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12月29日 IN PRIMO PIANO:
http://primopiano.totustuus.info/ Benedetto XVI: teorie funeste che tolgono rilevanza alla mascolinità e alla femminilità Non posso tacere la mia preoccupazione per le leggi sulle coppie di fatto. Molte di queste coppie hanno scelto questa via, perché - almeno per il momento - non si sentono in grado di accettare la convivenza giuridicamente ordinata e vincolante del matrimonio. Così preferiscono rimanere nel semplice stato di fatto. Quando vengono create nuove forme giuridiche che relativizzano il matrimonio, la rinuncia al legame definitivo ottiene, per così dire, anche un sigillo giuridico. In tal caso il decidersi per chi già fa fatica diventa ancora più difficile. Si aggiunge poi, per l'altra forma di coppie, la relativizzazione della differenza dei sessi. Diventa così uguale il mettersi insieme di un uomo e una donna o di due persone dello stesso sesso. Con ciò vengono tacitamente confermate quelle teorie funeste che tolgono ogni rilevanza alla mascolinità e alla femminilità della persona umana, come se si trattasse di un fatto puramente biologico; teorie secondo cui l'uomo - cioè il s! uo intelletto e la sua volontà - deciderebbe autonomamente che cosa egli sia o non sia. C'è in questo un deprezzamento della corporeità, da cui consegue che l'uomo, volendo emanciparsi dal suo corpo - dalla "sfera biologica" - finisce per distruggere se stesso. (Evangelizzazione) *Islam e democrazie occidentali (I) *di S. Em. il card. George Pell, arcivescovo di Sidney, in Australia. A Naples, nello Stato della Florida degli Stati Uniti d?America, il 4 febbraio 2006 si è tenuta una riunione della direzione dell?associazione d?imprenditori e di dirigenti cattolici Legatus. Nell?occasione è intervenuto S. Em. il card. George Pell, arcivescovo di Sidney, in Australia, con una relazione dal titolo Islam and Western Democracies. La traduzione del documento e le inserzioni fra parentesi quadre sia nel testo che nelle note sono della redazione della rivista cattolica Cristianità, N. 336 luglio-agosto 2006, info@alleanzacattolica.org. AL CINEMA: http://cinema.totustuus.info/ Recensione cinematografica: "Nativity" - di Catherine Hardwicke, con Shohreh Aghdashloo, Keisha Castle-Hughes, Eriq Ebouaney - storico/religioso - USA - 2006 (voto: 7) "LOBBYING ETICO - Adesione all'appello di Socci" http://www.fattisentire.net/ APPELLO A SOSTEGNO DEL PAPA Il testo dell'appello insieme a me, Antonio SOCCI, è stato sottoscritto da un gruppo di grandi intellettuali: René Girard, Vittorio Strada, Franco Zeffirelli e Guido Ceronetti. Chi volesse esprimere un analogo appoggio alla decisione del Papa (avversato dal mondo catto-progressista) può farlo sapere anche al Foglio che ha gentilmente ospitato l'Appello, scrivendo all'indirizzo lettere@ilfoglio.it. 12) "DIFENDERE LA VITA" http://difenderelavita.totustuus.it/ FAMIGLIA, MATRIMONIO E UNIONI DI FATTO Queste riflessioni sono dirette altresì ai pastori d'anime, che devono accogliere e guidare tanti cristiani d'oggi, e accompagnarli in un itinerario di apprezzamento del valore naturale, protetto dall'istituto matrimoniale e confermato dal sacramento cristiano. La famiglia fondata sul matrimonio corrisponde al disegno del Creatore "fin da principio" (Mt 19,4). Nel Regno di Dio non può essere seminato altro seme di quello della verità già iscritta nel cuore umano, l'unica capace di "produrre frutto con la perseveranza" (Lc 8,15); una verità che si fa misericordia, comprensione e invito a riconoscere in Gesù la "luce del mondo" (Gv 8,12) e la forza che libera dai vincoli del male. auguri don camillo. grazie guareschidi Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro
Quando venne alla luce, il 28 dicembre di sessant'anni fa, don Camillo non immaginava certo che la sua sarebbe stata la generazione del sessantotto. Chissà quanti compagni di seminario ha visto trasformarsi in preti contestatori o, magari, solo in contestatori. E chissà quanto ci ha sofferto, lui che non ha mai smesso di portare la tonaca, di recitare il breviario e di obbedire al Papa. Se le cose sono andate così, lo deve a Giovannino Guareschi, il suo padre letterario. L'antivigilia di Natale del 1946, lo scrittore si trovava nella tipografia milanese della Rizzoli dove stava trafficando per chiudere Candido, il settimanale di cui era direttore. Bisognava tappare un buco in fretta se si voleva che il giornale fosse in edicola il giorno 28. E il destino volle che Guareschi facesse ciò che solo la rapidità del giornalista e il genio del narratore riescono a concepire in una tale circostanza: prese un racconto che aveva scritto per Oggi, il settimanale della Rizzoli con cui collaborava, lo cavò dalla pagina già composta e lo fece ricomporre in un corpo più grosso per il Candido, che così fu pronto per andare in stampa. A Oggi ci avrebbe pensato nella mezz'ora successiva. Il racconto si intitolava Don Camillo e cominciava così: «Don Camillo, l'arciprete di Ponteratto, era un gran brav'uomo...».. Ora, con l'incipit leggermente modificato, apre la prima raccolta in volume di Mondo piccolo con il titolo «Peccato confessato». La storia è quella ormai celebre dell'assoluzione con annessa pedata nel sedere sparata da don Camillo a Peppone. Quando uscì il 28 dicembre, ebbe un tale successo che costrinse il suo autore a scriverne altri, fino arrivare alla bella cifra di 346: l'intera saga di Mondo piccolo, che, se Candido non fosse stato in affanno per la chiusura, probabilmente non avrebbe mai visto la luce. Scampato quel pericolo, oggi don Camillo continua ad avere un esercito di lettori. E non si tratta solo di vecchi arnesi affezionati alla propria giovinezza: ammesso e non concesso che questa possa essere considerata una categoria di ammiratori di cui vergognarsi. Ma si tratta anche di giovani che, attraverso le storie raccontate da Guareschi, scoprono un'Italia di cui nessuno ha mai parlato loro a scuola e, magari, neanche in chiesa o all'oratorio. E non basta. Questi nuovi lettori scoprono la bellezza di un mondo in cui, pur tra le difficoltà della vita, le cose vanno per il verso giusto perché quel luogo è fatto apposta per accogliere la Grazia. Per la prima volta, si trovano a passeggiare per le contrade di un universo capace di mostrare agli uomini quanto siano belli e quanto grande sia il loro destino: basta solo che abbiano l'umiltà di aprire la loro anima al soffio eterno del Creatore. Quel soffio che corre lungo il Grande Fiume e pulisce l'aria per riempirla di invenzioni impastate di terra e di cielo come raramente capita di trovarne nella letteratura contemporanea. Non è un caso se don Camillo, nei suoi sessant'anni di vita, dopo aver trovato milioni di lettori, incontra anche uomini che vorrebbero addirittura farsi suoi parrocchiani. Una decina d'anni fa, l'università di Padova commissionò un sondaggio sul sacerdote ideale e, naturalmente, stravinse il parroco guareschiano. Non ci fu uno straccio di prete progressista e contestatore capace di tenere il suo passo. Questo, del resto, lo aveva previsto il suo stesso inventore nel 1966. In quell'anno Guareschi scrisse per Oggi una storia intitolata Don Camillo e la ragazza yé-yé, poi uscita incompleta in volume con il titolo Don Camillo e i giovani d'oggi e, quindi, opportunamente reintegrata a cura di Alberto e Carlotta Guareschi in Don Camillo e don Chichì. Il filo conduttore della vicenda è il serrato confronto tra il vecchio pretone e il giovane don Chichì, arrivato in paese con il suo spiderino rosso per spiegare a don Camillo che, come stabilito dal Concilio Vaticano II, i tempi sono cambiati ed è venuto il momento di aggiornarsi. Sollecitato dai superiori, il vecchio prete lascia che il nuovo curato, leggendo i segni dei tempi, si dia da fare per ammodernare la parrocchia. Ma, a forza di demitizzare, di svecchiare, di cercare ciò che unisce e lasciare ciò che divide con l'illusione di conquistare i lontani, il poveretto finisce per rimanere da solo. I vecchi se ne vanno perché preferiscono farsi insultare da Peppone, che, almeno, è un comunista come si deve. I nuovi non si vedono perché diffidano delle imitazioni e, pure loro, preferiscono tenersi stretto Peppone. Il motivo del fallimento, spiega Guareschi, è molto semplice. Don Chichì, nella smania di buttare via l'acqua sporca, ammesso che lo fosse, ha gettato anche il Bambino: quello nato a Betlemme due millenni fa. Un prete senza Gesù Cristo non va da nessuna parte e don Camillo lo spiega in un dialogo drammatico al suo curato. «Reverendo - urla don Chichì - questa è l'ora della verità e bisogna dire pane al pane e vino al vino!». E il vecchio parroco risponde: «Pericoloso dire pane al pane e vino al vino là dove il pane e il vino sono la carne e il sangue di Gesù». Ma questo è un banale discorso da prete, da uomo che si è fatto sacerdote per vocazione. E don Chichì, purtroppo, ci tiene a far sapere che ha preso, si fa per dire, la tonaca per ben altri motivi: «Io - spiega - sono sacerdote non per ispirazione, ma per ragionata convinzione». Un fior di assistente sociale, insomma. Ma gente di sana e robusta costituzione spirituale come quella di Mondo piccolo non può prendere sul serio questo giovanotto che, avendo rinunciato a Cristo, può offrire al prossimo solo la propria disperazione e le proprie miserie. Fa ben