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12月29日

IN PRIMO PIANO:
http://primopiano.totustuus.info/
Benedetto XVI: teorie funeste che tolgono rilevanza alla
mascolinità e alla femminilità
Non posso tacere la mia preoccupazione per le leggi sulle
coppie di fatto. Molte di queste coppie hanno scelto questa
via, perché - almeno per il momento - non si sentono in
grado di accettare la convivenza giuridicamente ordinata e
vincolante del matrimonio. Così preferiscono rimanere nel
semplice stato di fatto. Quando vengono create nuove forme
giuridiche che relativizzano il matrimonio, la rinuncia al
legame definitivo ottiene, per così dire, anche un sigillo
giuridico. In tal caso il decidersi per chi già fa fatica
diventa ancora più difficile. Si aggiunge poi, per l'altra
forma di coppie, la relativizzazione della differenza dei
sessi. Diventa così uguale il mettersi insieme di un uomo e
una donna o di due persone dello stesso sesso. Con ciò
vengono tacitamente confermate quelle teorie funeste che
tolgono ogni rilevanza alla mascolinità e alla femminilità
della persona umana, come se si trattasse di un fatto
puramente biologico; teorie secondo cui l'uomo - cioè il s!
uo intelletto e la sua volontà - deciderebbe autonomamente
che cosa egli sia o non sia. C'è in questo un deprezzamento
della corporeità, da cui consegue che l'uomo, volendo
emanciparsi dal suo corpo - dalla "sfera biologica" -
finisce per distruggere se stesso.
 
(Evangelizzazione)
*Islam e democrazie occidentali (I)
*di S. Em. il card. George Pell, arcivescovo di Sidney, in
Australia. A Naples, nello Stato della Florida degli Stati
Uniti d?America, il 4 febbraio 2006 si è tenuta una riunione
della direzione dell?associazione d?imprenditori e di
dirigenti cattolici Legatus. Nell?occasione è intervenuto S.
Em. il card. George Pell, arcivescovo di Sidney, in
Australia, con una relazione dal titolo Islam and Western
Democracies. La traduzione del documento e le inserzioni fra
parentesi quadre sia nel testo che nelle note sono della
redazione della rivista cattolica Cristianità, N. 336
luglio-agosto 2006, info@alleanzacattolica.org.


 AL CINEMA:
http://cinema.totustuus.info/
Recensione cinematografica: "Nativity" - di Catherine
Hardwicke, con Shohreh Aghdashloo, Keisha Castle-Hughes,
Eriq Ebouaney - storico/religioso - USA - 2006 (voto: 7)

"LOBBYING ETICO - Adesione all'appello di Socci"
http://www.fattisentire.net/
APPELLO A SOSTEGNO DEL PAPA
Il testo dell'appello insieme a me, Antonio SOCCI, è stato
sottoscritto da un gruppo di grandi intellettuali: René
Girard, Vittorio Strada, Franco Zeffirelli e Guido
Ceronetti. Chi volesse esprimere un analogo appoggio alla
decisione del Papa (avversato dal mondo catto-progressista)
può farlo sapere anche al Foglio che ha gentilmente ospitato
l'Appello, scrivendo all'indirizzo lettere@ilfoglio.it.

12) "DIFENDERE LA VITA"
http://difenderelavita.totustuus.it/
FAMIGLIA, MATRIMONIO E UNIONI DI FATTO
Queste riflessioni sono dirette altresì ai pastori d'anime,
che devono accogliere e guidare tanti cristiani d'oggi, e
accompagnarli in un itinerario di apprezzamento del valore
naturale, protetto dall'istituto matrimoniale e confermato
dal sacramento cristiano. La famiglia fondata sul matrimonio
corrisponde al disegno del Creatore "fin da principio" (Mt
19,4). Nel Regno di Dio non può essere seminato altro seme
di quello della verità già iscritta nel cuore umano, l'unica
capace di "produrre frutto con la perseveranza" (Lc 8,15);
una verità che si fa misericordia, comprensione e invito a
riconoscere in Gesù la "luce del mondo" (Gv 8,12) e la forza
che libera dai vincoli del male.

auguri don camillo. grazie guareschi

di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro

Quando venne alla luce, il 28 dicembre di sessant'anni fa,
don Camillo non immaginava certo che la sua sarebbe stata la
generazione del sessantotto.
Chissà quanti compagni di seminario ha visto trasformarsi in
preti contestatori o, magari, solo in contestatori. E chissà
quanto ci ha sofferto, lui che non ha mai smesso di portare
la tonaca, di recitare il breviario e di obbedire al Papa.

Se le cose sono andate così, lo deve a Giovannino Guareschi,
il suo padre letterario.
L'antivigilia di Natale del 1946, lo scrittore si trovava
nella tipografia milanese della Rizzoli dove stava
trafficando per chiudere Candido, il settimanale di cui era
direttore.
Bisognava tappare un buco in fretta se si voleva che il
giornale fosse in edicola il giorno 28. E il destino volle
che Guareschi facesse ciò che solo la rapidità del
giornalista e il genio del narratore riescono a concepire in
una tale circostanza: prese un racconto che aveva scritto
per Oggi, il settimanale della Rizzoli con cui collaborava,
lo cavò dalla pagina già composta e lo fece ricomporre in un
corpo più grosso per il Candido, che così fu pronto per
andare in stampa.
A Oggi ci avrebbe pensato nella mezz'ora successiva.

Il racconto si intitolava Don Camillo e cominciava così:
«Don Camillo, l'arciprete di Ponteratto, era un gran brav'uomo...»..
Ora, con l'incipit leggermente modificato, apre la prima
raccolta in volume di Mondo piccolo con il titolo «Peccato
confessato».
La storia è quella ormai celebre dell'assoluzione con
annessa pedata nel sedere sparata da don Camillo a Peppone.
Quando uscì il 28 dicembre, ebbe un tale successo che
costrinse il suo autore a scriverne altri, fino arrivare
alla bella cifra di 346: l'intera saga di Mondo piccolo,
che, se Candido non fosse stato in affanno per la chiusura,
probabilmente non avrebbe mai visto la luce.
Scampato quel pericolo, oggi don Camillo continua ad avere
un esercito di lettori. E non si tratta solo di vecchi
arnesi affezionati alla propria giovinezza: ammesso e non
concesso che questa possa essere considerata una categoria
di ammiratori di cui vergognarsi.
Ma si tratta anche di giovani che, attraverso le storie
raccontate da Guareschi, scoprono un'Italia di cui nessuno
ha mai parlato loro a scuola e, magari, neanche in chiesa o
all'oratorio. E non basta. Questi nuovi lettori scoprono la
bellezza di un mondo in cui, pur tra le difficoltà della
vita, le cose vanno per il verso giusto perché quel luogo è
fatto apposta per accogliere la Grazia.
Per la prima volta, si trovano a passeggiare per le contrade
di un universo capace di mostrare agli uomini quanto siano
belli e quanto grande sia il loro destino: basta solo che
abbiano l'umiltà di aprire la loro anima al soffio eterno
del Creatore.
Quel soffio che corre lungo il Grande Fiume e pulisce l'aria
per riempirla di invenzioni impastate di terra e di cielo
come raramente capita di trovarne nella letteratura
contemporanea.

Non è un caso se don Camillo, nei suoi sessant'anni di vita,
dopo aver trovato milioni di lettori, incontra anche uomini
che vorrebbero addirittura farsi suoi parrocchiani.
Una decina d'anni fa, l'università di Padova commissionò un
sondaggio sul sacerdote ideale e, naturalmente, stravinse il
parroco guareschiano. Non ci fu uno straccio di prete
progressista e contestatore capace di tenere il suo passo.

Questo, del resto, lo aveva previsto il suo stesso inventore
nel 1966.
In quell'anno Guareschi scrisse per Oggi una storia
intitolata Don Camillo e la ragazza yé-yé, poi uscita
incompleta in volume con il titolo Don Camillo e i giovani d'oggi
e, quindi, opportunamente reintegrata a cura di Alberto e
Carlotta Guareschi in Don Camillo e don Chichì.
Il filo conduttore della vicenda è il serrato confronto tra
il vecchio pretone e il giovane don Chichì, arrivato in
paese con il suo spiderino rosso per spiegare a don Camillo
che, come stabilito dal Concilio Vaticano II, i tempi sono
cambiati ed è venuto il momento di aggiornarsi.
Sollecitato dai superiori, il vecchio prete lascia che il
nuovo curato, leggendo i segni dei tempi, si dia da fare per
ammodernare la parrocchia.
Ma, a forza di demitizzare, di svecchiare, di cercare ciò
che unisce e lasciare ciò che divide con l'illusione di
conquistare i lontani, il poveretto finisce per rimanere da
solo.
I vecchi se ne vanno perché preferiscono farsi insultare da
Peppone, che, almeno, è un comunista come si deve.
I nuovi non si vedono perché diffidano delle imitazioni e,
pure loro, preferiscono tenersi stretto Peppone.

Il motivo del fallimento, spiega Guareschi, è molto
semplice.
Don Chichì, nella smania di buttare via l'acqua sporca,
ammesso che lo fosse, ha gettato anche il Bambino: quello
nato a Betlemme due millenni fa.
Un prete senza Gesù Cristo non va da nessuna parte e don
Camillo lo spiega in un dialogo drammatico al suo curato.
«Reverendo - urla don Chichì - questa è l'ora della verità e
bisogna dire pane al pane e vino al vino!». E il vecchio
parroco risponde: «Pericoloso dire pane al pane e vino al
vino là dove il pane e il vino sono la carne e il sangue di
Gesù».

Ma questo è un banale discorso da prete, da uomo che si è
fatto sacerdote per vocazione. E don Chichì, purtroppo, ci
tiene a far sapere che ha preso, si fa per dire, la tonaca
per ben altri motivi: «Io - spiega - sono sacerdote non per
ispirazione, ma per ragionata convinzione».
Un fior di assistente sociale, insomma. Ma gente di sana e
robusta costituzione spirituale come quella di Mondo piccolo
non può prendere sul serio questo giovanotto che, avendo
rinunciato a Cristo, può offrire al prossimo solo la propria
disperazione e le proprie miserie.

Fa ben sperare, pur nel desolante panorama di oggi, che don
Camillo abbia tanti lettori.
È segno che, nonostante il triste attivismo dei troppi don
Chichì, uomini di sana e robusta costituzione spirituale ve
ne sono ancora. Tutta gente che si fida dei vecchi parroci e
la pensa proprio come Guareschi quando dice:
«I vecchi parroci, anche quelli col cuore tenero, hanno le
ossa dure e per questo la Chiesa di Cristo che grava
principalmente sulle loro spalle resiste a tutte le bufere.
Deo gratias».

QUELL'UOMO LIBERO FINITO IN CARCERE PER LE SUE IDEE
Giovannino Guareschi (Fontanelle di Roccabianca, 1 maggio
1908 - Cervia, 22 luglio 1968) è stato giornalista e
scrittore umorista.
La sua creazione più famosa è Don Camillo, il parroco che
parla col Cristo dell'altare maggiore e ha come antagonista
il sindaco comunista del paese, Brescello, l'agguerrito
Peppone.
Corteggiato dalla politica, sia a destra che a sinistra,
Guareschi è stato prima di tutto un uomo libero.
Egli criticò e rese oggetto di satira i comunisti, che lui
definiva trinariciuti (la terza narice serviva a far uscire
il cervello e far entrare le direttive di partito), ma
criticò, soprattutto dopo le elezioni del 1948, anche la
Democrazia cristiana, che a suo parere non seguiva i
principi cui si era ispirata.
Nel 1954 Guareschi fu accusato di diffamazione per avere
pubblicato sul Candido due lettere di De Gasperi (allora
capo del governo) risalenti al 1944, nelle quali De Gasperi
avrebbe chiesto agli Alleati di bombardare Roma.
Fu condannato a 12 mesi di carcere in primo grado.
Per coerenza si rifiutò di ricorrere in appello (fu
incarcerato a Parma) e di chiedere la grazia.

Il Giornale n. 51 del 2006-12-25 pagina 24
 
12月28日

e se gesù non fosse venuto?

di Antonio Socci

E se Gesù non fosse nato? Non ci sarebbero - per esempio -
né università, né ospedali. E nemmeno la musica.
E' facile provare storicamente che queste istituzioni, nate
nel medioevo cristiano (come le Cattedrali e l'arte
occidentale), sarebbero state del tutto inconcepibili senza
la storia cristiana.
Se Gesù non fosse venuto fra noi non ci sarebbe neanche lo
Stato laico, perché - come ha dimostrato Joseph Ratzinger in
un memorabile discorso alla Sorbona - è Lui che ha
desacralizzato il potere il quale da sempre ha usato le
religioni per assolutizzare se stesso.
Dopo Gesù, Cesare non si può più sovrapporre a Dio, non può
avere più un potere assoluto sulle persone e le cose. Inizia
la storia della libertà umana.

Se Gesù non fosse nato le donne non avrebbero alcun diritto,
sarebbero considerate ancora "cose" su cui gli uomini hanno
potere di vita e di morte, com'era perfino nella Roma
imperiale.
Se Gesù non fosse nato vecchi e malati continuerebbero ad
essere abbandonati.
Se Gesù non fosse nato non esisterebbero i "diritti dell'uomo".
Né la democrazia (ripeto: la democrazia e la libertà
sarebbero stati inconcepibili).
Se Gesù non fosse venuto avremmo ancora un sistema economico
fondato strutturalmente sulla schiavitù e quindi arretrato
(oltreché disumano e bestiale), sempre al limite della
sussistenza.

