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2月28日

riflessioni

IN PRIMO PIANO:
http://primopiano.totustuus.info/
Benedetto XVI: lobbies capaci di incidere negativamente sui
processi legislativi
Un'attenzione prioritaria merita proprio la famiglia, che
mostra segni di cedimento sotto le pressioni di lobbies
capaci di incidere negativamente sui processi legislativi.
Divorzi e unioni libere sono in aumento, mentre l'adulterio
è guardato con ingiustificabile tolleranza. Occorre ribadire
che il matrimonio e la famiglia hanno il loro fondamento nel
nucleo più intimo della verità sull'uomo e sul suo destino;
solo sulla roccia dell'amore coniugale, fedele e stabile,
tra un uomo e una donna si può edificare una comunità degna
dell'essere umano.
IN LIBRERIA:
http://libreria.totustuus.info/
Maschi o femmine? - La guerra del genere
Il libro della O' Leary si segnala perché descrive l'ideologia
del cosiddetto femminismo radicale e la sua attività diretta
condizionare l'opera dell'ONU. Premessa fondamentale di tale
descrizione è la spiegazione del termine prospettiva di
genere che, correttamente, l'autrice pone all'inizio del
libro. Con tale espressione (apparentemente neutra), i
movimenti femministi ed omosessuali indicano infatti la pura
e semplice sostituzione del naturale riconoscimento della
dualità dei sessi e della loro complementarità con la
concezione secondo cui maschio o femmina sarebbero solo un
portato del costume ed, inoltre, che nella realtà
esisterebbero ben più di due sessi o, meglio, generi. Ai due
ben noti si aggiungerebbe infatti quello omosessuale
maschile, l'omologo femminile e l'androginia con tutte le
loro possibili varianti. E' su tale teoria, nata decenni
orsono -prima che gli studi sul Dna tagliassero corto sul
punto e ciononostante diffusasi per spinte politiche più che
meriti scientifici- che si fonda l'ideologia secondo cui
ciascuno deve essere libero di scegliersi autonomamente il
genere di appartenenza. Come logica conseguenza, gli
ordinamenti pubblici dovrebbero favorire la libera
determinazione di ognuno valutando in modo identico ogni sua
possibile scelta. Ne derivano ulteriormente l'assoluta
uguaglianza dell'unione tra omosessuali con ogni altra, la
loro possibilità di adottare bambini, l'incentivazione ad un
uso del sesso libero da parte di chiunque fin dalla più
tenera età perché egli possa così esplicare liberamente la
sua reale identità sessuale ecc.

"LOBBYING ETICO - Fatti sentire dal tuo deputato"
http://www.fattisentire.net/
Famiglia - Pacs: Legge sbagliata. Ai conviventi basta un
contratto
Il rimpasto di Governo non deve far calare l'attenzione sul
Disegno di Legge inteso a distruggere la famiglia italiana.
Infatti, è verosimile che ora l'operazione continuerà con
meno clamore e cambiando nome: prima era dai Pacs ai Dico;
si passerà probabilmente dai Dico a qualcos'altro, oppure si
introdurranno altre modifiche legislative come quella sui
cognomi.

11) "IL TIMONE "
http://www.iltimone.org/newsArt.php?idArt=27
Il 1968, i teodem e il diritto naturale
Come spiega proprio l'Humanae vitae, la Chiesa non insegna
soltanto quanto rivelato da Dio attraverso le Sacre
Scritture, ma anche quanto riguarda la natura, perché Dio
che si è rivelato in Cristo è lo stesso che ha creato l'uomo
e il mondo, iscrivendo nella creazione una legge appunto
naturale, finalizzata al Bene supremo, che è Dio stesso, e
il cui rispetto comporta anche il benessere (lo "stare
bene") della società. Non è così per quei cattolici
democratici che nel 1974, in occasione del referendum contro
il divorzio, si sono schierati a fianco dei divorzisti
incitando pubblicamente a votare no, cioè a mantenere la
legge. Non è così per l'attuale ministro Rosy Bindi che,
insieme agli altri cattolici democratici, reclama l'autonomia
della politica e delle decisioni che i governanti devono
prendere (e fa benissimo a rivendicare questa libertà), ma
dimentica che la legittima autonomia nelle cose temporali
dall'autorità ecclesiastica non significa che il governante
cattolico non sia tenuto a rispettare, nelle leggi che
promuove, il rispetto del diritto naturale e dunque l'indissolubilità
del matrimonio, l'unicità e irripetibilità della famiglia e
la sua centralità nella vita sociale. Per cui il ministro
non può auspicare, come invece è apparso sui quotidiani del
15 febbraio, che la Chiesa si occupi delle cose di Dio, come
se la famiglia, o il simil-matrimonio proposto dai Dico, non
sia affare di Dio e della Chiesa.

12) "DIFENDERE LA VITA"
http://difenderelavita.totustuus.it/
Famiglia, filo d'oro tra le civiltà
Dal Seicento ad oggi, a partire da alcune correnti del mondo
protestante insediato nel Nord America, si è sostenuto che,
poiché il Vangelo dice che in cielo non ci saranno né mariti
né mogli, tanto vale abolire il matrimonio già su questa
terra (qualcosa del genere era già stato detto molti secoli
prima). Nel Novecento, il tentativo più grandioso di
eliminare il matrimonio è stato fatto nell'Unione Sovietica
dopo la rivoluzione del 1917. Nello stesso periodo storico
qualcosa di simile è stato tentato nei Kibbutz in Israele. È
noto che tutti questi tentativi sono falliti. La connessione
fra matrimonio e famiglia è riemersa ovunque. Oggi la novità
viene dalle società che hanno un welfare più avanzato (come
nei Paesi scandinavi), dove sembra che il matrimonio non
abbia più valore. In realtà succede che la società, in
questi casi, attribuisce ai conviventi le qualità dei
coniugi, anche se questi non fanno il matrimonio. Chi ci
perde sono le persone, che rimangono prive del bene di una
relazione umanizzante e sono esposte a continue e snervanti
negoziazioni e riprogettazioni senza radici solide.

13) "MONS. LUIGI NEGRI"
http://www.diocesi-sanmarino-montefeltro.it/
MESSAGGIO ALLA DIOCESI PER LA QUARESIMA 2007
Le forze del male, cioè questa volontà di scristianizzazione
forzata del nostro popolo e della nostra società, hanno
raggiunto, in questi ultimi mesi, livelli gravissimi. Il
tentativo è quello di sradicare completamente la tradizione
cristiana dal cuore del nostro popolo e dalla vita della
nostra società distruggendo, talora anche fisicamente, i
segni della tradizione cristiana. Dobbiamo essere
consapevoli che la nostra missione vive oggi in una società
che nella sua cultura, o meglio nella sua ideologia
dominante, e così insistentemente e pervasivamente imposta
dai mezzi della comunicazione sociale, è una ideologia
ferocemente anticristiana.