sperare, pur nel desolante panorama di oggi, che don Camillo abbia tanti lettori. È segno che, nonostante il triste attivismo dei troppi don Chichì, uomini di sana e robusta costituzione spirituale ve ne sono ancora. Tutta gente che si fida dei vecchi parroci e la pensa proprio come Guareschi quando dice: «I vecchi parroci, anche quelli col cuore tenero, hanno le ossa dure e per questo la Chiesa di Cristo che grava principalmente sulle loro spalle resiste a tutte le bufere. Deo gratias». QUELL'UOMO LIBERO FINITO IN CARCERE PER LE SUE IDEE Giovannino Guareschi (Fontanelle di Roccabianca, 1 maggio 1908 - Cervia, 22 luglio 1968) è stato giornalista e scrittore umorista. La sua creazione più famosa è Don Camillo, il parroco che parla col Cristo dell'altare maggiore e ha come antagonista il sindaco comunista del paese, Brescello, l'agguerrito Peppone. Corteggiato dalla politica, sia a destra che a sinistra, Guareschi è stato prima di tutto un uomo libero. Egli criticò e rese oggetto di satira i comunisti, che lui definiva trinariciuti (la terza narice serviva a far uscire il cervello e far entrare le direttive di partito), ma criticò, soprattutto dopo le elezioni del 1948, anche la Democrazia cristiana, che a suo parere non seguiva i principi cui si era ispirata. Nel 1954 Guareschi fu accusato di diffamazione per avere pubblicato sul Candido due lettere di De Gasperi (allora capo del governo) risalenti al 1944, nelle quali De Gasperi avrebbe chiesto agli Alleati di bombardare Roma. Fu condannato a 12 mesi di carcere in primo grado. Per coerenza si rifiutò di ricorrere in appello (fu incarcerato a Parma) e di chiedere la grazia. Il Giornale n. 51 del 2006-12-25 pagina 24 12月28日 e se gesù non fosse venuto?di Antonio Socci E se Gesù non fosse nato? Non ci sarebbero - per esempio - né università, né ospedali. E nemmeno la musica. E' facile provare storicamente che queste istituzioni, nate nel medioevo cristiano (come le Cattedrali e l'arte occidentale), sarebbero state del tutto inconcepibili senza la storia cristiana. Se Gesù non fosse venuto fra noi non ci sarebbe neanche lo Stato laico, perché - come ha dimostrato Joseph Ratzinger in un memorabile discorso alla Sorbona - è Lui che ha desacralizzato il potere il quale da sempre ha usato le religioni per assolutizzare se stesso. Dopo Gesù, Cesare non si può più sovrapporre a Dio, non può avere più un potere assoluto sulle persone e le cose. Inizia la storia della libertà umana. Se Gesù non fosse nato le donne non avrebbero alcun diritto, sarebbero considerate ancora "cose" su cui gli uomini hanno potere di vita e di morte, com'era perfino nella Roma imperiale. Se Gesù non fosse nato vecchi e malati continuerebbero ad essere abbandonati. Se Gesù non fosse nato non esisterebbero i "diritti dell'uomo". Né la democrazia (ripeto: la democrazia e la libertà sarebbero stati inconcepibili). Se Gesù non fosse venuto avremmo ancora un sistema economico fondato strutturalmente sulla schiavitù e quindi arretrato (oltreché disumano e bestiale), sempre al limite della sussistenza. Invece Gesù è venuto e il continente che l'ha accolto, il continente cristiano per eccellenza, l'Europa, di colpo ha fatto un balzo inaudito nella storia umana, lasciando indietro tutto il resto del mondo, perfino civiltà molto più antiche, come quella cinese. Gesù è venuto e l'essere umano è fiorito: la sua intelligenza, la sua genialità, la sua umanità, la sua creatività, la sua razionalità (soprattutto!). Chi - abbeverato alle fonti avvelenate dell'ideologia dominante - nutre qualche dubbio in proposito può trovare intere biblioteche che lo dimostrano, ma, per tagliar corto, in queste giorni di vacanze può cavarsela leggendosi un libro. L'autore non è un apologeta cattolico, ma un sociologo americano di una università yankee: Rodney Stark. Il suo libro è stato tradotto da Lindau col titolo: "La vittoria della Ragione". Sottotitolo: "Come il cristianesimo ha prodotto libertà, progresso e ricchezza". Il suo excursus lungo i secoli è documentatissimo e chiaro. Spiega che quando gli europei per primi cominciarono a esplorare il mondo, ciò che li stupì fu "la scoperta del loro grado di superiorità tecnologica rispetto alle altre società". Stark - per farsi capire - scende nei particolari: "Perché per secoli gli europei rimasero gli unici a possedere occhiali da vista, camini, orologi affidabili, cavalleria pesante o un sistema di notazione musicale?". Il perché - come spiega Stark - risale a quella razionalità e a quel genio della realtà fioriti col cristianesimo. Gli esempi sembrano minimi (gli occhiali, i camini), ma si tratta di oggetti di uso quotidiano che hanno rivoluzionato la vita e la qualità della vita. Inoltre vanno compresi all'interno delle conquiste più grandi. Stark dimostra che è dal cristianesimo, dalla conoscenza di un Dio che ha razionalmente ordinato il cosmo, che deriva la "straordinaria fede nella ragione" che connota l'Occidente cristiano. "Sin dagli albori i padri della Chiesa insegnarono che la ragione era il dono più grande che Dio aveva offerto agli uomini. Il cristianesimo fu la sola religione ad accogliere l'utilizzo della ragione e della logica come guida principale verso la verità religiosa". Da qui, da questa "vittoria della ragione", da questa certezza che il mondo non è una divinità, né un capriccio inconoscibile degli dèi, ma è creato secondo un Logos razionale e può essere compreso e dominato dall'uomo, derivano la scienza, la tecnologia e - per esempio - come conseguenza ultima di tipo sociale, il "capitalismo", cioè quel sistema di produzione regolato che ha portato a una prosperità mai conosciuta prima nella storia umana. Naturalmente andiamo per grandi lineee. Potremmo dettagliare tutte le cose che stanno dentro queste svolte storiche: la legittimazione teologica e morale della proprietà privata e del profitto, la limitazione dell'arbitrio dello Stato, il diritto della persona a non essere schiavizzato (che ha provocato una quantità di scoperte e conquiste tecnologiche). La teoria della democrazia e dei diritti dell'uomo fiorì nei grandi monasteri che hanno civilizzato l'Europa barbarica, poi nelle università medievali e nella teologia successiva. Ed è stata recepita nelle istituzioni. E' tutto un sistema di pensiero e di valori che ha letteralmente dato forma al nostro vivere quotidiano e che deriva da ciò che il cristianesimo ha portato nella storia umana. Il progresso stesso è un concetto nato dai padri della Chiesa e che non è concepibile se non nella concezione cristiana della storia. Stark dettaglia fino a particolari a cui noi normalmente neanche facciamo caso. Accendere la luce, avere acqua e riscaldamento in casa, muoversi a velocità inaudita sul pianeta coprendo distanze immense, comunicare da un capo all'altro del mondo, disporre di cibo oltre ogni immaginazione, dominare lo spazio, debellare tante malattie allungando la vita umana di decenni.. Tutto questo - letteralmente - non sarebbe stato neanche immaginabile se quel giorno di duemila anni fa, a Betlemme di Giudea, non fosse nato Gesù. Non è un caso se le conquiste dell'Occidente cristiano hanno civilizzato e umanizzato tutto il mondo. Ma l'origine sta in quella strepitosa liberazione dell'umano e delle sue immense energie e potenzialità che è iniziata quando è venuto Gesù. Per questo - e non a caso - la storia si divide: prima di Cristo e dopo di Lui. Per questo anche un laico - se minimamente colto e avvertito - celebra il Natale come l'alba della prosperità e della libertà. Sia chiaro: non che l'occidente cristiano sia di colpo diventato immune dal male. Tutt'altro. Il rischio di ripiombare nelle tenebre della disumanità è stato sempre presente ed è continuo. Ma anche il male dell'uomo, nel corso dei secoli, ha trovato finalmente la forza inesausta di Cristo nella Chiesa che l'ha contrastato, l'ha perdonato e redento, dilagando nella storia dei popoli cristiani. Un grande poeta, Thomas. S. Eliot, ha colto questa drammatica lotta (di ogni giorno) dei popoli cristiani per vincere nel corso dei secoli la barbarie e la bestialità con questi versi: "Attraverso la Passione e il Sacrificio, salvati a dispetto del loro essere negativo;/ Bestiali come sempre, carnali, egoisti come sempre, interessati e ottusi come sempre lo furono prima;/ Eppure sempre in lotta, sempre a riaffermare, sempre a riprendere la loro marcia sulla via illuminata dalla luce./ Spesso sostando, perdendo tempo, sviandosi, attardandosi, tornando, eppure mai seguendo un'altra via". Infatti, nonostante la liberazione storica che ha prodotto, Gesù non è nato innanzitutto per civilizzare il mondo, ma per santificare gli uomini, per renderli, da bestiali, divini. Diceva S. Agostino: "Dio si è fatto uomo. Saresti morto per sempre se lui non fosse nato nel tempo. Mai saresti stato libero dalla carne del peccato, se lui non avesse assunto una carne simile a quella del peccato. Ti saresti trovato sempre in uno stato di miseria, se Lui non ti avesse usato misericordia. Non saresti ritornato a vivere, se Lui non avesse condiviso la tua morte. Saresti venuto meno, se Lui non fosse venuto in tuo aiuto. Ti saresti perduto, se lui non fosse arrivato". Se non fosse nato Gesù, saremmo tutti dei disperati. Ma Lui è venuto fra noi. © "Libero" 24 dicembre 2006 12月27日 MA – sinceramente ! - ABBIAMO VERAMENTE BISOGNO DI CRISTO per il 2007 ?
