
    tempi, i sondaggi dicono che la stragrande maggioranza delle
    allieve e delle donne delle comunità si sono apertamente
    schierate a favore della legge.
    Ora ci sentiamo più libere, confessano: più libere di
    parlare, di vivere, di essere noi stesse.
    Detto questo, è evidente che il problema è innanzitutto
    culturale, e si affronta con un dibattito ampio ed aperto.
    Più che perdersi in dibattiti politicamente corretti sulle
    proibizioni, è molto più utile e realistico difendere il
    diritto delle donne a non indossarlo.

    Riassumendo: l'imposizione del velo rivela una concezione
    del mondo che non vela soltanto la donna ma anche l'uomo, la
    società, la mente.
    Che mortifica la sua parte migliore, la sua storia di
    civiltà e di creatività.
    Ogni immigrata che rinuncia al velo non lo fa perché sceglie
    l'Occidente corrotto.
    Lo fa perché sceglie e ama il vero islam, non la sua copia
    deforme.
    È da riflessioni come queste che dovremmo partire quando
    affrontiamo una questione così importante per il futuro
    dell'integrazione.
    Chi oggi in Italia applaude al velo e ne fa solo un problema
    di centimetri di pelle da scoprire, mostra purtroppo di non
    averlo ancora compreso.

    Avvenire, Martedi 24 ottobre 2006

    a proposito di halloween

    IN LIBRERIA:
    http://libreria.totustuus.info/
    La notte delle zucche
    Da qualche anno, ormai, alla fine di ottobre siamo invasi da
    immagini di zucche, pipistrelli, e altre amenità in stile
    horror. E' la festa di "Halloween", entrata perfino nel
    mondo della scuola: non pochi sono gli istituti scolastici,
    dalla scuola primaria a quella superiore, dove gli
    insegnanti fanno festa insieme ai bambini, tra giochi e
    disegni. Da più parti, di fronte al crescere di questo
    fenomeno, si è cominciato a manifestare una certa
    preoccupazione: c'è chi vede in Halloween un ritorno a forme
    di "paganesimo", e chi invece un rito folkloristico e
    consumistico, una specie di innocuo carnevale fuori
    stagione. Chi ormai più si ricorda, non solo tra i bambini e
    i giovani e a livello massmediatico popolare, la festività
    cristiana che Halloween va soppiantando: Ognissanti.
    30 oktober

    pensiero politicamente corretto e gnostico


    Com'è noto, del pensiero cosiddetto politically correct, mix
    di radicalismo edonistico e di marxismo, si è appropriata la
    sinistra, sebbene di origine statunitense.
    Nulla di strano: anche il Sessantotto, che del politically
    correct è il padre, ebbe tale origine.
    Voi direte: ma come, se nei cortei bruciano le bandiere
    americane!
    Esatto, ma anche nel Sessantotto, negli Usa, si bruciavano
    bandiere in protesta contro l'intervento in Vietnam, e l'odio
    per l'Occidente e la sua civiltà, di cui gli Usa sono
    considerati il simbolo e il baluardo, è ciò che lega i
    liberals americani ai "sinistri" europei, di qualunque
    colore essi siano (verdi, arcobaleno, rossi, rosa.).

    A futura memoria bisognerà dunque che vediamo da vicino in
    che cosa consista esattamente questo politically correct e
    quali sono i suoi punti fermi.
    Sì, perché non vi è nulla di più contingente e mutevole del
    politically correct, e quel che oggi è tale non sappiamo se
    lo sarà ancora domani, essendo frutto esclusivo del
    capriccio di intellettuali.

    Prenderò spunto da una suggestiva sintesi che ne ha fatto
    Edward Feser, docente di filosofia alla Loyola University di
    Los Angeles, in un suo articolo apparso su "Liberal" del
    maggio 2006.
    Il saggio, va detto, concerne realtà esclusivamente
    americane ma può benissimo adattarsi anche ai casi nostri.
    Egli esordisce col dire che negli Usa "l'egemonia della
    sinistra nelle università è così schiacciante che perfino le
    persone non di sinistra non la mettono in dubbio".
    Verrebbe da rispondere che, se questa è la situazione nel
    baluardo dell'Occidente, la terra del capitalismo e della
    Coca-Cola, allora siamo messi proprio male.
    Infatti, nel resto dell'Occidente è anche peggio.

    Allora, vediamo quali sono i capisaldi del politically
    correct.
    Il primo recita che il capitalismo è intrinsecamente
    perverso e disumano, perché arricchisce a dismisura pochi a
    prezzo della miseria crescente dei più.
    Invece, il marxismo, al di là dei suoi trascurabili
    fallimenti storici, conserva tutta la sua altissima carica
    ideale e rimane la quintessenza della giustizia sociale.
    Dai primi due punti consegue che la globalizzazione avrà
    come effetto di sprofondare vieppiù il Terzomondo nel
    baratro della povertà.
    Altra conseguenza è il disastro ambientale, dovuto
    esclusivamente all'industrialismo.
    Va da sé che le risorse naturali sono ormai in via di
    estinzione per lo stesso motivo.
    Dunque, le soluzioni vanno trovate nel blocco totale del
    progresso teconologico e nel ritorno a forme di
    approvvigionamento energetico arcaiche (mulini a vento
    etc.).

    Un altro punto fermo del politically correct riguarda i
    sessi: le differenze psicologiche e di comportamento tra
    maschi e femmine sono artificiali, dovute cioè a
    condizionamenti culturali; lo stesso dicasi per le
    preferenze sessuali.
    Corollario: la minore presenza di donne in certi ruoli e
    professioni è dovuta esclusivamente a ingiusta
    discriminazione.
    Procediamo con gli altri punti: i problemi del Terzomondo
    sono cominciati col colonialismo ottocentesco, i cui effetti
    perversi ancora oggi, dopo quasi due secoli, impediscono a
    quei popoli di svilupparsi.
    Ciò è dovuto anche al fatto che la civiltà occidentale è
    stata ed è la cosa più oppressiva che si sia mai vista sulla
    faccia della terra.
    Essa è altresì spiritualmente inferiore a qualunque altra
    "cultura".
    E questo ci porta alla religione, che è puro frutto di
    ignoranza, specialmente il cristianesimo: una persona
    sensata, oggi, non può più credere in alcunchè di
    soprannaturale.
    Naturalmente, la morale, specialmente sessuale, che ne
    discende è una reminiscenza superstiziosa senza alcun
    fondamento razionale.
    Altrettanto naturalmente, dalla religione vanno tenute
    distinte le filosofie orientali (buddismo, yoga etc.), che,
    non avendo riferimenti trascendenti ed essendo praticamente
    prive di morale sessuale, possono essere utilizzate come
    tonificanti psicofisici contro il logorio della vita
    moderna.

    Ecco, tutto questo è il politically correct, ed è
    assolutamente naturale per uno "di sinistra" aderirvi.
    Dal punto di vista psicologico, c'è da aggiungere che la
    malìa che la sinistra esercita sugli intellettuali è causata
    anche da un giro mentale che fa sì che il professore, il
    regista, il giornalista, lo scrittore, l'attore, il poeta,
    il cantante si convincano che il mondo andrebbe molto meglio
    se si decidesse a seguire le loro idee.
    Questo atteggiamento è rinforzato dal dato di fatto, in
    molti casi, del loro successo sociale ed economico: se hanno
    avuto successo è segno che loro sono migliori degli altri e,
    dunque, le loro idee devono essere giuste.

    Il marxismo, dal canto suo, è pura teoria, analisi cui
    riconduce tutta la realtà.
    E' l'ultima e più duratura forma di gnosi di massa, quell'antica
    eresia che voleva alcuni, perché "illuminati", deputati a
    rifare a tavolino un mondo fatto male da un cattivo
    demiurgo.
    E, va da sé, per ciò stesso deputati anche a guidare tutti
    gli altri, per amore o per forza, perché i più, non essendo
    "illuminati" come loro, sono inconsapevoli del loro vero
    bene.
    Da qui il suo fascino sugli intellettuali.