14) "PADRE PIERO GHEDDO P.I.M.E."
http://www.gheddopiero.it/articoli/sacerdos0701.htm
Eucarestia e missione
Il più bel ricordo che ho delle mie Messe è legato al primo
viaggio in Cina nel 1973, come membro di una delegazione
della Montedison, che aveva fabbriche di fertilizzanti in
Cina. Erano gli anni tragici della "rivoluzione culturale"
di Mao... Quale atto di missione più valido ed efficiente
potevo compiere, di quelle Messe segrete che solo Dio
vedeva? Il mio essere missionario si misura non solo dalle
azioni apostoliche che compio, ma anzitutto dal come celebro
la S. Messa e visito Gesù presente nell'Eucarestia.

"VITTORIO MESSORI"
http://www.et-et.it:80/articoli2007/a07b19.htm
Dai gay al Pse, all'Oms ecco i nemici della Chiesa
E' evidente l'esistenza delle lobbies di cui parla il
Pontefice. L'azione di questi influenti gruppi di pressione
non è diretta solo contro la coppia nella prospettiva di
fede, ma contro l'intero complesso etico e morale della
Chiesa. L'Oms, in tema di contraccezione, aborto, diagnosi
prenatale per la soppressione degli handicappati; certe
importanti sigle dell'ambientalismo che vorrebbero liberarsi
dal Vangelo per nostalgie pagane; alcuni settori della
massoneria, che, soprattutto nei paesi latini e su influsso
francese e spagnolo, sono ostili alla morale cattolica.. Le
grandi organizzazioni di omosessuali. superano i loro
contrasti nell'avversione praticamente unanime per l'etica
"papista". C'è poi la colossale industria farmaceutica, il
business più redditizio dell'economia globale, che ottiene
guadagni formidabili dalla produzione di pillole
anticoncezionali, preservativi e altri farmaci e strumenti
che contrastano nei fatti le indicazioni ecclesiali. Non
pochi, influenti settori del Partito Socialista Europeo.

2月27日

“CASO CALABRESI”. CARDINAL TETTAMANZI, IMITI SAN CARLO E SANT’AMBROGIO E NON DON ABBONDIO…

Giovanni Paolo II definì il commissario Luigi Calabresi “testimone del Vangelo e eroico difensore del bene comune”. Il cardinal Ruini si mostra benevolente verso don Ennio Innocenti che chiede l’apertura del processo di beatificazione, “Avvenire” dedica al Commissario una bella pagina, dando ormai per aperta la sua “causa”, ma l’arcivescovo di Milano, competente per territorio, non dà il nulla osta. Per paura delle “polemiche” di coloro che dovrebbero invece coprirsi il capo di cenere…
Una vicenda emblematica che riguarda non solo la nostra storia recente (il commissario Calabresi fu la vittima dell’ideologia che avvelena la storia italiana), ma che riguarda anche la sudditanza al mondo di un certo mondo cattolico. E il dovere dei cristiani di mettere prima Dio dell’Imperatore…
LA MEGLIO GIOVENTU’ (QUELLA VERA)

di Antonio Socci

Cosa c’entra Luigi Calabresi con questa opaca e avvilente crisi di governo? C’entra per uno scritto inedito che è appena venuto alla luce (lo vedremo) e per una clamorosa notizia che ieri si è curiosamente intrecciata con quelle del Palazzo. Ma prima bisogna considerare la parabola di una generazione, quella Sessantottina, dalla quale vengono i protagonisti di questa spregiudicata contesa di potere cui è ridotta la politica italiana. Dalla lotta di classe al salotto di governo. Pretendono il potere a tutti i costi, con tutti i compromessi di corridoio, ma non intendono rinunciare alla gloria, alla mitologia, alla canonizzazione epica. E al romanticismo della piazza di ieri e di oggi (vicentina o genovese). Perfino Fabio Mussi, oggi ministro dell’Università, rivendica il suo “amarcord” barricadero. L’ha consegnato a “Magazine”. Ha raccontato il primo incontro con Massimo D’Alema in una rissa con “i fascisti” all’Università di Pisa (“ci buttammo nella mischia”), poi ha evocato l’epico “scontro con la polizia”, l’impatto – sempre a Pisa – col tagliente leader di Lotta continua, Adriano Sofri (“un uomo molto duro. Avevamo rapporti tesi”). E pure Mussi ha voluto “aggiustare” la sua biognafia politica dando ad intendere – pure lui – di non essere mai stato comunista: “Chi è entrato nel Pci nel ’68 respirava una suggestione libertaria e anti-autoritaria”.

Insomma a Botteghe Oscure c’era un covo di liberali e libertari e non ce n’eravamo accorti. Il plumbeo Pci di Longo, prono a Breznev, era un allegro circolo di anticomunisti e non l’avevamo capito. In realtà anche il libro – appena uscito – di Andrea Romano, “Compagni di scuola”, intrecciando le biografie degli altri rampolli del Pci di allora (D’Alema, Veltroni, Fassino), racconta un’altra storia e ricorda impietosamente detti e fatti memorabili. L’autore – che è dell’ambiente, è stato collaboratore di D’Alema – traccia un bilancio desolante di questa leva “sessantottina”.

Ma forse c’è pure di peggio. Che dire dei Bertinotti e dei Diliberto – tuttora comunisti, che si baloccano ancora con le piazze e le mitologie guevariane – i quali in queste ore si mostrano i più accaniti nel tenere in vita l’agonizzante governo Prodi pur di non perdere la poltrona e il potere? Secondo le cronache si ricorre al mercato delle vacche parlamentari per sopravvivere: dov’è l’idealismo, dov’è la bandiera dell’ideale senza se e senza ma? E lo slogan, che piace tanto a Bertinotti, “un mondo nuovo è possibile”? Sarebbe questo? Francamente pare il vecchio mondo del potere, delle auto blu e della poltrona. Perfino Raffaele Lombardo – a quanto si legge - andrebbe bene a questa Sinistra pur di restare in sella. E cosa gli hanno offerto? “Quello che si offre in questi casi, poltrone”, spiega impietosamente il politico siciliano.

