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November 28 avventoDomenica prossima comincerà l’Avvento; questo tempo di preparazione al Natale mi piace tantissimo. Si dice che San Giovanni Bosco dicesse ai suoi salesiani ed ai suoi ragazzi che “l’estate è la vigna del diavolo” perché il tempo libero può essere molto rischioso; mi viene da dire che l’Avvento è la vigna della Madonna per tutto il bene che il Natale suggerisce e suscita attraverso la presenza di Maria, vera protagonista dell’Avvento, “in attesa del suo piccolo Gesù”. Alcuni giorni fa ad un ritiro spirituale ho pranzato vicino a Sergio (nome inventato), un giovane che parlava con fatica e con suoni gutturali: forse da piccolo era sordomuto; mi ha detto che sta frequentando il V anno delle scuole superiori. Gli ho chiesto cosa avrebbe fatto durante le vacanze di Natale e a Capodanno. Mi ha indicato il suo amico che era seduto accanto a lui, un giovane di circa 20 anni, biondo, con lo sguardo sveglio, un bel sorriso e gli occhi luminosi, seduto vicino ad una ragazza con capelli lunghi e chiari, forse la sua fidanzata. “Vado con loro“ L’amico ha replicato con gioia e una briciola di orgoglio, consapevole della bontà di ciò che stava facendo: “Organizzeremo a casa di una nostra amica in Toscana; Sergio viene con noi!”. Natale è tempo di buone azioni, di regali, di piccoli gesti d’amore, di attenzione a chi è meno fortunato. Che Natale lasceremo a chi verrà dopo di noi se non un Natale attento a chi è in difficoltà, sull’esempio di Gesù che è venuto di persona a salvare un’umanità sofferente?. Quest’anno vorrei pensare per tempo ai regali; non voglio arrivare all’ultimo momento, come al solito; oltre a mia mamma, mia sorella ed alcune persone speciali, vorrei inserire nella lista alcune altre persone care, stupirle con un pensiero delicato ed inaspettato; ho pensato ad una mia insegnante dell’Università, una mia prof di lettere del liceo, due miei confratelli sacerdoti, alcuni giovani, tre famiglie in difficoltà, una comunità di suore. Checchè se ne dica, dietro ai regali c’è sempre un pò d’amore; traspare da tante cose: l’attenzione ai gusti di chi lo riceve, il biglietto d’augurio, il modo con cui lo si consegna…; il valore economico conta poco. Uno dei regali più grandi che ho ricevuto è la Fede, la conoscenza di Gesù, è Lui il tesoro nascosto, la perla preziosa; il Natale è una grande occasione missionaria. Ogni giorno che passa sento che oggi, nel nostro mondo, una strada privilegiata per la missione, è il rapporto interpersonale, a quattr’occhi, da cuore a cuore, negli incontri quotidiani. Nel messaggio che il Papa aveva scritto per la GMG di Sydney c’era la richiesta ad ogni giovane di portare un amico a Gesù, uno, uno solo… Mi sembra di esserci riuscito, anche se mi accorgo che devo sostenerlo, seguirlo, incoraggiarlo. Per Natale regalerò anche un po’ di preghiera, spero che qualcuno la regali anche a me…. don Nicolò Anselmi November 27 occidente ricco perchè opressore??tratto da: Il Foglio, 20.6.2003. Un indiano sfata il luogo comune The Washington Times (traduzione di Aldo Piccato) L'idea che l'America e l'Occidente siano diventati ricchi grazie all'oppressione e allo sfruttamento è sostenuta con passione da molti intellettuali e attivisti. In Occidente, la tesi dello sfruttamento è invocata, da Jesse Jackson e da altri, per richiedere il pagamento di centinaia di miliardi di dollari agli afro-americani e agli abitanti del Terzo mondo come riparazione per lo schiavismo e il colonialismo. Estremisti islamici come Osama bin Laden ripetono sempre che il mondo musulmano è povero proprio perché l'Occidente è ricco, e usano l'oppressione dell'Occidente come pretesto per scatenare la violenza, nella forma del terrorismo, contro la popolazione civile americana. Dunque, l'Occidente si è davvero arricchito a spese delle minoranze e del Terzo mondo per mezzo dei gravi crimini della schiavitù e del colonialismo? E' una tesi difficile da sostenere, perché non c'è nulla di specificamente occidentale nello schiavismo e nel colonialismo. L'Occidente ha avuto i propri imperi, ma la stessa cosa vale anche per i persiani, i mongoli, i cinesi e i turchi. Gli inglesi hanno governato il mio paese, l'India, per circa duecento anni. Ma prima degli inglesi, l'India era già stata invasa e occupata dai persiani, dai mongoli, dai turchi, dagli afghani e dagli arabi. L'Inghilterra è stata soltanto la settima o l'ottava potenza coloniale a stabilirsi sul suolo indiano. Se il colonialismo non è un'istituzione occidentale, lo stesso si può dire anche dello schiavismo. Lo schiavismo è stata una caratteristica di tutte le civiltà conosciute. I cinesi lo hanno avuto, e così anche l'India. Era diffuso in tutta l'Africa, e gli indiani americani lo conoscevano già molto prima dell'arrivo di Colombo. Ciò che è specificamente occidentale non è lo schiavismo ma il movimento per la sua abolizione. Al di fuori della civiltà occidentale non si conosce alcun esempio storico di attivismo antischiavista. Naturalmente, in ogni civiltà, gli schiavi si sono opposti con forza al loro asservimento. In tutte le società schiavistiche, fughe e rivolte erano all'ordine del giorno. Ma soltanto in Occidente è sorto un movimento, non di schiavi ma di potenziali proprietari di schiavi, che si è opposto per principio allo schiavismo. Questo atteggiamento tipicamente occidentale si coglie perfettamente nella seguente osservazione di Abraham Lincoln: "Siccome non intendo essere uno schiavo, non intendo nemmeno essere un padrone". E' comprensibile che Lincoln non volesse essere uno schiavo; ma, e qui sta la cosa importante, non voleva neppure essere un padrone. Rifiutò in blocco la schiavitù, e fu pronto a spendere una grande quantità di denaro e poi anche a versare molto sangue per distruggere quell'istituzione. Durante la guerra civile, centinaia di migliaia di uomini bianchi morirono per portare la libertà agli afro-americani, che non erano in grado di ottenerla da soli. Tenendo conto di questi fatti indiscutibili, quale deve essere il nostro giudizio sulla questione delle riparazioni? La mia opinione sull'argomento è stata espressa con grande chiarezza da Muhammed Ali. Dopo la sua vittoria in Zaire su George Foreman per il titolo mondiale dei pesi massimi, al ritorno negli Stati Uniti un giornalista gli domandò: "Campione, cosa ne pensi dell'Africa?". Cassius Clay rispose: "Grazie a Dio mio nonno fu preso su quella nave". [...] La verità di queste considerazioni porta a ripensare la questione delle riparazioni. L'idea della riparazione è sbagliata, non solo perché gli uomini che vivono