    Non c'è nulla di nuovo sotto il sole, se non la forma,
    adattata ai tempi, della tentazione primordiale (".sarete
    come dèi.") che, nel Genesi, titillava il genere umano a
    mordere il frutto della conoscenza ("gnosi", in greco).
    Da qui, anche, il recente revival dei cosiddetti vangeli
    apocrifi, che sono in realtà testi gnostici del II e III
    secolo, portati alla ribalta da Il Codice da Vinci e il
    Vangelo di Giuda.
    Dunque, la Chiesa non fa altro che combattere sempre contro
    la stessa eresia da duemila anni, a partire da quel Simon
    Mago di cui parlano gli Atti degli Apostoli (8, 9-24).

    Eggià: il diavolo, a differenza del suo Avversario, è
    maledettamente (è il caso di dirlo) monotono.

    Rino Cammilleri
    http://www.rinocammilleri.it/
    Articolo apparso su "Il Timone", rivista di apologetica,
    n° 55 del 2006
    28 oktober

    Ragazze spericolate e anticonformiste

    RAGAZZE SPERICOLATE E ANTICONFORMISTE: IL FASCINO DELLA CLAUSURA, L’AVVENTURA DI DIO, L’ABBRACCIO FORTE E DOLCE DI GESU’ 24.10.2006
    COME DIFENDERSI DALL’ASSEDIO DEL NULLA, DALLA NOIA, DALL’INSODDISFAZIONE, DAL MALE E DALLA STUPIDA TELEVISIONE? COME RITROVARE IL GUSTO DELLA VITA? ASCOLTATE IL CUORE E APRITE GLI OCCHI……STUPITEVI!
    I mass media trasformano ogni piccola scemenza in una tendenza, ogni stravaganza finto-trasgressiva in una moda, ogni sgallettata che appare in tv in un “evento” da immortalare. Ma non si sono accorti di un fenomeno che – questo sì – è l’unico veramente trasgressivo e anticonfomista: l’aumento delle giovani ragazze che scelgono la clausura. Anche la televisione – dovendo riempire ore del palinsesto per propagare le “eroiche” gesta dell’Isola dei famosi, così da rincoglionire il pubblico sotto tonnellate di Nulla – sta alla larga da questo eroismo autentico e da questo sorprendente amore.

    I dati sono semplici. Fra il 2004 e il 2005, in Italia, sono aumentate di 300 unità le vocazioni claustrali. Trecento giovani ragazze italiane, spesso laureate, del tutto normali, figlie del loro tempo (discoteche comprese), che si sono “innamorate” così e hanno lasciato tutto, proprio tutto, scegliendo le quattro mura di una clausura e una vita di totale povertà, silenzio e preghiera, per questo Amore.

    Complessivamente le professe solenni sono 6.672 (anche i monasteri sono passati da 524 a 533). Ed è una fioritura non solo italiana. Sempre nel periodo 2004-2005 le claustrali nel mondo sono aumentate di 1.147 unità, arrivando a 47. 626 (a cui vanno aggiunte 8.107 ragazze in periodo di formazione). Curiosamente sono le laicissime Spagna e Francia che, con l’Italia, hanno il maggior numero di vocazioni di questo tipo. Queste stupende avventuriere innamorate, sono figlie di una generazione che non conosce più la carezza di Dio, la compagnia forte e dolce dell’Eterno. Facevano parte di una generazione consumata dal desiderio di qualcosa a cui non sa dare un nome, del senso della vita che non sa trovare. Vengono in mente le antiche parole del profeta biblico Amos: “Ecco stanno per venire dei giorni/ nei quali manderò la mia fame sopra la terra:/ non una fame di pane, non una sete d’acqua,/ ma fame e sete di udire la Parola di Dio./ Ed essi andranno errando da un mare all’altro,/ e dal Settentrione all’Oriente;/ ed andranno qua e là cercando la parola di Dio/ e non la troveranno./ In quei giorni saranno sfiniti per la sete/ le fanciulle e i giovani” (VIII, 11-13).

    Ma c’è chi ha la fortuna di trovare. Anzi di essere trovato. Come ha detto ad una cronista di Avvenire suor Maria Eliana del Carmelo di Carpineto Romano: “non pensavo al Signore, ma Lui, nel suo amore, ha pensato a me e si è fatto presente”. Racconta: “non ho mai pensato di farmi suora. Tanto meno monaca di clausura. Sono nata a Rimini e ho vissuto per 19 anni a Cattolica, perciò non mancava il modo di divertirsi”. Alla maniera di tutti: “la mia vita era come quella di tanti giovani: mare, discoteca, uscite con gli amici…”. Poi è arrivato il grande amore: “Mi sono sentita amata da Lui e questo amore mi ha toccato il cuore”.

    Mi è capitato di visitare un monastero di clausura umbro, di clarisse. Ne sono uscito abbagliato. Ho parlato con quattro suore: due erano sull’ottantina, stavano lì dentro da 50 anni. Ma io non ho mai conosciuto persone più ilari, vitali, dolci, piene perfino di buonumore. Poi ho parlato con due nuove clarisse: sui 25-26 anni. Ero stupito dai loro volti e dai loro occhi. Avrei voluto avere una telecamera per fare loro un primo piano stretto mentre parlavano. Vi assicuro che chiunque rimarrebbe colpito. Non era solo la consueta bellezza di due giovani donne. Era, la loro, una bellezza speciale, piena di luce, perché soprattutto erano felici. Parlando con semplicità delle cose normali della loro vita trasmettevano dolcezza e bontà. Loro che avevano rinunciato a tutto, anche alla loro giovinezza e vivevano totalmente povere dietro quella grata, mi sembravano possedere tutto. Soprattutto la pace che noi non conosciamo. Pur portando davanti al trono di Dio, ogni ora, tutti i dolori e le sofferenze del mondo che affluiscono fra queste mura.

    E’ il fascino di questa ricchezza, di questa Bellezza sconosciuta a tutti noi che viviamo nel mondo, che sta dietro il successo del film “Il grande silenzio”. Non si ha la sensazione di persone che abbiano perduto qualcosa o rinunciato a qualcosa, ma piuttosto di donne e uomini che possiedono ciò che noi affannosamente cerchiamo e la cui mancanza ci sfianca e ci addolora. Il vero deserto, quello dove si muore di sete, è nei nostri cuori sazi e disperati e non certo in quei chiostri silenziosi, simili piuttosto a oasi verdi e fresche. Ciò che il mondo chiama “felicità” è dissipazione che lascia solo la cenere di un fuoco troppo fatuo. L’insoddisfazione perenne accompagna gli umani. Da sempre. Ciò che dappertutto è ricerca agitata e nervosa lì, in quei chiostri, è gioia dell’abbandono. Ciò che dovunque è convulsa corsa al possesso del nulla lì è godimento di Dio, l’Eterno per cui siamo fatti.

    E’ letteralmente una cosa dell’altro mondo. Un altro mondo dentro il nostro mondo. Dove la verginità significa amore totale e trasfigurazione della propria stessa carne, “divinizzazione”, come dicono i padri della Chiesa orientale che sanno ben riconoscere l’aureola nel volto luminoso degli uomini di Dio. Il cardinal Ruini, concludendo il convegno di Verona, ha sottolineato questo “boom” delle vocazioni alla clausura, ma forse anche la Chiesa dovrebbe rifletterci. Perché gli istituti religiosi in genere hanno crisi di vocazioni mentre la clausura attrae? Non sarà che troppo spesso i religiosi sono stati trasformati in assistenti sociali o attivisti? Non sarà che il “fare” prevale sul “mendicare” e sull’adorazione amorosa? Non sarà che in troppi ordini religiosi – per dire – i superiori hanno sostituito il Buon Samaritano che guarisce (che è Cristo) con psicologi e psicanalisti?