12月26日 Ue: ok all'assasinio degli embrioniIl via libera ieri al 7° Programma per la ricerca europea Tutto, dunque, è compiuto Nel nome della competizione Marina Corradi Con la definitiva approvazione, ieri a Bruxelles, del VII Programma quadro per la ricerca, è finito il dibattito in seno alla Unione europea sui finanziamenti comunitari a una ricerca che incentivi la distruzione di sempre nuovi embrioni, non ponendo alcuna data limite alla derivazione delle linee staminali. La firma del presidente del Parlamento Borrell sul VII pq, con allegata una dichiarazione italiana purtroppo vaga e inefficace, è la pietra tombale sulla battaglia di quegli eurodeputati - non solo cattolici, ma Verdi e della destra - che si sono battuti perché l'Europa non avesse nulla a che fare, nemmeno indirettamente, con la distruzione di embrioni umani. Una volontà contraria che - lo si era visto in occasione della prima lettura del Programma - raccoglieva a giugno quasi la metà dell'aula di Strasburgo. Ma quale logica, al di là delle oscillazioni e contorsioni, italiane e non solo, dei vari Stati membri, ha portato a questo 18 dicembre in cui l'Europa, pur non sporcandosi le mani con la diretta distruzione di embrioni, promuova una ricerca che ne faccia uso, anche procurandosene sempre di nuovi, magari al di fuori dei confini della Ue? La scelta è leggibile non come una unanimità di consensi in questa direzione, ma piuttosto, per chi abbia ascoltato i dibattiti a Strasburgo e a Bruxelles, dentro la logica complessiva di un'ansia che attanaglia l'Europa per la concorrenza scientifica dell'Asia - di India, Corea, Giappone e Cina - da cui si sente incalzata. E dunque di conseguenza pressata da una spinta a riguadagnare il terreno perduto, e in fretta, per non finire lei, l'Europa stessa, dalla parte "sbagliata" del mondo. «La Cina negli ultimi anni ha aumentato del 580% gli investimenti nella ricerca», si è sentito dire a Bruxelles. «Fra vent'anni, se non cambiamo marcia, l'Asia avrà il 90% dei ricercatori del mondo». Una grande paura, in buona parte anche motivata, di diventare noi la periferia dell'impero della scienza, noi i nuovi poveri ricchi di storia e di illustri memorie, ma emarginati dal grande business planetario. E anche dal punto di vista linguistico quest'ansia riecheggiava nelle parole in aula. A Bruxelles, prima dell'ultimo voto del 30 novembre, si ascoltava un ripetere quasi ossessivo di espressioni come «competitività», «eccellenza», «sfida», «innovazione», «progresso», «non perdiamo tempo». Un'ansia condivisa da popolari e socialisti e destra, tutti insieme tesi verso una rapida approvazione del Programma, perché quei 54 miliardi di euro di finanziamenti finalmente affluiscano a dar fiato a alla ricerca europea in affanno. E con quel tanto di retorica inevitabile nel nobile consesso dell'Unione: «Abbiamo lavorato per un futuro migliore per tutta l'umanità - declamava il commissario per la Ricerca Janez Potocnik - siamo ora in viaggio verso nuovi orizzonti». (Orizzonti, tuttavia, di cui va a beneficiare solo il 10% dell'umanità, come un vecchio ex comunista ha ricordato ai colleghi). Ma - ripeto - l'angoscia di essere messi ai margini del Primo mondo dominava l'assemblea. Competitività, eccellenza, progresso. Si comprende dunque come i pochi deputati contrari alla sempre nuova distruzione di embrioni fossero ascoltati dai colleghi con educata insofferenza. Che vale una manciata di vita umana, nella grande rincorsa scientifica dell'Europa? Lontano quel 1989 in cui popolari e socialisti, d'accordo, votarono contro ogni sperimentazione sull'inizio dell'uomo. Allora, nell'Europa pre-globalizzazione, c'era tempo per i principi etici. Ma non ora, non con la tigre asiatica ruggente alle costole. Competizione, eccellenza, progresso. Onorevoli colleghi, non fateci perdere del tempo. (C) Avvenire, 19/12/2006 12月23日 Unione: no agli aiuti alla famigliaL'Unione tira dritto sui Pacs e dice no agli aiuti alla famiglia La questione dei Pacs fa capolino ovunque alla Camera. Dopo la provocazione dei deputati Bruno Mellano e Donatella Poretti della Rosa nel Pugno, che hanno arricchito il presepe di Montecitorio con due coppie gay (due Barbie lesbiche e due Ken omo) con tanto di cartelli pro-Pacs, due ordini del giorno fanno salire la temperatura dell'aula, poco prima del voto finale sulla Finanziaria. Due ordini del giorno simili, presentati dal gruppo Udeur (primo firmatario Giampaolo Fabris) e dai deputati di Forza Italia, prima firmataria Patrizia Paoletti Tangheroni. Ma il dibattito è montato sull'ordine del giorno dell'onorevole Tangheroni che, in poche righe, intendeva impegnare il governo a considerare l'applicazione delle norme della Finanziaria (detrazione Irpef, assegni familiari e altre misure a favore della famiglia) ai «nuclei familiari sanciti dall'articolo 29 della Costituzione». Quelli dove si riconosce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. «Ho toccato un nervo scoperto», ha sottolineato nel corso del dibattito la deputata pisana di Forza Italia, soprattutto dopo aver ascoltato l'infuocato intervento di Rosy Bindi, che ha sostenuto come l'ordine del giorno, se approvato, avrebbe portato a un trattamento completamente diverso tra figli legittimi e quelli illegittimi. «Interpretazioni equivoche», ha ribadito la Tangheroni, che ha spiegato come considerasse necessario quell'ordine del giorno per «invitare il governo ad avere una posizione chiara e netta di principio su una questione così delicata». Alla fine l'ordine del giorno è stato ritirato per evitare «strumentalizzazioni ed equivoci», come ha sostenuto Elio Vito, il presidente del gruppo parlamentare di Forza Italia. Secondo la stessa autrice, infatti, se quel tipo di ordine del giorno fosse stato approvato il governo sarebbe stato costretto a stoppare qualunque ulteriore legge sui Pacs. Una bocciatura, più probabile vista la composizione d'aula, avrebbe significato dare più forza all'ipotesi di una normativa pro-Pacs. È per questo che, rintuzzate le accuse del ministro della Famiglia, Rosy Bindi, l'emendamento è stato ritirato. «Questo momento del dibattito - ha precisato la Tangheroni - è la prova generale di una deriva gravissima verso sinistra di questo governo che non accetta posizioni nette di principio». Il secondo ordine del giorno è stato approvato, ma dopo la sua completa trasformazione. Anche per Fabris e gli altri firmatari, tutti dell'Udeur, era necessario impegnare il governo a non legiferare in materia di regolamentazione dei diritti delle coppie, se non all'interno dell'articolo 29 della Costituzione. Anche in questo caso, infatti, si sottolinea come la Costituzione riconosce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. L'ordine del giorno, invece, è stato trasformato nella direzione di un impegno del governo, a ripresa dei lavori d'aula, a «un ampio dibattito su questi temi eticamente sensibili». Ma non è finita: chiusa la Camera dopo il voto di fiducia alla Finanziaria, i Pacs rispuntano oggi nel disegno di legge che presenterà il ministro Mastella sulla riforma del codice penale. All'articolo 6, comma b, si legge che «non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare se medesimo o un prossimo congiunto, ovvero persona con cui, pur non essendo coniuge, come tale conviva, da una grave e inevitabile nocumento nella libertà e nell'onore». Un modo, insomma, di far rientrare dalla finestra una questione che certamente spacca il Parlamento, sia a destra sia a sinistra. (C) Il Giornale, 22-12-2006 12月22日 riflessioni natalizie(Chiesa)
*Come la Chiesa può aiutare la società* Di Régine Pernoud. (Titolo originale: Misticismo e politica, tratto da I santi nel medioevo, Rizzoli 1986, pp. 228-236). Nel caso dei re e delle regine che furono santi si osserva un'alta alleanza fra il misticismo e la politica; ma è stata addirittura necessaria, a questo scopo, una santità che si può considerare eccezionale. IN PRIMO PIANO:
http://primopiano.totustuus.info/ Benedetto XVI: il doveroso riconoscimento pubblico della religione Al contrario, la religione, essendo anche organizzata in strutture visibili, come avviene per la Chiesa, va riconosciuta come presenza comunitaria pubblica. Alla luce di queste considerazioni, non è certo espressione di laicità, ma sua degenerazione in laicismo, l'ostilità a ogni forma di rilevanza politica e culturale della religione; alla presenza, in particolare, di ogni simbolo religioso nelle istituzioni pubbliche.. IN LIBRERIA:
http://libreria.totustuus.info/ Il tascabile dell'apologetica cristiana Nessuno accetta la sincerità come sufficiente in qualsiasi altro campo diverso da quello religioso. La sincerità potrebbe essere necessaria ma non sufficiente. È sufficiente che il tuo medico, il tuo commercialista o il tuo agente di viaggio siano sinceri? Basta la sola sincerità a salvarti dal cancro, dalla bancarotta, da un incidente o dalla morte? No, non basta. Perché allora pensi che debba essere sufficiente per salvarti dall'inferno? "DIFENDERE LA VITA"