oggi non hanno nessuna colpa per i danni dello schiavismo e del colonialismo, ma anche perché i discendenti di coloro che subirono la schiavitù e il dominio straniero oggi stanno molto meglio di quanto non sarebbe avvenuto se i loro antenati non fossero stati presi schiavi e se non fossero stati sottomessi al controllo europeo. Per quanto sia riluttante ad ammetterlo, Jesse Jackson vive una vita molto migliore in America di quella che gli sarebbe stata riservata in Etiopia o in Ghana. Se non sono stati l'oppressione e lo sfruttamento a rendere ricco e potente l'Occidente, cos'è stato allora? La risposta è che l'Occidente ha inventato tre istituzioni che non erano mai prima esistite: la scienza, la democrazia e il capitalismo. Ognuna di queste istituzioni si fonda su un universale impulso dell'uomo che, nella storia dell'Occidente, si è dato una forma istituzionale molto specifica. Cominciamo con la scienza. Naturalmente tutti i popoli vogliono conoscere il mondo. I cinesi hanno registrato le eclissi, gli indiani hanno inventato lo zero, i maya hanno creato complicati calendari. Ma la scienza, che significa esperimento e verifica, nonché un "metodo scientifico" definito da uno scrittore l'"invenzione delle invenzioni", è una creazione dell'Occidente. Proprio come l'impulso a imparare, anche quello a barattare e commerciare è universale. I popoli di tutte le culture si scambiano beni per reciproco vantaggio. Il denaro non è un'invenzione occidentale. Ma il capitalismo, che implica i diritti di proprietà e le corti giuridiche in grado di farli rispettare, il libero commercio e la borsa valori, nonché le istituzioni del credito e i libri contabili a partita doppia, è un sistema che si è sviluppato in Occidente. Infine, anche la partecipazione tribale al governo è un fenomeno universale, ma la democrazia, che richiede elezioni, separazione e trasferimento pacifico dei poteri, nonché sistemi di controllo e bilancio, è un'istituzione occidentale. Con tutto ciò non si vuole negare che l'Occidente, come tutte le altre culture, non si sia dimostrato arrogante e oppressivo quando ne ha avuto la possibilità. L'oppressione e lo sfruttamento, tuttavia, non sono stati la causa del successo occidentale, bensì il frutto di quel successo. Chi afferma che l'America e l'Occidente sono diventati ricchi a spese di altri popoli si sbaglia di grosso. La vera causa della ricchezza e della potenza occidentale è il rapporto dinamico tra scienza, capitalismo e democrazia. Lavorando in collaborazione, queste istituzioni hanno creato la nostra società commerciale, tecnologica e partecipativa. Data inserimento:
17/10/2007 November 26 meccanica della rivoluzione...Augustin Cochin Meccanica della rivoluzione Rusconi Editore (Via Vitruvio n. 43 - 20124 Milano), Milano 1971 Pagg. 366 - Lire 1.800
L'attualità di questo libro è oggi tale che è possibile definirlo un'opera indispensabile. Esso espone la meccanica con cui la Rivoluzione s'impadronisce della società, mira a distruggere ogni opposizione, sostituisce ai bisogni naturali bisogni artificiali, falsifica i concetti più elementari perseguitando coloro che difendono le verità permanenti. |
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| proposito di Buffon e delle suore… | |
| Cosa dà senso alla vita? Cosa le dà valore e gusto? Il soldi? Il successo? La salute? Per cosa vale la pena vivere? Mi ha colpito, in questi giorni, il casuale intrecciarsi sui giornali di storie apparentemente lontanissime. Tre storie. Quella di Gigi Buffon, il portierone della Juventus e della Nazionale, quella di Eluana Englaro e quella di altre due donne, Maria Teresa Olivero e Caterina Giraudo, sequestrate cinque giorni fa in Kenia dove vivono come missionarie. Buffon ha pubblicato un libro dove racconta la sua storia: “Numero 1”. Secondo il senso comune questo allegro giovanottone ha tutto per essere felice. Cosa gli manca? E’ il più grande portiere del mondo, ha la giovinezza, la salute, la celebrità, la prestanza fisica, il successo, i soldi, gli amori, gli amici, un lavoro che è la sua passione, perfino un carattere solare, la simpatia e il buonumore. Non gli manca niente. Eppure proprio lui racconta come un giorno di dicembre del 2003 gli si è spalancato sotto i piedi l’abisso della depressione. Senza motivi particolari. Un velo scuro sempre più opprimente, uno smarrimento progressivo: “cosa mi succedeva?”. Racconta di momenti in cui si sentiva sprofondare: “ero impaurito… mi tremavano le gambe all’improvviso, un malessere continuo mi attraversava… come se fossi continuamente altrove”. Quello di Buffon non è un caso strano. In forme diverse è quasi la normalità per i cosiddetti “uomini di successo”. Cesare Pavese diceva: “c’è qualcosa di peggio del fallire nei propri progetti: è riuscirci”. Perché è lì, quando sei “arrivato”, quando stringi fra le mani quello che volevi possedere, che avverti il nulla e ti scopri insoddisfatto, destabilizzato. Tanto da smarrirti. Per superare questo senso “di paura e insicurezza” Buffon si è fatto aiutare. E comunque un giorno, d’improvviso, il sole è tornato: paradossalmente è tornato a splendere proprio con “l’orrenda partita Italia-Danimarca 0-0”, a dimostrazione che davvero il “male di vivere” non dipende da circostanze negative. Ma sta nell’anima. L’uscita del tunnel Oggi il celebre calciatore racconta cosa comprese all’uscita dal tunnel: “I soldi non sono tutto. In testa mi rimbalzavano queste parole. E all’improvviso capii quanto fossero vere. Mi resi conto che in certe situazioni i soldi con la tua vita non c’entrano nulla, non c’entrano coi tuoi valori, con quello che hai imparato, che impari ogni giorno e che puoi trasmettere a chi ti sta accanto”. Quel gorgo oscuro – che sembrerebbe solo una disgrazia – in realtà gli ha lasciato un regalo prezioso, una consapevolezza più vera della vita, di ciò per cui vale la pena vivere. Tante cose possono farci capire meglio l’esistenza e renderci più umani e più saggi. Anche circostanze dolorose. Tutto può aprirci gli occhi e rivelarsi una carezza misteriosamente amica che dà una percezione più giusta della vita, che rende più autentici. Sì, perfino il dolore. Proprio attraverso di esso alcuni hanno fatto incontri che hanno dato senso alla loro vita, sono diventati uomini eccezionali che danno speranza agli altri. Perle preziose. E’ il caso – per citare un altro campione del calcio – di Stefano Borgonovo che, a 44 anni, dopo la gloria dei prati verdi si è scoperto ammalato di Sla, una tremenda croce che gli impedisce ogni movimento, cosicché da tre anni vive su un letto, attaccato a un respiratore. La mentalità