Il regimetto dei Bertinotti, dei Diliberto, dei D’Alema e dei Fassino non sembra proprio “la fantasia al potere”, ma la fantasia del potere nel conservare se stesso. Un misto di doroteismo, cinismo, spregiudicatezza che – a parer loro – non stride con la rappresentazione che amano dare di sé, favoleggiando di grandi ideali. In effetti gli ex-giovani del ’68 che dominano nella politica, nei media, nel cinema, hanno in mano le leve del discorso pubblico e sono davvero riusciti a rappresentare la propria generazione come “La meglio gioventù”.

Non lo è mai stata e basta ricordare lo sfacelo e l’orgia di violenza che si scatenò dal Sessantotto. Ma il mito romantico della rivolta giovanile ormai è stato imposto dalla pubblicistica e dalla storiografia ufficiale, è il nuovo conformismo, è l’autorappresentazione del potere, è la sua autocanonizzazione. L’arroganza del potere di oggi era già tutta presente nell’arroganza dei “rivoluzionari” di ieri.

In realtà se fosse possibile tornare indietro nel tempo, a quegli anni, i veri idealisti dovrebbero essere cercati del tutto altrove. Un bellissimo documento inedito, appena riemerso, ci indica un nome (a lungo infangato): Luigi Calabresi, più noto come “il Commissario Calabresi”, il giovane poliziotto massacrato a 34 anni dalla violenza estremista. Sì, lui davvero era un grande idealista.

In questo suo bellissimo scritto – anticipato ieri da Avvenire – si legge: “Ancora qualche settimana e sarò Commissario di Pubblica Sicurezza. Lo dico perché sappiate in quale mondo sto per entrare con queste mie idee. Ma è una strada che ho scelto per vocazione, perché mi piace, perché sono convinto, perché costituisce una prova difficile. Avrei molti altri modi di guadagnarmi uno stipendio, ma sono affascinato dall’esperienza che può fare in polizia uno come me, che vuol vivere una vita profondamente, integralmente cristiana. Io sono giovane. Ma riandando indietro con la memoria, mi pare che un tempo il metro con cui si valutavano gli uomini era diverso. Si valutavano per ciò che erano, per ciò che rappresentavano, per la posizione e la stima di cui godevano, per il gradino che occupavano nella scala sociale e così via. Oggi invece conta il successo, questa medaglia di basso conio che su una faccia porta stampato il denaro e dall’altra il sesso”. Sappiamo come Calabresi fu accusato dopo la tragica fine di Pinelli, pur non entrandoci affatto. Il linciaggio morale a cui fu sottoposto, a rileggerlo sui giornali della Sinistra del tempo (e a ricordare le piazze di allora), fa spavento. A Giampaolo Pansa confidò: “Se non fossi cristiano, se non credessi in Dio, non so come potrei resistere”. Anche Enzo Tortora fu testimone di questi fatti e scrisse di Calabresi: “Credeva in Dio, fermamente. Quando una volta gli chiesi, nel periodo più buio delle accuse, degli attacchi, degli insulti, come faceva a resistere, senza mai un cedimento di nervi, senza uno scatto, a quell’autentico linciaggio morale a cui era sottoposto, mi rispose sorridendo: ‘E’ semplice, credo in Dio. E credo nella mia buona fede. Non ho mai fatto nulla di cui possa vergognarmi. E non odio nemmeno i miei nemici; ho angoscia per loro, non odio. E’ una parola – odio – che proprio non conosco’ ”.

Era vero. Calabresi era sempre stato un eroico servitore dello stato, pieno di sensibilità cristiana. E’ nota la foto uscita sul Corriere della sera il 22 novembre 1969 dove si vede il giovane commissario che soccorre Mario Capanna, sottraendolo all’aggressione di alcuni suoi avversari. Poi arrivò l’attentato di Piazza Fontana e il caso Pinelli. Poi arrivò l’assassinio di Calabresi, il 17 maggio 1972. Il suo nome ha continuato a essere un tabù per il pensiero dominante (nessuna sala del Senato gli è dedicata come invece è accaduto per certi “manifestanti”). La generazione del Sessantotto è da tempo al potere e con il potere pretende anche la gloria. Ma la gloria non le spetta. La gloria spetta a un uomo buono e infangato come Calabresi. Morto ammazzato. E la gloria vera. E’ notizia di ieri infatti che il cardinal Ruini ha dato il nulla osta per l’avvio del processo di beatificazione del commissario (la bella pagina di Avvenire di ieri evidentemente preparava questo annuncio). Per decenni né le istituzioni, né i moderati, né i cattolici hanno ricordato quest’uomo. E’ emblematico che la notizia sia uscita ieri mentre andava in scena l’avvilente sceneggiata della Sinistra per tenere le sue poltrone.

Dobbiamo dirlo e forse gridarlo: “la meglio gioventù” fu incarnata da Luigi Calabresi. Ed è giusto che sia la Chiesa a farcelo capire, nel nome di quel Dio che “disperde i superbi nei pensieri del loro cuore, che rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili”.

Da “Libero” 24 febbraio 2007

MA TETTAMANZI NON DICE QUEL “SI”…

di Antonio Socci

Dunque il cardinal Ruini non c’entra. Diversamente da quanto annunciava un’agenzia l’altroieri non spetta a lui dare il nulla osta al processo di beatificazione di Luigi Calabresi. Anche se sembra trasparire la sua benevolenza per quella causa e l’ “Avvenire” (molto vicino al presidente della Cei) ha dedicato a Calabresi una bella pagina dove si dà per “avviato” tale “processo di beatificazione”.

Forse è un indiretto “sollecito” a Tettamanzi. Perché in realtà quell’iter non è iniziato: manca il nulla osta dell’arcivescovo di Milano (competente per territorio) che nicchia, tentenna, ha paura. Si può capire il cardinal Tettamanzi. Chi glielo fa fare di avviare agli onori degli altari una vittima oltraggiata come Calabresi, quando il suo nome inquieta la coscienza della Sinistra italiana, di tanti potenti e i prepotenti di ieri e di oggi, perfino di alcuni “padri della patria”. Se uno il coraggio non ce l’ha non se lo può dare. Tettamanzi ha il terrore di dispiacere a qualche don Rodrigo di oggi. Così ha giudicato “opportuno” che si debba ancora “attendere” per iniziare la causa del commissario Calabresi. A don Ennio Innocenti, il quale ha raccolto un mare di documentazione sull’ardente cattolicesimo del Commissario, il cardinale ha risposto che l’inizio di questa causa potrebbe “originare polemiche”. Dunque il Paradiso può attendere. Dio anche, secondo il prelato.