    Si potrebbe imparare qualcosa da questo fatto se si ascoltasse finalmente il Papa. Nelle sue parole pronunciate a Verona c’è tutto. C’è innanzitutto la passione per Gesù Cristo. Che è tutto. E che basta alla vita. S. Agostino, che aveva vissuto una giovinezza dissipata (in un modo simile alla nostra epoca erotomane e intellettualistica), ha descritto meglio di chiunque altro questo innamoramento di Cristo, la Bellezza fatta carne: “Tardi ti ho amato, o Bellezza sempre antica e sempre nuova, tardi ti ho amato! Ed ecco tu eri dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo ed io nella mia deformità mi gettavo sulle cose ben fatte che tu avevi creato. Tu eri con me ed io non ero con te. Quelle bellezze esteriori mi tenevano lontano da te e tuttavia se esse non fossero state in te non sarebbero affatto esistite. Tu mi hai chiamato e hai squarciato la mia sordità; tu hai brillato su di me e hai dissipato la mia cecità. Tu hai emanato la tua fragranza e io ho sentito il tuo profumo e ora ti bramo. Ho gustato e ora ho fame e sete. Tu mi hai toccato e io bramo la tua pace”.

    il Papa Ricorda la rivolta ungherese

    Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI in occasione del 50°
    anniversario dell'insurrezione di Budapest:
     
    A Sua Eccellenza
    Il Signor László Sólyom
    Presidente della Repubblica di Ungheria
    Il 23 ottobre del 1956 il coraggioso popolo di Budapest dovette
    confrontarsi con il proprio desiderio di libertà, a fronte di un
    regime che perseguiva fini difformi dai valori della Nazione
    ungherese. E' ancor vivo nella memoria il ricordo dei tragici eventi
    che provocarono, nel giro di pochi giorni, migliaia di vittime e di
    feriti, destando nel mondo grave turbamento. Risuonarono allora forti
    le accorate considerazioni del mio venerato Predecessore il Papa Pio
    XII, il quale, attraverso ben quattro vibranti interventi pubblici,
    chiese con insistenza alla Comunità Internazionale il riconoscimento
    dei diritti dell'Ungheria all'autodeterminazione, in un quadro di
    sostanziale identità nazionale, che garantisse la necessaria libertà.
    Volentieri aderisco alle varie iniziative programmate per commemorare
    un così significativo evento, quanto mai importante per la storia del
    Popolo ungherese e per l'Europa. E proprio per questo ho chiesto al
    Decano del Collegio cardinalizio, il Signor Cardinale Angelo Sodano,
    sino a poco tempo fa mio Segretario di Stato, di partecipare a mio
    nome alle celebrazioni e di rendersi interprete degli intimi
    sentimenti che albergano nel mio cuore nel 50° anniversario
    dell'insurrezione di Budapest.
    Signor Presidente, nel domandarLe di voler accogliere il mio Legato a
    Latere, il Signor Cardinale Angelo Sodano, con la stessa deferenza
    con la quale accoglierebbe me, colgo volentieri l'occasione per
    sottolineare la millenaria intesa che anima i rapporti tra la Sede
    Apostolica e il nobile Popolo ungherese. Al tempo stesso, mi piace
    rilevare come il Suo Popolo, Signor Presidente, nonostante le
    oppressioni subite lungo i secoli, e da ultimo quella
    sovietico-comunista, abbia sempre tenuto nella giusta valutazione il
    rapporto fra Stato e cittadino, al di là di ogni ideologia. Secondo
    la visione cristiana, a cui si sono ispirate le popolazioni che hanno
    dato vita alla Nazione ungherese, la persona con le sue legittime
    aspirazioni morali, etiche e sociali precede lo Stato. La struttura
    legale dello Stato e la sua giusta laicità sono sempre state
    concepite nel rispetto della legge naturale tradotta negli autentici
    valori nazionali e, per i credenti, arricchita dalla Rivelazione.
    L'auspicio che di cuore rinnovo è che l'Ungheria possa costruire un
    futuro libero da ogni oppressione e condizionamento ideologico.
    Signor Presidente, mentre Le domando di annoverarmi tra quanti fanno
    grata memoria di un evento storico di così grande rilievo, auspico
    che esso sia motivo di provvida riflessione sugli ideali e sui valori
    morali, etici e spirituali che hanno costruito l'Europa, di cui
    l'Ungheria è parte. Possa il Suo Paese, Signor Presidente, continuare
    a farsi paladino di una proposta di civiltà basata sul rispetto della
    persona umana e sul primato dei suoi alti destini.
    Maria, la Magna Domina Hungarorum, santo Stefano, santa Elisabetta e
    gli altri santi che annovera la nobile Terra di Pannonia continuino a
    vegliare sulle legittime aspirazioni del Popolo ungherese. Io
    assicuro la mia spirituale vicinanza e, in segno del mio costante
    affetto, imparto a Lei e ai Suoi Compatrioti una speciale Benedizione
    Apostolica.

    Dal Vaticano, 7 ottobre 2006
    BENEDICTUS PP. XVI
    26 oktober

    A Verona Papa Ratzinger....

    Diceva Giovanni Testori, un grande convertito: “Meno dibattiti e più battiti”. La Chiesa italiana è malata di convegnite, documentite e auto-occupazione clericale… Anche a Verona si sono parlati addosso per giorni, con ore di “gruppi di lavoro” per “elaborare il documento”. Che ovviamente nessuno leggerà. Nell’ambienmte clericale il verbo si è fatto carta. E nel frattempo il mondo ha fame e sete di Gesù Criston e non si trovano cristiani che lo testimonino…. Infatti arriva il Papa a Verona e abbaglia tutta questa platea facendo intuire per alcuni minuti cosa è veramente il cristianesimo. Lo stupore è l’inizio del cristianesimo…
    Peccato che il Papa non venga ascoltato. Non veniva citato a Verona prima del suo arrivo (Ratisbona? Nessuno ne parlava) e non sembra sia ascoltato oggi. Invece questo papa è un grande dono del Cielo…
    Benedetto XVI giganteggia su un ceto clericale che fa letteralmente cadere le braccia (e non solo). Ieri, al convegno della Chiesa italiana che si svolge a Verona, con un altro splendido intervento il pontefice ha riportato la Barca di Pietro sulla rotta giusta. Da buon padre non ha attaccato nessuno, ma le “correzioni” che ha fatto sono tante e poderose. Allora i nomi li faremo noi. La prima salutare correzione è verso l’incredibile cardinale Tettamanzi. Inaugurando il convegno di Verona il prelato milanese ha fatto un intervento che il Corriere della sera ha titolato così: “Tettamanzi ai teocon: basta con la fede a parole”. La sua frase centrale è questa: “E’ meglio essere cristiano senza dirlo che proclamarlo senza esserlo”.

    Era, nelle sue intenzioni, una sciabolata contro tutti quei laici – da Ferrara a Pera – che hanno il grave torto di stimare e difendere la Chiesa. I “cattoprogressisti” evocano ogni due per tre l’apertura al mondo laico voluta dal Concilio, ma poi sparano a zero quando appaiono dei laici che sono interessati alla Chiesa. La frase di Tettamanzi (“meglio essere cristiani senza dirlo”), pronunciata in un momento in cui si rischia il licenziamento se si porta un crocifisso al collo, sarà considerata da certi cattolici come un elogio della propria viltà e del proprio opportunismo. L’incredibile gaffe di Tettamanzi conferma che il drammatico grido di don Giussani nella sua ultima intervista (“la Chiesa si è vergognata di Cristo!”) è l’istantanea di questo momento storico. Veniamo al “caso Ferrara”. S. Agostino nel De Civitate Dei ha spiegato che Cristo ha suoi amici-alleati nella città degli uomini e ha suoi nemici dentro la città di Dio. Il papa che conosce bene Agostino ha spiegato alla Chiesa italiana quale grande grazia sia il trovarci oggi un mondo laico che non ha più il volto anticattolico di Scalfari e Flores d’Arcais, ma anche quello pieno di stima e interesse di Ferrara, Pera e tanti altri (non sempre teocon, come Galli Della Loggia). Ecco le sue parole testuali: “si avverte la gravità del rischio di staccarsi dalle radici cristiane della nostra civiltà. Questa sensazione, che è diffusa nel popolo italiano, viene formulata espressamente e con forza da parte di molti e importanti uomini di cultura, anche tra coloro che non condividono o almeno non praticano la nostra fede. La Chiesa e i cattolici italiani sono dunque chiamati a cogliere questa grande opportunità, e anzitutto ad esserne consapevoli. Il nostro atteggiamento non dovrà mai essere, pertanto, quello di un rinunciatario ripiegamento su noi stessi: occorre invece mantenere vivo e se possibile incrementare il nostro dinamismo, occorre aprirsi con fiducia a nuovi rapporti, non trascurare alcuna delle energie che possono contribuire alla crescita culturale e morale dell’Italia”.

    Naturalmente il papa – non essendone culturalmente subalterno (come qualche cattolico) - invita anche loro, questi provvidenziali alleati della Chiesa, a guardare in faccia Gesù. Li invita a riconoscere con la ragione l’evidente Intelligenza che ha fatto e regolato il cosmo. E li invita a riconoscere – con il loro connaturato “bisogno di amore” – la risposta totale a questo desiderio di felicità che è Cristo stesso. Ma qui non ho spazio per farvi gustare tutte le perle di questo intervento. Posso solo enucleare le altre “correzioni”. A chi riduce la fede a crociata moralistica o ideologica il Papa spiega che “all’origine della nostra testimonianza di credenti non c’è una decisione etica o una grande idea, ma l’incontro con la Persona di Gesù Cristo”.