di oggi definirebbe tutto questo “un inferno”. E invece chi ha incontrato Stefano, chi ha visto l’amore da cui è circondato dalla sua bella famiglia, chi ha potuto stupirsi dalla luce, dalla positività e dalla forza che emanano dal suo volto, come tanti amici calciatori (a partire da Roberto Baggio), commossi dalla sua umanità (due mesi fa gli hanno dedicato una partita allo stadio di Firenze, con lui a bordo campo) ebbene chi lo ha incontrato testimonia che è difficile trovare un uomo così vero, umano e appassionato alla vita. Uomini così sono la speranza del mondo. Sembra incredibile, ma c’è un’impressionante quantità di persone così speciali che – nella malattia – vivono una vita più piena e umana di noi che magari scoppiamo di salute, ma non sappiamo perché siamo al mondo. Si può fare a meno di tutto, ma non del senso dell’esistenza. Che è la cosa essenziale e misteriosa che ti manca quando sembra non ti manchi niente. Tutto in noi lo desidera, lo cerca. Siamo come mendicanti, senza saperlo. Non sapere chi sei e perché stai al mondo, non percepire l’utilità della tua esistenza, non sentirsi amati e non amare: questo è l’inferno. Non la mancanza di denaro o di salute. Spettro della solitudine Soldi, successo e salute non mettono al riparo dalla solitudine, dalla tristezza e dalla disperazione. Anzi, la nostra epoca mostra il contrario. Lo prova l’uso industriale che nelle società opulente si fa di psicofarmaci, alcol e droghe, cioè di trucchi chimici per eludere il “male di vivere”. L’uso compulsivo e congestionato del sesso, che caratterizza il nostro tempo di pornomania di massa, è un’altra droga per anestetizzare la solitudine, la sensazione d’inesistenza che ci avvolge. Non c’è sciagura più grande, diceva Teilhard de Chardin, della perdita del gusto di vivere. Questa infelicità è un’epidemia dilagante. Nel mondo si verifica un suicidio ogni 40 secondi, un milione di morti l’anno. Secondo l’Oms dal 1950 al 1995 la percentuale dei suicidi è cresciuta del 60 per cento. In Italia se ne contano 4000 ogni anno ed è molto significativo che l’area più “colpita” sia il Nord-Est (Friuli 9,8 per cento), mentre la percentuale più bassa di suicidi si registra in Campania (2,6 per cento). Prova ulteriore che davvero non è il benessere economico, né il contesto sociale degradato, né la difficoltà materiale della vita a definire l’infelicità. Per questo mi chiedo se la rappresentazione del presente che continuamente facciamo su giornali e televisione sia giusta. Non parliamo che di soldi, di bollette, di mutui, di sprechi, di tagli, di questioni sociali. Cose importanti – sia chiaro – ma la realtà è tutta qui? Noi siamo solo i nostri problemi sociali? La risorsa della speranza Siamo sicuri che il benessere che inseguiamo, come meta unica e assoluta, sia veramente la felicità? Certi ripetitivi programmi di informazione fanno pensare a una battuta di Bruce Marshall: “Oggi la gente vive nel benessere senza gioia. In fondo a una lunga sfilata di bollette della luce, del telefono e del gas, non intravede altro che il conto delle Onoranze funebri”. Eppure ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne veda la filosofia marxisteggiante ed economicista che ci domina: le cose che rendono la vita degna di essere vissuta, per le quali si può dare tutto, di solito sono oscurate. Perché non parlarne? Perché non raccontare le tante persone che testimoniano una speranza più grande delle difficoltà e delle sofferenze? Dal rapimento, cinque giorni fa, delle due suore italiane in Kenia, scopriamo che ci sono fra noi persone – di cui i media non si occupano – che sono capaci di scelte di vita eccezionali, di un eroismo quotidiano (così pure le suore che da anni assistono amorevolmente Eluana). Perché lo fanno? Da cosa sono mosse? Cos’hanno conosciuto loro che noi non sappiamo? Quale tesoro hanno trovato che sa trasformare il dolore in amore? Abbiamo bisogno di saperlo, perché scoprire la speranza, per un popolo, è più importante che scoprire il petrolio. E’ la risorsa più preziosa, come dimostra la nostra storia. Come c’insegnò don Giussani all’indomani di Nassiriya, davanti alla testimonianza della moglie del brigadiere Coletta. Nel dopoguerra avevamo un paese in ginocchio, uno stato a pezzi, un popolo sconfitto. Ed eravamo già prima una terra povera, senza materie prime. Eppure la nostra gente seppe esprimere un’energia inaudita che, nel giro di pochi anni, ci ha trasformato in una grande potenza economica. Da quali radici dimenticate è venuta quell’energia morale? Da quale speranza? Quale sconosciuta gioia di vivere sa ricostruire sulle macerie? Antonio Socci Da Libero, 16 novembre 2008 |
Il decreto Gelmini è legge. I cortei studenteschi (con l’assistenza di docenti e familiari) continuano. E l’opposizione, secondo Angelo Panebianco, sul “Corriere della sera” rischia di finire in trappola: “La trappola consiste nel fare del Partito democratico il campione del cartello del no, di una coalizione di interessi che difende lo status quo in settori come la scuola o il pubblico impiego”. Panebianco indica Gelmini e Brunetta come i due ministri che hanno lanciato la sfida proprio nelle due “casematte” elettorali del Pd e del centrosinistra. Per l’editorialista del Corriere a Veltroni converrebbe ora “assumere posizioni davvero indipendenti da quelle del sindacato” per evitare di passare come il signor no. Nello specifico, conclude Panebianco, “ci vorrà pure, prima o poi, una pubblica spiegazione sul perché, a suo tempo, Luigi Berlinguer, ministro dell’Istruzione del primo Governo Prodi, venne bruciato, fatto fuori, quando tentò di introdurre (contro i sindacati) un po’ di meritocrazia negli avanzamenti in carriera degli insegnanti”. Ancora più esplicito Luca Ricolfi su “La Stampa”, contesta le contestazioni ai tagli per scuola e università. E fa dei conti: le spese in questi due comparti “potrebbero essere ridotte di almeno il 10 per cento” a parità di servizi erogati. Pur attribuendo al Governo qualche eccesso di ruvidezza, Ricolfi ricorda ai ragazzi che protestano, che “il futuro non glielo ruba la Gelmini, ma glielo hanno già rubato molti degli adulti al cui fianco marciano con tanta convinzione”. E spiega che “il sistema dell’istruzione in Italia si regge su due patti scellerati”. Nella scuola il patto tra insegnanti e famiglie si fonda sull’impegno a far conseguire il diploma ai ragazzi con poco sforzo e poca sofferenza, “che poi imparino molto o poco conta di meno”. Nell’università il patto scellerato è quello tra docenti e studenti: l’importante è arrivare alla laurea “non importa in quanto tempo e imparando che cosa”.