Invece Gesù è venuto e il continente che l'ha accolto, il
continente cristiano per eccellenza, l'Europa, di colpo ha
fatto un balzo inaudito nella storia umana, lasciando
indietro tutto il resto del mondo, perfino civiltà molto più
antiche, come quella cinese.
Gesù è venuto e l'essere umano è fiorito: la sua
intelligenza, la sua genialità, la sua umanità, la sua
creatività, la sua razionalità (soprattutto!).

Chi - abbeverato alle fonti avvelenate dell'ideologia
dominante - nutre qualche dubbio in proposito può trovare
intere biblioteche che lo dimostrano, ma, per tagliar corto,
in queste giorni di vacanze può cavarsela leggendosi un
libro.
L'autore non è un apologeta cattolico, ma un sociologo
americano di una università yankee: Rodney Stark.
Il suo libro è stato tradotto da Lindau col titolo: "La
vittoria della Ragione". Sottotitolo: "Come il cristianesimo
ha prodotto libertà, progresso e ricchezza".
Il suo excursus lungo i secoli è documentatissimo e chiaro.
Spiega che quando gli europei per primi cominciarono a
esplorare il mondo, ciò che li stupì fu "la scoperta del
loro grado di superiorità tecnologica rispetto alle altre
società".
Stark - per farsi capire - scende nei particolari: "Perché
per secoli gli europei rimasero gli unici a possedere
occhiali da vista, camini, orologi affidabili, cavalleria
pesante o un sistema di notazione musicale?".
Il perché - come spiega Stark - risale a quella razionalità
e a quel genio della realtà fioriti col cristianesimo.
Gli esempi sembrano minimi (gli occhiali, i camini), ma si
tratta di oggetti di uso quotidiano che hanno rivoluzionato
la vita e la qualità della vita.

Inoltre vanno compresi all'interno delle conquiste più
grandi.
Stark dimostra che è dal cristianesimo, dalla conoscenza di
un Dio che ha razionalmente ordinato il cosmo, che deriva la
"straordinaria fede nella ragione" che connota l'Occidente
cristiano.
"Sin dagli albori i padri della Chiesa insegnarono che la
ragione era il dono più grande che Dio aveva offerto agli
uomini. Il cristianesimo fu la sola religione ad accogliere
l'utilizzo della ragione e della logica come guida
principale verso la verità religiosa".

Da qui, da questa "vittoria della ragione", da questa
certezza che il mondo non è una divinità, né un capriccio
inconoscibile degli dèi, ma è creato secondo un Logos
razionale e può essere compreso e dominato dall'uomo,
derivano la scienza, la tecnologia e - per esempio - come
conseguenza ultima di tipo sociale, il "capitalismo", cioè
quel sistema di produzione regolato che ha portato a una
prosperità mai conosciuta prima nella storia umana.

Naturalmente andiamo per grandi lineee.
Potremmo dettagliare tutte le cose che stanno dentro queste
svolte storiche: la legittimazione teologica e morale della
proprietà privata e del profitto, la limitazione dell'arbitrio
dello Stato, il diritto della persona a non essere
schiavizzato (che ha provocato una quantità di scoperte e
conquiste tecnologiche).
La teoria della democrazia e dei diritti dell'uomo fiorì nei
grandi monasteri che hanno civilizzato l'Europa barbarica,
poi nelle università medievali e nella teologia successiva.
Ed è stata recepita nelle istituzioni.

E' tutto un sistema di pensiero e di valori che ha
letteralmente dato forma al nostro vivere quotidiano e che
deriva da ciò che il cristianesimo ha portato nella storia
umana.
Il progresso stesso è un concetto nato dai padri della
Chiesa e che non è concepibile se non nella concezione
cristiana della storia.
Stark dettaglia fino a particolari a cui noi normalmente
neanche facciamo caso. Accendere la luce, avere acqua e
riscaldamento in casa, muoversi a velocità inaudita sul
pianeta coprendo distanze immense, comunicare da un capo all'altro
del mondo, disporre di cibo oltre ogni immaginazione,
dominare lo spazio, debellare tante malattie allungando la
vita umana di decenni..
Tutto questo - letteralmente - non sarebbe stato neanche
immaginabile se quel giorno di duemila anni fa, a Betlemme
di Giudea, non fosse nato Gesù.

Non è un caso se le conquiste dell'Occidente cristiano hanno
civilizzato e umanizzato tutto il mondo.
Ma l'origine sta in quella strepitosa liberazione dell'umano
e delle sue immense energie e potenzialità che è iniziata
quando è venuto Gesù.
Per questo - e non a caso - la storia si divide: prima di
Cristo e dopo di Lui.
Per questo anche un laico - se minimamente colto e
avvertito - celebra il Natale come l'alba della prosperità e
della libertà.

Sia chiaro: non che l'occidente cristiano sia di colpo
diventato immune dal male.
Tutt'altro. Il rischio di ripiombare nelle tenebre della
disumanità è stato sempre presente ed è continuo.
Ma anche il male dell'uomo, nel corso dei secoli, ha trovato
finalmente la forza inesausta di Cristo nella Chiesa che l'ha
contrastato, l'ha perdonato e redento, dilagando nella
storia dei popoli cristiani.

Un grande poeta, Thomas. S. Eliot, ha colto questa
drammatica lotta (di ogni giorno) dei popoli cristiani per
vincere nel corso dei secoli la barbarie e la bestialità con
questi versi:
"Attraverso la Passione e il Sacrificio, salvati a dispetto
del loro essere negativo;/
Bestiali come sempre, carnali, egoisti come sempre,
interessati e ottusi come sempre lo furono prima;/
Eppure sempre in lotta, sempre a riaffermare, sempre a
riprendere la loro marcia sulla via illuminata dalla luce./
Spesso sostando, perdendo tempo, sviandosi, attardandosi,
tornando, eppure mai seguendo un'altra via".

Infatti, nonostante la liberazione storica che ha prodotto,
Gesù non è nato innanzitutto per civilizzare il mondo, ma
per santificare gli uomini, per renderli, da bestiali,
divini.
Diceva S. Agostino: "Dio si è fatto uomo. Saresti morto per
sempre se lui non fosse nato nel tempo. Mai saresti stato
libero dalla carne del peccato, se lui non avesse assunto
una carne simile a quella del peccato. Ti saresti trovato
sempre in uno stato di miseria, se Lui non ti avesse usato
misericordia. Non saresti ritornato a vivere, se Lui non
avesse condiviso la tua morte. Saresti venuto meno, se Lui
non fosse venuto in tuo aiuto. Ti saresti perduto, se lui
non fosse arrivato".

Se non fosse nato Gesù, saremmo tutti dei disperati.
Ma Lui è venuto fra noi.

© "Libero" 24 dicembre 2006
12月27日

MA – sinceramente ! - ABBIAMO VERAMENTE BISOGNO DI CRISTO per il 2007 ?

Nel suo “Messaggio Urbi et orbi” per il Natale 2006, Benedetto XVI ha voluto dare risposta proprio a questa domanda. Ha detto fra l’altro:
Come non sentire che proprio dal fondo di questa umanità gaudente e disperata si leva un’invocazione straziante di aiuto? E’ Natale: oggi entra nel mondo "la luce vera, quella che illumina ogni uomo" (Gv 1,9). "Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (ibid., 1,14), proclama l’evangelista Giovanni. Oggi, proprio oggi, Cristo viene nuovamente "fra la sua gente" e a chi l’accoglie dà " il potere di diventare figlio di Dio"; offre cioè l’opportunità di vedere la gloria divina e di condividere la gioia dell’Amore, che a Betlemme si è fatto carne per noi. Oggi, anche oggi, "il nostro Salvatore è nato nel mondo", perché sa che abbiamo bisogno di Lui. Malgrado le tante forme di progresso, l’essere umano è rimasto quello di sempre: una libertà tesa tra bene e male, tra vita e morte. E’ proprio lì, nel suo intimo, in quello che la Bibbia chiama il "cuore", che egli ha sempre necessità di essere "salvato". E nell’attuale epoca post moderna ha forse ancora più bisogno di un Salvatore, perchè più complessa è diventata la società in cui vive e più insidiose si sono fatte le minacce per la sua integrità personale e morale. Chi può difenderlo se non Colui che lo ama al punto da sacrificare sulla croce il suo unigenito Figlio come Salvatore del mondo? .

Di fronte a un anno nuovo che sta cominciando, proviamo a ragionare a ritroso nella storia e chiediamoci come sarebbe il mondo e la nostra vita e la storia se Gesù non fosse venuto…

E SE GESU’ NON FOSSE VENUTO ?

di Antonio Socci

E se Gesù non fosse nato? Non ci sarebbero – per esempio – né università, né ospedali. E nemmeno la musica. E’ facile provare storicamente che queste istituzioni, nate nel medioevo cristiano (come le Cattedrali e l’arte occidentale), sarebbero state del tutto inconcepibili senza la storia cristiana. Se Gesù non fosse venuto fra noi non ci sarebbe neanche lo Stato laico, perché – come ha dimostrato Joseph Ratzinger in un memorabile discorso alla Sorbona – è Lui che ha desacralizzato il potere il quale da sempre ha usato le religioni per assolutizzare se stesso. Dopo Gesù, Cesare non si può più sovrapporre a Dio, non può avere più un potere assoluto sulle persone e le cose. Inizia la storia della libertà umana.

Se Gesù non fosse nato le donne non avrebbero alcun diritto, sarebbero considerate ancora “cose” su cui gli uomini hanno potere di vita e di morte, com’era perfino nella Roma imperiale. Se Gesù non fosse nato vecchi e malati continuerebbero ad essere abbandonati. Se Gesù non fosse nato non esisterebbero i “diritti dell’uomo”. Né la democrazia (ripeto: la democrazia e la libertà sarebbero stati inconcepibili). Se Gesù non fosse venuto avremmo ancora un sistema economico fondato strutturalmente sulla schiavitù e quindi arretrato (oltreché disumano e bestiale), sempre al limite della sussistenza.

Invece Gesù è venuto e il continente che l’ha accolto, il continente cristiano per eccellenza, l’Europa, di colpo ha fatto un balzo inaudito nella storia umana, lasciando indietro tutto il resto del mondo, perfino civiltà molto più antiche, come quella cinese. Gesù è venuto e l’essere umano è fiorito: la sua intelligenza, la sua genialità, la sua umanità, la sua creatività, la sua razionalità (soprattutto!).

Chi – abbeverato alle fonti avvelenate dell’ideologia dominante - nutre qualche dubbio in proposito può trovare intere biblioteche che lo dimostrano, ma, per tagliar corto, in queste giorni di vacanze può cavarsela leggendosi un libro. L’autore non è un apologeta cattolico, ma un sociologo americano di una università yankee: Rodney Stark. Il suo libro è stato tradotto da Lindau col titolo: “La vittoria della Ragione”. Sottotitolo: “Come il cristianesimo ha prodotto libertà, progresso e ricchezza”. Il suo excursus lungo i secoli è documentatissimo e chiaro. Spiega che quando gli europei per primi cominciarono a esplorare il mondo, ciò che li stupì fu “la scoperta del loro grado di superiorità tecnologica rispetto alle altre società”. Stark – per farsi capire - scende nei particolari: “Perché per secoli gli europei rimasero gli unici a possedere occhiali da vista, camini, orologi affidabili, cavalleria pesante o un sistema di notazione musicale?”. Il perché – come spiega Stark - risale a quella razionalità e a quel genio della realtà fioriti col cristianesimo. Gli esempi sembrano minimi (gli occhiali, i camini), ma si tratta di oggetti di uso quotidiano che hanno rivoluzionato la vita e la qualità della vita.

Inoltre vanno compresi all’interno delle conquiste più grandi. Stark dimostra che è dal cristianesimo, dalla conoscenza di un Dio che ha razionalmente ordinato il cosmo, che deriva la “straordinaria fede nella ragione” che connota l’Occidente cristiano. “Sin dagli albori i padri della Chiesa insegnarono che la ragione era il dono più grande che Dio aveva offerto agli uomini… Il cristianesimo fu la sola religione ad accogliere l’utilizzo della ragione e della logica come guida principale verso la verità religiosa”.

Da qui, da questa “vittoria della ragione”, da questa certezza che il mondo non è una divinità, né un capriccio inconoscibile degli dèi, ma è creato secondo un Logos razionale e può essere compreso e dominato dall’uomo, derivano la scienza, la tecnologia e – per esempio – come conseguenza ultima di tipo sociale, il “capitalismo”, cioè quel sistema di produzione regolato che ha portato a una prosperità mai conosciuta prima nella storia umana.

Naturalmente andiamo per grandi lineee. Potremmo dettagliare tutte le cose che stanno dentro queste svolte storiche: la legittimazione teologica e morale della proprietà privata e del profitto, la limitazione dell’arbitrio dello Stato, il diritto della persona a non essere schiavizzato (che ha provocato una quantità di scoperte e conquiste tecnologiche). La teoria della democrazia e dei diritti dell’uomo fiorì nei grandi monasteri che hanno civilizzato l’Europa barbarica, poi nelle università medievali e nella teologia successiva. Ed è stata recepita nelle istituzioni.

E’ tutto un sistema di pensiero e di valori che ha letteralmente dato forma al nostro vivere quotidiano e che deriva da ciò che il cristianesimo ha portato nella storia umana. Il progresso stesso è un concetto nato dai padri della Chiesa e che non è concepibile se non nella concezione cristiana della storia. Stark dettaglia fino a particolari a cui noi normalmente neanche facciamo caso. Accendere la luce, avere acqua e riscaldamento in casa, muoversi a velocità inaudita sul pianeta coprendo distanze immense, comunicare da un capo all’altro del mondo, disporre di cibo oltre ogni immaginazione, dominare lo spazio, debellare tante malattie allungando la vita umana di decenni…. Tutto questo – letteralmente – non sarebbe stato neanche immaginabile se quel giorno di duemila anni fa, a Betlemme di Giudea, non fosse nato Gesù.