    A chi trasforma la Chiesa in agenzia umanitaria ideologizzata dice che occorre “testimoniare la carità mantenendosi liberi da suggestioni ideologiche e simpatie partitiche” e “soprattutto misurando il proprio sguardo sullo sguardo di Cristo”. Alla Civiltà Cattolica che il mese scorso sparava sull’ “apologetica” spiega: “dobbiamo essere sempre pronti a dare risposta (apo-logia) a chiunque ci domandi ragione (logos) della nostra speranza”. A quei laicisti che, in nome del dialogo, lo hanno attaccato per il discorso di Ratisbona risponde che la moderna e laicista “riduzione dell’uomo” che viene “trattato come ogni altro animale” (ovvero “relativismo e utilitarismo”) rende impossibile dialogare “con le altre culture nelle quali la dimensione religiosa è fortemente presente”.

    Infine il Papa proclama che la novità cristiana nasce dalla “Resurrezione di Cristo che è un fatto avvenuto nella storia”. E con queste parole chiare liquida le tendenze dominanti nella teologia attuale secondo le quali bisognerebbe distinguere la “fattualità storica” della resurrezione dalla sua “realtà”. Sofismi heideggeriani con i quali certi teologi hanno fatto anche grandi carriere ecclesiastiche. Già Paolo VI sottolineava “il fatto empirico e sensibile” delle apparizioni di Gesù dopo la resurrezione: “se non manteniamo la fede in questo fatto empirico e sensibile” disse “trasformiamo il cristianesimo in una gnosi”. Che è il rischio di tanta teologia moderna.

    © “Libero” 20 ottobre 2006
    25 oktober

    Magdi Allam parla delle accuse alla Santanchè

    Islam d'Italia: «Il velo legge di Dio»
    La guerra scoppia in tv

    «Lei è un'ignorante, è falsa», peggio ancora «lei semina l'odio,
    è un'infedele ».
    L'accusa pesantissima, che in termini coranici si traduce
    con la condanna a morte, è diretta all'onorevole Daniela
    Santanchè di An.

    A scagliarla è Ali Abu Shwaima, imam della moschea di
    Segrate, appena conclusa una già rovente puntata di
    «Controcorrente» negli studi milanesi di Sky sulla questione
    cruciale del velo islamico.
    Nel corso della trasmissione condotta da Corrado Formigli e
    andata in onda venerdì sera, la Santanchè aveva sostenuto
    che «il velo non è un simbolo religioso, non è prescritto
    dal Corano».

    Ciò in risposta all'affermazione della giovane Asmae Dachan,
    figlia del presidente dell'Ucoii (Unione delle comunità e
    organizzazioni islamiche in Italia), secondo cui «il velo è
    un atto di fede come la preghiera e l'elemosina, è un
    fattore di adorazione di Dio».
    La replica di Abu Shwaima è stata impietosa eminacciosa:
    «Non è vero che nel Corano non ci sia l'obbligo del velo. Io
    sono un imam e non permetto a degli ignoranti di parlare di
    islam. Voi siete degli ignoranti di islam e non avete il
    diritto di interpretare il Corano ».

    Successivamente, rivolto all'altra ospite negli studi di Sky
    a Roma, Dunia Ettaib, rappresentante dell'Unione delle donne
    marocchine in Italia, tenacemente contraria al velo, Abu
    Shwaima ha sentenziato con un italiano approssimativo (quasi
    la dimostrazione della difficoltà di integrarsi per un
    integralista che risiede da circa 40 anni nel nostro Paese
    ma che coltiva l'ambizione di convertire gli italiani all'islam):
    «Il velo è una legge che Dio ha mandato. È Dio che lo dice,
    l'uomo non può negarlo. Se uno crede nell'islam lo segue.
    Senza essere uno che non crede, di dire che non lo deve
    portare».

    A questo punto Dunia chiede lumi (questo scambio di battute
    non è però andato in onda): «E quelle che non portano il
    velo non sono musulmane?».
    Secca la risposta di Abu Shwaima: «Il velo è un obbligo di
    Dio. Quelle che non credono in questo non sono musulmane».
    Quindi le musulmane che non portano il velo sarebbero delle
    miscredenti e delle apostate, altra accusa che si
    trasformerebbe nella condanna a morte.

    È un nuovo episodio che dovrebbe spingere gli italiani a
    guardare in faccia la realtà per quella che è e non per
    quella che immaginano che sia o sperano che diventi,
    partendo dal vissuto dei suoi protagonisti e affrancandosi
    dai filtri ideologici, culturali e religiosi che portano
    alla mistificazione della realtà. E la questione del velo
    islamico va considerata per il significato che le danno
    coloro che in Italia si ergono a rappresentanti dei
    musulmani.

    Prendiamo atto del fatto che Abu Shwaima, autodesignatosi
    imam della moschea di Segrate, nonché «emiro del Centro
    islamico di Milano e Lombardia», è sia fondatore e membro
    del «Consiglio dei saggi» dell'Ucoii, sia responsabile della
    Da'wa, ovvero della propaganda islamica, della Fioe
    (Federazione delle organizzazioni islamiche in Europa), che
    è la cornice unitaria delle organizzazioni affiliate ai
    Fratelli musulmani nel nostro continente.

    Prendiamo atto del fatto che Asmae Dachan è portavoce dell'Admi
    (Associazione delle donne musulmane in Italia), creatura
    dell'Ucoii.

    Ebbene per entrambi il velo è un obbligo islamico, con la
    conseguenza esplicita della condanna, implicitamente anche a
    morte, delle donne che non lo indossano o si schierano
    contro il velo perché sarebbero delle infedeli, miscredenti
    e apostate.
    Questa è la realtà di cui dovrebbero finalmente rendersi
    conto i politici di sinistra e di destra che hanno
    legittimato il velo islamico sulla base del «buonsenso» (una
    versione islamicamente corretta di equidistanza o
    equivicinanza tra il velo integrale e il capo scoperto), o
    se ne sono addirittura innamorati perché sarebbe
    esteticamente bello, i magistrati che hanno accreditato nel
    nostro codice laico con una sentenza definitiva il velo come
    una prescrizione islamica, i religiosi cattolici che dicono
    sì al velo islamico purché non si metta in discussione il sì
    al crocifisso nella sfera pubblica, le donne italiane che
    risultano indifferenti alla sorte delle musulmane.

    Prendano atto che il velo è lo strumento principale di
    penetrazione sociale dei Fratelli musulmani perché porta
    alla sottomissione della donna e alla formazione di una
    «comunità islamica» forgiata dalla sharia.
    Mobilitiamoci pertanto per salvaguardare il diritto delle
    musulmane a non portare il velo, per sostenere una
    maggioranza di musulmane che oggi è sostanzialmente laica e
    liberale, per difendere l'Italia dall'ideologia oscurantista
    e totalitaria che si nasconde dietro al velo.
    Prima che sia tardi.

    Magdi Allam
    CorSera, 22 ottobre 2006
     
     
     
    24 oktober

    coop rosse o coop del quartierino?

    Interessi senza conflitto. Dove "regnano" le giunte rosse le coop prosperano.

    I dati Ac-Nielsen dicono che la quota è del 25,7 per cento. Nelle rilevazioni Infoscan si sale al 26,7. È il potere delle coop, il tentacolare colosso che domina iper e supermercati. Oltre un quarto della grande distribuzione alimentare in Italia è targato Lega delle cooperative: le «nove sorelle» a marchio Coop e i Conad. Il concorrente più insidioso (si fa per dire) è la catena francese Carrefour, che supera di poco il 10 per cento. Seguono Auchan, Selex, Sidis, Esselunga e sigle minori. Un predominio indiscusso e inattaccabile.