http://difenderelavita.totustuus.it/ I drammi causati da un'etica che pretende di stabilire chi può vivere e chi deve morire Anche se motivata da sentimenti di una mal intesa compassione o di una mal compresa dignità da preservare, l'eutanasia invece che riscattare la persona dalla sofferenza ne realizza la soppressione. La compassione, quando è priva della volontà di affrontare la sofferenza e di accompagnare chi soffre, porta alla cancellazione della vita per annientare il dolore, stravolgendo così lo statuto etico della scienza medica. "VITTORIO MESSORI"
http://www.et-et.it/pensare/emporec2.htm Il Papa apologeta E' sbagliato non frenare un sussulto dell'animo e farsi scappare un "ma allora avevamo visto giusto"?. Se sì, il Signore mi saprà perdonare. Ma è quanto mi è accaduto di sperimentare leggendo il discorso di Benedetto XVI pronunciato al recente Convegno della Chiesa italiana a Verona. Ad un certo punto il Papa ha detto: "Dobbiamo essere sempre pronti a dare risposta (apo-logia) a chiunque ci domandi ragione della nostra speranza". Capito, cari amici? Ha pronunciato la parola "apologia". E ha spiegato che dobbiamo fare apologetica e diventare apologeti, vale a dire cattolici in grado di rispondere a chiunque voglia conoscere le ragioni della nostra fede. Questo è il compito - l'ho scritto tante volte - per svolgere il quale è nato il Timone. E intorno a questa missione si è radunata una squadra di formidabili studiosi, giornalisti e scrittori, che voi seguite con vivo interesse. 12月21日 eutanasia: la tecnica è sempre la stessa(Corrispondenza romana) La tecnica è sempre la stessa. Si 12月20日 bioterrorismo a scuola da MalthusINTERVISTA La denuncia del filosofo Michel Schooyans: «Aborto e eutanasia sono i cavalli di Troia di un'ideologia antinatalista che, un passo alla volta, mina le radici della vita. Perché i laici lasciano sola la Chiesa nella difesa dell'uomo?» Di Lorenzo Fazzini La dignità della vita umana è minacciata da un «terrorismo dal volto umano», altrimenti detto «bioterrorismo». Il quale, facendo leva su una subdola «ingegneria verbale», colpisce a livello internazionale il fondamentale diritto del nascere e del morire dell'uomo. La denuncia è di Michel Schooyans, docente di filosofia politica all'Università di Lovanio, in Belgio, che di recente ha pubblicato un volume in cui mette sotto accusa le politiche demografiche delle agenzie Onu. Si tratta di Le terrorisme à visage humain (edizioni François-Xavier de Guibert), scritto in collaborazione con Anne-Marie Libert. Professor Schooyans, la copertina del suo ultimo libro è choccante: «Il terrorismo dal volto umano» viene spiegato con una foto dell'assemblea generale delle Nazioni unite. Perché? «Questa scelta rivela una delle tesi centrali del testo: l'Onu è in effetti uno dei principali agenti della deriva che denuncio. Questa azione si esercita soprattutto attraverso delle sue agenzie come il Fondo delle Nazioni unite per la Popolazione (Unfpa), l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), l'Unicef, ecc. Si può sperare che i principali organi che compongono le Nazioni unite siano fedeli alla missione definita dalla Carta di fondazione dell'organismo internazionale: promuovere i diritti dell'uomo, la giustizia, lo sviluppo e la pace». La deriva che lei va evidenziando è il «bioterrorismo», termine che di solito per indica la possibilità di attacchi terroristici con armi biologiche. Cosa intende lei con questa espressione? «Mi riferisco all'utilizzazione della biologia, della medicina, ma anche della filosofia del linguaggio, della demografia, del diritto e di altre discipline per attentare alla vita dell'uomo e per dominarla. Siamo in presenza di una rivoluzione culturale, di un cambiamento perverso di queste discipline che, per loro natura, dovevano restare al servizio degli uomini». Nel suo libro lei stigmatizza la presenza, nei documenti di marca Onu, di una «ingegneria verbale» che conduce alla «decostruzione dell'essere umano». Cosa significa? «Le rispondo con l'esempio di un ragionamento fallace, un vero sofisma. È risaputo che la pillola del giorno dopo causa un aborto precoce. E invece, dagli anni Cinquanta in poi, si è sempre giocato con le parole; le si commercia, si imbroglia la gente con i termini. Si continua a martellare la gente con un ragionamento mistificatore, così esplicabile: "Non c'è aborto prima dell'annidamento dell'ovulo fecondato. La pillola contraccettiva agisce prima; dunque essa non è abortiva". Si restringe il significato del concetto di "aborto" per poter "stabilire" il fatto che la pillola non è abortiva». Lei denuncia un'ideologia antinatalista di cui sono intrisi i documenti ufficiali che escono dagli enti affiliati all'Onu. «Nei testi delle organizzazioni internazionali citate sopra, appare esplicitamente l'ispirazione malthusiana: sulla Terra ci sarebbero troppi poveri e quindi bisognerebbe controllarne il tasso demografico. Nelle stesse dichiarazioni compare anche l'ideologia neomalthusiana, ovvero il diritto di tutti al piacere sessuale senza rischio, cioè senza la nascita di bambini. Spesso le due fonti di ispirazione si combinano negli stessi documenti». A proposito delle agenzie Onu e dei loro interventi nei Paesi in via di sviluppo: lei parla di «tattica del salame» per indicare come questi organismi agiscono verso le confessioni religiose ivi presenti. Di che cosa si tratta? «Questa strategia è stata messa a punto in Ungheria nel 1947 dall'allora segretario generale del partito comunista locale, Mátyás Rákosi. Essa cerca di condurre gli avversari a sottoscrivere, poco a poco, in maniera impercettibile, quei programmi che essi rifiuterebbero se fossero loro sottomessi in blocco. Il ricorso a questa tattica è oggi molto comune da parte di chi è nemico della vita umana. Questa metodologia è facil itata dall'uso dell'antifrase, facendo dire alle parole l'esatto contrario di ciò che esse significano abitualmente. Sotto il termine "salute riproduttiva" si nasconde il diritto all'aborto; la parola "eutanasia" nasconde l'atto di dare la morte. La stessa giurisprudenza viene così sfregiata nella sua dignità perché ciò che è giusto o sbagliato viene definito con un atto di pura volontà del più forte». Vi è un ruolo specifico delle religioni, non solo del cristianesimo, nell'affrontare e contrastare il «bioterrorismo»? I cristiani non hanno il monopolio della difesa della vita umana. Il rispetto della sua dignità è ben presente nell'intimo di tutte le grandi tradizioni filosofiche, morali e religiose dell'umanità. Laddove il diritto alla vita non è rispettato, tutti gli altri diritti sono minacciati e la democrazia diventa impossibile. Oggi la Chiesa si trova molto sola nella difesa di questo diritto fondamentale. Di fronte al "terrorismo dal volto umano", il mondo attende dalla Chiesa e dai suoi pastori parole chiare, informate, forti e unanimi. Un eccesso di circospezione farebbe diventare un'ipotesi la credibilità della Chiesa e l'autorevolezza dei suoi pastori. Non è mai stato così pressante il dovere profetico della Chiesa». (C) Avvenire, 12-11-2006 12月19日 a sostegno del PapaVorrei lanciare un appello a tutto il mondo della cultura. A sostegno di una storica decisione di Benedetto XVI che salva ed esalta un grandioso patrimonio spirituale e culturale, ma che scatenerà contro di lui il mondo dell'oscurantismo e dell'intolleranza. Il clamoroso annuncio l'ha dato ieri il cardinale Jorge Arturo Medina Estevez, membro della Commissione Ecclesia Dei che si è riunita per discutere della liberalizzazione della messa in latino. Il prelato ha detto: "La pubblicazione del Motu Proprio da parte del Papa che liberalizzerà la celebrazione della messa in latino secondo il messale di San Pio V è prossima". Si tratta di un evento straordinariamente importante per la Chiesa e anche per la cultura e la storia della nostra civiltà. Storicamente furono proprio gli intellettuali laici a percepire di più e meglio il disastro, lo scempio anche culturale, rappresentato dalla "proibizione" della liturgia di san Pio V e la sparizione del latino come lingua sacra della Chiesa Cattolica. Quando 40 anni fa - contravvenendo ai documenti del Concilio - fu imposta la proibizione dell'antica liturgia della Chiesa (quella peraltro con cui si era celebrato anche durante il Concilio) vi fu una grande e meritoria protesta degli intellettuali più rappresentativi che consideravano questa decisione come un taglio alle radici della nostra civiltà cristiana (la liturgia è stata da sempre centro e sorgente dell'arte più sublime). Due appelli furono pubblicati in difesa della Messa di s. Pio V, nel 1966 e nel 1971. Ecco alcuni dei nomi che li sottoscrissero: Jeorge Luis Borges, Giorgio De Chirico, Elena Croce, W. H. Auden, i registi Bresson e Dreyer, Augusto Del Noce, Julien Green, Jacques Maritain (che pure era l'intellettuale prediletto di Paolo VI, colui a cui il Papa consegnò, alla fine del Concilio, il documento agli intellettuali), Eugenio Montale, Cristina Campo, Francois Mauriac, Salvatore Quasimodo, Evelyn Waugh, Maria Zambrano, Elémire Zolla, Gabriel Marcel, Salvador De Madariaga, Gianfranco Contini, Giacomo Devoto, Giovanni Macchia, Massimo Pallottino, Ettore Paratore, Giorgio Bassani, Mario Luzi, Guido Piovene, Andrés Segovia, Harold Acton, Agatha Christie, Graham Greene e molti altri fino al famoso direttore del "Times", William Rees-Mogg. Si tratta perlopiù di intellettuali laici perché il valore culturale e spirituale dell'antica liturgia latina è un patrimonio di tutti, come lo è la Cappella