Non è un caso se le conquiste dell’Occidente cristiano hanno civilizzato e umanizzato tutto il mondo. Ma l’origine sta in quella strepitosa liberazione dell’umano e delle sue immense energie e potenzialità che è iniziata quando è venuto Gesù. Per questo – e non a caso - la storia di divide: prima di Cristo e dopo di Lui. Per questo anche un laico – se minimamente colto e avvertito – celebra il Natale come l’alba della prosperità e della libertà.

Sia chiaro: non che l’occidente cristiano sia di colpo diventato immune dal male. Tutt’altro. Il rischio di ripiombare nelle tenebre della disumanità è stato sempre presente ed è continuo. Ma anche il male dell’uomo, nel corso dei secoli, ha trovato finalmente la forza inesausta di Cristo nella Chiesa che l’ha contrastato, l’ha perdonato e redento, dilagando nella storia dei popoli cristiani.

Un grande poeta, Thomas. S. Eliot, ha colto questa drammatica lotta (di ogni giorno) dei popoli cristiani per vincere nel corso dei secoli la barbarie e la bestialità con questi versi: “Attraverso la Passione e il Sacrificio, salvati a dispetto del loro essere negativo;/ Bestiali come sempre, carnali, egoisti come sempre, interessati e ottusi come sempre lo furono prima;/ Eppure sempre in lotta, sempre a riaffermare, sempre a riprendere la loro marcia sulla via illuminata dalla luce./ Spesso sostando, perdendo tempo, sviandosi, attardandosi, tornando, eppure mai seguendo un’altra via”. Infatti, nonostante la liberazione storica che ha prodotto, Gesù non è nato innanzitutto per civilizzare il mondo, ma per santificare gli uomini, per renderli, da bestiali, divini. Diceva S. Agostino: “Dio si è fatto uomo. Saresti morto per sempre se lui non fosse nato nel tempo. Mai saresti stato libero dalla carne del peccato, se lui non avesse assunto una carne simile a quella del peccato. Ti saresti trovato sempre in uno stato di miseria, se Lui non ti avesse usato misericordia. Non saresti ritornato a vivere, se Lui non avesse condiviso la tua morte. Saresti venuto meno, se Lui non fosse venuto in tuo aiuto. Ti saresti perduto, se lui non fosse arrivato”.

Se non fosse nato Gesù, saremmo tutti dei disperati. Ma Lui è venuto fra noi.

© “Libero” 24 dicembre 2006

12月26日

Ue: ok all'assasinio degli embrioni

Il via libera ieri al 7° Programma per la ricerca europea

Tutto, dunque, è compiuto Nel nome della competizione
Marina Corradi

Con la definitiva approvazione, ieri a Bruxelles, del VII
Programma quadro per la ricerca, è finito il dibattito in
seno alla Unione europea sui finanziamenti comunitari a una
ricerca che incentivi la distruzione di sempre nuovi
embrioni, non ponendo alcuna data limite alla derivazione
delle linee staminali.

La firma del presidente del Parlamento Borrell sul VII pq,
con allegata una dichiarazione italiana purtroppo vaga e
inefficace, è la pietra tombale sulla battaglia di quegli
eurodeputati - non solo cattolici, ma Verdi e della destra -
che si sono battuti perché l'Europa non avesse nulla a che
fare, nemmeno indirettamente, con la distruzione di embrioni
umani.
Una volontà contraria che - lo si era visto in occasione
della prima lettura del Programma - raccoglieva a giugno
quasi la metà dell'aula di Strasburgo.

Ma quale logica, al di là delle oscillazioni e contorsioni,
italiane e non solo, dei vari Stati membri, ha portato a
questo 18 dicembre in cui l'Europa, pur non sporcandosi le
mani con la diretta distruzione di embrioni, promuova una
ricerca che ne faccia uso, anche procurandosene sempre di
nuovi, magari al di fuori dei confini della Ue?

La scelta è leggibile non come una unanimità di consensi in
questa direzione, ma piuttosto, per chi abbia ascoltato i
dibattiti a Strasburgo e a Bruxelles, dentro la logica
complessiva di un'ansia che attanaglia l'Europa per la
concorrenza scientifica dell'Asia - di India, Corea,
Giappone e Cina - da cui si sente incalzata. E dunque di
conseguenza pressata da una spinta a riguadagnare il terreno
perduto, e in fretta, per non finire lei, l'Europa stessa,
dalla parte "sbagliata" del mondo.

«La Cina negli ultimi anni ha aumentato del 580% gli
investimenti nella ricerca», si è sentito dire a Bruxelles.
«Fra vent'anni, se non cambiamo marcia, l'Asia avrà il 90%
dei ricercatori del mondo».
Una grande paura, in buona parte anche motivata, di
diventare noi la periferia dell'impero della scienza, noi i
nuovi poveri ricchi di storia e di illustri memorie, ma
emarginati dal grande business planetario. E anche dal punto
di vista linguistico quest'ansia riecheggiava nelle parole
in aula.
A Bruxelles, prima dell'ultimo voto del 30 novembre, si
ascoltava un ripetere quasi ossessivo di espressioni come
«competitività», «eccellenza», «sfida», «innovazione»,
«progresso», «non perdiamo tempo».
Un'ansia condivisa da popolari e socialisti e destra, tutti
insieme tesi verso una rapida approvazione del Programma,
perché quei 54 miliardi di euro di finanziamenti finalmente
affluiscano a dar fiato a alla ricerca europea in affanno. E
con quel tanto di retorica inevitabile nel nobile consesso
dell'Unione: «Abbiamo lavorato per un futuro migliore per
tutta l'umanità - declamava il commissario per la Ricerca
Janez Potocnik - siamo ora in viaggio verso nuovi
orizzonti». (Orizzonti, tuttavia, di cui va a beneficiare
solo il 10% dell'umanità, come un vecchio ex comunista ha
ricordato ai colleghi).

Ma - ripeto - l'angoscia di essere messi ai margini del
Primo mondo dominava l'assemblea.
Competitività, eccellenza, progresso.
Si comprende dunque come i pochi deputati contrari alla
sempre nuova distruzione di embrioni fossero ascoltati dai
colleghi con educata insofferenza.
Che vale una manciata di vita umana, nella grande rincorsa
scientifica dell'Europa?

Lontano quel 1989 in cui popolari e socialisti, d'accordo,
votarono contro ogni sperimentazione sull'inizio dell'uomo.
Allora, nell'Europa pre-globalizzazione, c'era tempo per i
principi etici.
Ma non ora, non con la tigre asiatica ruggente alle costole.
Competizione, eccellenza, progresso.
Onorevoli colleghi, non fateci perdere del tempo.

(C) Avvenire, 19/12/2006
12月23日

Unione: no agli aiuti alla famiglia

L'Unione tira dritto sui Pacs
e dice no agli aiuti alla famiglia

La questione dei Pacs fa capolino ovunque alla Camera.
Dopo la provocazione dei deputati Bruno Mellano e Donatella
Poretti della Rosa nel Pugno, che hanno arricchito il
presepe di Montecitorio con due coppie gay (due Barbie
lesbiche e due Ken omo) con tanto di cartelli pro-Pacs, due
ordini del giorno fanno salire la temperatura dell'aula,
poco prima del voto finale sulla Finanziaria.

Due ordini del giorno simili, presentati dal gruppo Udeur
(primo firmatario Giampaolo Fabris) e dai deputati di Forza
Italia, prima firmataria Patrizia Paoletti Tangheroni.
Ma il dibattito è montato sull'ordine del giorno dell'onorevole
Tangheroni che, in poche righe, intendeva impegnare il
governo a considerare l'applicazione delle norme della
Finanziaria (detrazione Irpef, assegni familiari e altre
misure a favore della famiglia) ai «nuclei familiari sanciti
dall'articolo 29 della Costituzione».
Quelli dove si riconosce la famiglia come società naturale
fondata sul matrimonio.

«Ho toccato un nervo scoperto», ha sottolineato nel corso
del dibattito la deputata pisana di Forza Italia,
soprattutto dopo aver ascoltato l'infuocato intervento di
Rosy Bindi, che ha sostenuto come l'ordine del giorno, se
approvato, avrebbe portato a un trattamento completamente
diverso tra figli legittimi e quelli illegittimi.
«Interpretazioni equivoche», ha ribadito la Tangheroni, che
ha spiegato come considerasse necessario quell'ordine del
giorno per «invitare il governo ad avere una posizione
chiara e netta di principio su una questione così delicata».
Alla fine l'ordine del giorno è stato ritirato per evitare
«strumentalizzazioni ed equivoci», come ha sostenuto Elio
Vito, il presidente del gruppo parlamentare di Forza Italia.
Secondo la stessa autrice, infatti, se quel tipo di ordine
del giorno fosse stato approvato il governo sarebbe stato
costretto a stoppare qualunque ulteriore legge sui Pacs.
Una bocciatura, più probabile vista la composizione d'aula,
avrebbe significato dare più forza all'ipotesi di una
normativa pro-Pacs.
È per questo che, rintuzzate le accuse del ministro della
Famiglia, Rosy Bindi, l'emendamento è stato ritirato.
«Questo momento del dibattito - ha precisato la Tangheroni -
è la prova generale di una deriva gravissima verso sinistra
di questo governo che non accetta posizioni nette di
principio».

Il secondo ordine del giorno è stato approvato, ma dopo la
sua completa trasformazione.
Anche per Fabris e gli altri firmatari, tutti dell'Udeur,
era necessario impegnare il governo a non legiferare in
materia di regolamentazione dei diritti delle coppie, se non
all'interno dell'articolo 29 della Costituzione.
Anche in questo caso, infatti, si sottolinea come la
Costituzione riconosce la famiglia come società naturale
fondata sul matrimonio.

L'ordine del giorno, invece, è stato trasformato nella
direzione di un impegno del governo, a ripresa dei lavori d'aula,
a «un ampio dibattito su questi temi eticamente sensibili».
Ma non è finita: chiusa la Camera dopo il voto di fiducia
alla Finanziaria, i Pacs rispuntano oggi nel disegno di
legge che presenterà il ministro Mastella sulla riforma del
codice penale.
All'articolo 6, comma b, si legge che «non è punibile chi ha
commesso il fatto per esservi stato costretto dalla
necessità di salvare se medesimo o un prossimo congiunto,
ovvero persona con cui, pur non essendo coniuge, come tale
conviva, da una grave e inevitabile nocumento nella libertà
e nell'onore».

Un modo, insomma, di far rientrare dalla finestra una
questione che certamente spacca il Parlamento, sia a destra
sia a sinistra.

(C) Il Giornale, 22-12-2006
12月22日

riflessioni natalizie

(Chiesa)
*Come la Chiesa può aiutare la società*
Di Régine Pernoud. (Titolo originale: Misticismo e politica,
tratto da I santi nel medioevo, Rizzoli 1986, pp. 228-236).
Nel caso dei re e delle regine che furono santi si osserva
un'alta alleanza fra il misticismo e la politica; ma è stata
addirittura necessaria, a questo scopo, una santità che si
può considerare eccezionale.
IN PRIMO PIANO:
http://primopiano.totustuus.info/
Benedetto XVI: il doveroso riconoscimento pubblico della
religione
Al contrario, la religione, essendo anche organizzata in
strutture visibili, come avviene per la Chiesa, va
riconosciuta come presenza comunitaria pubblica. Alla luce
di queste considerazioni, non è certo espressione di
laicità, ma sua degenerazione in laicismo, l'ostilità a ogni
forma di rilevanza politica e culturale della religione;
alla presenza, in particolare, di ogni simbolo religioso
nelle istituzioni pubbliche..
 
IN LIBRERIA:
http://libreria.totustuus.info/
Il tascabile dell'apologetica cristiana
Nessuno accetta la sincerità come sufficiente in qualsiasi
altro campo diverso da quello religioso. La sincerità
potrebbe essere necessaria ma non sufficiente. È sufficiente
che il tuo medico, il tuo commercialista o il tuo agente di
viaggio siano sinceri? Basta la sola sincerità a salvarti
dal cancro, dalla bancarotta, da un incidente o dalla morte?
No, non basta. Perché allora pensi che debba essere
sufficiente per salvarti dall'inferno?

"DIFENDERE LA VITA"
http://difenderelavita.totustuus.it/
I drammi causati da un'etica che pretende di stabilire chi
può vivere e chi deve morire
Anche se motivata da sentimenti di una mal intesa
compassione o di una mal compresa dignità da preservare, l'eutanasia
invece che riscattare la persona dalla sofferenza ne
realizza la soppressione. La compassione, quando è priva
della volontà di affrontare la sofferenza e di accompagnare
chi soffre, porta alla cancellazione della vita per
annientare il dolore, stravolgendo così lo statuto etico
della scienza medica.

"VITTORIO MESSORI"
http://www.et-et.it/pensare/emporec2.htm
Il Papa apologeta
E' sbagliato non frenare un sussulto dell'animo e farsi
scappare un "ma allora avevamo visto giusto"?. Se sì, il
Signore mi saprà perdonare. Ma è quanto mi è accaduto di
sperimentare leggendo il discorso di Benedetto XVI
pronunciato al recente Convegno della Chiesa italiana a
Verona. Ad un certo punto il Papa ha detto: "Dobbiamo essere
sempre pronti a dare risposta (apo-logia) a chiunque ci
domandi ragione della nostra speranza". Capito, cari amici?
Ha pronunciato la parola "apologia". E ha spiegato che
dobbiamo fare apologetica e diventare apologeti, vale a dire
cattolici in grado di rispondere a chiunque voglia conoscere
le ragioni della nostra fede. Questo è il compito - l'ho
scritto tante volte - per svolgere il quale è nato il
Timone. E intorno a questa missione si è radunata una
squadra di formidabili studiosi, giornalisti e scrittori,
che voi seguite con vivo interesse.