| Scritto da Piero Ostellino | |
| sabato 08 novembre 2008 | |
... «Io ho considerato più volte come la cagione della trista e della buona fortuna degli uomini – scriveva Machiavelli nel 1500, ma vale ancora – è riscontrare il modo del procedere suo con i tempi». Il successo di Obama è figlio di una società «aperta». Che vuol dire liberale e rivoluzionaria. Liberale, in quanto aperta al cambiamento, ma nella conservazione dei propri valori fondanti; rivoluzionaria, in quanto al passo con l'evoluzione sociale, ma nella conservazione delle proprie storiche istituzioni. Progressista e conservatrice. Perché questa è – per dirla con Croce – la natura del liberalismo. La sconfitta di McCain è figlia di una società di Individui – giovani e i vecchi, i ricchi e i poveri, i bianchi e i neri, gli ispanici, gli asiatici, i nativi americani dei quali ha parlato Obama subito dopo aver vinto – che non si aspettano il cambiamento dalla politica, ma lo generano essi stessi, e ne delegano, votando, la gestione alla politica. Una società pragmatica, a-ideologica, che – come ne direbbe – non torna «al modo di vivere vecchio e consueto perché questo si verifica quando il vivere vecchio piacesse più del nuovo, ma quando 'e piace meno, non vi si torna se non forzato». Nell'immaginario ideologico degli italiani politicamente corretti, Obama – che è, al contrario, di sangue misto, metà americano (da parte di madre), metà casualmente di padre keniota; neppure lontanamente erede degli schiavi importati in America fino a centocinquant'anni fa; un leader post-razziale – è un afro-americano, vendicatore dei neri, oppressi da una società razzista. E' mancato solo si dicesse che Franklin Delano Roosevelt, il presidente del New Deal eletto in circostanze analoghe a quelle di oggi – una grave crisi economica – dall'America ancora segregazionista, era un nero bianco. Nell'immaginario ideologico e stralunato di quelli di Anno zero, la trasmissione tardo-marxista, neo-dipietrista e caciarona di Michele Santoro, Barack Obama – che è, al contrario, un leader freddo, misurato e pragmatico – è diventato la proiezione onirica di se stessi e del proprio progressismo immaginario nella elegante Chicago universitaria. Aspettiamo Obama alla prova della presidenza e ne riparliamo. postellino@corriere.it Da: corriere.it |
| Scritto da Carlo Panella | |
| Thursday 06 November 2008 | |
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Surreale la sua affermazione: ''Obama è uno di noi''. Frase stupida e velleitaria, tentativo goffo di impadronirsi di una vittoria che in realtà -così commentano molti deputati dello stesso Pd- non fa altro che evidenziare il fallimento dello stesso Pd. Veltroni non ha minimamente ottenuto la mobilitazione di masse di nuovi elettori, non ha trascinato il paese, non ha minimamente saputo indicare nuovi traguardi. Peggio, proprio sul punto qualificante della vittoria del primo presidente afroamericano, Veltroni si è comportato in maniera opposta: ha escluso dalle candidature l'unico parlamentare di origine araba -Khaled Fouad Allam- e ha rifiutato anche la candidatura di Touadi -un parlamentare di colore- che è stato eletto nelle file dell'Idv. Scelte di esclusione gravissime, motivate da criteri ambigui. Questo, mentre l'unica parlamentare di origine araba presente oggi a Montecitorio è Souad Sbai, candidata dal Pdl. Al solito, Veltroni predica male e razzola ancora più male. Carlo Panella |
Anche dopo la conversione in legge del "decreto Gelmini", i temi riguardanti la scuola rimangono in primo piano. In attesa di vedere i prossimi passi che compierà il governo sull'argomento, è opportuno dare un'occhiata a quanto invece è già stato fatto. Le novità più interessanti sono probabilmente contenute nella legge n. 133 del 6 agosto 2008. Senza nulla togliere all'importanza di provvedimenti che riguardano il tempo pieno, il voto di condotta e il maestro unico, questo testo che è già divenuto legge dello Stato da alcuni mesi rende possibile la trasformazioni delle nostre università in fondazioni.
In realtà, tale legge viene sempre ricordata in questi giorni per i tagli che impone ai nostri atenei. L'articolo 66 stabilisce infatti che per gli anni a venire e fino al 2013 vi sarà una riduzione progressiva del fondo di finanziamento ordinario delle università. Ma siamo così sicuri che oggi alle nostre università vengano destinati minor fondi rispetto agli atenei degli altri Paesi?
Roberto Perotti, nel suo recente "L'università truccata", riporta i dati divulgati dall'Ocse. Per il 2004, la classifica della spesa per studente ci ha visto dietro il Portogallo e appena più avanti dell'Ungheria, della Corea e della Repubblica Ceca. Una posizione non certo di vertice. Ma, analizzando meglio il dato, si scopre che la cifra dalla quale si è partiti per formulare tale classifica si riferisce per tutti i Paesi, eccetto che per l'Italia, alla spesa per studente "equivalente a tempo pieno". È ben noto che da noi circa il 50 per cento degli iscritti sono fuori corso e il 20 per cento non ha superato un esame. Perotti allora, rimodulando il dato per l'Italia, mostra come, alla luce delle peculiarità del nostro sistema, la spesa per studente equivalente a tempo pieno sia la quarta per consistenza, inferiore solamente a quella fornita da Usa, Svizzera e Svezia.
Però, se fino ad oggi gli stanziamenti potevano definirsi adeguati, dal 2009 e fino al 2013 le risorse saranno destinate a calare. Sul problema dei finanziamenti si può intervenire in due modi. Da una parte abbiamo visto come negli ultimi anni siano esplosi sia il numero dei corsi che degli atenei. Una razionalizzazione ed un contenimento di questo fenomeno non potrà che dare benefici ai conti pubblici. Dall'altra l'articolo 16 della legge 133 del 2008 offre la possibilità agli atenei di diventare fondazioni, aprendosi così ai contributi e alle erogazioni liberali dei privati.
Dal sito Cercauniversità del Ministero dell'istruzione, università e ricerca (Miur) si è appreso come, tra il 2000 e il 2007, i corsi di laurea siano aumentati da 2444 a 5517. Una prima domanda potrebbe allora essere: siamo veramente sicuri dell'indispensabilità di un corso di laurea in "Scienza dell'allevamento, dell'igiene e del benessere del cane e del gatto"? Inoltre, è cresciuto nel tempo il numero delle università. Le sedi distaccate hanno raggiunto un numero assai elevato di Comuni, con il paradosso di trovare nella sede distaccata di Tempio Pausania 5 studenti iscritti o di averne 8 in quella di Colle Val d'Elsa. Insomma, volendo, per risparmiare soldi si potrebbe tagliare cominciando proprio da qui.