Sistina, come lo è il Gregoriano, come lo sono le grandi cattedrali, la scultura gotica, la Basilica di San Pietro. Tanto più oggi che tutta la nostra civiltà europea rischia drammaticamente di recidere e rinnegare le proprie radici. Curiosamente proprio i "cattolici progressisti", che facevano del dialogo col mondo e con la cultura moderna la loro bandiera, non ne tennero alcun conto e s'impuntarono per 40 anni per mantenere questa incredibile proibizione. Un arbitrio senza precedenti. Nell'aprile 2005, alla vigilia dell'elezioni di Benedetto XVI, sulla Repubblica, fu uno scrittore laico, Guido Ceronetti che scrisse una lettera aperta al nuovo papa nella quale chiedeva "che sia tolto il sinistro bavaglio soffocatore della voce latina della messa". Questa aspettativa del mondo della cultura (e dei credenti) non poteva trovare interlocutore migliore di Ratzinger, che prima di essere papa è stato (ed è) uno dei più grandi intellettuali del nostro tempo, un uomo veramente illuminato, un autentico paladino della libertà del pensiero (fu lui a scrivere lo storico discorso con cui il cardinale Frings, al Concilio, demolì l'antica Inquisizione). Già da cardinale Ratzinger dichiarò apertamente che la proibizione della Messa di S. Pio V era senza precedenti: "Nel corso della sua storia la Chiesa non ha mai abolito o proibito forme ortodosse di liturgia, perché ciò sarebbe estraneo allo spirito stesso della Chiesa". In un suo volume raccontò con drammaticità come assistette alla "pubblicazione del messale di Paolo VI, con il divieto quasi completo del messale precedente". Ratzinger ricordava: "Rimasi sbigottito per il divieto del messale antico, dal momento che una cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia. Si diede l'impressione che questo fosse del tutto normale", ma, scriveva Ratzinger "la promulgazione del divieto del messale che si era sviluppato nel corso dei secoli, fin dal tempo dei sacramentali dell'antica Chiesa, ha comportato una rottura nella storia della liturgia, le cui conseguenze potevano essere solo tragiche. si fece a pezzi l'edificio antico e se ne costruì un altro". Gli effetti furono disastrosi. Si aprì la strada ad abusi incredibili nella liturgia. Ratzinger scrisse: "Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita 'etsi Deus non daretur': come se in essa non importasse più se Dio c'è e se ci parla e ci ascolta. Ma se nella liturgia non appare più la comunione della fede, l'unità universale della Chiesa e della sua storia, il mistero di Cristo vivente, dov'è che la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale?". Per volere della Provvidenza è proprio Ratzinger, oggi papa Benedetto XVI, che si prepara a cancellare l'ingiusta proibizione dell'antica liturgia, a riportare libertà e a restituire alla Chiesa e alla civiltà umana questo immenso tesoro. Joseph Ratzinger si conferma l'uomo più illuminato del nostro tempo. L'opposizione illiberale e intollerante che probabilmente si scatenerà contro di lui dentro la Chiesa (già preannunciata dai vescovi francesi) merita una risposta dal mondo della cultura che già 40 anni fa fece sentire la sua voce. Per questo chiedo agli intellettuali laici e a chiunque lo voglia di esprimere pubblicamente il proprio plauso alla illuminata decisione di Benedetto XVI di restituire alla vita della Chiesa e all'umanità un grande patrimonio spirituale e culturale. Ecco il sintetico manifesto che propongo di sottoscrivere: Esprimiamo il nostro plauso per la decisione di Benedetto XVI di cancellare la proibizione dell'antica messa in latino secondo il messale di San Pio V, grande patrimonio della nostra cultura da salvare e riscoprire. Antonio Socci Il testo dell'appello insieme a me è stato sottoscritto da un gruppo di grandi intellettuali: René Girard, Vittorio Strada, Franco Zeffirelli e Guido Ceronetti. Chi volesse esprimiere un analogo appoggio alla decisione del Papa (avversato dal mondo catto-progressista) può farlo sapere anche al Foglio che ha gentilmente ospitato l'Appello, scrivendo all'indirizzo lettere@ilfoglio.it. 12月18日 presepe socialistaIL PRESEPE DELLA DISCORDIA Bologna, 15 dicembre 2006 - L'arcivescovo di Bologna, il cardinal Carlo Caffarra, ha inaugurato oggi il presepe realizzato da Nicola Zamboni nel cortile di Palazzo d'Accursio insieme al sindaco Sergio Cofferati. E poi ha lasciato il Palazzo tra una selva di telecamere senza rispondere alle domande dei cronisti sull'altro presepe, quello di Wolfango che comprende la statuetta di Moana Pozzi. (Il Resto del Carlino, 15-12-2006) _____ Aridatece Peppone (e il suo Natale) - di Michele Brambilla - Eccolo qua il presepe del compagno Cofferati: c'è Prodi ciclista, e c'è Moana Pozzi nuda inseguita dalla Morte. Alle spalle s'intravvede quell'intruso del Bambinello, chissà se c'entra qualcosa. Non stiamo scherzando: questo presepe è nella sede del Comune di Bologna, palazzo d'Accursio, ed è stato organizzato dal signor sindaco e dai suoi compari. Oltre al premier in bici (gli servirà per fuggire dai fischi?) e alla povera Moana ritratta con le vergogne di fuori (un po' di rispetto per i morti no?) ci sono altri pilastri della storia del cristianesimo: Freud e Picasso, tanto per citarne un paio. Questo è il presepe della giunta progressista. E poi dicono che uno si butta a destra, diceva Totò. Naturalmente qualcuno penserà che siamo degli ignoranti perché questo presepe, che diamine, l'ha fatto un artista. Non ne riporto il nome perché non lo ricordo: ma anche se me lo ricordassi non lo farei, un po' perché non merita pubblicità e un po' per carità cristiana, si dice il peccato ma non il peccatore. Comunque questo artista Cofferati se lo è scelto con cura. È un signore che ha fatto sapere di essere agnostico, il che non è una colpa, perché credere non è facile né obbligatorio. Ma agnostico - leggiamo sul vocabolario - vuol dire persona che «non prende posizione», «che mostra indifferenza». E invece questo genio delle statuine natalizie ha detto che sono quarant'anni che lavora sul presepe, e ha aggiunto: «Se faccio arrabbiare il cardinale sono contento». Vuol dire che tanto indifferente non è. Insomma: uno dei tanti presepi dissacratori, o più semplicemente idioti, una vergogna a cui assistiamo da qualche tempo. Anche quest'anno in tutta Italia è un fiorire di manifestazioni «natalizie» in cui il Natale viene nascosto, oppure annacquato. Canzoncine in cui la parola Gesù viene sostituita da Virtù, presepi nei quali accanto alla capanna del Bambino vien messa una moschea, recite in cui si parla genericamente di pace e di bontà ma non si fa menzione di quel neonato ebreo che, comunque la si pensi,ha spezzato in due la storia: avanti Cristo, dopo Cristo. La giustificazione di questi zelanti distruttori del Natale la conosciamo bene: dicono che non si devono offendere i musulmani, tanto meno i bambini che vanno a scuola. Giustificazione assurda perché gli islamici non sono affatto infastiditi dal Natale: o se ne infischiano, o ricordano che Gesù era per loro, comunque, un profeta. No, non sono i musulmani a distruggere il Natale e, più in genere, la tradizione cristiana: siamo noi occidentali devastati dal politically correct e da quel ben noto vizio dell'autoflagellazione che ci porta a ritenerci colpevoli di tutti i mali del mondo. Lungi da noi volerla buttare in politica, ma i maestri in questa opera di demolizione delle nostre tradizioni sono gli amministratori e in genere i pensatori della sinistra. È soprattutto nelle giunte di sinistra - perché negarlo? - che le feste del Natale vengono trasformate in burletta; e sono soprattutto gli intellettuali e i giornalisti di sinistra che ci fanno una testa così sulla necessità di non offendere i musulmani, dell'aprirci alle altre culture, di non essere sordi al dialogo. È una sinistra che ci fa rimpiangere, e di molto, i vecchi comunisti di una volta, che avevano tanti difetti ma erano certamente più seri. Un Peppone certi imbecilli li avrebbe cacciati fuori dalla sezione a calci nel didietro. Ma davvero: non vogliamo buttarla in politica. Il discorso è un altro. Cancellando il Natale, si cancella qualcosa di cui non possiamo fare a meno. Non sto parlando delle nostre tradizioni culturali: di quelle mi frega assai poco. È che il Natale - e, per estensione, tutto il cristianesimo - è qualcosa che ci riguarda ben più di una consuetudine culturale. Di fronte a questa ricorrenza, uno si chiede: ma sarà vero che duemila anni fa Dio si è fatto uomo? E che dopo la morte ci attende un'altra vita? Personalmente me lo chiedo con mille dubbi, ma anche con tutta la speranza che posso. E sono certo che queste domande, almeno una volta nella vita, se le pongono tutti. Ecco cosa conta del Natale: se è una storia vera oppure no. Ieri ero al funerale di un mio amico di 42 anni. Ho visto sua moglie, fiera e commovente nello stare in chiesa con i due figli piccoli. Provate a consolare questa donna parlando del dialogo con l'islam e dell'integrazione con le altre culture. È altro di cui ha bisogno. Lei come tutti noi, che ogni tanto avvertiamo con un brivido d'angoscia che il tempo si fa breve. Giù le mani dal Natale e dalla speranza che ci porta, quindi. Se non vi interessa lasciatelo perdere. Ma giù le mani. (C) Il Giornale 14-12-2006 12月17日 chi vule cancellare il natale?