 
12月21日

eutanasia: la tecnica è sempre la stessa

(Corrispondenza romana) La tecnica è sempre la stessa. Si
individua un "caso pietoso", lo si enfatizza quanto più
possibile e lo si usa come grimaldello per scardinare la
legislazione, soprattutto quando questa si ispira alla legge
naturale e cristiana.
È quanto sta accadendo con il "caso Welby", di cui i fautori
della cultura di morte di sono strumentalmente impadroniti
per promuovere e legalizzare l'eutanasia, che non è altro
che omicidio e/o suicidio "assistito".

Così, l'astrofisica Margherita Hack, ostentando il suo
ateismo militante, reclama «una legge sul modello di quella
olandese, una legge altamente civile che rispetti la volontà
del cittadino che non sopporta di prolungare inutilmente le
sue sofferenze, e quella di coloro che non accettano doni da
un dio in cui non credono» (Suicidio assistito, in
"Micromega", n° 8, 20 aprile 2006).

Accadde con il divorzio nel 1972 e con l'aborto nel 1978.
L'opinione pubblica, scossa dai "casi pietosi" agitati dalla
stampa di disinformazione, approvò quelle leggi per
risolvere situazioni drammatiche ed eccezionali.
Dopo pochi anni però l'eccezione è divenuta la regola e il
divorzio e l'aborto sono oggi motivati da qualsiasi problema
di ordine psicologico.
Lo stesso accadrà inevitabilmente con il suicidio/omicidio,
una volta legalizzato.
Lo sterminio di massa, già in corso per gli innocenti nel
grembo della madre, sarà esteso agli anziani, ai malati
terminali, ai disabili gravi e sarà suggerito come la
migliore soluzione per far fronte fronte agli alti costi
economici che devono sopportare le famiglie con anziani a
carico o figli che nascono con gravi anomalie.

Se bisogna riconoscere il diritto di suicidio a chi non vuol
soffrire oltre un certo limite, bisognerà riconoscere questo
diritto anche alla ragazza che soffre le pene amorose o al
ragazzo bocciato ad un esame di università.
Chi può giudicare infatti il peso di un esperienza interiore
qual'è la sofferenza?
Come dimenticare inoltre che le sofferenze morali sono
spesso ben più lancinanti di quelle fisiche?
Il suicidio è giusto, o non lo è. E se lo è, lo è senza
eccezione.
Esso resta l'atto con cui un uomo, di sua propria autorità,
si dà volontariamente la morte.
Questo gesto è il più folle di quelli che un individuo possa
commettere. Folle al punto che spesso viene attuato in
momenti di offuscamento delle facoltà mentali e l'uomo che
lo compie non è consapevole e responsabile del suo gesto.

C'è un altro punto da chiarire: il suicidio assistito non ha
niente a che vedere con il rifiuto dell'accanimento
terapeutico.
L'accanita conservazione della vita a tutti i costi non è
comandata, né è raccomandabile, perché la vita non è il bene
supremo degli uomini e, secondo il Vangelo, «chi ama la sua
vita la perderà» (Mt, 10, 39; Gv, 12, 25).
È lecito dunque rifiutare quelle cure mediche straordinarie
che oggi vanno sotto il nome di "accanimento terapeutico".
Ma il rifiuto dell'accanimento terapeutico è ben diverso
dalla ricerca volontaria e diretta della morte che si compie
con l'eutanasia.

Piergiorgio Welby avrebbe avuto il diritto di rifiutare
l'uso delle macchine per rimanere in vita.
Questa decisione avrebbe potuto accelerare la sua fine ma
non avrebbe avuto come conseguenza diretta e immediata la
morte.
Nessun medico sarebbe stato in quel caso un omicida, né
Welby un suicida.
Il medico che oggi staccasse la spina sarebbe invece
colpevole di morte direttamente procurata.
Nessun fine, nessuna intenzione, può giustificare un atto
che è in sé oggettivamente iniquo. E ogni atto
oggettivamente finalizzato a procurare la morte di sé o di
altri viola uno di quei principi irrinunciabili della nostra
civiltà che non solo discendono dal Decalogo, ma sono
radicati nella coscienza sociale di tutti i popoli. (CR
973/01 del 23/12/06)

----------------------------------------------------------
Agenzia d'informazione Corrispondenza romana
n.973 del 23 dicembre 2006
Visitate il nostro sito web:
http://www.corrispondenzaromana.it/

__._,_.___
12月20日

bioterrorismo a scuola da Malthus

INTERVISTA
La denuncia del filosofo Michel Schooyans: «Aborto e
eutanasia sono i cavalli di Troia di un'ideologia
antinatalista che, un passo alla volta, mina le radici della
vita. Perché i laici lasciano sola la Chiesa nella difesa
dell'uomo?»

Di Lorenzo Fazzini

La dignità della vita umana è minacciata da un «terrorismo
dal volto umano», altrimenti detto «bioterrorismo». Il
quale, facendo leva su una subdola «ingegneria verbale»,
colpisce a livello internazionale il fondamentale diritto
del nascere e del morire dell'uomo. La denuncia è di Michel
Schooyans, docente di filosofia politica all'Università di
Lovanio, in Belgio, che di recente ha pubblicato un volume
in cui mette sotto accusa le politiche demografiche delle
agenzie Onu. Si tratta di Le terrorisme à visage humain
(edizioni François-Xavier de Guibert), scritto in
collaborazione con Anne-Marie Libert.

Professor Schooyans, la copertina del suo ultimo libro è
choccante: «Il terrorismo dal volto umano» viene spiegato
con una foto dell'assemblea generale delle Nazioni unite.
Perché?

«Questa scelta rivela una delle tesi centrali del testo:
l'Onu è in effetti uno dei principali agenti della deriva
che denuncio. Questa azione si esercita soprattutto
attraverso delle sue agenzie come il Fondo delle Nazioni
unite per la Popolazione (Unfpa), l'Organizzazione mondiale
della sanità (Oms), l'Unicef, ecc. Si può sperare che i
principali organi che compongono le Nazioni unite siano
fedeli alla missione definita dalla Carta di fondazione
dell'organismo internazionale: promuovere i diritti
dell'uomo, la giustizia, lo sviluppo e la pace».

La deriva che lei va evidenziando è il «bioterrorismo»,
termine che di solito per indica la possibilità di attacchi
terroristici con armi biologiche. Cosa intende lei con
questa espressione?

«Mi riferisco all'utilizzazione della biologia, della
medicina, ma anche della filosofia del linguaggio, della
demografia, del diritto e di altre discipline per attentare
alla vita dell'uomo e per dominarla. Siamo in presenza di
una rivoluzione culturale, di un cambiamento perverso di
queste discipline che, per loro natura, dovevano restare al
servizio degli uomini».

Nel suo libro lei stigmatizza la presenza, nei documenti di
marca Onu, di una «ingegneria verbale» che conduce alla
«decostruzione dell'essere umano». Cosa significa?

«Le rispondo con l'esempio di un ragionamento fallace, un
vero sofisma. È risaputo che la pillola del giorno dopo
causa un aborto precoce. E invece, dagli anni Cinquanta in
poi, si è sempre giocato con le parole; le si commercia, si
imbroglia la gente con i termini. Si continua a martellare
la gente con un ragionamento mistificatore, così
esplicabile: "Non c'è aborto prima dell'annidamento
dell'ovulo fecondato. La pillola contraccettiva agisce
prima; dunque essa non è abortiva". Si restringe il
significato del concetto di "aborto" per poter "stabilire"
il fatto che la pillola non è abortiva».

Lei denuncia un'ideologia antinatalista di cui sono intrisi
i documenti ufficiali che escono dagli enti affiliati
all'Onu.

«Nei testi delle organizzazioni internazionali citate sopra,
appare esplicitamente l'ispirazione malthusiana: sulla Terra
ci sarebbero troppi poveri e quindi bisognerebbe
controllarne il tasso demografico. Nelle stesse
dichiarazioni compare anche l'ideologia neomalthusiana,
ovvero il diritto di tutti al piacere sessuale senza
rischio, cioè senza la nascita di bambini. Spesso le due
fonti di ispirazione si combinano negli stessi documenti».

A proposito delle agenzie Onu e dei loro interventi nei
Paesi in via di sviluppo: lei parla di «tattica del salame»
per indicare come questi organismi agiscono verso le
confessioni religiose ivi presenti. Di che cosa si tratta?

«Questa strategia è stata messa a punto in Ungheria nel 1947
dall'allora segretario generale del partito comunista
locale, Mátyás Rákosi. Essa cerca di condurre gli avversari
a sottoscrivere, poco a poco, in maniera impercettibile,
quei programmi che essi rifiuterebbero se fossero loro
sottomessi in blocco. Il ricorso a questa tattica è oggi
molto comune da parte di chi è nemico della vita umana.
Questa metodologia è facil itata dall'uso dell'antifrase,
facendo dire alle parole l'esatto contrario di ciò che esse
significano abitualmente. Sotto il termine "salute
riproduttiva" si nasconde il diritto all'aborto; la parola
"eutanasia" nasconde l'atto di dare la morte. La stessa
giurisprudenza viene così sfregiata nella sua dignità perché
ciò che è giusto o sbagliato viene definito con un atto di
pura volontà del più forte».

Vi è un ruolo specifico delle religioni, non solo del
cristianesimo, nell'affrontare e contrastare il
«bioterrorismo»?

I cristiani non hanno il monopolio della difesa della vita
umana. Il rispetto della sua dignità è ben presente
nell'intimo di tutte le grandi tradizioni filosofiche,
morali e religiose dell'umanità. Laddove il diritto alla
vita non è rispettato, tutti gli altri diritti sono
minacciati e la democrazia diventa impossibile. Oggi la
Chiesa si trova molto sola nella difesa di questo diritto
fondamentale. Di fronte al "terrorismo dal volto umano", il
mondo attende dalla Chiesa e dai suoi pastori parole chiare,
informate, forti e unanimi. Un eccesso di circospezione
farebbe diventare un'ipotesi la credibilità della Chiesa e
l'autorevolezza dei suoi pastori. Non è mai stato così
pressante il dovere profetico della Chiesa».

(C) Avvenire, 12-11-2006
12月19日

a sostegno del Papa

Vorrei lanciare un appello a tutto il mondo della cultura. A
sostegno di una storica decisione di Benedetto XVI che salva
ed esalta un grandioso patrimonio spirituale e culturale, ma
che scatenerà contro di lui il mondo dell'oscurantismo e
dell'intolleranza.
Il clamoroso annuncio l'ha dato ieri il cardinale Jorge
Arturo Medina Estevez, membro della Commissione Ecclesia Dei
che si è riunita per discutere della liberalizzazione della
messa in latino.
Il prelato ha detto: "La pubblicazione del Motu Proprio da
parte del Papa che liberalizzerà la celebrazione della messa
in latino secondo il messale di San Pio V è prossima".

Si tratta di un evento straordinariamente importante per la
Chiesa e anche per la cultura e la storia della nostra
civiltà.
Storicamente furono proprio gli intellettuali laici a
percepire di più e meglio il disastro, lo scempio anche
culturale, rappresentato dalla "proibizione" della liturgia
di san Pio V e la sparizione del latino come lingua sacra
della Chiesa Cattolica.
Quando 40 anni fa - contravvenendo ai documenti del
Concilio - fu imposta la proibizione dell'antica liturgia
della Chiesa (quella peraltro con cui si era celebrato anche
durante il Concilio) vi fu una grande e meritoria protesta
degli intellettuali più rappresentativi che consideravano
questa decisione come un taglio alle radici della nostra
civiltà cristiana (la liturgia è stata da sempre centro e
sorgente dell'arte più sublime).

Due appelli furono pubblicati in difesa della Messa di s.
Pio V, nel 1966 e nel 1971. Ecco alcuni dei nomi che li
sottoscrissero: Jeorge Luis Borges, Giorgio De Chirico,
Elena Croce, W. H. Auden, i registi Bresson e Dreyer,
Augusto Del Noce, Julien Green, Jacques Maritain (che pure
era l'intellettuale prediletto di Paolo VI, colui a cui il
Papa consegnò, alla fine del Concilio, il documento agli
intellettuali), Eugenio Montale, Cristina Campo, Francois
Mauriac, Salvatore Quasimodo, Evelyn Waugh, Maria Zambrano,
Elémire Zolla, Gabriel Marcel, Salvador De Madariaga,
Gianfranco Contini, Giacomo Devoto, Giovanni Macchia,
Massimo Pallottino, Ettore Paratore, Giorgio Bassani, Mario
Luzi, Guido Piovene, Andrés Segovia, Harold Acton, Agatha
Christie, Graham Greene e molti altri fino al famoso
direttore del "Times", William Rees-Mogg.

Si tratta perlopiù di intellettuali laici perché il valore
culturale e spirituale dell'antica liturgia latina è un
patrimonio di tutti, come lo è la Cappella Sistina, come lo
è il Gregoriano, come lo sono le grandi cattedrali, la
scultura gotica, la Basilica di San Pietro.
Tanto più oggi che tutta la nostra civiltà europea rischia
drammaticamente di recidere e rinnegare le proprie radici.