Molto importante è la norma che consente il passaggio facoltativo ad una gestione privatistica degli atenei. Una deliberazione a maggioranza assoluta del Senato accademico potrebbe aprire la strada a questa eventualità, permettendo alle fondazioni di rilevare il patrimonio dell'università, ricevere finanziamenti esterni esenti da tasse e imposte indirette (e interamente deducibili dal reddito di chi eroga il contributo), vedere l'ingresso nella fondazione universitaria di nuovi soggetti pubblici o privati, godere di autonomia gestionale, organizzativa e contabile. In realtà, la norma così come è stata approvata, presenta molti tratti di genericità e lacunosità da rendere assai difficile la sua applicazione.
Proprio sul sistema dei finanziamenti si presentano alcune criticità. Non è affatto specificato come si realizzerà l'equilibrio fra le due fonti di finanziamento: quella pubblica e quella privata. In un primo tempo si sostiene la perpetuazione dell'erogazione pubblica di risorse, mentre in un secondo tempo viene affermato che gli stanziamenti dello Stato terranno in considerazione, a fini perequativi, i fondi privati ricevuti dalla fondazione. Nell'incertezza della norma sembra di capire che, chi meno riuscirà a reperire nel settore privato, più avrà dal pubblico. Sicuramente non un incentivo a comportamenti "indipendenti" rispetto al finanziamento statale, bensì un disincentivo a reperire fondi "sul mercato".
Comunque, la motivazione di base rimane valida. Come nella maggior parte dei Paesi europei ed Ocse, anche in Italia occorre avviare riforme tendenti a prevedere la partecipazione di privati, imprese ed enti locali nell'offerta di istruzione. In generale, nei Paesi più industrializzati le università vengono finanziate con sistemi che contemplano, a fianco dell'intervento pubblico, un importante intervento privato. Negli Stati Uniti, in Canada, Giappone, Nuova Zelanda e Australia, ovvero in Paesi in cui i sistemi universitari sono particolarmente avanzati, l'intervento privato è maggiore di quello pubblico.
Ma l'apertura a capitali privati può portare di per sé a un miglioramento dell'istruzione terziaria in Italia? Più che legati alla insufficienza di risorse – che come abbiamo visto rappresenta un falso mito – l'arretramento del nostro sistema universitario è dovuto a regole che lo hanno penalizzato. Ad esempio, allo stato attuale la qualità dell'insegnamento non è incentivata dalle vigenti procedure che determinano il livello retributivo dei docenti. Se lo stipendio di un professore è solamente legato all'anzianità di servizio, ciò non stimola la voglia del docente di eccellere. E questo fenomeno, oltre a ripercuotersi negativamente sulla qualità dell'insegnamento può avere conseguenze anche sulle capacità della futura fondazione universitaria di attirare risorse private. Infatti, la rimozione di regole rigide e centralistiche attraverso la concessione di maggiori spazi di autonomia per gli atenei può ingenerare processi competitivi e una maggior facilità dei capitali privati a dirigersi dove esistono situazioni di eccellenza.
Le creazione delle fondazioni universitarie deve allora essere la premessa perché esse possano darsi regole di comportamento e modalità di organizzazione autonome, potendo in tal modo avere libertà di reclutamento nella scelta del personale docente, fissare il livello di tasse universitarie che gli studenti devono pagare oppure definire i percorsi didattici con maggiore flessibilità. Sicuramente un sistema basato sulle fondazioni universitarie non è compatibile con la peculiarità tutta italiana dei concorsi nazionali.
È evidente come lo spostamento di denaro dai privati alle università avverrà solamente con la responsabilizzazione degli atenei nell'uso dei fondi ricevuti. Bisogna pertanto convincersi che l'apertura al finanziamento dei privati e all'autonomia gestionale degli atenei sono tappe obbligatorie per vedere finalmente le nostre università primeggiare nelle classifiche che premiano la loro qualità.
Michele Santoro ce la mette tutta per risultare sempre più antipatico. E non è tanto per aver fatto scrivere dai suoi legali a Joe Violanti, l’imitatore radiofonico che gli fa il verso, diffidandolo nel dare seguito alle imitazioni. A quello in fondo ci siamo abituati e si è capito che i confini della satira sono soggettivi quando ti toccano personalmente. Nulla di strano che il vip di turno storca il naso, si dispiaccia, offenda.
A Santoro quella imitazione non piace proprio. Il motivo? In quegli scherzi telefonici il giornalista risulta una persona simpatica, allegra, addirittura leggera. Mica cosa da poco per uno che è in grado di fare solo battute partigiane e suscitare risate solo in una esigua parte. E questo al conduttore di Annozero non deve proprio andare giù: che un altro gli faccia il verso e faccia ridere tutti indistintamente. Una risata trasversale e bipartisan.
Se vi capita sintonizzatevi sulle frequenze di Rds verso le otto di mattina. Joe Violanti irrompe con una dose di piacevole ironia, gioca con le voci di Renato Zero, di Fabio Briatore, o come in questo caso, di Santoro. Tutti ridono. E quale modo migliore per iniziare la giornata che con una risata? Ecco una cosa del genere deve essere davvero dura da sopportare per uno che simpatico non lo è e anzi, nelle sue perfomance serali, cerca in tutti i modi di mandarti a dormire sempre un po’ incazzato. Il Santoro provocatore, partigiano e antipatico prosegua pure nella parte e rimanga così. Ma almeno ci lasci quello simpatico della mattina. Oltre a far ridere, quella versione radiofonica, lancia un messaggio: non tutto il male viene per nuocere.