12月16日 ecco perchè Prodi fa tutto questoStop alla riforma delle pensioni varata dal Centrodestra? Vedremo. Riduzione dell'età lavorativa e pensionamento anticipato? Be', non esageriamo. Salario per i disoccupati e assorbimento dei precari? Con questi chiari di luna! Ma i ricchi piangono veramente? La Finanziaria quest'anno fa piangere tutti, speriamo nella prossima. Ritiro dall'Iraq? Lo si è fatto, ma l'aveva già programmato Berlusconi, lo si è solo anticipato di qualche mese. Ritiro dall'Afghanistan? Non possiamo metterci contro gli americani (altrimenti, altro che bye bye Max). Ma insomma, delle 281 pagine del programma dell'Unione, che cosa resta de sinistra? Resta tutto quello che non dipende né dal rispetto, gradito o meno, del Patto di stabilità né dall'inserimento, che permane, gradito o meno, nell'alleanza occidentale. Restano i pacs, l'eutanasia, la droga e i clandestini. Queste voci rappresentano una sorta di necessità ideologica, per poter dire ai propri elettori: siamo veramente rivoluzionari, non stiamo giocando, il vostro voto non è stato sprecato. Se il proletariato, come lo aveva immaginato Marx, e come lo aveva utilizzato politicamente il Partito comunista, non esiste più da decenni, i clandestini vengono accolti e sanati quali nuovi proletari, anche se loro non lo sanno. Secondo un clichè non discutibile, rappresentano tutti, per il fatto stesso di esistere, la parte povera del mondo: che è tale, sempre secondo il clichè, perché l'Occidente la affama. Per questo si deve stendere per loro il tappeto rosso e li si equipara agli italiani, secondo la scaletta, mirabilmente teorizzata dal ministro Ferrero "arrivo clandestino- sanatoria- ricongiungimento familiare ampio- cittadinanza- voto (auspicabile) per la sinistra". Se non si può essere padroni di alleanze internazionali che non dipendono da noi, si prova a padroneggiare la vita e la morte, strumentalizzando singoli casi pietosi per esigere leggi che valgano per tutti. E se non vale più il richiamo alla lotta dura contro la borghesia (archiviato il proletariato, se ne è andata pure questa, per lo meno come categoria ideologica), ci si impegna contro la morale borghese, a cominciare da quella coazione istituzionalizzata che è la famiglia tradizionale; per continuare con la fuga dalla realtà, resa più agevole dalla canna facile. Non è una sinistra marxleninista quella che tenta di imporsi attraverso i provvedimenti folli che Prodi e compagni prospettano al Parlamento, o che varano (è il caso della droga) infischiandosene del Parlamento. E non è neanche una sinistra gramsciana o togliattiana, che in qualche modo era interessata a un profilo istituzionale strutturato, e - secondo lo spirito dei tempi - recitava più la parte di avanguardia della classe operaia che di animatrice di una Comune. La sinistra di oggi è la figlia incanutita del 68, ne riproduce gli slogan e le miserie, morali e materiali. Ha per bandiera lo straccio arcobaleno, non il drappo rosso con la falce e martello. Il suo riferimento logistico non è la sezione, ma il centro sociale o - ma non in alternativa - il pub per gay praticanti. Guarda con odio i poliziotti che prendono 1000 euro al mese e con favore i fratelli (o al massimo cugini) anarchico insurrezionali, che si ingrassano con le spese proletarie violente e gratuite. Il comunista tradizionale, se ancora ne esistesse uno, proverebbe il medesimo disagio vissuto da Luciano Lama alla Sapienza, contestato dagli Indiani metropolitani nel febbraio 1977, e chissà quanti di quei contestatori oggi hanno il biglietto da visita con su scritto "sottosegretario". Per non dire della quantità di ex terroristi inseriti in uffici di ministeri e in aule parlamentari. Certo, le convivenze di fatto non si possono ignorare, i problemi di queste coppie - che sono tante - ci sono e vanno affrontanti, e in parte ciò avviene già sul piano giurisprudenziale e amministrativo. Ma giova a poco operare sottili distinzioni nel merito quando non è il merito che interessa alla sinistra: altrimenti, a fronte di minoranze che si trovano in queste situazioni, essa si occuperebbe pure della maggioranza di italiani che vive in famiglie normali, e i cui diritti sono disconosciuti perfino sulle reti Rai, dove imperano solo gay, dai talk show alle fiction; e invece non lo fa. Le interessa proseguire una guerra ideologica, già sperimentata in Spagna, che sa bene di poter realizzare in questi mesi, tentando disperatamente di riscattare la pesante sconfitta referendaria del 2005, e di mettere al sicuro quante più "conquiste civili" riesce; dopo, con scenari differenti, sarebbe troppo tardi. Anche a chi, nel centrodestra, mostra attenzione e manifesta aperture nel merito delle singole questioni sollevate, non dovrebbe sfuggire che la posta in gioco è politica, e va oltre i pur importanti contenuti in discussione. E', a suo modo, una guerra di civiltà, col nemico che si agita in casa e prova a farla crollare, nonostante ci abiti. Va combattuta con intelligenza, anche nel suo interesse. Senatore Alfredo Mantovano 12/12/2007 12月15日 Truijllio: no alle leggi x un capriccioIl cardinale Alfonso Lopez Trujillo, presidente del Consiglio vaticano per la famiglia: chi vuole diritti si sposi. Non si fanno leggi per un capriccio Il cardinale: Welby? Non è accanimento terapeutico VATICANO. L' EQUIPARAZIONE «I Pacs? Sono una forma mitigata ma anche essa configura una via alternativa al matrimonio» DIALOGO Il presidente del Consiglio vaticano per la famiglia: non è vero che sono contro il dialogo, ho già ricevuto la Bindi LA FAMIGLIA «Le concessioni alle coppie di fatto devono restare nei limiti delle norme previste dal diritto privato» CITTÀ DEL VATICANO - «Se riconosciamo le unioni senza matrimonio solo perché sono un fatto, vorrà dire che riconosceremo ogni tipo di fatti? Anche le coppie omosessuali e anche la loro richiesta di adottare bambini?»: così il cardinale Alfonso Lopez Trujillo - presidente del Consiglio vaticano per la famiglia - commenta l' annuncio della maggioranza del nostro Parlamento di presentare entro gennaio una legge sulle unioni di fatto. Egli ritiene che ci si debba mantenere «nei limiti del diritto privato», se non si vuole «danneggiare seriamente la famiglia tradizionale». Su Welby è del parere che non si possa definire «l' aiuto alla respirazione» che gli viene dalla macchina come «accanimento terapeutico», altrimenti saremmo già al «riconoscimento di fatto dell' eutanasia per tutti i malati terminali che hanno bisogno di una macchina per l' alimentazione o la respirazione». Eminenza, come vede la via che sta imboccando la nostra maggioranza di governo per tutelare i diritti delle persone coinvolte nelle unioni di fatto? «La vedo esattamente come l' Osservatore Romano. Io vorrei parlare in termini generali, perché la mia competenza sulla famiglia è per tutto il mondo, ma con riferimento all' Italia e su questo tema hanno parlato con chiarezza e tante volte il cardinale Ruini e il Papa. Hanno parlato di principi non negoziabili. L' Osservatore teme la messa in atto di una "menzogna", io dirò che temo una finzione giuridica: che cioè si arrivi a una legge che tratta delle unioni di fatto come se fossero matrimoni». Perché questo le pare inaccettabile? «Perché depotenzia la famiglia fondata sul matrimonio. Si prospettano delle alternative a essa altrettanto tutelate senza esigere gli impegni che essa comporta e dunque la si riduce a una condizione svantaggiata: se posso avere lo stesso senza assumere impegni, perché assumerli?». I responsabili del progetto non parlano di riconoscimento delle unioni, ma dei diritti delle persone... «È una forma mitigata, lo so; ma anch' essa configura una via alternativa al matrimonio. Sarebbe più grave il riconoscimento diretto delle unioni, come avviene con i Pacs. Ma anche la forma mitigata è pericolosa: i conviventi non si impegnano a nulla, neanche a durare per un giorno nella loro unione e non si impegnano verso i figli e verso la società, ma chiedono diritti. Chiedono senza dare: qui è il difetto della proposta». Se non si riconoscono i diritti di chi «di fatto» è un genitore non si discrimina tra genitori? «Non c' è discriminazione dove non c' è diritto fondato. Il diritto di chi si sposa è fondato sull' impegno che ha assunto sposandosi, ma il diritto del convivente non ha fondamento. La società dovrebbe garantirgli qualcosa, mentre egli non garantisce nulla a essa». Il fatto non determina un diritto? «E dunque riconosceremo tutto quanto avviene? Dove ci porterebbe un simile cammino? Ci dovrà essere un criterio di fondo, se non ci si vuole muovere secondo convenienza, sulla via di un soggettivismo senza limiti. Chi vuole i diritti degli sposati si sposi». Non si dovrà rispettare la scelta di chi non approva il matrimonio? «Vede come siamo arrivati lontani, con il riconoscimento dei desideri soggettivi? Attiveremo nuove forme giuridiche per andare incontro al capriccio di alcuni?». Lei dunque non è disponibile a dialogare su questa nuova frontiera... «Non è vero, dialogo! Al Consiglio per la famiglia abbiamo ricevuto il ministro Rosy Bindi e ora andremo al ministero della Famiglia per reciprocità, a continuare il dialogo». Avete trattato delle coppie di fatto? «No, il primo incontro è stato sulla denatalità, poi parleremo dei bambini, delle politiche familiari e infine delle coppie. Ritengo sia da lodare la creazione di quel ministero, che segnala l'intenzione di fare della famiglia un oggetto specifico dell'attività di governo». Che dice della posizione di un Rutelli o di una Binetti, che condividono la sua idea sulla necessità di restare nell'ambito del diritto privato? «Non do giudizi sui politici, ma sono disponibile a parlare con tutti e attendo di capire meglio i contenuti della proposta che si sta preparando, poi potremo risentirci». Che dice di Welby? Tenerlo attaccato a quella macchina non è accanimento terapeutico? «Credo si debba riflettere bene prima di definirlo accanimento. È piuttosto aiuto a respirare, paragonabile all' aiuto all'alimentazione in chi non può mangiare». Che direbbe all' uomo che chiede di poter morire con assistenza medica? «Mi avvicinerei a lui con le parole cristiane che riconoscono un valore alla sofferenza. Gli parlerei della testimonianza nel dolore che può aiutare il prossimo. Sempre si può dare qualcosa finché si è dotati di intelligenza e volontà». E che dice della sua richiesta di una legge? «Preferisco non dire, non voglio correre il rischio di offendere chi soffre. Ho l' impressione che vi sia chi strumentalizza la sua sofferenza e non vorrei fare io lo stesso». Accattoli Luigi Sezione: famiglia leggi - Pagina: 013 (11 dicembre, 2006) Corriere della Sera 12月14日 maggiolini: matrimoni di secondo gradoDiritti senza doveri. Ecco i matrimoni di "secondo grado" Prepariamoci ai Pacs [NdR: sul medesimo argomento stiamo cercando - senza trovarla - la bella intervista al Card. Lopez Trujillo rilasciata al CorSera nei giorni scorsi: grazie a chi ci aiuterà. FS.net] Mesi