    Come hanno fatto le coop a conquistare questo primato? Con un regime fiscale di assoluto favore, un assetto societario blindato e la possente leva finanziaria del prestito sociale. E con un sistema illustrato in una recente intervista a Repubblica da Leonardo Del Vecchio, patron di Luxottica che con la famiglia Benetton aveva rilevato i marchi Gs e Autogrill dall’Iri-Sme. È uno scenario simile a quello sintetizzato da Silvio Berlusconi, cioè la triangolazione fra coop, partito (Pci-Pds-Ds) e amministrazioni locali di sinistra. Il re degli occhiali spiega dunque così la decisione di vendere i negozi Gs a Carrefour: «Succedeva che per due, tre anni trattavamo le licenze commerciali con un Comune. Concedevamo tutto quello che chiedevano: costruzione di scuole, verde pubblico, servizi sociali. Tutto a posto, eppure alla fine la licenza ci veniva negata. E in seguito il terreno se lo prendevano le Coop».

    Un esempio? Lo racconta l’ex ministro Carlo Giovanardi in un libretto intitolato «La coop sei tu, chi può fare di più?». Primi anni ’90: Esselunga voleva trasferire e allargare il supermercato di Sassuolo. L’amministrazione di sinistra bocciò tre volte la domanda di trasferimento; quando arrivò il nulla-osta dalla Regione Emilia Romagna, lasciò trascorrere i 30 giorni entro i quali doveva adottare il provvedimento di sua competenza e poi fece ricorso al Tar sbandierando una memoria redatta dalla Coop Estense. Esselunga dovette alzare bandiera bianca mentre, in quegli stessi mesi, a Modena la giunta di sinistra si batteva per il terzo ipermercato Coop.

    In Emilia Romagna le coop, con un fatturato che nel 2004 ha sfiorato i cinque miliardi di euro, controllano il 67 per cento della grande distribuzione alimentare: in Lombardia nessuna catena raggiunge il 10 per cento. Nella provincia di Modena la percentuale balza al 74 per cento: 66 supermercati su 90 sono Coop o Conad e le relative società Coop Estense e Nordiconad sono al secondo e al quarto posto nella classifica delle maggiori aziende della provincia per fatturato annuo, dietro rispettivamente alla Ferrari e all’Inalca. In Liguria le coop hanno il monopolio assoluto degli ipermercati: Carrefour, che pure ha vinto tutti i ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato, è ancora al palo mentre la catena Iper ha ripiegato su tre strutture nell’Alessandrino presso i confini liguri (Serravalle Scrivia, Pozzolo Formigaro, Tortona).
    In Europa una presenza così massiccia delle coop nella grande distribuzione non ha uguali. In Francia il movimento mutualistico è stato oscurato dai giganti privati Carrefour, Intermarché, Auchan, Casino, Leclerc; idem in Germania, dove il mercato è in mano ai gruppi Metro, Rewe e Edeka. Nemici temutissimi, spauracchi già presenti anche in Italia dove hanno acquisito - oltre ai Gs - anche Standa (Rewe), Rinascente e Sma (Auchan). Ma anche le coop hanno aiutato la calata dello straniero: Conad ha un patto d’acciaio con Leclerc. E nel febbraio scorso ha fondato Coopernic assieme alle catene Colruyt (Belgio), Coop Suisse (Svizzera), Rewe e la stessa Leclerc per realizzare una nuova centrale d’acquisto continentale. Protezionisti se si tratta del destino di Esselunga, aperti verso l’estero quando si firmano accordi commerciali.


    Da uno studio divulgato da Stefania Craxi e dai coordinatori azzurri Isabella Bertolini, Denis Verdini e Luciano Rossi, emerge un gigantesco e insanabile conflitto d’interessi. Da quanto trapela sui dati finora raccolti si scopre che nell’aggiudicazione degli appalti, nelle assicurazioni e nella grande distribuzione le coop avrebbero posizioni dominanti nelle regioni amministrate anche da oltre mezzo secolo da giunte di sinistra.

    In Emilia Romagna, ad esempio, il 67% della grande distribuzione è in mano alle cooperative. Una percentuale insolita, schiacciante, che supera persino il 70% in certe province. E che, soprattutto, non trova uguali nelle altre regioni. In Lombardia, infatti, le catene della grande distribuzione, tutte insieme, coprono una fetta di mercato infinitamente minore, appena il 10%. Sugli appalti poi le coop calano l’asso pigliatutto. Secondo i dati del Sitar, il sistema informativo telematico, nel 2004 le coop si sono aggiudicate il 37,5% degli appalti sulle grandi opere, quelli di importo superiore a 5,29 milioni di euro. Se si vanno a spulciare i finanziamenti elettorali dei politici della zona si scopre che le coop erogano robusti sostegni finanziari. Un caso da manuale è quello dell’attuale governatore sempre dell’Emilia Romagna che vede nientemeno che il 77 per cento della sua spesa elettorale coperta dalle coop.

    Insomma c’è il rischio di un cortocircuito e di un quotidiano conflitto d’interessi. Con le amministrazioni comunali, provinciali e regionali che stringono strettissimi e articolati rapporti con le coop, che vedono un continuo interscambio di ruoli tra rappresentanti delle istituzioni che vengono a loro volta dal mondo cooperativo e tornano allo stesso dopo l’esperienza politica finanziata sempre dallo stesso colosso coop.

    Gli intrecci tra banche amiche, coop, partiti politici e amministrazioni sono ormai radicalizzati nelle regioni dove il Pci-Pds-Ds può contare su una continuità di potere che dura dal dopoguerra.

    In certe amministrazioni Unipol, il colosso delle polizze di Bologna, raccoglie la totalità dei contratti. Un caso? Discorso analogo per il credito cooperativo e per l’erogazione dei finanziamenti a tasso agevolato.

     

     

    FT contro Prodi

    «Il declassamento dell’Italia si sapeva da tre mesi, non è una notizia», sostiene Romano Prodi.

    Il downgrading è la notizia del giorno sui giornali finanziari internazionali - dal Financial Times al Wall Street Journal - ed è finita persino sulle pagine online del Quotidiano del Popolo, a Pechino. Il fiasco prodiano da ieri è diventato globale.

    Campeggia il Professore - in foto, titolo e testo - sulla prima pagina rosa-arancio del Financial Times: «La bastonata sul debito si aggiunge ai mal di testa di Prodi», titola il quotidiano della City londinese. E nell’articolo si ricorda che «la legge finanziaria è stata criticata dagli industriali, dalle piccole imprese, dalla Banca d’Italia, dagli economisti favorevoli alle riforme e da molti altri, ai quali adesso si aggiungono Fitch e Standard & Poor’s». Per adesso, aggiunge il Ft, il declassamento avrà un impatto «praticamente nullo» nella capacità dell’Italia di onorare il debito, in quanto membro dell’eurozona; ma «avvicina l’Italia al rating di A- che la Banca centrale europea - ricorda il giornale - pone come soglia per accettare i titoli di Stato come garanzia per le sue operazioni di rifinanziamento».

    Ora l’Italia, ricorda a sua volta il Wall Street Journal, rischia di diventare un serio problema per Eurolandia. «La decisione di Fitch e S&P fa tremare la zona euro», titola il quotidiano finanziario newyorchese, ricordando che la retrocessione decisa dalle agenzie di rating fa aumentare le preoccupazioni in Europa per una possibile «destabilizzazione» a causa del deterioramento finanziario di una delle sue principali economie. E resta sempre il rischio, benché «remoto», scrive ancora il Wsj, di un’uscita dell’Italia dalla moneta europea: «Per il Paese sarebbe un disastro», scrive il quotidiano, che ricorda infine come il livello del rating italiano sia adesso il più basso di Eurolandia, Grecia esclusa.

    E se BusinessWeek online parla di «downgrade italian style», cioè retrocessione all’italiana, facendo il verso al celebre film «Matrimonio all’italiana», un lungo articolo sull’International Herald Tribune si concentra sulle ripercussioni che questo declassamento potrebbe provocare al nostro Paese, in termini di costo del debito pubblico. Non mancano le critiche alla Finanziaria. «Il bilancio 2007 di Prodi fa poco per tagliare la spesa pubblica - scrive il giornale americano, pubblicato in Europa - e invece si concentra su un aumento delle entrate fiscali e sulla lotta all’evasione».