E’ vero che l’attuale vescovo di Milano non è mai parso un cuor di leone, ma di quali polemiche ha paura Sua Eminenza? C’è ancora qualcuno oggi che abbia la faccia di sollevare la minima ombra sul commissario Calabresi? In realtù tutti (anche i suoi feroci accusatori di ieri) sanno che è stato un martire innocente a cui non è ancora stato reso l’onore che merita. Che fosse totalmente innocente dalle accuse per cui fu moralmente linciato nelle piazze e sui giornali era evidente anche allora. Oltretutto ad assolverlo completamente nel 1975 dalla morte di Pinelli fu un magistrato al di sopra di ogni sospetto, per i “compagni”, come Gerardo D’Ambrosio (di Magistratura democratica, uomo esplicitamente di sinistra) che poi coordinerà il pool di Mani pulite.

Ma intanto il commissario Calabresi nel 1972 era stato massacrato da alcuni fanatici. E prima aveva subito il più impressionante e corale “linciaggio morale” (come scriveva Enzo Tortora) mai visto nella storia recente. Autorizzare l’inizio del processo di beatificazione del commissario Calabresi, può ancora infastidire? E’ fondato il timore di Tettamanzi di ricordare un passato scomodo ai potenti?

In parte forse sì. Nei giorni scorsi è scoppiata una polemica addirittura per una via da intitolare a Calabresi. Siamo un Paese che è stato avvelenato dall’ideologia dell’odio comunista e sembra non riuscire a disintossicarsi. Gli ex di “Lotta continua”, interpellati ieri dalla Stampa sulla possibile beatificazione del commissario, si cuciono le bocche (qualcuno, al solito, si lascia andare a battute vergognose e “coraggiosamente” anonime). Nessuno attacca, ma nessuno, dopo 35 anni, sembra voler spendere una parola buona per Calabresi. Luigi Manconi, ieri di LC, oggi deputato Ds e Sottosegretario alla Giustizia, risponde: “è inopportuno che mi esprima”. A loro interessa solo la grazia per Sofri (condannato con altri tre per l’omicidio Calabresi). Ma ci sono altri che, con gli anni, si sono apertamente rammaricati di quel passato. Per esempio, una personalità come Paolo Mieli – che ha avuto il coraggio di esporsi e dire tante verità scomode su quel periodo – certamente spiegherebbe oggi all’arcivescovo di Milano che è evidente a tutti la grandezza umana e l’innocenza del commissario Calabresi.

Ma è vero che andare a riaprire l’armadio della memoria (e della vergogna) obbligherebbe molti a un doloroso esame di coscienza. Fra gli ottocento intellettuali (ripeto: ottocento) che firmarono il documento pubblicato dall’Espresso il 13 giugno 1971, dove Calabresi veniva definito (ingiustamente!) “commissario torturatore” e il “responsabile della fine di Pinelli”, oltre al giovane Mieli, troviamo i più attempati Norberto Bobbio, Alberto Moravia, Umberto Eco, Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca, Furio Colombo, Livio Zanetti, Pier Paolo Pasolini, Lucio Colletti, Carlo Rossella, Toni Negri, Camilla Cederna, Tiziano Terzani, Massimo Teodori, Giorgio Amendola, Giancarlo Pajetta, Federico Fellini, Mario Soldati, Cesare Zavattini, Carlo Rognoni, Bernardo Bertolucci, Liliana Cavani, Luigi Comencini, Carlo Lizzani, Paolo e Vittorio Taviani, Gillo Pontecorvo, Marco Bellocchio, Ugo Gregoretti, Nanni Loy, Giovanni Raboni, Giovanni Giudici, Renato Guttuso, Andrea Cascella, Ernesto Treccani, Emilio Vedova, Carlo Levi, Vito Laterza, Giulio Einaudi, Inge Feltrinelli, Franco Antonicelli, Lucio Villari, Paolo Spriano, poi Giulio Carlo Argan, Fernanda Pivano, Gillo Dorfles, Morando Morandini,, Luigi Nono, Margherita Hack, Gae Aulenti, Giò Pomodoro, Paolo Portoghesi, Dacia Maraini, Enzo Siciliano, Alberto Bevilacqua, Franco Fortini, Angelo M. Ripellino, Natalino Sapegno, Primo Levi, Enzo Enriques Agnoletti, Lalla Romano, Giorgio Benvenuto, Pierre Carniti, Sergio Saviane, Giuseppe Turani, Carlo Mazzarella, Andrea Barbato, Vittorio Gorresio, Bruno Zevi, Grazia Neri, Franco Basaglia, Carlo e Vittorio Ripa di Meana, Paola Pitagora.

Riportando questo triste elenco nell’ “Eskimo in redazione”, Michele Brambilla ricostruisce l’agghiacciante solitudine di quell’uomo giusto attaccato e infangato da ogni parte. In questi anni sono state raccolti anche molti documenti impressionanti sul cattolicesmo vissuto del giovane Calabresi: “se volessi intascare e magari spendere medaglie come questa (del successo) non andrei in polizia, dove si resta poveri. Non andrei coltivando ideali buffi di onestà e di purezza. Purtroppo sono fatto in un certo modo. Appartengo a un gruppo neanche tanto scarso di giovani che vuole andare controcorrente”.

Poi ci sono molte testimonianze della sua eroica resistenza cristiana alla campagna di odio che subì, della sua fede, della sua capacità di perdono. E’ un grande esempio. E sarebbe bene che il cardinale Tettamanzi non si facesse condizionare dal timore dei potenti.

La diocesi di Milano ha altri processi di beatificazione aperti, come quello su Giuseppe Lazzati, già rettore dell’Università Cattolica, per il quale non si è tenuto conto delle polemiche che eventualmente si possono aprire. Di lui, certo graditissimo al mondo progressista, Tettamanzi si mostrava entusiasta in un discorso tenuto il 6 maggio 2006 al Teatro San Carlo.

Non so, avrà i suoi motivi. Io nelle interviste di Lazzati ricordo un certo rancore. E certe critiche ingenerose che faceva con il suo amico Giuseppe Dossetti a Giovanni Paolo II e a vari movimenti cattolici (questi loro duri “dialoghi” sono riportati nel recente volume “A colloquio con Dossetti e Lazzati” curato da Leopoldo Elia e Pietro Scoppola).