fa in diverse città italiane era stato predisposto una sorta di registro che, senza pretendere di porsi come testimonianza di una legge dello Stato, facesse una sorta di censimento delle persone che - omosex o bisex - volevano convivere more uxorio (chissà come facevano) per essere annoverati tra coloro che ricevevano vantaggi soprattutto economici di chi ha una famiglia vera e propria. Due giorni fa a Padova il registro si è esteso alla città. Ieri l'altro le forze di maggioranza politica hanno votato un ordine del giorno con cui si impegna l'esecutivo a presentare un disegno di legge che, quanto a diritti, equipari le coppie di fatto alle famiglie così come erano state pensate e attuate per secoli. In una notte breve si è corretto il disegno che Dio ha pensato lungo secoli. La novità sta nel fatto che i pacs saranno davvero considerati come matrimoni a loro modo: almeno matrimoni di secondo grado, invece che limitarsi a tutelare i diritti delle singole persone. Non si obietti che la questione è di lana caprina: includere nel codice qualcosa che somigli a un matrimonio, con i diritti e i sostegni propri di chi prende una decisione dinanzi a una società, ma senza i relativi doveri, non è affare di poco conto. Si può dire subito che la scelta dei due - o dei tre o dei diciassette: chi li conta? - non è motivata da una decisione unica e irrivedibile; non è motivata nemmeno da quello che si usa chiamare "orientamento sessuale". Il nucleo pacsista si forma soltanto in base a relazioni sentimentali; la loro stabilità dura finché la si vuol far durare. Se si intende valutare la situazione dal punto di vista psicologico, ancor prima che morale, si ammetta con dolore che questo progresso è un ritorno all'adolescenza. C'è, invece, un vantaggio nel nascere di queste unioni: le tasse saranno pagate in base alla struttura della famiglia e non a un'accozzaglia di capricci. L'articolo 39 della Costituzione parla di famiglia come istituto naturale, non come invenzione lunga o corta, quasi l'amore dovesse essere fresco come le uova di giornata. Si prenda atto che si sta compiendo una virata culturale da capogiro. E tuttavia si agisce con la leggerezza di chi sceglie un dolce da una vetrina di pasticceria. E si ammetta che il governo in carica non aiuta molto a capire ciò che vuole anche in questo campo. Papa Ratzinger ha sentito recentissimamente dal presidente Napoletano la rivendicazione irrinunciabile della famiglia fondata sul matrimonio e prima responsabile dell'educazione. I parlamentari sembrano dividersi più in base alle ideologie, che al bene degli sposi e dei figli: Qualsiasi incoraggiamento a metter su casa senza sposarsi è un declassamento dell'amore, secondo Benedetto XVI e la tradizione cristiana e umanistica dell'Occidente. Col tempo, invece di avere delle comunità di un uomo e di una donna fondata sull'amore autentico e aperta ai figli, si avrà l'impero della provvisorietà, quand'anche non della stravaganza; e i due che si uniscono, se pure vestono abiti bianchi sontuosi e sono coperti di fiori immacolati, si preparano a diventare due solitudini e poi due disperazioni. Il cristianesimo ha una parola chiara da dire in proposito. Gli inventori dell'estro pseudomatrimoniale aspettino qualche tempo per accorgersi d'aver raggiunto la condizione di una società lurida e marcia. Si tratta di riflessioni umane prima ancora che di fede. + Alessandro Maggiolini, Vescovo di Como (C) QN, 9-12-2006 12月13日 sradicare la famigliaNatale del 2006: sradicare la famiglia è la priorità della politica italiana L'Esecutivo annuncia che a gennaio sarà pronto un ddl sulle coppie di fatto Spregevole volantinaggio durante il passaggio del Papa verso piazza di Spagna ROMA, 9. Quindici giorni a Natale. E c'è chi fa altri conti, pensa ad altre scadenze. Si parla del primo mese del prossimo anno come il traguardo per una battaglia senza senso. Una battaglia combattuta purtroppo anche da chi farebbe meglio a meditare, magari di fronte alla rappresentazione della Natività. Dunque a gennaio, almeno con il buon gusto, a questo punto fortuito, di aspettare che passino serenamente le festività natalizie, si affronterà, ha detto il Governo, la questione delle unioni di fatto. Neanche il buon gusto invece ha frenato quelli che, durante l'atto di omaggio del Santo Padre in occasione della ricorrenza dell'Immacolata Concezione, hanno voluto chiarire a tutti, con il loro spregevole volantinaggio, quale è la matrice ideologica che è dietro a certi progetti. Questo è il concetto di rispetto, di libertà, di progresso civile che questa gente ha di fronte a manifestazioni esclusivamente religiose. Con l'annuncio dell'impegno del Governo a produrre un disegno di legge sulle unioni civili si è ribadito nuovamente il carattere ipocrita di queste iniziative che mirano esclusivamente ad accreditare una forma alternativa di famiglia. Si continua a dire che a gennaio si parlerà di "diritti individuali" e che la famiglia rimarrà una sola, quella tradizionale, che nessuno vuole mettere in pericolo. Si tratta di menzogne. Non ha senso parlare di diritti individuali di persone alle quali è riconosciuto uno stato di "coppia" e ancora di più di diritti che hanno uno spiccato carattere pubblico, come quelli relativi ai temi previdenziali ed assistenziali. La constatazione è talmente immediata da far pensare che chi esprime certe giustificazioni abbia oltre ad assai poco rispetto per la famiglia, anche un certo disprezzo per l'intelligenza degli uditori. Quali che siano le norme da inserire in quel disegno di legge è chiaro che il tutto andrà fatalmente a costituire una legislazione parallela a quella del diritto di famiglia, il quale diventerebbe, come lo stesso matrimonio, un istituto relativo. Chi difende le coppie di fatto, eterosessuali od omosessuali, spesso afferma anche che riconoscere queste unioni non arreca alcun danno alla famiglia. Anche questa è una, non sappiamo quanto inconsapevole, menzogna. La famiglia eterosessuale, fondata sul matrimonio, diventa inesorabilmente un fenomeno relativo: uno dei diversi fenomeni sociali, una delle diverse forme di accoppiamento. Il passo verso la completa equiparazioni dei diritti tra coppie di fatto e coppie sposate è brevissimo. Avrebbe fra l'altro qualche chance di essere resa obbligatoria dalla stessa Costituzione. Di doveri all'interno delle coppie di fatto, poi, si parla ben poco. Si vuole dare un riconoscimento pubblico ad uno stato del tutto temporaneo e immediatamente revocabile in forma privata. Insomma, le ipocrisie e le contraddizioni sono evidenti. Al momento, passando agli schieramenti politici, il centrosinistra mostra soddisfazione per l'impegno assunto dall'Esecutivo. Nel centrodestra, qualcuno dice "no" ai pacs, parola quest'ultima temporaneamente bandita dalle espressioni dei politici, ma altri spiegano come "le coppie omosessuali debbano essere messe nelle condizioni di scegliere la natura giuridica del loro rapporto". Intanto si sta già lavorando sul disegno di legge: il ministro per le Pari opportunità Barbara Pollastrini ha fatto sapere che "nei prossimi giorni ultimerà il lavoro per presentare una prima bozza della legge". È già al lavoro anche il ministro per la Famiglia Rosy Bindi che, vista la materia, è convinta della necessità di "raccogliere consensi e convergenze più ampi". Il ministro della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero ha spiegato quali devono essere i riferimenti del provvedimento: "L'equiparazione dei diritti delle persone che compongono la coppia di fatto con quelli di una coppia regolare" è per l'esponente di Rifondazione comunista, il punto essenziale. Ecco, appunto. L'ennesima conferma che certe dichiarazioni rassicuranti sono solo un paravento. (©L'Osservatore Romano, Editoriale del 9-10 Dicembre 2006) 12月12日 coppie gay il governo cala la mascheraANSA 2006-12-07 15:52 12月11日 sempre su PadovaE ora inventano la "famiglia anagrafica" ROMA, 6. Nella schiera degli incredibili tentativi di fare apparire quello che non è, va elencata anche l'ennesima trovata per accreditare culturalmente un modello parallelo di famiglia. A Padova per iniziativa di un consigliere comunale, presidente della locale Arcigay, è stato introdotto il riconoscimento della "famiglia anagrafica": nello stato di famiglia potranno cioè apparire le persone legate da "vincoli affettivi e coabitativi". E subito è partita la gara per affrettarsi a precisare, da destra e da sinistra, che no, non si parla di Pacs o di unioni di fatto o di matrimoni omosessuali; che sulla questione bisogna ragionare in modo serio, senza pregiudizi; che nessuno vuole mettere in discussione la famiglia fondata sul matrimonio. È vero, non si parla di pacs: si parla di cose ben più profonde. Si parla in effetti di riconoscere la famiglia, sia pure dal punto di vista amministrativo, come nucleo non fondato sul matrimonio. Il riconoscimento del legame affettivo come elemento sufficiente per la costituzione di un famiglia, anche, si ripete, dal solo punto di vista amministrativo, è l'indicatore finalmente lampante di quali sono le intenzioni reali di chi parla, spesso ipocritamente, di pacs ed unioni di fatto. Ciò a cui si mira è, in realtà, l'accreditamento culturale delle cosiddette coppie di fatto. Delle due, l'una: queste operazioni o si fanno per gestire questioni legate a presunti diritti dei cittadini, ed allora si torna a parlare in sostanza di pacs, o servono come segnali di altrettanto presunti e censurabili cambiamenti del costume. Ed è inoltre stucchevole che si presentino queste iniziative come risposte ad una società caratterizzata da convivenze eterosessuali quando i promotori di queste iniziative sono quasi sempre i rappresentanti piuttosto delle esigenze delle coppie omosessuali. È di questo ultimo fenomeno che in verità si parla, di questo i politici stanno parlando dietro l'ipocrisia delle loro sottigliezze dialettiche. Perciò non si tratta di discorsi seri, perché non si basano sulla schiettezza. Non si parla di battaglie di civiltà, perché non servono se non ad una ristretta cerchia di cittadini italiani. Non si parla di provvedimenti amministrativi, perché non ce n'è alcun bisogno. Le coppie eterosessuali conviventi spesso scelgono di non sposarsi, neanche civilmente, proprio per non avere vincoli giuridici e amministrativi. Non si capisce quindi perché, al fine di tutelare i loro "diritti" qualcuno debba decidere di imporre quegli stessi vincoli surrettiziamente. Dietro l'angolo c'è in realtà l'introduzione progressiva, culturale e giuridica, della famiglia alternativa, specialmente omosessuale. E, come si è già avuto modo di osservare, laddove c'è famiglia ci sono, inevitabilmente, prima o poi, dei figli, propri, ottenuti in affidamento o con altri mezzi. (©L'Osservatore Romano - 7 Dicembre 2006) 12月9日 gay: padova e finanziariaAvvenire Editoriale del 6 dicembre 2006 Eredità, famiglia e convivenze DIetro le tasse niente sotterfugi Marco Tarquinio Le "sorprese" che farciscono