    In Europa, il quotidiano finanziario francese Les Echos riporta la vicenda italiana in prima pagina, parlando del giudizio delle agenzie di rating come di una «vera e propria mina» per Romano Prodi, e sottolineando che potrebbero esservi ripercussioni per la «stretta maggioranza» del premier italiano. Cinco dias, il giornale finanziario spagnolo, ricorda che dopo la decisione di Fitch e Standard & Poor’s, l’Italia è il Paese, «con menos notas de la zona euro despues de Grecia», vale a dire al penultimo posto della classifica europea per i conti pubblici. Incidentalmente la Spagna, che non fa parte del Gruppo dei Sette, detiene il voto più elevato - la «tripla A» - da parte delle tre principali agenzie internazionali.

    Sarà dunque una «non notizia», come sostengono Prodi ed Epifani, ma del downgrading si parla molto, e ovunque. Anche a Pechino. Nell’edizione online del Quotidiano del Popolo il titolo è secco e preciso: «Retrocesso il debito dell’Italia». L’agenzia Xinhua riporta i comunicati di Fitch e Standard & Poor’s, sottolineando il passaggio che si riferisce alla «risposta inadeguata del nuovo governo alle sfide strutturali dell’economia e della finanza pubblica italiana». Del nuovo governo, non del vecchio

    da www.poteresinistro.it

     

    riflessioni

    http://primopiano.totustuus.info/
    Benedetto XVI: Dio escluso dalla vita pubblica
    Così Dio rimane escluso dalla cultura e dalla vita pubblica,
    e la fede in Lui diventa più difficile, anche perché viviamo
    in un mondo che si presenta quasi sempre come opera nostra,
    nel quale, per così dire, Dio non compare più direttamente,
    sembra divenuto superfluo, anzi estraneo. In stretto
    rapporto con tutto questo, ha luogo una radicale riduzione
    dell'uomo, considerato un semplice prodotto della natura,
    come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di
    essere trattato come ogni altro animale. Si ha così un
    autentico capovolgimento del punto di partenza di questa
    cultura, che era una rivendicazione della centralità
    dell'uomo
    e della sua libertà. Nella medesima linea, l'etica viene
    ricondotta entro i confini del relativismo e
    dell'utilitarismo,
    con l'esclusione di ogni principio morale che sia valido e
    vincolante per se stesso. Questa sensazione, che è diffusa
    nel popolo italiano, viene formulata espressamente e con
    forza da parte di molti e importanti uomini ! di cultura,
    anche tra coloro che non condividono o almeno non praticano
    la nostra fede.
     
    http://libreria.totustuus.info/
    Tra Nichilismo ed Islam - L'Europa come colpa
    Secondo gli autori, questa crisi ha origine già nella
    frattura provocata dal Protestantesimo nella Cristianità
    medievale (sec.XVI). Lo stesso affermarsi in quell'epoca
    della parola Europa (al posto di Cristianità usata in
    precedenza) è indice di una laicizzazione della vita anche
    nelle nazioni che erano rimaste cattoliche. Poiché infatti
    nel clima di tensione che seguì alla Riforma, la difesa
    delle caratteristiche - cattoliche o protestanti- dei
    singoli paesi appariva sempre più causa solo di
    interminabili conflitti, si pervenne a poco a poco a poco ad
    una progressiva neutralizzazione di sempre più vasti ambiti
    della vita. Si costruirono così sempre più una cultura,
    un'economia,
    una politica che, nei loro fondamenti, volutamente
    prescindevano dall'una o dall'altra delle grandi opzioni
    religiose del tempo.
     
    "MONS. ALESSANDRO MAGGIOLINI"
    http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=126008
    Maggiolini risponde da un letto d'ospedale a Don Verzé
    Maggiolini legge le parole di Don Verzé: "Staccai la spina
    per lasciar morire un amico". Non appare sorpreso. "Eccoci
    qua. In ospedale. Io allungato su un letto e lei seduto a
    parlare di eutanasia. Non faccia scherzi, mi raccomando".
    Promesso. Cosa ne pensa? "Di cosa". Delle parole di Don
    Verzé. "Ah, pensavo della sua promessa. Un prete prima di
    parlare dovrebbe riflettere tre volte. Una per intuire, una
    per ragionare, la terza per esprimere il suo pensiero che,
    bene o male, poco o tanto, è un aspetto non marginale della
    sua missione. Le parole e i pensieri hanno un peso,
    soprattutto se si dirige un istituto, una clinica, rinomata
    a livello internazionale come il San Raffaele. Don Verzé in
    questo caso ha pensato una volta sola".

    12) "DIFENDERE LA VITA"
    http://difenderelavita.totustuus.it/
    Venerdì non posso: abbiamo programmato la morte della nonna.
    Permettetemi di iniziare questa presentazione della XIX
    Conferenza Internazionale del Pontificio Consiglio per la
    Pastorale della Salute con due dialoghi che possono sembrare
    falsi, ma che purtroppo spesso si ascoltano nella vita
    reale:
    Come stai caro amico? E' tanto tempo che non ci vediamo!
    E' vero, dobbiamo metterci d'accordo per stare un po'
    insieme.
    Cosa ti sembra se ci incontrassimo in quel ristorante nel
    quale andavamo prima?
    Mi pare una buona idea!
    Allora, facciamo per il prossimo venerdì?
    Va bene, sono d'accordo; ma lasciami prima consultare la mia
    agenda. Che peccato, proprio venerdì non mi è possibile,
    perché vedi, per il prossimo venerdì abbiamo programmato la
    morte della nonna.!

    13) "PER UNA POLITICA DEI VALORI"
    http://www.totustuus.biz/users/pvalori/uom_dot.html
    Alle origini del concetto di ideologia, Augusto del Noce
    Curiosamente, negli ultimi dieci anni l'avversario del
    pensiero religioso è cambiato. In certo senso è sempre il
    pensiero rivoluzionario, come fondato sull'idea di una
    "seconda nascita" che si sostituisce alla "seconda nascita"
    evangelica, e come può sostituirsi, se non sostituendo alla
    pienezza del teismo quella dell'ateismo? Ma col marxismo si
    era nell'idea di una religione secolare, della trascrizione
    laica di un modulo messianico (una frase corrente parla di
    Marx, come dell'ultimo "profeta ebreo"). Col sociologismo,
    invece, la rivoluzione è più profonda, proprio perché si
    tratta di una rivoluzione "silenziosa".

    14) "CONTRO LA LEGGENDA NERA"
    http://www.kattoliko.it/leggendanera/modules.php?
    name=News&file=article&sid=1678
    Eutanasia, l'autogol di don Verzè
    Lo stato confusionale in cui versa don Verzè deve essere
    grave se egli non è in grado di padroneggiare concetti di
    morale elementare. Dire infatti - come egli fa - che la
    volontà del paziente risolve ogni remora del medico è una
    solenne asineria. E' la tesi libertaria e radicale di certa
    bioetica anglosassone, in base alla quale il medico dovrebbe
    ridursi a fare l'erogatore di servizi sanitari a richiesta
    del malato: uno vuole l'aspirina, gliela prescrivo; un altro
    vuole l'aborto, lo pratico; Tizio vuole l'eutanasia, lo
    accontento. Uno scenario in cui non c'è più nulla, non dico
    di cattolico, ma nemmeno di umano. Né di ippocratico: un
    greco dell'isola di Kos nel quarto secolo avanti Cristo
    direbbe cose più cristiane di questo prete del terzo
    millennio.

    15) "P. PIERO GHEDDO"
    http://www.gheddopiero.it/avvenire/avvenire27.htm
    Perché il Giappone accetta i valori occidentali e l'Egitto
    no?
    La differenza sta appunto nel fatto che il popolo egiziano
    (pur con una consistente minoranza cristiana) vive da più di
    mille anni in una cultura plasmata dalla fede islamica, per
    la quale la religione è un tutt'uno con la famiglia, la
    società, la politica, l'economia, lo stato, l'educazione: un
    popolo che non ha mai ricevuto l'annunzio del "date a Cesare
    quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio", mentre per
    il Giappone, e più in genere per i paesi buddhisti, la fede
    religiosa è semplicemente una "norma del buon vivere". Si
    capisce quindi perché i giapponesi hanno recepito e
    realizzato la laicità dello stato, gli egiziani hanno
    cambiato sistemi politici, si sono tecnicizzati, istruiti,
    arricchiti, modernizzati, ma la mentalità e la cultura sono
    rimaste più o meno le stesse: non possono che rifiutare,
    anche violentemente se è il caso, la nostra "libertà" di
    pensiero, di religione.