Dice Tettamanzi che avviare per il processo di beatificazione di Luigi Calabresi potrebbe “originare polemiche”. Ma tutti i cristiani che sono stati martirizzati avevano l’ostilità dei poteri di questo mondo. Gesù stesso, dopo la sua esecuzione capitale, era ritenuto un “reo” dai potenti e annunciarne la resurrezione originava molte polemiche. E perfino persecuzioni. Non per questo gli apostoli e la Chiesa hanno taciuto.

Da “Libero” 25 febbraio 2007
2月26日

notizia del giorno

Una grande notizia se la si ascolta con l’esortazione della Chiesa che riecheggia le parole di Gesù: convertiti e credi al Vangelo !!! E’ Lui, il Figlio di Dio, che cammina fra noi, che ci salva! Ci viene a cercare, parla con noi, fissa su di noi il Suo sguardo: è Lui l’eterna giovinezza, la vita vera che non finisce e che va verso la Felicità totale e definitiva!

E’ Lui che ha pagato tutti i nostri debiti alla morte e al Male sulla Sua carne! E’ su di Lui che tutta la nostra cattiveria si è scatenata! Sulla sua carne l’umanità ha scavato e scava solchi profondi!!! Lo abbiamo deriso, coperto di sputi, di pugni, di colpi, incoronato di spine, inchiodato a un legno, dissanguato, disprezzato!!! E Lui, il Figlio di Dio, ha desiderato patire tutte queste sofferenze e prendere su di sé tutto questo odio per pagare per noi. Per salvarci, facendoci innamorare di Lui.
Dal Messaggio di Benedetto XVI per la Quaresima:

“Cari fratelli e sorelle!
“Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto” (Gv 19,37). E’ questo il tema biblico che quest’anno guida la nostra riflessione quaresimale. La Quaresima è tempo propizio per imparare a sostare con Maria e Giovanni, il discepolo prediletto, accanto a Colui che sulla Croce consuma per l’intera umanità il sacrificio della sua vita (cfr Gv 19,25). Con più viva partecipazione volgiamo pertanto il nostro sguardo, in questo tempo di penitenza e di preghiera, a Cristo crocifisso che, morendo sul Calvario, ci ha rivelato pienamente l’amore di Dio (…)
E’ nel mistero della Croce che si rivela appieno la potenza incontenibile della misericordia del Padre celeste. Per riconquistare l’amore della sua creatura, Egli ha accettato di pagare un prezzo altissimo: il sangue del suo Unigenito Figlio. La morte, che per il primo Adamo era segno estremo di solitudine e di impotenza, si è così trasformata nel supremo atto d’amore e di libertà del nuovo Adamo. Ben si può allora affermare, con san Massimo il Confessore, che Cristo “morì, se così si può dire, divinamente, poiché morì liberamente” (Ambigua, 91, 1956). Nella Croce si manifesta l’eros di Dio per noi. Eros è infatti - come si esprime lo Pseudo Dionigi - quella forza “che non permette all’amante di rimanere in se stesso, ma lo spinge a unirsi all’amato” (De divinis nominibus, IV, 13: PG 3, 712). Quale più “folle eros” (N. Cabasilas, Vita in Cristo, 648) di quello che ha portato il Figlio di Dio ad unirsi a noi fino al punto di soffrire come proprie le conseguenze dei nostri delitti? “Colui che hanno trafitto”
Cari fratelli e sorelle, guardiamo a Cristo trafitto in Croce!E’ Lui la rivelazione più sconvolgente dell’amore di Dio, un amore in cui eros e agape, lungi dal contrapporsi, si illuminano a vicenda. Sulla Croce è Dio stesso che mendica l’amore della sua creatura: Egli ha sete dell’amore di ognuno di noi. L’apostolo Tommaso riconobbe Gesù come “Signore e Dio” quando mise la mano nella ferita del suo costato. Non sorprende che, tra i santi, molti abbiano trovato nel Cuore di Gesù l’espressione più commovente di questo mistero di amore.

br> L’augurio di questa Quaresima dunque è che possiamo trovare – per grazia – nel Cuore divino di Gesù quell’Amore di cui tutta la nostra vita e tutta l’umanità è assetata.


DICO: VIVA IL PUBBLICANO, ABBASSO IL FARISEO

di Antonio Socci

E’ giusto fare l’elogio degli “incoerenti”. Cioè di quei politici che da giorni sono bersagliati con sberleffi e insulti perché sono contro i Dico pur avendo una situazione familiare irregolare. Secondo me – e, come vedremo, secondo il pensiero cattolico – la loro “contraddizione” non è un motivo di “poca credibilità”, ma l’esatto contrario: è un argomento di maggiore credibilità, è una prova di maggiore serietà e responsabilità. Meritano ancora più stima di un politico che si schierasse contro i Dico avendo una situazione familiare perfettamente regolare (dal punto di vista cattolico).

Mi spiego. Si sente dire e si legge: i leader del centrodestra sono tutti separati, divorziati e risposati, come fanno a schierarsi contro i Dico e a dichiararsi paladini del valore della famiglia? Questa critica, politica e morale, è superficiale, totalmente sbagliata. E lo dico avendo “spazzolato” varie volte, su altri temi, i leader del centrodestra. Anzitutto il valore sociale e civile della famiglia, riconosciuto dall’articolo 29 della Costituzione, riguarda tutte le famiglie, anche quelle formate con matrimonio civile o dopo un divorzio. Quindi un divorziato può riconoscersi in esso. In secondo luogo chi è eventualmente convivente, in una coppia di fatto, e si schiera contro i Dico mi pare ancora più credibile perché va contro un suo interesse immediato (casomai mi parrebbe conflitto di interessi il contrario). Dimostra grande senso di responsabilità quel politico che legifera perseguendo il bene del Paese anche andando contro il proprio.

In terzo luogo prova che chiunque, in qualunque situazione personale si trovi, può riconoscere l’assurdità giuridica dei Dico che danno il sigillo statale alla “famiglia gay” per garantire certi diritti individuali che si potevano già ottenere attraverso il Codice civile.

Ma c’è dell’altro. Mi chiedo: per un cittadino (cattolico o laico che sia) è meglio essere governato da uno statista che fa leggi utili al Paese, segnatamente alla famiglia, pur avendo privatamente una situazione familiare complicata, oppure da uno statista che ha una famiglia da “Mulino bianco”, ma fa politiche devastanti contro le famiglie altrui e contro il Paese?

Romano Prodi – per dire - esibisce una famiglia idilliaca, ma come Capo del governo vara una Finanziaria per la quale – come recitava ieri “Libero” – “più la famiglia è numerosa, maggiore è l’aumento dell’Irpef”. Cosicché le famiglie che già si accollano il peso del futuro del Paese (e il futuro delle nostre pensioni) non solo non vengono aiutate, ma sono punite.