Curiosamente proprio i "cattolici progressisti", che
facevano del dialogo col mondo e con la cultura moderna la
loro bandiera, non ne tennero alcun conto e s'impuntarono
per 40 anni per mantenere questa incredibile proibizione.
Un arbitrio senza precedenti.
Nell'aprile 2005, alla vigilia dell'elezioni di Benedetto
XVI, sulla Repubblica, fu uno scrittore laico, Guido
Ceronetti che scrisse una lettera aperta al nuovo papa nella
quale chiedeva "che sia tolto il sinistro bavaglio
soffocatore della voce latina della messa".

Questa aspettativa del mondo della cultura (e dei credenti)
non poteva trovare interlocutore migliore di Ratzinger, che
prima di essere papa è stato (ed è) uno dei più grandi
intellettuali del nostro tempo, un uomo veramente
illuminato, un autentico paladino della libertà del pensiero
(fu lui a scrivere lo storico discorso con cui il cardinale
Frings, al Concilio, demolì l'antica Inquisizione).
Già da cardinale Ratzinger dichiarò apertamente che la
proibizione della Messa di S. Pio V era senza precedenti:
"Nel corso della sua storia la Chiesa non ha mai abolito o
proibito forme ortodosse di liturgia, perché ciò sarebbe
estraneo allo spirito stesso della Chiesa".

In un suo volume raccontò con drammaticità come assistette
alla "pubblicazione del messale di Paolo VI, con il divieto
quasi completo del messale precedente".
Ratzinger ricordava: "Rimasi sbigottito per il divieto del
messale antico, dal momento che una cosa simile non si era
mai verificata in tutta la storia della liturgia. Si diede
l'impressione
che questo fosse del tutto normale", ma, scriveva Ratzinger
"la promulgazione del divieto del messale che si era
sviluppato nel corso dei secoli, fin dal tempo dei
sacramentali dell'antica Chiesa, ha comportato una rottura
nella storia della liturgia, le cui conseguenze potevano
essere solo tragiche. si fece a pezzi l'edificio antico e se
ne costruì un altro".

Gli effetti furono disastrosi.
Si aprì la strada ad abusi incredibili nella liturgia.
Ratzinger scrisse: "Sono convinto che la crisi ecclesiale in
cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della
liturgia, che talvolta viene addirittura concepita 'etsi
Deus non daretur': come se in essa non importasse più se Dio
c'è e se ci parla e ci ascolta.
Ma se nella liturgia non appare più la comunione della fede,
l'unità universale della Chiesa e della sua storia, il
mistero di Cristo vivente, dov'è che la Chiesa appare ancora
nella sua sostanza spirituale?".

Per volere della Provvidenza è proprio Ratzinger, oggi papa
Benedetto XVI, che si prepara a cancellare l'ingiusta
proibizione dell'antica liturgia, a riportare libertà e a
restituire alla Chiesa e alla civiltà umana questo immenso
tesoro.
Joseph Ratzinger si conferma l'uomo più illuminato del
nostro tempo.
L'opposizione illiberale e intollerante che probabilmente si
scatenerà contro di lui dentro la Chiesa (già preannunciata
dai vescovi francesi) merita una risposta dal mondo della
cultura che già 40 anni fa fece sentire la sua voce.
Per questo chiedo agli intellettuali laici e a chiunque lo
voglia di esprimere pubblicamente il proprio plauso alla
illuminata decisione di Benedetto XVI di restituire alla
vita della Chiesa e all'umanità un grande patrimonio
spirituale e culturale.

Ecco il sintetico manifesto che propongo di sottoscrivere:

Esprimiamo il nostro plauso per la decisione di Benedetto
XVI di cancellare la proibizione dell'antica messa in latino
secondo il messale di San Pio V, grande patrimonio della
nostra cultura da salvare e riscoprire.

Antonio Socci

Il testo dell'appello insieme a me è stato sottoscritto da
un gruppo di grandi intellettuali: René Girard, Vittorio
Strada, Franco Zeffirelli e Guido Ceronetti.
Chi volesse esprimiere un analogo appoggio alla decisione
del Papa (avversato dal mondo catto-progressista) può farlo
sapere anche al Foglio che ha gentilmente ospitato l'Appello,
scrivendo all'indirizzo lettere@ilfoglio.it.
12月18日

presepe socialista

IL PRESEPE DELLA DISCORDIA
Bologna, 15 dicembre 2006 - L'arcivescovo di Bologna, il
cardinal Carlo Caffarra, ha inaugurato oggi il presepe
realizzato da Nicola Zamboni nel cortile di Palazzo
d'Accursio insieme al sindaco Sergio Cofferati. E poi ha
lasciato il Palazzo tra una selva di telecamere senza
rispondere alle domande dei cronisti sull'altro presepe,
quello di Wolfango che comprende la statuetta di Moana
Pozzi.
(Il Resto del Carlino, 15-12-2006)
_____

Aridatece Peppone (e il suo Natale) - di Michele Brambilla -

Eccolo qua il presepe del compagno Cofferati: c'è Prodi
ciclista, e c'è Moana Pozzi nuda inseguita dalla Morte. Alle
spalle s'intravvede quell'intruso del Bambinello, chissà se
c'entra qualcosa. Non stiamo scherzando: questo presepe è
nella sede del Comune di Bologna, palazzo d'Accursio, ed è
stato organizzato dal signor sindaco e dai suoi compari.
Oltre al premier in bici (gli servirà per fuggire dai
fischi?) e alla povera Moana ritratta con le vergogne di
fuori (un po' di rispetto per i morti no?) ci sono altri
pilastri della storia del cristianesimo: Freud e Picasso,
tanto per citarne un paio. Questo è il presepe della giunta
progressista. E poi dicono che uno si butta a destra, diceva
Totò.

Naturalmente qualcuno penserà che siamo degli ignoranti
perché questo presepe, che diamine, l'ha fatto un artista.
Non ne riporto il nome perché non lo ricordo: ma anche se me
lo ricordassi non lo farei, un po' perché non merita
pubblicità e un po' per carità cristiana, si dice il peccato
ma non il peccatore.
Comunque questo artista Cofferati se lo è scelto con cura. È
un signore che ha fatto sapere di essere agnostico, il che
non è una colpa, perché credere non è facile né
obbligatorio. Ma agnostico - leggiamo sul vocabolario - vuol
dire persona che «non prende posizione», «che mostra
indifferenza». E invece questo genio delle statuine
natalizie ha detto che sono quarant'anni che lavora sul
presepe, e ha aggiunto: «Se faccio arrabbiare il cardinale
sono contento».
Vuol dire che tanto indifferente non è.

Insomma: uno dei tanti presepi dissacratori, o più
semplicemente idioti, una vergogna a cui assistiamo da
qualche tempo.
Anche quest'anno in tutta Italia è un fiorire di
manifestazioni «natalizie» in cui il Natale viene nascosto,
oppure annacquato.
Canzoncine in cui la parola Gesù viene sostituita da Virtù,
presepi nei quali accanto alla capanna del Bambino vien
messa una moschea, recite in cui si parla genericamente di
pace e di bontà ma non si fa menzione di quel neonato ebreo
che, comunque la si pensi,ha spezzato in due la storia:
avanti Cristo, dopo Cristo.

La giustificazione di questi zelanti distruttori del Natale
la conosciamo bene: dicono che non si devono offendere i
musulmani, tanto meno i bambini che vanno a scuola.
Giustificazione assurda perché gli islamici non sono affatto
infastiditi dal Natale: o se ne infischiano, o ricordano che
Gesù era per loro, comunque, un profeta.
No, non sono i musulmani a distruggere il Natale e, più in
genere, la tradizione cristiana: siamo noi occidentali
devastati dal politically correct e da quel ben noto vizio
dell'autoflagellazione che ci porta a ritenerci colpevoli di
tutti i mali del mondo.

Lungi da noi volerla buttare in politica, ma i maestri in
questa opera di demolizione delle nostre tradizioni sono gli
amministratori e in genere i pensatori della sinistra.
È soprattutto nelle giunte di sinistra - perché negarlo? -
che le feste del Natale vengono trasformate in burletta; e
sono soprattutto gli intellettuali e i giornalisti di
sinistra che ci fanno una testa così sulla necessità di non
offendere i musulmani, dell'aprirci alle altre culture, di
non essere sordi al dialogo.
È una sinistra che ci fa rimpiangere, e di molto, i vecchi
comunisti di una volta, che avevano tanti difetti ma erano
certamente più seri.
Un Peppone certi imbecilli li avrebbe cacciati fuori dalla
sezione a calci nel didietro.

Ma davvero: non vogliamo buttarla in politica. Il discorso è
un altro.
Cancellando il Natale, si cancella qualcosa di cui non
possiamo fare a meno. Non sto parlando delle nostre
tradizioni culturali: di quelle mi frega assai poco.
È che il Natale - e, per estensione, tutto il
cristianesimo - è qualcosa che ci riguarda ben più di una
consuetudine culturale. Di fronte a questa ricorrenza, uno
si chiede: ma sarà vero che duemila anni fa Dio si è fatto
uomo? E che dopo la morte ci attende un'altra vita?
Personalmente me lo chiedo con mille dubbi, ma anche con
tutta la speranza che posso. E sono certo che queste
domande, almeno una volta nella vita, se le pongono tutti.

Ecco cosa conta del Natale: se è una storia vera oppure no.
Ieri ero al funerale di un mio amico di 42 anni. Ho visto
sua moglie, fiera e commovente nello stare in chiesa con i
due figli piccoli. Provate a consolare questa donna parlando
del dialogo con l'islam e dell'integrazione con le altre
culture. È altro di cui ha bisogno.
Lei come tutti noi, che ogni tanto avvertiamo con un brivido
d'angoscia che il tempo si fa breve.

Giù le mani dal Natale e dalla speranza che ci porta,
quindi.
Se non vi interessa lasciatelo perdere.
Ma giù le mani.

(C) Il Giornale 14-12-2006
12月17日

chi vule cancellare il natale?

Temo certi cattolici più dei comunisti...
“Non è laicità escludere i simboli religiosi”. Così ha detto ieri il Papa. Ma è stato fin troppo mite e ottimista. Non si tratta solo dell’ “esclusione della religione dai vari ambiti della società” e del “suo confino nell’ambito della coscienza individuale”. Non si nega solo il diritto della Chiesa di “intervenire su tematiche relative alla vita e al comportamento dei cittadini”, non si tenta solo “l’esclusione dei simboli religiosi da uffici, scuole, tribunali, ospedali, carceri, ecc”.

Si è andati ben oltre. Si arriva ormai alla pretesa di cancellazione dei segni cristiani pure dalla vita privata delle persone: memorabile il caso di Nadia Eweida, la hostess della British Airways a cui un mese fa la compagnia di bandiera inglese ha imposto di togliere o nascondere il crocifisso che porta al collo. La “guerra culturale” al cristianesimo in Olanda è arrivata all’epurazione ortografica: le autorità competenti (si fa per dire) hanno decretato che dall’agosto 2006 “Cristo” si dovrà scrivere con la “c” minuscola.

Ecco il titolo uscito sulla prima pagina della Repubblica di ieri: “Londra, il politically correct fa ‘scomparire’ il Natale”. Occhiello: “Niente simboli religiosi per non offendere i non cristiani”. In sostanza si arriva a questo assurdo: scuole, uffici e fabbriche attorno al 25 dicembre fanno una serie di giorni di festa, ma senza dire perché. Niente più “Christmas parties” nelle aziende, né francobolli della Royal Mail con riferimenti natalizi, niente recite o decorazioni natalizie a scuola per timore di “essere citate in tribunale per discriminazione religiosa”. In compenso l’emittente Channel Four il 25 dicembre farà trasmettere gli auguri di Happy Christmas da un’annunciatrice araba con il volto coperta dal niqab.
v A Cuba Fidel Castro abolì il Natale per l’ideologia comunista del regime. In Europa si riesce ad abolire il Natale (e il buon senso) per la sottile imposizione dell’ideologia “luogocomunista”, quella che in nome del “dialogo” e del “rispetto” ti strappa l’anima. E’ chiaro che si usa l’argomento dei musulmani per cercare una vendetta sulla Chiesa che, per la nostra Sinistra, ha la colpa di essere sopravvissuta al comunismo.

Emblematico è il caso della moschea di Colle Val d’Elsa alla quale giustamente Oriana Fallaci attribuiva un valore simbolico e politico fortissimo. Pur avversato dalla popolazione, il progetto della moschea è voluto dal potere rosso della zona. Perché? Magdi Allam nel libro “Io amo l’Italia” scrive: “non si comprende la vera ragione per cui il sindaco si ostina a voler costruire un centro culturale islamico su un’area complessiva di 3.200 metri quadrati, con una superficie coperta pari a 576 metri quadrati (il progetto originario era ancora più maestoso), comprensiva della moschea con cupola e minareto stilizzati in cristallo, quando l’attuale sala di preghiera è più che sufficiente per le poche decine di fedeli praticanti che neppure il venerdì riescono a riempirla”.

In Toscana il potere rosso ha sempre manifestato la sua ideologica avversità alla religiosità, alla storia cristiana di quella terra e alla presenza cattolica. Perché mai d’improvviso i comunisti toscani (ex o post) sono stati tarantolati dal bisogno di far pregare gli islamici locali in una monumentale moschea ? Perché imporre quel colossale simbolo sulla terra di santa Caterina, di Dante e di Giotto ha il sapore dell’agognata vendetta, della cancellazione di un’identità. Dell’identità italiana e di quella cristiana che in Toscana si mostrano inestricabili (lo gridano le pietre). Con un colpo solo si pensa così di cancellare un’anima bimillenaria.