    16) "RINO CAMMILLERI"
    http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=122020
    Eutanasia, i silenzi del cattolico Prodi
    La Binetti, riferisce ancora l'agenzia, racconta di aver
    detto a Prodi che occorre stare attenti in materia di tagli
    alla Sanità, perché ci sono famiglie che, vivendo in
    situazioni drammatiche ed essendo in condizione di disagio
    economico, possono per questo "arrivare a ipotizzare
    soluzioni di eutanasia". Prodi avrebbe mostrato "grande
    attenzione" e altrettanta "disponibilità". Dunque, la
    Binetti, par di capire, è contraria all'eutanasia e, da
    cattolica, almeno qui sembrerebbe in perfetta linea con le
    direttive della Chiesa. Infatti, l'eutanasia è proprio una
    di quelle questioni "non negoziabili" tassativamente
    elencate or non è molto da Papa Benedetto XVI. Quando c'è
    materia che concerne la vita e la morte non si discute, e
    non vale lo specioso argomento che certi divieti sono a
    carico dei soli credenti, mentre chi non crede non è
    obbligato a seguire altro che la sua coscienza
     
    22 oktober

    attenti a Prodi

    Prodi governa contro il Paese

    L’altroieri è stata una giornata nera per Prodi, l’ennesima. Al mattino il catastrofico sondaggio di Repubblica, con pesante editoriale di accompagnamento. A metà giornata la bastonata dalle agenzie di rating internazionale, che declassano l’Italia. Nel pomeriggio, a Verona, lo stadio del Papa che lo fischia.

    Forse è vero che non si governa con i sondaggi, con gli applausi o con i giudizi delle agenzie di rating, ma nemmeno contro un intero Paese.

    I giornali stanno dicendo che Prodi sta governando contro il Paese. Sta governando contro gli italiani. E gli italiani se ne sono accorti. I sondaggi non vengono fatti nel salotto buono della finanza italiana; ma fra la gente. E la gente è frastornata, confusa, delusa.

    In questi giorni tutti si stanno facendo i conti su quante tasse pagheranno in più. Lo stanno facendo gli artigiani, i commercianti, i lavoratori dipendenti. E tutti hanno notato che, a differenza di quel che dice il governo, pagheranno più tasse; perderanno servizi; avranno meno libertà.

    Questa finanziaria mette le mani nelle tasche dei cittadini. Il governo entra direttamente nei bilanci familiari di oggi, ed ipoteca quelli di domani.

    Questa finanziaria è inemendabile. Pensare di intervenire in Parlamento per migliorarla non sarà facile.

    Per tre motivi, tecnici e politici.

    1) Motivo tecnico. Nemmeno più il Tesoro si orienta fra le misure che entrano ed escono dalla manovra. Emendarla vorrebbe dire mettere le mani su un materiale come il mercurio: non si ha mai certezza di dove finisce ed in quante parti si rompe. In più, l’opposizione dovrebbe farsi carico di trovare coperture finanziarie.

    2) Motivo tecnico. Per mettere ordine nei conti dello Stato non serviva una finanziaria soufflè, che cresce di ammontare a seconda delle esigenze: 30 miliardi, 33,4 miliardi, 34,7 miliardi, 40 miliardi di euro. Per rispettare i parametri europei sarebbe servita – al massimo – una manovra da 10-12 miliardi di euro.

    3) Motivo politico. La protesta che monta nel Paese contro la finanziaria innesca mal di pancia nella maggioranza. L’implosione potrebbe arrivare se il governo – come sembra – pone il voto di fiducia. Un voto di fiducia su questa manovra (decreto legge e finanziaria) sottrae al Parlamento il ruolo di controllo sull’operato del governo. Riduce i deputati ed i senatori della maggioranza a mere comparse di un film (la manovra) in cui tutti perdono. Li fa diventare co-partecipi di scelte già bocciate dal Paese. Ma senza voto di fiducia, questa finanziaria non passerebbe mai.

    Il Paese si è reso contro che Prodi sta governando contro gli italiani. Lo dicono i sondaggi. Lo dicono i giornali. Lo dicono tutte le categorie, tutti i ceti sociali (dal metalmeccanico all’avvocato), tutti i gruppi rappresentativi. Insomma, tutto il Paese. E non si può governare contro un Paese, soprattutto se questo Paese, come l’Italia, fa parte del G-7.

    21 oktober

    ecco le buone ragioni di chi oggi ha manifestato a vicenza

    (AGI) - Vicenza, 21 ott. - "Mandiamo a casa Prodi, il gran bugiardo pericoloso per tutti noi". Cosi' Silvio Berlusconi ha concluso il suo intervento dal palco di Piazza dei Signori a Vicenza durante la manifestazione della Cdl contro la finanziaria del governo. Berlusconi ha rivolto al pubblico una serie di domande chiedendo chi sia il premier che "ci accuso' di criminalita' politica, disse che non avrebbe mai aumentato le tasse e invece ha fatto tutto il contrario?". La piazza ha risposto piu' volte 'Prodi' e Berlusconi ha quindi sottolineato: "e' lui il gran bugiardo, mandiamolo a casa al piu' presto". "Sono gia' a casa e sto benissimo". Cosi' il presidente del consiglio, Romano Prodi, ha risposto ai cronisti che sotto la sua abitazione in centro a Bologna gli hanno chiesto un commento sulla conclusione del discorso di Berlusconi.
     
    Prodi ha ragione, in casa sta benissimo, i problemi sorgono quando mette il naso fuori di casa....volano fischi (come a Verona), commenti negativi di Tutte le categorie e precipitano i punti di gradimento tanto quanto i rating, mentre l'europa tace preoccupata.

    Prodi contro tutti, ma non è un super eroe; è una piaga

    Il governo Prodi attaccato dagli "amici"

    Scrive oggi Massimo Giannini su La Repubblica:

    - per quanto riguarda la manovra: "Dire che c’è confusione, a questo punto, è un puro eufemismo";

    - per quanto riguarda il cuneo fiscale: "gli oltre 18 milioni di lavoratori dipendenti non intascheranno un solo euro";

    - ancora: "per i lavoratori dipendenti, i benefici del cuneo coincidono (e non si aggiungono) con la riforma dell’Irpef varata da Visco";

    - risultato: "in molti casi si tratterà di un risparmio di qualche decina di euro al mese. In qualche caso si tratterà di un aggravio di qualche centinaio di euro al mese. Il danno, per tutti, è che non c’è nient’altro da risparmiare";

    - conseguenza: "Non può essere un caso che l’ultima rilevazione… fotografa un tracollo di consensi per l’esecutivo unionista";

    - "non si governa con i sondaggi… ma non si governa neanche con l’improvvisazione".

    Scriveva ieri Sebastiano Messina su La Repubblica:

    "Ammettiamolo: mai una finanziaria era stata così emozionante, così avvincente, così piena di suspence. La riforma Irpef, per esempio, doveva colpire i ricchi (oltre i 70 mila euro). Poi la soglia della ricchezza è salita a 75 mila. Poi è scesa a 40 mila. Ieri si è scoperto che ci rimetterà anche un semplice impiegato con moglie a carico e 29 mila euro di reddito. Lui però è contento: è ricco e non lo sapeva.

    "Nella scuola, 50 mila insegnanti dovevano essere espulsi. Poi il governo ci aveva ripensato. Ieri mattina sono stati di nuovo messi "in esubero". Ieri sera avevano riconquistato il loro posto (ma tre di loro, nel frattempo, hanno avuto un infarto).

    "Brillante la performance automobilistica: "Più tasse sui Suv, esonero dal bollo per le euro4". Ieri mattina è caduto l’esonero. Nel pomeriggio sono svanite le tasse sui Suv. Alle 8 di sera le tasse sui Suv sono rispuntate, ma l’esonero per le euro4 no. Boom delle vendite di biciclette.

    "Novità positive invece per le tasse di successione. Prima venivano colpiti anche i trivani di periferia, da ieri sono esentati gli attici in centro. È una buona notizia per gli agonizzanti (ai quali il governo raccomanda comunque di aspettare il voto finale)".

    Dice Daniele Capezzone, presidente della Commissione attività produttiva della Camera e segretario di Radicali italiani:

    "Il governo farebbe bene a compiere un atto di ragionevolezza: quello di riscrivere la finanziaria sulla base delle indicazioni del governatore Draghi, tornando alla direzione di marcia fissata dal Dpef"’.