| Scritto da Gianluca Perricone | |
| venerdì 07 novembre 2008 | |
... Il dottor Amato si era “permesso” – tramite una email inviata a tutti i colleghi napoletani iscritti all’Anm – di invitare tutti al «dialogo e al confronto, in un momento in cui si devono effettuare scelte chiare e si deve avere il coraggio di mettere in discussione talune pregiudiziali». E’ successo il finimondo tanto da costringerlo, appunto, a rassegnare le dimissioni dal suo incarico. Da: www.giustiziagiusta.info |
| Scritto da Carlo Panella | |
| Friday 07 November 2008 | |
Obama e Rahm Emanuel Obama ha infatti nominato a capo del suo staff, quindi suo braccio destro, quindi padrone della Casa Bianca, Rahm Emanuel ed è una nomina che farà girare - e molto - le scatole in tutto il mondo arabo. Già dopo il suo discorso alla Lobby ebraica di New York in cui si disse a favore di una Gerusalemme ''capitale indivisa di israele'' (mai nessun presidente o candidato americano osò tanto), l'indignazione nel mondo arabo fu imponente. Ora, la conferma di una opzione molto più marcata e personale filoisraeliana. Rahm, infatti non è filo israeliano, è israeliano. Di più, la tradizione della sua famiglia, la sua educazione è tutta interna all'estremismo nazionalista ebraico: suo padre è stato un seguace di Jabotinsky e ha militato nell'Irgun di Begin, lui ha fatto il servizio civile da volontario in Israele durante la guerra del '90. Una sintonia politica allarmante - per i paesi arabi - con quella destra di Benyamin Nethanyhau che si appresta a trionfare nelle elezioni israeliane con una posizione molto dura sulle trattative sia con la Siria che con i palestinesi. Carlo Panella |
| Scuola in rivolta: diritti senza doveri |
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| Scritto da Piero Ostellino | |
| sabato 25 ottobre 2008 | |
... Per manifestare, non è obbligatorio sapere perché si manifesta. Ci mancherebbe. Se così fosse, non ci sarebbero più manifestazioni in Italia. O quasi. Manifestano anche i docenti universitari. È un loro diritto. Lo è anche dirsi progressisti, dopo aver manifestato contro tutte le riforme dell'università proposte da ministri di ogni colore, in nome dello status quo. Ci mancherebbe. Se così non fosse, non si saprebbe più chi sono i progressisti e chi sono i conservatori. O quasi. Sai che guaio. Da:corriere.it |
Santoro ha diffidato tramite i suoi avvocati Joe Violanti, conduttore radiofonico che lo imita sulle frequenze di Radio Dimensione Suono nella trasmissione Morning Show, dal proseguire la sua attività perchè costituirebbe un “intralcio al suo lavoro giornalistico“. Il fatto si presta ad una chiave di lettura piuttosto squalificante per Michele Santoro, che evidentemente è convinto di poter fare un po’ il bello e il cattivo tempo, ma tant’è.
I suoi detrattori, la notizia è stata puntualmente riportata da Il Giornale in edicola ieri, hanno l’occasione di far rilevare come un “paladino della libera satira” faccia ricorso agli avvocati non appena lo tocca personalmente. In realtà, a ben guardare, non si tratta nemmeno di questo. Santoro dimostra ancora, più che altro, la sua tracotanza e una certa difficoltà ad accettare di buon grado le prese in giro che lo riguardano.
Visto da fuori, il Vaticano sembra resistente al cambiamento e sordo agli scandali. Ma, in verità, la più antica istituzione religiosa del mondo somiglia poco alla chiesa misteriosa immaginata dai teorici della cospirazione. Oggi il Cattolicesimo attrae milioni di nuovi fedeli che abbracciano come credo le tradizioni clericali del dibattito e dell'indipendenza. Sono almeno cinque i cliché che la Chiesa Cattolica sta capovolgendo.
La Chiesa Cattolica si sta contraendo. No. La scarsezza di sacerdoti a livello mondiale, i banchi vuoti in quelle che erano un tempo le roccaforti cattoliche, o la grande quantità di scandali per abusi sessuali, potrebbero far pensare che la Chiesa Cattolica moderna sia in declino. Ma il cattolicesimo sta vivendo il suo più grande periodo di crescita durante la sua Storia millenaria. La popolazione cattolica mondiale è aumentata da 266 milioni nel 1900 a 1,1 miliardi nel 2000, con un incremento del 314%. In confronto, nel secolo scorso, la popolazione mondiale è aumentata del 263%. La chiesa non ha solo dato una mano al baby boom, ha attratto con successo nuovi convertiti.
E' vero, il Cattolicesimo sta diminuendo in Europa, e perderebbe terreno anche negli Stati Uniti se non fosse per gli immigrati, soprattutto gli ispanici. Secondo un recente studio del Foro ecclesiastico il 10% degli americani sono ex-cattolici. Questo declino però è stato più che bilanciato dalla crescita in Africa, Asia e America Latina. Solo nell’Africa sub-sahariana, il numero di cattolici è aumentato di uno sbalorditivo 6.700% nel secolo scorso, da 1.9 milioni a 130 milioni di persone. La Repubblica Democratica del Congo oggi ha lo stesso numero di cattolici di Austria e Germania messe assieme. L’India ha più cattolici del Canada combinato con l’Irlanda.
Quello a cui stiamo assistendo non è una contrazione del Cattolicesimo ma, piuttosto, lo spostamento del suo centro di gravità demografico. Quella che un tempo era una religione ampiamente omogenea, concentrata tra Europa e Nord America, è oggi una fede davvero universale. Nel 1900, solo il 25% dei cattolici viveva nei paesi in via di sviluppo, oggi siamo al 66% e la cifra sta salendo. Tra qualche decina di anni, i nuovi centri del pensiero teologico non saranno più Parigi e Milano, ma Nairobi e Manila.
Oggi però i tassi di fertilità nei paesi in via di sviluppo stanno precipitando, perciò è improbabile che il Cattolicesimo possa mantenere gli stessi tassi di crescita spettacolari durante i prossimi cento anni. In parti dell’America latina, Africa, Asia, il Cattolicesimo sta per essere sorpassato dai suoi concorrenti, specialmente dalle crescenti chiese evangeliche e pentecostali. Tuttavia, la sfida più grande per la Chiesa Cattolica non è quella di far fronte al declino ma quella di gestire bene la transizione verso una fede multiculturale.
Il Cattolicesimo è di destra. Solo in parte. Dipende dalla definizione di “destra” e, in relazione a questo, della Chiesa di cui parliamo. E’ vero che le strutture istituzionali del Cattolicesimo sono istintivamente conservatrici. Nel XIX secolo Papa Gregorio XVI effettivamente bloccò la costruzione delle ferrovie e della illuminazione a gas nello Stato pontificio per timore di quello a cui avrebbero potuto portare queste innovazioni "innaturali". E’ anche vero che su questioni controverse come l’aborto, i matrimoni omosessuali e la ricerca sulla cellule staminali embrionali, le posizioni ufficiali del cattolicesimo si collocano solidamente con la destra culturale.
Tuttavia la Chiesa è sempre stata qualcosa di più della sua gerarchia e la sua posizione originaria è tutt’altro che uniforme. Gli Stati Uniti sono un esempio da questo punto di vista. I cattolici americani erano storicamente democratici e, nonostante gli sforzi aggressivi compiuti dai conservatori nell’era reganiana per corteggiarli, esiste tuttora una parte considerevole dell’elettorato che è cattolico e liberale. La prova è che la maggior parte dei sondaggi d’opinione fatti durante la corsa alle elezioni presidenziali ha mostrato che i cattolici sono equamente divisi tra Barack Obama e John McCain.