Una vera concezione laica della politica esige che lo statista venga giudicato non per la propria vita privata, ma per le proprie scelte pubbliche. Un ministro non deve essere un maestro di vita, ma un buon amministratore e un buono statista. Da uno statista si deve esigere che rispetti gli impegni presi con gli elettori: questa è la moralità della politica. E Prodi sta facendo l’esatto contrario. Peraltro la Chiesa ha sempre giudicato i politici per le loro scelte in relazione al bene comune e alla “libertas Ecclesiae”, non in base ai loro peccati personali dei quali si occupa nel confessionale. La Chiesa nella sua saggezza millenaria, sa anche che non esistono politici senza peccato, perché non esistono uomini senza peccato. La Chiesa conosce bene l’uomo perché lo guarda con gli occhi di Cristo, il quale, duemila anni fa, di fronte a una donna scoperta in adulterio che la folla stava per lapidare, lanciò una sfida: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Dopo venti secoli siamo ancora in attesa di qualcuno che tiri quel sasso. E mi pare molto difficile che possano essere i politici del centrosinistra. Lo ripeto: difendo gli “incoerenti” del centrodestra, pur avendoli “mazziati” su altri aspetti della loro politica. La loro opposizione ai Dico, avendo alle spalle famiglie sfasciate, è più credibile non meno credibile. Del resto – anche da un punto di vista morale - per un cristiano è doveroso fare l’elogio dei “pubblici peccatori”, che si riconoscono poveracci, e diffidare delle “persone perbene” che ostentano le proprie virtù private. Per un motivo molto semplice: perché così ha fatto Gesù. Sta scritto molto chiaramente nel Vangelo, è una pagina famosa e bellissima: “Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: ‘Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell'altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato’ ” (Luca 18, 10-14). Peraltro la coscienza del peccato è un segno che l’anima non è morta, che è viva. Sono proprio i santi ad avvertire con più lucida drammaticità il proprio male. San Francesco si considerava il peggiore dei peccatori e questo non gli impediva di parlare di Cristo. A chi gli chiedeva perché così tanti si convertivano, sentendolo predicare, rispondeva: “li occhi santissimi di Dio non hanno veduto fra i peccatori nessuno più vile, né più insufficiente, né più grande peccatore di me, e però a fare quella operazione meravigliosa la quale Egli intende di fare, non ha trovato più vile creatura sopra la terra... E perciò ha eletto me per confondere la nobiltà e la grandigia e la fortezza e bellezza e sapienza del mondo, acciocché si conosca ch’ogni virtù e ogni bene è da Lui, e non dalla creatura e nessuno si possa gloriare nel cospetto suo”. Dice un personaggio di Bruce Marshall che “nel Medioevo la gente era cristiana anche nel peccato: il timore di essere accusata di ipocrisia non la faceva cadere nell’errore di credere nella propria virtù”. Oggi invece, aggiungeva Marshall, “quasi tutti pensano che i loro peccati li abbiano privati del diritto di credere”. E questo è il grande errore. Nasce da qui anche la critica moralista che si abbatte sul clero. E’ una storia antica. Eppure i sacramenti restano egualmente efficaci anche amministrati da sacerdoti indegni. Nelle “Osservazioni sulla morale cattolica”, Alessandro Manzoni scriveva: “è necessario che molti, che tutti predichino una morale superiore ai loro fatti. Il ministero… fa che uomini deboli e che in fatto cedono talvolta alle passioni, predichino una morale austera e perfetta. Nessuno può tacciarli di ipocrisia, perché parlano per missione e per convincimento, e confessano implicitamente e talvolta esplicitamente d’essere lontani dalla perfezione che insegnano… Accade purtroppo talvolta che la predicazione discende al livello dei costumi, ma questo è un inconveniente”.

La vera purezza consiste nel restare certi ed entusiasti della Verità a prescindere da come la si vive, senza scandalizzarsi dei peccati propri o altrui. L’entusiasmo con cui gli amici di Gesù parlavano di lui ai quattro venti non era affatto delegittimato dai loro limiti, dalle loro paure e dai loro peccati. Nel “Processo a Gesù” di Diego Fabbri, san Pietro parla con appassionata commozione di Gesù e quando gli rinfacciano di averlo tradito, l’apostolo risponde: “se non sai che si può amare e tradire, che uomo sei?”. L’uomo autentico ama il Vero più di se stesso e non riduce la Verità alla misura dei propri limiti. Questo è il cattolicesimo.

Da “Libero” 21 febbraio 2007
2月25日

pacs e teodem

1968, i teodem e il diritto naturale

C'è una data importante per capire quanto sta accadendo in
tema di "Dico".
Tale data è il 1968 e precisamente la data di pubblicazione
dell'enciclica Humanae vitae, con la quale papa Paolo VI
pronunciava un celebre non possumus, riaffermando l'insegnamento
tradizionale sull'illiceità di ogni forma di regolazione
artificiale delle nascite e ricordava come i due fini del
matrimonio, unitivo e procreativo, non possono essere
separati come invece vorrebbe la mentalità laicista.
Molti studiosi fanno risalire a questa enciclica l'inizio
della contestazione del Magistero da parte di alcuni teologi
e di una porzione di fedeli cattolici, contestazione che
amareggerà il restante periodo di pontificato di Paolo VI e
che sarà successivamente oggetto di diversi interventi della
Congregazione per la dottrina della fede sotto la guida del
card. Joseph Ratzinger.

Che cosa viene contestato al Magistero della Chiesa?
Perché dal 1968 in poi assumono una visibilità costante
nella vita della Chiesa, soprattutto attraverso l'enfatizzazione
offerta dai mass media, sia i teologi che contestano il
Magistero sia quel cattolicesimo democratico che, nella vita
culturale e politica, si oppone a qualsiasi contrapposizione
da parte dei cattolici contro le manifestazioni più
anticristiane della modernità, e non soltanto nell'ambito
della morale sessuale e matrimoniale?

Naturalmente il tema meriterebbe una più ampia e meditata
riflessione che ci aiuterebbe a capire cosa è successo nella
vita della Chiesa italiana negli anni Settanta e Ottanta del
secolo scorso, quando il Papa, che pur aveva sollevato tanti
entusiasmi nel mondo progressista, venne sostanzialmente
abbandonato e accusato di avere impedito lo sviluppo
profetico del Concilio Vaticano II, tanto che nell'ultimo
decennio del pontificato (dal 1968 al 1978) Paolo VI
denuncerà costantemente, un numero impressionante di volte,
quella che lui stesso aveva definito l'autodemolizione della
Chiesa.