    "Sono in corso danni gravissimi (e, temo, difficilmente riparabili) nel rapporto con ampi settori di opinione pubblica. Con lealtà, avevamo non solo avvisato di questi rischi, ma avevamo ed abbiamo cercato di operare, anche con il "tavolo dei volenterosi", per ridurre il danno e introdurre qualche elemento di saggezza".

    Eutanasia? non è una soluzione!

    Tra i drammi causati da un'etica che pretende di stabilire
    chi può vivere e chi deve morire, vi è quello
    dell'eutanasia. Anche se motivata da sentimenti di una mal
    intesa compassione o di una mal compresa dignità da
    preservare, l'eutanasia invece che riscattare la persona
    dalla sofferenza ne realizza la soppressione. La
    compassione, quando è priva della volontà di affrontare la
    sofferenza e di accompagnare chi soffre, porta alla
    cancellazione della vita per annientare il dolore,
    stravolgendo così lo statuto etico della scienza medica."
    (Giovanni Paolo II, 12.11.2004)

    Cresce l'attenzione intorno al tema dell'eutanasia. Per
    capire cosa ci sta dietro è utile tornare ad un recente
    disegno di legge che disciplina il "suicidio assistito". E'
    un testo messo a punto da radicali e socialisti che
    depenalizza l'eutanasia in tutte le sue forme.
    Esso traccia un modello di eutanasia per certi aspetti
    perfino più allargato di quello olandese, belga o
    dell'Oregon. Nel testo, primo firmatario il socialista
    Roberto Biscardini, viene riconosciuto al malato maggiorenne
    il diritto alla cosiddetta dolce morte sia attiva (con la
    somministrazione di un farmaco) sia passiva (con la
    sospensione di cure vitali). Non solo. Il secondo caso può
    essere applicato anche ai minori, senza limiti di età.
    Purché non ci sia il dissenso di genitori o familiari.
    Esemplifica Marco Beltrandi, che ha scritto gli 11 articoli:
    "Se un bambino è in condizioni terminali, non reversibili o
    in coma vegetativo persistente la mamma o il papà possono
    rinunciare al sostegno di trattamenti artificiali,
    scegliendo di far staccare la spina".

    È facile notare come stia già funzionando la legge del
    "piano inclinato" per cui, una volta ammessa la legittimità
    della morte inflitta per pietà sull'adulto cosciente che ne
    faccia richiesta esplicita, ripetuta e documentata, poi si
    passi anche ad allargarne l'applicazione ai giovani, agli
    adolescenti con il consenso dei genitori o dei tutori, ed
    infine ai bambini ed ai neonati, ovviamente senza il loro
    consenso. È facile anche prevedere che lo scivolamento sul
    piano inclinato dell'eutanasia continuerà nei prossimi anni
    fino ad includere i pazienti adulti ritenuti incapaci di
    chiedere il consenso, come ad es. i malati mentali o i
    soggetti in coma persistente o in stato vegetativo.

    L'Europa, che sta proponendosi al mondo come un'unità di
    popoli solidali in nome dei "diritti dell'uomo", tuttora
    capace di conservare un plurimillenario patrimonio di
    civiltà umanistica, improntata al rispetto della persona e
    alla pratica della solidarietà, dovrebbe respingere da sé
    ogni infiltrazione culturale ispirata al cinismo
    utilitaristico, relativistico o edonistico, per continuare a
    proporre modelli legislativi a sostegno dell'uomo e della
    sua dignità, in una società solidale.

    Per aderire alla e-campagna clicca su
    http://www.fattisentire.net/modules.php?name=invio_mail2

    Il testo della tua e-mail giungera' a tutti i deputati e
    senatori appartenenti a partiti non ostili alla vita. Non
    dimenticare di firmare il testo e di aggiungere il numero
    del documento di riconoscimento per dare maggiore peso alla
    tua richiesta.

    Scuola: le assunzioni promesse da Prodi diventano licenziamenti

    Il "Promessor Prodi" – come lo ha definito un settimanale - è stato trovato con le mani anche nel barattolo della scuola. Presentando la legge finanziaria, aveva garantito l’assunzione di 150mila precari, ma si era "dimenticato" di aggiungere che la sua manovra economica porterà al licenziamento di 50 mila tra insegnanti e personale non docente. Sindacati, Verdi, Udeur e Rifondazione sono già scesi in trincea, e i Comunisti minacciano di far mancare il proprio consenso in Parlamento.

    "Tagli e cicoria" per la scuola pubblica, è stata la laconica battuta della Cgil. La Finanziaria non solo prevede questi drastici tagli, ma introduce un meccanismo di recupero per il quale se i risparmi non dovessero arrivare entro i termini previsti verrà ridotta ulteriormente la spesa corrente. I sindacati avevano chiesto una Finanziaria di investimenti, ma Prodi e Padoa Schioppa hanno percorso la strada esattamente opposta.

    Il governo dell’Unione, insomma, sta tornando all’antico: è bene ricordare, infatti, che dall’85 al 2000 mai una lira era stata aggiunta agli stanziamenti per il bilancio dell’Istruzione, mentre dal 2001 al 2006, col governo di centrodestra e la Moratti ministro, le risorse finanziarie destinate alla scuola sono cresciute complessivamente di 3.456 milioni di euro. Nell’ultima Finanziaria di Berlusconi la scuola ha ottenuto 110 milioni di euro, oltre al 20% d’incremento sul bilancio. La Casa delle Libertà ha razionalizzato la spesa, ma ha sempre reinvestito nell’Istruzione i risparmi che si effettuavano. La sinistra invece, anziché intervenire su una più moderna organizzazione dei percorsi di studio, ha instaurato un sistema burocratico che penalizzerà tutti: dirigenti, docenti, studenti e famiglie. È chiaro che quella del governo Prodi per la scuola è una strategia del gambero: togliere qualità all’offerta formativa tornando, appunto, al passato.

    Ma cinquantamila posti di lavoro in meno sono un prezzo troppo caro da far pagare all’istruzione ed al sistema scolastico italiano. L’innalzamento del rapporto alunni-classe, la riduzione a priori delle bocciature, la diminuzione delle ore di lezione negli istituti professionali, e quindi un’inevitabile dequalificazione della scuola nel suo insieme, non sono certo le ricette promesse agli elettori nel programma dell’Unione. I tagli, se attuati nella loro interezza, metterebbero a rischio il funzionamento di tutto il sistema scolastico. Prodi aveva promesso di investire maggiori risorse su scuola e ricerca, cioè sui settori che rappresentano il futuro del nostro Paese, indicandoli come priorità assolute, e questo è invece il risultato.

    È stata cancellata l’opportunità per le famiglie di iscrivere anticipatamente i figli alla scuola materna e alla scuola elementare.

    È stata cancellata la figura del "tutor" che aveva la funzione di raccordare i rapporti tra scuola e famiglia.

    È stato cancellato il portfolio che aveva la funzione di segnalare tutte le esperienze scolastiche ed extrascolastiche che avevano qualificato la vita dell’alunno durante il suo percorso educativo. Che significa tutto questo? La risposta è semplice: se in Finanziaria il capitolo dedicato alla scuola diminuisce, ciò sta a significare che si va ad intervenire nell’ambito dell’offerta e della qualità formativa. Saranno penalizzati gli studenti e le loro famiglie oltre che la professionalità dei docenti perché con questi "tagli selettivi" ci saranno meno investimenti.

    Titolano i giornali

    Non lo diciamo noi ma tutti i quotidiani italiani: la Finanziaria divide il governo, l’ennesimo scontro tra Prodi e la sinistra radicale, sostenuta dai sindacati, è sui fondi destinati alla scuola e la minaccia di 50 mila licenziamenti.

    A conferma ecco una panoramica dei titoli che campeggiavano ieri sulle prime pagine dei principali quotidiani italiani.

    Liberazione
    Finanziaria, battaglia sulla scuola. Prc: "Troppi tagli, va corretta"

    L’Unità
    Scuola, è rivolta contro i tagli

    Il Mattino
    Finanziaria, scontro sulla scuola

    Il Messaggero
    Scuola, tagli ai docenti: è scontro

    La Stampa
    Rispuntano i tagli, rivolta nella scuola
    La Repubblica
    Scuola, è scontro sui tagli

    Corriere della Sera
    Finanziaria, lite sui tagli alla scuola

    L’Avvenire
    Scontro sui tagli nella scuola

    Il Giornale
    Scuola, a rischio 50 mila posti

     
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