la Finanziaria 2007 sembrano non finire mai. E continua a manifestarsi una sconcertante propensione da parte di esponenti dell'attuale maggioranza a perseguire una sorta di politica del "fatto compiuto" su questioni di grande delicatezza. L'ultimo esempio di questa deliberata deriva sta prendendo forma e rischia di acquistare sostanza proprio in queste ore. I fatti. Il centrosinistra, come ben si sa, ha deciso di reintrodurre la tassa di successione che era stata abolita dal centrodestra, ma ha anche stabilito - dopo un lungo tira-e-molla tra i partiti dell'Unione e una lunga serie di rimostranze "dal basso" - di stabilire un'aliquota più bassa e una franchigia di 1 milione di euro a erede per tutelare i parenti in linea retta, a cominciare dal coniuge superstite e dai figli. Un'agevolazione che un ordine del giorno votato dal Senato aveva esortato a estendere anche a eventuali fratelli e sorelle eredi. Il motivo della richiesta era ed è evidente: confermare un'attenzione speciale alla famiglia e ai legami parentali più stretti. La risposta a questa sollecitazione minaccia, però, di essere deludente, allarmante e soprattutto sbagliatissima. Nei contenuti come nei modi. L'emendamento predisposto da governo e maggioranza va, infatti, in una direzione assai diversa. Diversa e profondamente sconcertante. Dal punto di vista dei diritti successori, si rinuncia a equiparare fratelli e sorelle agli eredi in linea retta e si tende incredibilmente a dare per scontato un dato che nel nostro ordinamento non esiste, e cioè la piena equiparazione tra famiglia ex art. 29 della Costituzione e convivenze more uxorio. I problemi, gravissimi, che si aprirebbero se ci si intestardisse a seguire questa via sono almeno due. Prima di tutto, sul piano dei contenuti, avremmo la conferma che in Italia si disdegnano con tenacia degna di miglior causa le vie maestre, ma si è sempre più pronti a imboccare i viottoli, anche i più improbabili e rischiosi. Si finge d'ignorare l'esempio dato dagli altri grandi Stati d'Europa, da anni e anni impegnati in politiche mirate e organiche per la famiglia fondata sul matrimonio, ma si sta diventando incredibilmente lesti al centro come in periferia (si pensi al caso aperto dalla maggioranza di centrosinistra che governa il Comune di Padova con il varo del "registro anagrafico" delle convivenze anche omosessuali) nel tentare di scimmiottare pure l'ultima ipotesi di novazione giuridica a sostegno di qualunque tipo di unione di fatto. E qui andiamo al cuore del secondo problema. La tendenza - diciamo così - a usare mezzi impropri e strumenti surrettizi per perseguire obiettivi assolutamente discutibili o del tutto censurabili al cospetto del comune sentire degli italiani. È già accaduto, con il decreto ministeriale con il quale il ministro della Salute ha forzato una legge tutt'ora vigente, portato a 40 le dosi di cannabis detenibili da un singolo e lanciato un segnale pericolosamente ambiguo e, di fatto, liberalizzatore dell'uso e del piccolo spaccio di quello stupefacente (tant'è che la Commissione Sanità del Senato si è risolta a votare - con amplissima maggioranza trasversale - un formale richiamo a rivedere e correggere questa inopinata iniziativa). Torna ad accadere ora, con il tentativo di far cuocere nel pentolone della Finanziaria 2007 anche la polpetta avvelenata di un'impossibile (e ingiusta) piena equiparazione ereditaria tra i membri della famiglia costituzionalmente definita e i protagonisti di libere convivenze (tant'è che un sub-emendamento riparatore è già stato presentato da senatori dello stesso centrosinistra). Tutto ciò ha il sapore del sotterfugio. Se si intende andare persino oltre le previsioni del programma dell'Unione, aggirare Costituzione e leggi, e cominciare - a partire, emblematicamente, dall'eredità - a modellare le unioni di fatto come un "piccolo matrimonio" o, più precisamente, come un "quasi-matrimonio senza doveri" familiari e sociali, almen o lo si dichiari apertamente. Altro che "diritti delle persone", in ballo c'è il senso stesso dell'essere e fare famiglia. 12月7日 In ricordo di MarcoIl 23 novembre scorso è venuto a mancare, a seguito di un incidente stradale, Marco Soranzio, ingegnere di 29 anni, da nove membro numerario dell'Opus Dei e da due direttore del Collegio Universitario Torrescalla di Milano. La sua repentina scomparsa ha suscitato un'ondata di commozione fra i tanti residenti, ex-residenti o amici della Torrescalla, che hanno riempito la chiesa di Santo Spirito a Milano, per il funerale.
04 dicembre 2006 “Il giusto, anche se muore prematuramente, troverà riposo (…). Divenuto caro a Dio, fu amato da Lui” (Sap. 4, 7 e 10). Chi può permettersi di fronte a uno strappo così radicale, come la scomparsa di un volto tanto amato, non solo dai suoi genitori, dalla sorella, dai familiari, ma così amato da centinaia di persone, come voi qui testimoniate e documentate, chi può permettersi di dire una parola simile: “Divenuto caro a Dio, fu amato da Lui”?. Eppure, carissimi, la Chiesa, la Chiesa nostra Madre, che qui sensibilmente documentiamo e tangibilmente sentiamo, applica a Marco e alla sua dipartita, questa grande affermazione al nostro cuore addolorato. E come è letterale, nel caso di Marco, ciò che la prima lettura aggiunge: “Giunto in breve alla perfezione, ha compiuto una lunga carriera. La sua anima fu gradita al Signore, perciò egli lo tolse in fretta da un ambiente malvagio” (Sap. 4, 13-14). Certo abbiamo bisogno in questo momento di essere sorretti, soprattutto hanno bisogno di essere sorretti i genitori, la sorella, i familiari, gli amici; sorretti dalla dolcissima esperienza di compagnia che la pagina del Vangelo ci ha riproposto: per lui e per noi Gesù è tornato. Per lui per portarlo alla soglia del Mistero, per noi per illuminare il nostro cammino alla luce delle Scritture. È venuto Gesù per dare un senso a una esperienza così inaudita, del tutto inaccessibile, per non lasciarci turbati di fronte a una morte così apparentemente terribile e ingiusta. 2. Un carissimo amico di Marco, Giovanni Crostarosa Guicciardi, presidente dell’Associazione dei residenti di Torrescalla, ha commentato la sua figura dicendo: “ Marco (…) è sempre stato un ragazzo veloce. In acqua, dove è stato una promessa del nuoto giuliano. Negli studi dove è sempre stato fra gli allievi più brillanti. Sulla neve, dove le code dei suoi sci filavano eleganti. Nella dedizione agli altri, dov’è stato in prima fila dal tempo degli scout fino all’ultimo giorno della sua vita”. “Intelligente, generoso, pieno di fede, saggio”, così lo ha tratteggiato chi lo conosceva; “familiare, delicato, appassionato di futuro, educatore”, è stato definito. Ma nel contempo determinato nel suo lavoro formativo, ispirato all’insegnamento di san Josemaría Escrivá, nella cui Opera egli ha scoperto ben presto la sua vocazione, appoggiata, con intelligenza e affetto, dai suoi genitori nel modo che solo una papà e una mamma sanno apprezzare, non senza la fatica di condividere una scelta che ti spiazza, perché, quando Dio incontra, sconvolge e turba come ci insegna l’incontro di Maria con l’Angelo. Marco di ciò era stato cosciente come si evince da alcune frasi, che voglio leggere da una sua lettera a mamma e papà il 9 aprile 2001: “Potrei continuare a scrivere ancora molte cose, ma preferisco fermarmi qui. Se vi sentite tristi, fate ciò che ci dice San Giacomo: ‘Se qualcuno fra voi è triste, preghi’. Pregate molto per me, per la mia vocazione e invocate lo Spirito Santo, perché vi doni la luce necessaria per accettare, capire e comprendere e condividere la mia scelta. So perfettamente di farvi soffrire e vi chiedo perdono di ciò; offrite tutto a Dio Padre e uniamoci alla Croce di Cristo per essere in Paradiso per l’eternità. So per esperienza che costa accettare le prove che il Signore ci manda, ma questa è la strada per il Paradiso. Vi scongiuro di continuare a pregare per me, io lo faccio per voi. Solo così non ci ritroveremo ancora in situazioni difficili, tese per tutti, che ci fanno soffrire. Vi voglio un bene incredibile. Marco” Non vi pare di notare in queste affermazioni di Marco tutta la saggezza ardente di chi mette al primo posto l’incontro con Cristo che ora vive ed esperimenta in maniera compiuta? Sentiamo altre sue parole scritte a Mons. Armando Zorzin nel 2002, suo parroco negli anni della giovinezza, dopo aver descritto l’esperienza fatta a un Convegno per universitari: “Le assicuro (…) di come sia emozionante parlare agli altri della propria vocazione, farli partecipi dell’Amore che Dio riversa nei nostri cuori, raccontare ansie, dubbi, vittorie, luci, propositi… E sicuramente tutto ciò ha un prezzo: papà e mamma avrebbero voluto vedermi, come del resto anch’io, però il Signore viene prima, c’è poco da fare.” Marco non è andato verso il niente, ma verso il Padre, cioè verso un rapporto di compimento che recupera e definisce tutto ciò che è stato nella sua vita. Realmente di fronte all’autocoscienza che egli aveva del dono di sé, fatta – e sono ancora parole sue – attraverso “il poter vedere e ascoltare varie persone dell’Opera, con alle spalle varie decine di anni di vocazione, che raccontavano quando avevano conosciuto san Josemaría … tutto con una semplicità e umiltà, tanto da portare alla commozione nonché a rinnovare i propositi di lotta per la santità”, di fronte a questa autocoscienza di sé, si capisce l’intensità della prima lettura: “Vecchiaia veneranda non è la longevità, né si calcola dal numero degli anni, ma dalla sapienza del cuore”. Per questo possiamo capire che Dio i suoi cari li porta con sé nel luogo definitivo e da lì essi continuano incessanti la loro azione. 3. Ora però noi restiamo nella prova e nel dolore di questo gravoso distacco. Sappiamo che Marco, strappato nel pieno dell’età, non è perduto e non perde nulla della sua vita, a patto però che nel nostro cammino, sia pure con volto triste, ci lasciamo accostare da Cristo e lo facciamo camminare con noi. Perché solo la Sua presenza e la compagnia e la fraternità e l’amicizia, che possiamo trovare nella Chiesa, possono farci vivere l’attesa che ci lega con serietà gli uni agli altri. Con tutto il cuore vogliamo ripetere le parole di Emmaus: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno già volge al declino”, le vogliamo ripetere perché siano di consolazione ai genitori, alla sorella, ai familiari , agli amici, a tutti i membri dell’Opus Dei, e per quanti lavorano con loro. La sua vita e la sua esperienza di dedizione totale a Dio siano germe di vocazioni, di cui è così ricca, in maniera molto discreta, questa nostra Chiesa goriziana. E pur nel dolore, diciamo che crediamo che Cristo, cantore della vita, ci ha preceduti nella strettoia della morte, per farci esplodere nella pienezza del compimento. Marco ora, dal Cielo, lo sappiamo e lo crediamo, può intercedere per noi presso il Padre. Amen. dal sito: http://www.opusdei.it/art.php?p=20487 |
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