Tuttavia qualcosa si può accennare anche in poche battute.
Una prima considerazione ha per oggetto il diritto naturale,
la cui importanza è stata ricordata ancora da papa Benedetto
XVI nel discorso alla Pontificia Università Lateranense
lunedì 12 febbraio 2007.
Come spiega proprio l'Humanae vitae, la Chiesa non insegna
soltanto quanto rivelato da Dio attraverso le Sacre
Scritture, ma anche quanto riguarda la natura, perché Dio
che si è rivelato in Cristo è lo stesso che ha creato l'uomo
e il mondo, iscrivendo nella creazione una legge appunto
naturale, finalizzata al Bene supremo, che è Dio stesso, e
il cui rispetto comporta anche il benessere (lo "stare
bene") della società.

Non è così per quei cattolici democratici che nel 1974, in
occasione del referendum contro il divorzio, si sono
schierati a fianco dei divorzisti incitando pubblicamente a
votare no, cioè a mantenere la legge.

Non è così per l'attuale ministro Rosy Bindi che, insieme
agli altri cattolici democratici, reclama l'autonomia della
politica e delle decisioni che i governanti devono prendere
(e fa benissimo a rivendicare questa libertà), ma dimentica
che la legittima autonomia nelle cose temporali dall'autorità
ecclesiastica non significa che il governante cattolico non
sia tenuto a rispettare, nelle leggi che promuove, il
rispetto del diritto naturale e dunque l'indissolubilità del
matrimonio, l'unicità e irripetibilità della famiglia e la
sua centralità nella vita sociale.
Per cui il ministro non può auspicare, come invece è apparso
sui quotidiani del 15 febbraio, che la Chiesa si occupi
delle cose di Dio, come se la famiglia, o il
simil-matrimonio proposto dai Dico, non sia affare di Dio e
della Chiesa.

Il problema è che molti intellettuali cattolici hanno perso
la nozione di diritto naturale e quindi hanno dimenticato il
senso universale, valido per tutti gli uomini, non solo per
i cristiani, delle proposte avanzate dalla dottrina della
Chiesa su temi come la vita e la famiglia.
Complice la "scelta religiosa" - cioè quella forma di
disimpegno dalla vita pubblica maturata negli anni Sessanta
in contrapposizione all'Azione Cattolica di Luigi Gedda -
molti cattolici ritengono oggi di essere i portatori di una
scelta di fede opinabile accanto ad altre proposte e non
invece di avere il compito di aiutare gli uomini del loro
tempo a riconoscere il disegno d'amore di Dio verso ogni
persona e verso le nazioni.
Un disegno che è l'unico salvifico, anche se la Misericordia
divina opera anche al di fuori della Chiesa visibile.
Ora, questo disegno di Dio è parzialmente comprensibile
dalla ragione umana, almeno quando riguarda la vita e la
famiglia.

Dunque, il rifiuto dei Dico oggi, così come la battaglia per
l'indissolubilità del matrimonio nel 1974, sono battaglie
che la Chiesa non può non combattere perché riguardano tutti
gli uomini, indipendentemente da quale fede religiosa
ciascuno professi.

Avendo perduto la consapevolezza del diritto naturale, l'azione
pastorale e politica dei cattolici democratici nel ventennio
successivo al Concilio è apparsa incerta, perché aveva
perduto la certezza di poter offrire una soluzione, parziale
ma reale, per tutti gli uomini, anche per quelli che non
possedevano la fede.
E questa proposta debole, incerta, aveva bisogno di
appoggiarsi ad altre forze politiche che agli occhi dei
cattolici democratici rappresentavano l'incarnazione della
speranza che avevano perduto.
Queste forze politiche vennero così sempre ricercate dove i
cattolici democratici pensavano che si orientasse
inevitabilmente la storia, cioè a sinistra: e la "scelta
religiosa" divenne così come un ponte sul quale si
transitava sempre e soltanto verso una direzione, andando
verso la quale molti abbandonarono la stessa professione di
fede.

L'«amaro risveglio» del cattolicesimo democratico è
cominciato almeno nel 1985, a Loreto, quando papa Giovanni
Paolo II incitò i cattolici a essere visibilmente presenti
nella vita pubblica delle nazioni moderne.
Oggi, quelle parole di un Papa venuto dall'est, sono
diventate le parole di una Chiesa, quella italiana, che ha
ritrovato una compattezza e una fortezza che sembravano
perdute.
Speriamo ne prendano atto anche i cattolici democratici.

Marco Invernizzi, 20-2-2007
http://www.iltimone.org/newsArt.php?idArt=27

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2月24日

gendarmeria sessuale transnazionale

Dale O'Leary . L'autrice di "Maschi o femmine?"
racconta come i reduci del '68 hanno conquistato il Palazzo
di vetro e ne ha fatto un formidabile strumento di
propaganda. Contro la vita e la famiglia

___
Cambia l'oggetto, ma il metodo (di successo) rimane
invariato.
L'aveva smascherato Augustin Cochin in un memorabile saggio
sugli inizi della Rivoluzione francese, dove mostrava tutti
i meccanismi attraverso cui una minoranza determinata e
combattiva riesce a imporre la sua volontà ad assemblee
incerte e divise, in modo tale che alla fine il risultato,
in realtà previsto e astutamente pilotato, appaia come una
spontanea decisione collettiva.

L'hanno riutilizzato a iosa i sessantottini, che sono così
riusciti a far passare come "movimento degli studenti" le
velleità di gruppuscoli scapestrati.
Ma chi pensasse che, passata la sbornia rivoluzionaria, le
manovre per manipolare assemblee e opinioni pubbliche
fossero andate in pensione, deve ricredersi: sono
semplicemente emigrate dai campus universitari ai felpati
saloni dell'Onu.
«I profughi dell'ideologia degli anni Sessanta hanno trovato
un paradiso all'interno delle Nazioni Unite, dove continuano
a promuovere cause stantie con la solita retorica della
marea conservatrice che dilaga negli Stati Uniti e nelle
altre nazioni. Marciatori per la pace degli anni Sessanta,
promotori di una nuova religione, difensori del governo del
mondo e ambientalisti radicali. A loro si sono aggiunte le
femministe la cui ideologia postmoderna è stata coltivata
nei campus accademici dalle attiviste lesbiche militanti».