E i margheriti toscani? I cattolici eredi della Dc che in Toscana fanno da stampella al potere rosso? E i cattolici toscani? Non se ne sente la voce. Tanto meno si sente quella dei vescovi toscani impegnati perlopiù a imporre il biglietto a pagamento per entrare in cattedrali e basiliche. Sì, malgrado il divieto arrivato dal Vaticano la trasformazione in “musei” della più belle cattedrali toscane è ormai cosa fatta.

E qui scopriamo che il problema non è solo l’attuale ventata di anticattolicesimo militante, ma anche e forse soprattutto il cattolicesimo che si dissolve, il sale evangelico che diventa scipito. Ieri il Papa ha giustamente denunciato “l'ostilità alla presenza di ogni simbolo religioso nelle istituzioni pubbliche”, ma è ancor più drammatico che i più splendidi “simboli religiosi” della nostra terra, le nostre cattedrali, vengano trasformati dalle autorità ecclesiastiche in musei o, in altre parti d’Italia come Milano, in sale da conferenza laica, in “cattedre dei non credenti”, in spazi per discutibili manifesti pubblicitari.

Ieri il Papa ha giustamente criticato chi nega “ogni forma di rilevanza politica e culturale della religione”. Ma in fondo i laicisti fanno il loro mestiere. Forse il problema sono i cattolici impegnati in politica e nella cultura che si annacquano nell’ideologia altrui e non hanno alcuna rilervanza politica o culturale. Ieri l’Unità titolava trionfante la prima pagina: “Pacs e diritti, Unione non ti fermare”.

Che ne è dei cattolici dell’Unione? La Rosa nel pugno di Pannella fa il suo mestiere, ma la Rosy Bindi nel pugno di Prodi? Il premier, sebbene classificato come cattolico, dà la sensazione di essere disposto a svendere tutto per mantenere la poltrona. Al referendum sulle legge 40 disse di sentirsi “cattolico adulto” per accodarsi alla Sinistra. Il grande Tommaso Moro che era cancelliere (più o meno come Prodi), per non svendere la sua coscienza si fece ammazzare dal re (oggi è santo patrono dei politici). Memorabile la sua battuta: “è già un pessimo affare perdere la propria anima per il mondo intero, figuriamoci per la Cornovaglia…”.

Giustamente il Papa afferma che “la Chiesa ha il dovere di proclamare con fermezza la verità sull'uomo e sul suo destino”. Aggiunge accoratamente: “Sta a noi cristiani mostrare che Dio è amore e vuole il bene e la felicità di tutti gli uomini… Si tratta di mostrare che senza Dio l'uomo è perduto e che l'esclusione della religione dalla vita sociale, in particolare la marginalizzazione del cristianesimo, mina le basi stesse della convivenza umana”.

Poi però uno scorre il “Discorso alla città” del cardinale Tettamanzi per la festa di S. Ambrogio e si chiede dove sia Gesù Cristo. La chiesa e l’arcivescovo di Milano, per secoli, sono stati fra i più importanti della cristianità. Quindi hanno un valore simbolico. Già è rimasto memorabile il tradizionale “Discorso alla città” del 2004 dove Tettamanzi in 26 pagine aveva usato 60 volte la parola “solidarietà” e mai il nome di Gesù (che compariva solo nella preghiera finale). Quest’anno il vescovo si è dedicato al tema delle periferie ovviamente con richiami politically correct all’emarginazione e alla necessità del “dialogo”. Nel suo discorso compare per 32 volte la parola “periferie”, ma una sola – di sfuggita – il nome di Gesù Cristo. Eppure la fame di conoscere Gesù è grande. La gente va a cercarne notizia perfino in libri come quelli di Dan Brown. E per questo Ratzinger ha voluto dare alle stampe lui stesso un suo libro su Gesù. Ma i vescovi non hanno tempo per Gesù. Parlano delle periferie e dei problemi della città come fossero assessori.

Del resto – è notizia dei giorni scorsi – proprio i grandi magazzini della città di Tettamanzi hanno annunciato che quest’anno non venderanno più presepi (nonostante sia cresciuta la domanda). Niente più presepi per favorire il “dialogo”. Il cardinale sarà contento.



© “Libero” 10 dicembre 2006
12月16日

ecco perchè Prodi fa tutto questo

Stop alla riforma delle pensioni varata dal Centrodestra?
Vedremo.
Riduzione dell'età lavorativa e pensionamento anticipato? Be',
non esageriamo.
Salario per i disoccupati e assorbimento dei precari? Con
questi chiari di luna!
Ma i ricchi piangono veramente? La Finanziaria quest'anno fa
piangere tutti, speriamo nella prossima.
Ritiro dall'Iraq? Lo si è fatto, ma l'aveva già programmato
Berlusconi, lo si è solo anticipato di qualche mese.
Ritiro dall'Afghanistan? Non possiamo metterci contro gli
americani (altrimenti, altro che bye bye Max).
Ma insomma, delle 281 pagine del programma dell'Unione, che
cosa resta de sinistra? Resta tutto quello che non dipende
né dal rispetto, gradito o meno, del Patto di stabilità né
dall'inserimento, che permane, gradito o meno, nell'alleanza
occidentale.
Restano i pacs, l'eutanasia, la droga e i clandestini.
Queste voci rappresentano una sorta di necessità ideologica,
per poter dire ai propri elettori: siamo veramente
rivoluzionari, non stiamo giocando, il vostro voto non è
stato sprecato.

Se il proletariato, come lo aveva immaginato Marx, e come lo
aveva utilizzato politicamente il Partito comunista, non
esiste più da decenni, i clandestini vengono accolti e
sanati quali nuovi proletari, anche se loro non lo sanno.
Secondo un clichè non discutibile, rappresentano tutti, per
il fatto stesso di esistere, la parte povera del mondo: che
è tale, sempre secondo il clichè, perché l'Occidente la
affama.
Per questo si deve stendere per loro il tappeto rosso e li
si equipara agli italiani, secondo la scaletta, mirabilmente
teorizzata dal ministro Ferrero "arrivo clandestino-
sanatoria- ricongiungimento familiare ampio- cittadinanza-
voto (auspicabile) per la sinistra".

Se non si può essere padroni di alleanze internazionali che
non dipendono da noi, si prova a padroneggiare la vita e la
morte, strumentalizzando singoli casi pietosi per esigere
leggi che valgano per tutti.

E se non vale più il richiamo alla lotta dura contro la
borghesia (archiviato il proletariato, se ne è andata pure
questa, per lo meno come categoria ideologica), ci si
impegna contro la morale borghese, a cominciare da quella
coazione istituzionalizzata che è la famiglia tradizionale;
per continuare con la fuga dalla realtà, resa più agevole
dalla canna facile.

Non è una sinistra marxleninista quella che tenta di imporsi
attraverso i provvedimenti folli che Prodi e compagni
prospettano al Parlamento, o che varano (è il caso della
droga) infischiandosene del Parlamento.
E non è neanche una sinistra gramsciana o togliattiana, che
in qualche modo era interessata a un profilo istituzionale
strutturato, e - secondo lo spirito dei tempi - recitava più
la parte di avanguardia della classe operaia che di
animatrice di una Comune.
La sinistra di oggi è la figlia incanutita del 68, ne
riproduce gli slogan e le miserie, morali e materiali.
Ha per bandiera lo straccio arcobaleno, non il drappo rosso
con la falce e martello.
Il suo riferimento logistico non è la sezione, ma il centro
sociale o - ma non in alternativa - il pub per gay
praticanti.
Guarda con odio i poliziotti che prendono 1000 euro al mese
e con favore i fratelli (o al massimo cugini) anarchico
insurrezionali, che si ingrassano con le spese proletarie
violente e gratuite.
Il comunista tradizionale, se ancora ne esistesse uno,
proverebbe il medesimo disagio vissuto da Luciano Lama alla
Sapienza, contestato dagli Indiani metropolitani nel
febbraio 1977, e chissà quanti di quei contestatori oggi
hanno il biglietto da visita con su scritto
"sottosegretario".
Per non dire della quantità di ex terroristi inseriti in
uffici di ministeri e in aule parlamentari.

Certo, le convivenze di fatto non si possono ignorare, i
problemi di queste coppie - che sono tante - ci sono e vanno
affrontanti, e in parte ciò avviene già sul piano
giurisprudenziale e amministrativo.
Ma giova a poco operare sottili distinzioni nel merito
quando non è il merito che interessa alla sinistra:
altrimenti, a fronte di minoranze che si trovano in queste
situazioni, essa si occuperebbe pure della maggioranza di
italiani che vive in famiglie normali, e i cui diritti sono
disconosciuti perfino sulle reti Rai, dove imperano solo
gay, dai talk show alle fiction; e invece non lo fa.
Le interessa proseguire una guerra ideologica, già
sperimentata in Spagna, che sa bene di poter realizzare in
questi mesi, tentando disperatamente di riscattare la
pesante sconfitta referendaria del 2005, e di mettere al
sicuro quante più "conquiste civili" riesce; dopo, con
scenari differenti, sarebbe troppo tardi.

Anche a chi, nel centrodestra, mostra attenzione e manifesta
aperture nel merito delle singole questioni sollevate, non
dovrebbe sfuggire che la posta in gioco è politica, e va
oltre i pur importanti contenuti in discussione.
E', a suo modo, una guerra di civiltà, col nemico che si
agita in casa e prova a farla crollare, nonostante ci abiti.
Va combattuta con intelligenza, anche nel suo interesse.

Senatore Alfredo Mantovano
12/12/2007
12月15日

Truijllio: no alle leggi x un capriccio

Il cardinale Alfonso Lopez Trujillo, presidente del Consiglio
vaticano per la famiglia:
chi vuole diritti si sposi. Non si fanno leggi per un capriccio
Il cardinale: Welby? Non è accanimento terapeutico


VATICANO. L' EQUIPARAZIONE «I Pacs? Sono una forma mitigata ma anche
essa configura una via alternativa al matrimonio»

DIALOGO Il presidente del Consiglio vaticano per la famiglia: non è
vero che sono contro il dialogo, ho già ricevuto la Bindi

LA FAMIGLIA «Le concessioni alle coppie di fatto devono restare nei
limiti delle norme previste dal diritto privato»

CITTÀ DEL VATICANO - «Se riconosciamo le unioni senza matrimonio
solo perché sono un fatto, vorrà dire che riconosceremo ogni tipo di
fatti? Anche le coppie omosessuali e anche la loro richiesta di
adottare bambini?»: così il cardinale Alfonso Lopez Trujillo -
presidente del Consiglio vaticano per la famiglia - commenta l'
annuncio della maggioranza del nostro Parlamento di presentare entro
gennaio una legge sulle unioni di fatto.
Egli ritiene che ci si debba mantenere «nei limiti del diritto
privato», se non si vuole «danneggiare seriamente la famiglia
tradizionale».
Su Welby è del parere che non si possa definire «l' aiuto alla
respirazione» che gli viene dalla macchina come «accanimento
terapeutico», altrimenti saremmo già al «riconoscimento di fatto
dell' eutanasia per tutti i malati terminali che hanno bisogno di
una macchina per l' alimentazione o la respirazione».

Eminenza, come vede la via che sta imboccando la nostra maggioranza
di governo per tutelare i diritti delle persone coinvolte nelle
unioni di fatto?

«La vedo esattamente come l' Osservatore Romano. Io vorrei parlare
in termini generali, perché la mia competenza sulla famiglia è per
tutto il mondo, ma con riferimento all' Italia e su questo tema
hanno parlato con chiarezza e tante volte il cardinale Ruini e il
Papa. Hanno parlato di principi non negoziabili. L' Osservatore teme
la messa in atto di una "menzogna", io dirò che temo una finzione
giuridica: che cioè si arrivi a una legge che tratta delle unioni di
fatto come se fossero matrimoni».

Perché questo le pare inaccettabile?

«Perché depotenzia la famiglia fondata sul matrimonio. Si
prospettano delle alternative a essa altrettanto tutelate senza
esigere gli impegni che essa comporta e dunque la si riduce a una
condizione svantaggiata: se posso avere lo stesso senza assumere
impegni, perché assumerli?».

I responsabili del progetto non parlano di riconoscimento delle
unioni, ma dei diritti delle persone...

«È una forma mitigata, lo so; ma anch' essa configura una via
alternativa al matrimonio. Sarebbe più grave il riconoscimento
diretto delle unioni, come avviene con i Pacs. Ma anche la forma
mitigata è pericolosa: i conviventi non si impegnano a nulla,
neanche a durare per un giorno nella loro unione e non si impegnano
verso i figli e verso la società, ma chiedono diritti. Chiedono
senza dare: qui è il difetto della proposta».

Se non si riconoscono i diritti di chi «di fatto» è un genitore non
si discrimina tra genitori?

«Non c' è discriminazione dove non c' è diritto fondato. Il diritto
di chi si sposa è fondato sull' impegno che ha assunto sposandosi,
ma il diritto del convivente non ha fondamento. La società dovrebbe
garantirgli qualcosa, mentre egli non garantisce nulla a essa».

Il fatto non determina un diritto?

«E dunque riconosceremo tutto quanto avviene? Dove ci porterebbe un
simile cammino? Ci dovrà essere un criterio di fondo, se non ci si
vuole muovere secondo convenienza, sulla via di un soggettivismo
senza limiti. Chi vuole i diritti degli sposati si sposi».

Non si dovrà rispettare la scelta di chi non approva il matrimonio?

«Vede come siamo arrivati lontani, con il riconoscimento dei
desideri soggettivi? Attiveremo nuove forme giuridiche per andare
incontro al capriccio di alcuni?».

Lei dunque non è disponibile a dialogare su questa nuova
frontiera...