Persino le posizioni ufficiali della Chiesa cattolica difficilmente riuscirebbero a ricevere un chiaro via libera dai conservatori comuni. Papa Giovanni Paolo II è stato il principale critico di entrambe le guerre del Golfo. Papa Benedetto XVI ha denunciato la "falsa promessa" del capitalismo e del libero mercato in stile americano ma si è anche distinto come eloquente ambientalista. Nel frattempo la Chiesa Cattolica si è dichiarata contraria alla pena di morte, al commercio delle armi, si è schierata con le Nazioni Unite e a favore all’immigrazione, posizioni fortemente disapprovate da molti esponenti di destra.
I vescovi e i teologi insistono che, data la complessa gamma della dottrina sociale cattolica, la Chiesa non è compatibile con nessuna alleanza laica. John Carr, un veterano consulente per la Conferenza Statunitense dei Vescovi Cattolici, definisce il Cattolicesimo "politicamente senza tetto". Nelle nove elezioni presidenziali tra il 1972 e il 2004, la maggioranza dei cattolici statunitensi ha votato per un Repubblicano cinque volte e per un Democratico quattro. Che sia una questione di insegnamento ufficiale o di opinione di massa, la Chiesa Cattolica difficilmente rappresenta il Partito Repubblicano americano raccolto in preghiera.
La Chiesa è ricca sfondata. Non proprio, sebbene non sia certamente povera. Chiunque sia mai stato a piazza San Pietro a Roma e abbia visto un principe della chiesa (un modo colloquiale per indicare i cardinali cattolici) uscire da una Mercedes nera targata Vaticano potrebbe digerire poco facilmente, e comprensibilmente, questa scena. Tuttavia anche sulla ricchezza della Chiesa Cattolica di solito si esagera. Per esempio si dice che il Vaticano navighi nell’oro ma il suo budget annuo è inferiore a 400 milioni di dollari. In confronto quello dell’Università di Harvard è di 3 miliardi di dollari. Il portfolio del Vaticano in titoli, obbligazioni e proprietà immobiliari, arriva all’incirca a 1 miliardo di dollari. Se vogliamo fare un paragone leggermente stravagante, Forbes ha stimato che Oprah Winfrey, da sola, vale 2.5 miliardi di dollari. I grandiosi tesori artistici del Vaticano, per esempio "La Pietà" di Michelangelo, sono letteralmente senza prezzo; sono elencati nei libri del Vaticano a un valore di 1 euro ciascuno perché non potranno mai essere venduti o prestati.
Nel mondo, le diocesi e le parrocchie talvolta sono grandi proprietari terrieri, e la chiesa gestisce una vasta rete di scuole, ospedali e centri di servizi sociali. Tale infrastruttura può generare dei numeri che possono impressionare. Nel 2001 il reddito annuo dei programmi cattolici negli Stati Uniti giunse a 102 miliardi di dollari. Tuttavia la maggior parte di questi programmi o pareggiano appena o addirittura vanno in rosso, in parte perché spesso vengono realizzati per popolazioni dal basso reddito e per le minoranze. Fuori dall'Europa e dagli Stati Uniti la maggior parte delle diocesi e delle parrocchie tirano avanti con budget da quattro soldi, per non parlare dei missionari che spesso vivono in aree remote in disperata povertà.
I cattolici "dal papa in giù" suggeriscono periodicamente che la Chiesa adotti una maggiore "semplicità" ed è giusto aspettarsi che qualsiasi organizzazione che chiede giustizia per i poveri poi metta in pratica ciò che predica. Ma credere che ci siano borsoni di denaro ammassati in qualche segreta del Vaticano è comunque una immagine ingannevole. Semplicemente non ce ne sono.
La Chiesa non cambia mai. Falso. La realtà non è che la Chiesa non cambia mai, se mai non ammette di essere cambiata. I cattolici più avveduti sanno che quando qualcuno che conta inizia una frase con "Come la chiesa ha sempre insegnato..." qualche idea o pratica longeva sta per essere capovolta. Per esempio la Chiesa una volta considerava prestare il denaro per interesse un peccato di usura, qualcosa che oggi non è più un dogma. Oppure pensiamo a quando i papi erano anche degli amministratori civili che mandavano a morte i criminali; i visitatori a Roma possono farsi un giro al Museo di Criminologia e vedere una ghigliottina papale perfettamente conservata, un regalo da parte di Napoleone. Oggi, sicuramente, la Chiesa Cattolica è un leader nelle campagne mondiali per l'abolizione della pena di morte. Più recentemente, Papa Benedetto XVI ha annullato la credenza nel limbo, un'anticamera ad hoc dell'aldilà per bambini non battezzati.
Gli apologeti potrebbero argomentare che, in questi casi, ciò che è cambiato sono le circostanze storiche e non i principi essenziali. In ogni caso qualcosa di importante ha aperto una strada. Di solito una pressione che monta dalla base alla fine scoppia e determina una svolta, come è accaduto durante il Concilio Vaticano II a metà degli anni Sessanta. Improvvisamente la Messa venne celebrata in "volgare" piuttosto che in latino, il Cattolicesimo passò da posizioni critiche nei confronti della libertà religiosa a mostrarsi come un modello dei diritti umani, e gli "eretici" protestanti divennero "fratelli separati". Questo non significa che tutto può essere capovolto. Un futuro papa non insegnerà mai che Gesù non è mai esistito, che non era il Figlio di Dio, o che il pane e il vino usati nell’Eucarestia non diventano veramente il corpo e il sangue di Cristo. La storia cattolica è sempre una miscela di continuità e di cambiamento. La parte difficile è anticipare cosa potrebbe cambiare e quando.
Il Vaticano è avvolto di segretezza. Non proprio. In realtà il Vaticano è molto meno riservato della maggior parte delle altre istituzioni che hanno una portata globale, il governo degli Stati Uniti, per esempio, o la Coca Cola. Il Vaticano non raccoglie immagini da satelliti spia e non è ossessionato dalla protezione di informazioni che riguardino la progettazione di armi ad alta tecnologia. Non ha segreti commerciali, nessun dipartimento di ricerca e sviluppo, e non ha piani di vendita da tenere nascosti da occhi indiscreti. Il risultato è che gli affari del Vaticano in realtà si svolgono in modo molto più trasparente di quanto si possa immaginare dall’esterno.
E nemmeno quando ci prova il Vaticano è troppo capace di mantenere i propri segreti. E’ una burocrazia, dopotutto, piena di gente dogmatica e fortemente determinata. Prima o poi la maggior parte delle cose salta fuori (c’è un famoso detto secondo cui "Roma è una città in cui tutto è un mistero e niente è un segreto"). Nell’estate del 2007 Papa Benedetto XVI promulgò una decisione attesa da molto tempo con cui veniva dato ai preti il permesso di celebrare l'antica messa in latino. Ma nel momento in cui venne ufficializzata, comunque, la storia era già divenuta meno rilevante visto che il contenuto della decisione era trapelato sulla stampa mesi prima e perciò era stato già abbondantemente sottoposto a uno scrutinio esaustivo.