«Non è vero, dialogo! Al Consiglio per la famiglia abbiamo ricevuto
il ministro Rosy Bindi e ora andremo al ministero della Famiglia per
reciprocità, a continuare il dialogo».

Avete trattato delle coppie di fatto?

«No, il primo incontro è stato sulla denatalità, poi parleremo dei
bambini, delle politiche familiari e infine delle coppie. Ritengo
sia da lodare la creazione di quel ministero, che segnala
l'intenzione di fare della famiglia un oggetto specifico
dell'attività di governo».

Che dice della posizione di un Rutelli o di una Binetti, che
condividono la sua idea sulla necessità di restare nell'ambito del
diritto privato?

«Non do giudizi sui politici, ma sono disponibile a parlare con
tutti e attendo di capire meglio i contenuti della proposta che si
sta preparando, poi potremo risentirci».

Che dice di Welby? Tenerlo attaccato a quella macchina non è
accanimento terapeutico?

«Credo si debba riflettere bene prima di definirlo accanimento. È
piuttosto aiuto a respirare, paragonabile all' aiuto
all'alimentazione in chi non può mangiare».

Che direbbe all' uomo che chiede di poter morire con assistenza
medica?

«Mi avvicinerei a lui con le parole cristiane che riconoscono un
valore alla sofferenza. Gli parlerei della testimonianza nel dolore
che può aiutare il prossimo. Sempre si può dare qualcosa finché si è
dotati di intelligenza e volontà».

E che dice della sua richiesta di una legge?

«Preferisco non dire, non voglio correre il rischio di offendere chi
soffre. Ho l' impressione che vi sia chi strumentalizza la sua
sofferenza e non vorrei fare io lo stesso».

Accattoli Luigi
Sezione: famiglia leggi - Pagina: 013
(11 dicembre, 2006) Corriere della Sera
12月14日

maggiolini: matrimoni di secondo grado

Diritti senza doveri. Ecco i matrimoni di "secondo grado"
Prepariamoci ai Pacs

[NdR: sul medesimo argomento stiamo cercando - senza
trovarla - la bella intervista al Card. Lopez Trujillo
rilasciata al CorSera nei giorni scorsi: grazie a chi
ci aiuterà. FS.net]

Mesi fa in diverse città italiane era stato predisposto una
sorta di registro che, senza pretendere di porsi come
testimonianza di una legge dello Stato, facesse una sorta di
censimento delle persone che - omosex o bisex - volevano
convivere more uxorio (chissà come facevano) per essere
annoverati tra coloro che ricevevano vantaggi soprattutto
economici di chi ha una famiglia vera e propria.
Due giorni fa a Padova il registro si è esteso alla città.
Ieri l'altro le forze di maggioranza politica hanno votato
un ordine del giorno con cui si impegna l'esecutivo a
presentare un disegno di legge che, quanto a diritti,
equipari le coppie di fatto alle famiglie così come erano
state pensate e attuate per secoli. In una notte breve si è
corretto il disegno che Dio ha pensato lungo secoli.

La novità sta nel fatto che i pacs saranno davvero
considerati come matrimoni a loro modo: almeno matrimoni di
secondo grado, invece che limitarsi a tutelare i diritti
delle singole persone.
Non si obietti che la questione è di lana caprina: includere
nel codice qualcosa che somigli a un matrimonio, con i
diritti e i sostegni propri di chi prende una decisione
dinanzi a una società, ma senza i relativi doveri, non è
affare di poco conto.
Si può dire subito che la scelta dei due - o dei tre o dei
diciassette: chi li conta? - non è motivata da una decisione
unica e irrivedibile; non è motivata nemmeno da quello che
si usa chiamare "orientamento sessuale".
Il nucleo pacsista si forma soltanto in base a relazioni
sentimentali; la loro stabilità dura finché la si vuol far
durare.
Se si intende valutare la situazione dal punto di vista
psicologico, ancor prima che morale, si ammetta con dolore
che questo progresso è un ritorno all'adolescenza.

C'è, invece, un vantaggio nel nascere di queste unioni: le
tasse saranno pagate in base alla struttura della famiglia e
non a un'accozzaglia di capricci.
L'articolo 39 della Costituzione parla di famiglia come
istituto naturale, non come invenzione lunga o corta, quasi
l'amore dovesse essere fresco come le uova di giornata. Si
prenda atto che si sta compiendo una virata culturale da
capogiro. E tuttavia si agisce con la leggerezza di chi
sceglie un dolce da una vetrina di pasticceria.

E si ammetta che il governo in carica non aiuta molto a
capire ciò che vuole anche in questo campo.
Papa Ratzinger ha sentito recentissimamente dal presidente
Napoletano la rivendicazione irrinunciabile della famiglia
fondata sul matrimonio e prima responsabile dell'educazione.

I parlamentari sembrano dividersi più in base alle
ideologie, che al bene degli sposi e dei figli: Qualsiasi
incoraggiamento a metter su casa senza sposarsi è un
declassamento dell'amore, secondo Benedetto XVI e la
tradizione cristiana e umanistica dell'Occidente.
Col tempo, invece di avere delle comunità di un uomo e di
una donna fondata sull'amore autentico e aperta ai figli, si
avrà l'impero della provvisorietà, quand'anche non della
stravaganza; e i due che si uniscono, se pure vestono abiti
bianchi sontuosi e sono coperti di fiori immacolati, si
preparano a diventare due solitudini e poi due disperazioni.

Il cristianesimo ha una parola chiara da dire in proposito.
Gli inventori dell'estro pseudomatrimoniale aspettino
qualche tempo per accorgersi d'aver raggiunto la condizione
di una società lurida e marcia.
Si tratta di riflessioni umane prima ancora che di fede.

+ Alessandro Maggiolini, Vescovo di Como
(C) QN, 9-12-2006
12月13日

sradicare la famiglia

Natale del 2006: sradicare la famiglia è la priorità della
politica italiana
L'Esecutivo annuncia che a gennaio sarà pronto un ddl sulle
coppie di fatto

Spregevole volantinaggio durante il passaggio del Papa verso
piazza di Spagna

ROMA, 9. Quindici giorni a Natale. E c'è chi fa altri conti,
pensa ad altre scadenze.
Si parla del primo mese del prossimo anno come il traguardo
per una battaglia senza senso.
Una battaglia combattuta purtroppo anche da chi farebbe
meglio a meditare, magari di fronte alla rappresentazione
della Natività.

Dunque a gennaio, almeno con il buon gusto, a questo punto
fortuito, di aspettare che passino serenamente le festività
natalizie, si affronterà, ha detto il Governo, la questione
delle unioni di fatto.
Neanche il buon gusto invece ha frenato quelli che, durante
l'atto di omaggio del Santo Padre in occasione della
ricorrenza dell'Immacolata Concezione, hanno voluto chiarire
a tutti, con il loro spregevole volantinaggio, quale è la
matrice ideologica che è dietro a certi progetti.
Questo è il concetto di rispetto, di libertà, di progresso
civile che questa gente ha di fronte a manifestazioni
esclusivamente religiose.

Con l'annuncio dell'impegno del Governo a produrre un
disegno di legge sulle unioni civili si è ribadito
nuovamente il carattere ipocrita di queste iniziative che
mirano esclusivamente ad accreditare una forma alternativa
di famiglia.
Si continua a dire che a gennaio si parlerà di "diritti
individuali" e che la famiglia rimarrà una sola, quella
tradizionale, che nessuno vuole mettere in pericolo. Si
tratta di menzogne.

Non ha senso parlare di diritti individuali di persone alle
quali è riconosciuto uno stato di "coppia" e ancora di più
di diritti che hanno uno spiccato carattere pubblico, come
quelli relativi ai temi previdenziali ed assistenziali.
La constatazione è talmente immediata da far pensare che chi
esprime certe giustificazioni abbia oltre ad assai poco
rispetto per la famiglia, anche un certo disprezzo per
l'intelligenza degli uditori.

Quali che siano le norme da inserire in quel disegno di
legge è chiaro che il tutto andrà fatalmente a costituire
una legislazione parallela a quella del diritto di famiglia,
il quale diventerebbe, come lo stesso matrimonio, un
istituto relativo.
Chi difende le coppie di fatto, eterosessuali od
omosessuali, spesso afferma anche che riconoscere queste
unioni non arreca alcun danno alla famiglia. Anche questa è
una, non sappiamo quanto inconsapevole, menzogna.
La famiglia eterosessuale, fondata sul matrimonio, diventa
inesorabilmente un fenomeno relativo: uno dei diversi
fenomeni sociali, una delle diverse forme di accoppiamento.
Il passo verso la completa equiparazioni dei diritti tra
coppie di fatto e coppie sposate è brevissimo. Avrebbe fra
l'altro qualche chance di essere resa obbligatoria dalla
stessa Costituzione.
Di doveri all'interno delle coppie di fatto, poi, si parla
ben poco. Si vuole dare un riconoscimento pubblico ad uno
stato del tutto temporaneo e immediatamente revocabile in
forma privata.

Insomma, le ipocrisie e le contraddizioni sono evidenti.
Al momento, passando agli schieramenti politici, il
centrosinistra mostra soddisfazione per l'impegno assunto
dall'Esecutivo.
Nel centrodestra, qualcuno dice "no" ai pacs, parola
quest'ultima temporaneamente bandita dalle espressioni dei
politici, ma altri spiegano come "le coppie omosessuali
debbano essere messe nelle condizioni di scegliere la natura
giuridica del loro rapporto".

Intanto si sta già lavorando sul disegno di legge: il
ministro per le Pari opportunità Barbara Pollastrini ha
fatto sapere che "nei prossimi giorni ultimerà il lavoro per
presentare una prima bozza della legge".
È già al lavoro anche il ministro per la Famiglia Rosy Bindi
che, vista la materia, è convinta della necessità di
"raccogliere consensi e convergenze più ampi".
Il ministro della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero ha
spiegato quali devono essere i riferimenti del
provvedimento: "L'equiparazione dei diritti delle persone
che compongono la coppia di fatto con quelli di una coppia
regolare" è per l'esponente di Rifondazione comunista, il
punto essenziale.
Ecco, appunto.
L'ennesima conferma che certe dichiarazioni rassicuranti
sono solo un paravento.

(©L'Osservatore Romano, Editoriale del 9-10 Dicembre 2006)
12月12日

coppie gay il governo cala la maschera

ANSA 2006-12-07 15:52
ROMA - I pacs escono dalla finanziaria. Il governo rinuncia e fa
saltare dall'emendamento alle successioni le agevolazioni per i
conviventi.
In compenso accetta un ordine del giorno della maggioranza che lo
impegna a presentare un disegno di legge entro il 31 gennaio sulle
Unioni civili.

Risultato: tutti cantano vittoria. I teodem con Paola Binetti parlano
del rinvio come di un "gesto di pace" (sic!), mentre nell'Unione è
dominante la convinzione che la partita sia chiusa con un pareggio,
ma che alla fine lo scudetto (la legge sulle coppie di fatto) sarà
portato a casa.

In serata, arriva anche il suggello del presidente del Consiglio
[Prodi] che dichiara: l'odg è "un fondamentale passo in avanti
nell'applicazione del programma dell'Unione".
[...]

Una data precisa e un testo scarno che ribadisce la necessità di
riconoscere "diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno
parte di unioni di fatto", senza fare distinzioni in base al "genere
dei conviventi" e al loro "orientamento sessuale" [questo è anche il
termine tecnico con cui in Olanda si vogliono legittimare i pedofili,
NdR].

[...]
Approfitta della situazione il centrodestra, che spara a zero.
Colorito come al suo solito il vicepresidente del Senato Roberto
Calderoli, che parla di "governo pro-culattoni", ma anche il
centrista Pier Ferdinando Casini ovviamente non condivide la
direzione scelta dal governo e lancia un appello alle
forze "moderate" dell'Unione, auspicando "una convergenza" in
Parlamento.

__._,_.___
12月11日

sempre su Padova

E ora inventano la "famiglia anagrafica"

ROMA, 6. Nella schiera degli incredibili tentativi di fare
apparire quello che non è, va elencata anche l'ennesima
trovata per accreditare culturalmente un modello parallelo
di famiglia.

A Padova per iniziativa di un consigliere comunale,
presidente della locale Arcigay, è stato introdotto il
riconoscimento della "famiglia anagrafica": nello stato di
famiglia potranno cioè apparire le persone legate da
"vincoli affettivi e coabitativi". E subito è partita la
gara per affrettarsi a precisare, da destra e da sinistra,
che no, non si parla di Pacs o di unioni di fatto o di
matrimoni omosessuali; che sulla questione bisogna ragionare
in modo serio, senza pregiudizi; che nessuno vuole mettere
in discussione la famiglia fondata sul matrimonio.

È vero, non si parla di pacs: si parla di cose ben più
profonde.
Si parla in effetti di riconoscere la famiglia, sia pure dal
punto di vista amministrativo, come nucleo non fondato sul
matrimonio.
Il riconoscimento del legame affettivo come elemento
sufficiente per la costituzione di un famiglia, anche, si
ripete, dal solo punto di vista amministrativo, è
l'indicatore finalmente lampante di quali sono le intenzioni
reali di chi parla, spesso ipocritamente, di pacs ed unioni
di fatto.

Ciò a cui si mira è, in realtà, l'accreditamento culturale
delle cosiddette coppie di fatto.
Delle due, l'una: queste operazioni o si fanno per gestire
questioni legate a presunti diritti dei cittadini, ed allora
si torna a parlare in sostanza di pacs, o servono come
segnali di altrettanto presunti e censurabili cambiamenti
del costume. Ed è inoltre stucchevole che si presentino
queste iniziative come risposte ad una società
caratterizzata da convivenze eterosessuali quando i
promotori di queste iniziative sono quasi sempre i
rappresentanti piuttosto delle esigenze delle coppie
omosessuali.

È di questo ultimo fenomeno che in verità si parla, di
questo i politici stanno parlando dietro l'ipocrisia delle
loro sottigliezze dialettiche.
Perciò non si tratta di discorsi seri, perché non si basano
sulla schiettezza.
Non si parla di battaglie di civiltà, perché non servono se
non ad una ristretta cerchia di cittadini italiani.
Non si parla di provvedimenti amministrativi, perché non ce
n'è alcun bisogno.
Le coppie eterosessuali conviventi spesso scelgono di non
sposarsi, neanche civilmente, proprio per non avere vincoli
giuridici e amministrativi.
Non si capisce quindi perché, al fine di tutelare i loro
"diritti" qualcuno debba decidere di imporre quegli stessi
vincoli surrettiziamente.
Dietro l'angolo c'è in realtà l'introduzione progressiva,
culturale e giuridica, della famiglia alternativa,
specialmente omosessuale. E, come si è già avuto modo di
osservare, laddove c'è famiglia ci sono, inevitabilmente,
prima o poi, dei figli, propri, ottenuti in affidamento o
con altri mezzi.

(©L'Osservatore Romano - 7 Dicembre 2006)
12月9日

gay: padova e finanziaria

Avvenire
Editoriale del 6 dicembre 2006

Eredità, famiglia e convivenze
DIetro le tasse niente sotterfugi
Marco Tarquinio

Le "sorprese" che farciscono la Finanziaria 2007 sembrano
non finire mai. E continua a manifestarsi una sconcertante
propensione da parte di esponenti dell'attuale maggioranza a
perseguire una sorta di politica del "fatto compiuto" su
questioni di grande delicatezza.
L'ultimo esempio di questa deliberata deriva sta prendendo
forma e rischia di acquistare sostanza proprio in queste
ore.
I fatti.
Il centrosinistra, come ben si sa, ha deciso di reintrodurre
la tassa di successione che era stata abolita dal
centrodestra, ma ha anche stabilito - dopo un lungo
tira-e-molla tra i partiti dell'Unione e una lunga serie di
rimostranze "dal basso" - di stabilire un'aliquota più bassa
e una franchigia di 1 milione di euro a erede per tutelare i
parenti in linea retta, a cominciare dal coniuge superstite
e dai figli.
Un'agevolazione che un ordine del giorno votato dal Senato
aveva esortato a estendere anche a eventuali fratelli e
sorelle eredi.
Il motivo della richiesta era ed è evidente: confermare
un'attenzione speciale alla famiglia e ai legami parentali
più stretti.
La risposta a questa sollecitazione minaccia, però, di
essere deludente, allarmante e soprattutto sbagliatissima.
Nei contenuti come nei modi.

L'emendamento predisposto da governo e maggioranza va,
infatti, in una direzione assai diversa.
Diversa e profondamente sconcertante.
Dal punto di vista dei diritti successori, si rinuncia a
equiparare fratelli e sorelle agli eredi in linea retta e si
tende incredibilmente a dare per scontato un dato che nel
nostro ordinamento non esiste, e cioè la piena equiparazione
tra famiglia ex art. 29 della Costituzione e convivenze more
uxorio.

I problemi, gravissimi, che si aprirebbero se ci si
intestardisse a seguire questa via sono almeno due.
Prima di tutto, sul piano dei contenuti, avremmo la conferma
che in Italia si disdegnano con tenacia degna di miglior
causa le vie maestre, ma si è sempre più pronti a imboccare
i viottoli, anche i più improbabili e rischiosi.
Si finge d'ignorare l'esempio dato dagli altri grandi Stati
d'Europa, da anni e anni impegnati in politiche mirate e
organiche per la famiglia fondata sul matrimonio, ma si sta
diventando incredibilmente lesti al centro come in periferia
(si pensi al caso aperto dalla maggioranza di centrosinistra
che governa il Comune di Padova con il varo del "registro
anagrafico" delle convivenze anche omosessuali) nel tentare
di scimmiottare pure l'ultima ipotesi di novazione giuridica
a sostegno di qualunque tipo di unione di fatto.

E qui andiamo al cuore del secondo problema.
La tendenza - diciamo così - a usare mezzi impropri e
strumenti surrettizi per perseguire obiettivi assolutamente
discutibili o del tutto censurabili al cospetto del comune
sentire degli italiani.
È già accaduto, con il decreto ministeriale con il quale il
ministro della Salute ha forzato una legge tutt'ora vigente,
portato a 40 le dosi di cannabis detenibili da un singolo e
lanciato un segnale pericolosamente ambiguo e, di fatto,
liberalizzatore dell'uso e del piccolo spaccio di quello
stupefacente (tant'è che la Commissione Sanità del Senato si
è risolta a votare - con amplissima maggioranza
trasversale - un formale richiamo a rivedere e correggere
questa inopinata iniziativa).
Torna ad accadere ora, con il tentativo di far cuocere nel
pentolone della Finanziaria 2007 anche la polpetta
avvelenata di un'impossibile (e ingiusta) piena
equiparazione ereditaria tra i membri della famiglia
costituzionalmente definita e i protagonisti di libere
convivenze (tant'è che un sub-emendamento riparatore è già
stato presentato da senatori dello stesso centrosinistra).

Tutto ciò ha il sapore del sotterfugio.
Se si intende andare persino oltre le previsioni del
programma dell'Unione, aggirare Costituzione e leggi, e
cominciare - a partire, emblematicamente, dall'eredità - a
modellare le unioni di fatto come un "piccolo matrimonio" o,
più precisamente, come un "quasi-matrimonio senza doveri"
familiari e sociali, almen o lo si dichiari apertamente.
Altro che "diritti delle persone", in ballo c'è il senso
stesso dell'essere e fare famiglia.
12月7日

In ricordo di Marco

Il 23 novembre scorso è venuto a mancare, a seguito di un incidente stradale, Marco Soranzio, ingegnere di 29 anni, da nove membro numerario dell'Opus Dei e da due direttore del Collegio Universitario Torrescalla di Milano. La sua repentina scomparsa ha suscitato un'ondata di commozione fra i tanti residenti, ex-residenti o amici della Torrescalla, che hanno riempito la chiesa di Santo Spirito a Milano, per il funerale.


04 dicembre 2006
 
Il 29 novembre ha concelebrato a Milano il Vicario Regionale dell'Opus Dei, mons. Lucio Norbedo, con altri cinque sacerdoti. Altrettanto emozionante e affollata da più di 500 persone - amici di famiglia, compagni di liceo, di nuoto e di scoutismo - è stata la Messa funebre concelebrata il giorno dopo nella sua città di Monfalcone, dall'Arcivescovo di Gorizia, mons. Dino De Antoni, e da altri quindici sacerdoti. In memoria di Marco, che ha lasciato un ricordo indelebile in tutti coloro che lo hanno conosciuto, riportiamo di seguito l'omelia dell' Arcivescovo.

“Il giusto, anche se muore prematuramente, troverà riposo (…). Divenuto caro a Dio, fu amato da Lui” (Sap. 4, 7 e 10).

Chi può permettersi di fronte a uno strappo così radicale, come la scomparsa di un volto tanto amato, non solo dai suoi genitori, dalla sorella, dai familiari, ma così amato da centinaia di persone, come voi qui testimoniate e documentate, chi può permettersi di dire una parola simile: “Divenuto caro a Dio, fu amato da Lui”?.

Eppure, carissimi, la Chiesa, la Chiesa nostra Madre, che qui sensibilmente documentiamo e tangibilmente sentiamo, applica a Marco e alla sua dipartita, questa grande affermazione al nostro cuore addolorato.

E come è letterale, nel caso di Marco, ciò che la prima lettura aggiunge: “Giunto in breve alla perfezione, ha compiuto una lunga carriera. La sua anima fu gradita al Signore, perciò egli lo tolse in fretta da un ambiente malvagio” (Sap. 4, 13-14).

Certo abbiamo bisogno in questo momento di essere sorretti, soprattutto hanno bisogno di essere sorretti i genitori, la sorella, i familiari, gli amici; sorretti dalla dolcissima esperienza di compagnia che la pagina del Vangelo ci ha riproposto: per lui e per noi Gesù è tornato. Per lui per portarlo alla soglia del Mistero, per noi per illuminare il nostro cammino alla luce delle Scritture.

È venuto Gesù per dare un senso a una esperienza così inaudita, del tutto inaccessibile, per non lasciarci turbati di fronte a una morte così apparentemente terribile e ingiusta.

2. Un carissimo amico di Marco, Giovanni Crostarosa Guicciardi, presidente dell’Associazione dei residenti di Torrescalla, ha commentato la sua figura dicendo:

“ Marco (…) è sempre stato un ragazzo veloce. In acqua, dove è stato una promessa del nuoto giuliano. Negli studi dove è sempre stato fra gli allievi più brillanti. Sulla neve, dove le code dei suoi sci filavano eleganti. Nella dedizione agli altri, dov’è stato in prima fila dal tempo degli scout fino all’ultimo giorno della sua vita”.

“Intelligente, generoso, pieno di fede, saggio”, così lo ha tratteggiato chi lo conosceva; “familiare, delicato, appassionato di futuro, educatore”, è stato definito.

Ma nel contempo determinato nel suo lavoro formativo, ispirato all’insegnamento di san Josemaría Escrivá, nella cui Opera egli ha scoperto ben presto la sua vocazione, appoggiata, con intelligenza e affetto, dai suoi genitori nel modo che solo una papà e una mamma sanno apprezzare, non senza la fatica di condividere una scelta che ti spiazza, perché, quando Dio incontra, sconvolge e turba come ci insegna l’incontro di Maria con l’Angelo.

Marco di ciò era stato cosciente come si evince da alcune frasi, che voglio leggere da una sua lettera a mamma e papà il 9 aprile 2001:

“Potrei continuare a scrivere ancora molte cose, ma preferisco fermarmi qui. Se vi sentite tristi, fate ciò che ci dice San Giacomo: ‘Se qualcuno fra voi è triste, preghi’. Pregate molto per me, per la mia vocazione e invocate lo Spirito Santo, perché vi doni la luce necessaria per accettare, capire e comprendere e condividere la mia scelta. So perfettamente di farvi soffrire e vi chiedo perdono di ciò; offrite tutto a Dio Padre e uniamoci alla Croce di Cristo per essere in Paradiso per l’eternità. So per esperienza che costa accettare le prove che il Signore ci manda, ma questa è la strada per il Paradiso. Vi scongiuro di continuare a pregare per me, io lo faccio per voi. Solo così non ci ritroveremo ancora in situazioni difficili, tese per tutti, che ci fanno soffrire. Vi voglio un bene incredibile. Marco”

Non vi pare di notare in queste affermazioni di Marco tutta la saggezza ardente di chi mette al primo posto l’incontro con Cristo che ora vive ed esperimenta in maniera compiuta?

Sentiamo altre sue parole scritte a Mons. Armando Zorzin nel 2002, suo parroco negli anni della giovinezza, dopo aver descritto l’esperienza fatta a un Convegno per universitari:

“Le assicuro (…) di come sia emozionante parlare agli altri della propria vocazione, farli partecipi dell’Amore che Dio riversa nei nostri cuori, raccontare ansie, dubbi, vittorie, luci, propositi… E sicuramente tutto ciò ha un prezzo: papà e mamma avrebbero voluto vedermi, come del resto anch’io, però il Signore viene prima, c’è poco da fare.”

Marco non è andato verso il niente, ma verso il Padre, cioè verso un rapporto di compimento che recupera e definisce tutto ciò che è stato nella sua vita.

Realmente di fronte all’autocoscienza che egli aveva del dono di sé, fatta – e sono ancora parole sue – attraverso “il poter vedere e ascoltare varie persone dell’Opera, con alle spalle varie decine di anni di vocazione, che raccontavano quando avevano conosciuto san Josemaría … tutto con una semplicità e umiltà, tanto da portare alla commozione nonché a rinnovare i propositi di lotta per la santità”, di fronte a questa autocoscienza di sé, si capisce l’intensità della prima lettura: “Vecchiaia veneranda non è la longevità, né si calcola dal numero degli anni, ma dalla sapienza del cuore”.

Per questo possiamo capire che Dio i suoi cari li porta con sé nel luogo definitivo e da lì essi continuano incessanti la loro azione.

3. Ora però noi restiamo nella prova e nel dolore di questo gravoso distacco.

Sappiamo che Marco, strappato nel pieno dell’età, non è perduto e non perde nulla della sua vita, a patto però che nel nostro cammino, sia pure con volto triste, ci lasciamo accostare da Cristo e lo facciamo camminare con noi.

Perché solo la Sua presenza e la compagnia e la fraternità e l’amicizia, che possiamo trovare nella Chiesa, possono farci vivere l’attesa che ci lega con serietà gli uni agli altri.

Con tutto il cuore vogliamo ripetere le parole di Emmaus: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno già volge al declino”, le vogliamo ripetere perché siano di consolazione ai genitori, alla sorella, ai familiari , agli amici, a tutti i membri dell’Opus Dei, e per quanti lavorano con loro.

La sua vita e la sua esperienza di dedizione totale a Dio siano germe di vocazioni, di cui è così ricca, in maniera molto discreta, questa nostra Chiesa goriziana.

E pur nel dolore, diciamo che crediamo che Cristo, cantore della vita, ci ha preceduti nella strettoia della morte, per farci esplodere nella pienezza del compimento.

Marco ora, dal Cielo, lo sappiamo e lo crediamo, può intercedere per noi presso il Padre.

                                                                                              Amen.