Il problema con il Vaticano non è la sua segretezza quanto la sua assoluta singolarità. E’ diverso da qualsiasi altra istituzione con cui si possa entrare in contatto, con la sua storia, la sua lingua e i suoi ritmi. Se non si conosce la differenza tra il punto di vista dei Gesuiti e quello dei Domenicani sul tema della Grazia nel XVI secolo, per esempio, o tra "Cotta" e "Alba", dentro il Vaticano ci si troverà spesso dinanzi a conversazioni estremamente difficili da capire. O se non si sa che il sottosegretario nella maggior parte degli uffici è la persona che svolge il vero lavoro può risultare difficile seguire le intricate faccende della Chiesa. Il trucco per decifrare il Vaticano è conoscere a fondo la sua cultura. Farlo significa sollevare facilmente il velo di segretezza che lo circonda.
Il Cattolicesimo è ossessionato dal sesso. No, siete voi ad esserlo. Prima della rivoluzione sessuale del 1960 la maggior parte delle persone avrebbe considerato molto strana l’idea del Cattolicesimo come qualcosa di pudico. L’antico rimprovero verso i cattolici era quello che fossero decisamente propensi ai piaceri della carne, specialmente del sesso e dell’alcool, a differenza dei più astemi Protestanti. Come ha scritto il poeta Hilaire Belloc "laddove splende il sole cattolico ci sono sempre risa e buon vino rosso". Quando i critici di oggi accusano il Cattolicesimo per le sue posizioni bigotte uno immagina i veri puritani che, rigirandosi nella tomba, disprezzavano la Chiesa di Roma e il suo lassismo morale.
Dal 1960, comunque, il Cattolicesimo è stato coinvolto in una controversia pubblica dopo l’altra sulle faccende sessali come i diritti dei gay, le questioni di genere, la famiglia, l’aborto, la contraccezione, l’inseminazione artificiale e altri punti scottanti dell’etica sessuale. Gli insegnamenti cattolici che un tempo etichettavano la persona media come moderata e perfino permissiva, ad esempio incoraggiando ad avere una famiglia numerosa, oggi sembrano positivamente antiquati alla maggior parte degli osservatori.
Il fatto è che gli insegnamenti sul sesso e sul genere sono contestati perfino all’interno della Chiesa stessa. Alcuni sondaggi dimostrano che una solida maggioranza di Cattolici, perlomeno negli Stati Uniti, non è d’accordo con le posizioni ufficiali della Chiesa su questioni come la contraccezione, la fertilizzazione in vitro e sul matrimonio per i sacerdoti. Maggioranze più ristrette vorrebbero l’ordinamento delle donne al sacerdozio e si oppongono senza mezzi termini all'aborto. E quando i Cattolici americani puntano su un candidato sia le faccende della vita privata sia le questioni di giustizia sociale, come l’assistenza per le famiglie in difficoltà e le riforme per l’immigrazione, vengono messe sullo stesso piano. Così come, nella maggior parte dei casi, l’opinione pubblica cattolica è molto più differenziata e tollerante di quanto venga compreso abitualmente.
Se da qualche parte rimane un atteggiamento ossessivo verso il sesso è sicuramente nella cultura popolare non certo nella Chiesa. Durante il primo anno del suo papato, Benedetto XVI ha usato la parola "Africa" quattro volte più di quanto abbia fatto con la parola "sesso". Tuttavia quest'ultima parola era riferita ad un unico documento che proibiva il sacerdozio ai gay ed è stato questo l'argomento che ha dominato sulla stampa. Il collegamento tra sesso e religione semplicemente vende bene e non è affatto giusto biasimare la chiesa per questo.
La Chiesa è ultra-gerarchica. Non proprio. Il Cattolicesimo ha una chiara catena di comando che lo rende abbastanza inusuale tra le religioni moderne (vi siete mai chiesti chi sia a capo del Giudaismo o dell’Islam?). Il Codice di Diritto Canonico assegna al Papa "un supremo, pieno, immediato e universale potere ordinario". Tale struttura gerarchica alimenta la percezione secondo cui il Cattolicesimo è gestito quasi esclusivamente dall’alto verso il basso. In pratica, invece, il Cattolicesimo funziona in modo informale e decentralizzato. La Curia Romana, ovvero la burocrazia amministrativa centrale della Chiesa, si serve di una forza lavoro di 2.700 dipendenti per gestire gli affari di più di 1,1 miliardi di cattolici. Se lo stesso rapporto di burocrati per cittadini fosse applicato al governo degli Stati Uniti circa 700 persone sarebbero sul libro-paga federale. In altre parole il Vaticano non ha gli strumenti per microgestire eccetto che nei più rari casi. Non si tratta di Wal-Mart dove la regolazione della temperatura di negozi lontani migliaia di chilometri è determinata da un computer nel quartier generale di Bentonville in Arkansas.
Il Cattolicesimo, inoltre, non è una gigantesca corporation. Gli assetti delle diocesi in giro per il mondo non appartengono al Papa ma ai vescovi e questo può dargli una considerevole autonomia in faccende amministrative. Nel 2001, per esempio, Roma ha ordinato all’Arcivescovo di Milwaukee di fermare la ristrutturazione della sua cattedrale perché non ne approvava il progetto. L’arcivescovo rispose che era lui quello che pagava gli appaltatori per cui Roma doveva farsi gli affari suoi.
Perfino all’interno del Vaticano gli uffici operano abbastanza indipendentemente uno dall’altro. Talvolta la mano sinistra di Roma davvero non sa, o non approva, cosa sta facendo la mano destra. Durante gli anni di Giovanni Paolo II, per esempio, lo stesso direttore di cerimonie del papa spesso ha proposto messe papali che ignoravano i cambiamenti suggeriti dall’ufficio di politica liturgica del Vaticano. E chiunque abbia prestato attenzione alle ondeggianti risposte da parte del Vaticano in merito alla crisi per gli abusi sessuali è verosimilmente giunto a un’impressione di incoerenza interna piuttosto che di stretto controllo dall’alto.
Probabilmente la migliore definizione che si può dare della Chiesa è riassunta dalla vecchia battuta secondo cui il Cattolicesimo è "una monarchia assoluta moderata da una disobbedienza selettiva". Dietro l’indipendenza locale e le cangianti risposte agli scandali c’è quasi sempre un impressionante grado di vivace dibattito. Fintantoche la Chiesa cresce in modo sempre più differenziato, questa tradizione di dialogo e discussione sarà sempre più critica per il suo futuro. Papi e pratiche cambieranno ma i fondamenti della fede molto probabilmente rimarranno forti e flessibili.
John L. Allen Jr. è senior correspondent per il National Catholic Reporter e senior analyst per la CNN.
Tratto da "Foreign Policy" (Novembre-Dicembre 2008)
Traduzione di Daniela Masciale e Fabrizia B. Maggi
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