Non si fa pregare per chiamare le cose col loro nome, Dale
O'Leary.
Medico, membro della Catholic Medical Association, da sempre
in prima fila nelle battaglie pro-life e pro-family.
Una dozzina d'anni fa si trovò coinvolta, quasi per caso,
nei lavori delle conferenze Onu sulla popolazione, prima al
Cairo e poi a Pechino.
Fu lì che scoprì come andavano le cose: «Agli incontri
preparatori le organizzazioni pro-famiglia non venivano né
informate né invitate, e coloro che riuscivano a scoprire
l'esistenza di una conferenza trovavano ostacoli alla
partecipazione.
Al Forum è stata data pochissima pubblicità.
Gli incontri, i luoghi, i tempi dei lavori e i temi che
dovevano essere trattati non venivano annunciati in tempo
utile.
Sono state negate le credenziali a un gran numero di donne
che non facevano parte del gruppo delle femministe.
Coloro che erano riuscite a presenziare al Forum si sono
accorte che i loro contributi alla discussione venivano
ignorati e le loro dichiarazioni di dissenso non venivano
inserite nel rapporto della segreteria, nonostante fosse
stato loro assicurato il contrario».
Tuttavia, la variegata banda dei rappresentanti pro-family
(cattolici, protestanti, musulmani, indù, più scampoli vari,
arrivati al Cairo senza un piano e spesso senza conoscersi
l'un l'altro) riuscì a mettere in piedi un'opposizione che
fermò almeno le tesi più estremiste.

Tutta quella storia, con i suoi oscuri retroscena, è
raccontata dalla O'Leary in un libro da poco tradotto in
italiano, Maschi o femmine? (Rubbettino). Tempi ha colto
l'occasione per contattarla e chiederle un aggiornamento
sulla situazione.

Dottoressa O'Leary, perché è tanto importante la questione
del "genere"? Perché tanta enfasi negativa sul fatto che il
termine "genere" rimpiazzi la parola "sesso"?

Perché è la chiave intorno a cui, da vent'anni, gira tutto
il tentativo di buttare all'aria l'ordine naturale del
mondo, senza darlo a vedere.
Adottare una prospettiva di genere, spiega un documento
dell'Instraw, un istituto che fa parte dell'Onu, significa
«distinguere tra ciò che è naturale e biologico e ciò che è
costruito socialmente e culturalmente, e rinegoziare i
confini tra il naturale e la sua inflessibilità, e il
sociale».
In parole povere, rifiutare l'idea che l'identità sessuale
sia iscritta nella natura, nei cromosomi, e affermare che
ciascuno si costruisce il proprio "genere" fluttuando
liberamente tra il maschile e il femminile, transitando per
tutte le possibilità intermedie.
Le parole non sono innocenti.
La strategia delle femministe radicali (o della "sinistra
sessuale", come la chiamo io, che comprende anche attivisti
gay e professionisti dell'educazione sessuale) fa passare
sotto termini apparentemente generici contenuti ben
definiti.
Ad esempio uno degli organismi più attivi in questa
battaglia contro la famiglia e per l'omogeneizzazione dei
sessi, il Comitato permanente per l'attuazione del Cedaw
(Convention on the Elimination of all Discriminations
Against Woman, una sorta di carta dei diritti delle donne,
adottata dall'Onu nel 1979, ndr), si dichiara neutrale
rispetto all'aborto, termine che non compare mai nei suoi
documenti; però quando parlano di "salute delle donne"
intendono principalmente la lotta alla maternità, e i fondi
per la "salute delle donne" vanno pressoché interamente a
programmi per la diffusione della contraccezione e
dell'aborto.
Una delle attività più impegnative delle organizzazioni
pro-life è monitorare costantemente i documenti dell'Onu,
sempre ispirati dai gruppi della sinistra sessuale, per
snidare i termini a prima vista innocenti che nascondono
invece precise strategie.

Restiamo sulla questione dei finanziamenti. Nel suo libro
cita un operatore sanitario del Kenya: «I nostri scaffali
sono pieni di pillole anticoncezionali, preservativi e
spirali, ma non c'è una medicina». È ancora così?

Sì, nell'Africa subsahariana la sinistra sessuale continua a
sostenere il preservativo come strategia per risolvere il
problema dell'Aids, e si continuano a sperperare milioni in
preservativi.
Mentre le campagne a favore della fedeltà coniugale sono
molto più efficaci, come dimostra il caso dell'Uganda.
Si è anche scoperto che gli affetti da malaria sono molto
più esposti al rischio di contrarre il virus Hiv, perciò le
campagne antimalaria sponsorizzate dal presidente Bush, che
nei paesi in cui sono state applicate hanno ridotto i casi a
meno del 10 per cento, sono al tempo stesso un mezzo di
lotta all'Aids molto più efficace dei preservativi.
Ma gli interessi economici si sposano con quelli ideologici.

Vuole spiegare quali sarebbero gli interessi economici e
ideologici che si intrecciano nella "sinistra sessuale"?

Le faccio un esempio. Nell'aprile scorso il New York Times
pubblicò un articolo in cui si raccontava di una donna di El
Salvador condannata a trent'anni per aver abortito.
El Salvador è uno dei pochi paesi in cui l'aborto non è
legale, e il fatto scatenò una violenta campagna contro il
paese.
Un gruppo pro-aborto, Ipas, lanciò una raccolta di fondi per
sostenere una campagna di opinione in Salvador e per
appoggiare le istanze di scarcerazione della donna.
Poi rimbalzò la notizia che la donna non era stata affatto
condannata per aver abortito, ma per aver strangolato la
figlia, nata a termine viva e vegeta.
Ma il quotidiano ha resistito fino ai primi di gennaio prima
di pubblicare, con mille distinguo, la verità.
Nel frattempo è venuto fuori che il traduttore che aveva
passato la notizia al giornalista del New York Times era
legato a Ipas, e che Ipas, tra le sue svariate attività,
annovera anche la vendita per telefono di una pompa a vuoto
per l'aborto fai-da-te.
È abbastanza chiaro?

Nel suo libro paventa che queste lobby arrivino addirittura
a fare pressioni su interi paesi, facendo in modo che la
concessione di aiuti internazionali sia legata
all'accettazione di programmi che includano contraccezione e
aborto. Funziona davvero così?

Esattamente. Si è appena conclusa la trentasettesima
sessione di quel Comitato permanente per l'attuazione del
Cedaw di cui abbiamo detto.
Ebbene, il suo lavoro è consistito principalmente nel
mettere sotto accusa i pochi paesi che ancora fanno
politiche pro-family, come la Polonia, biasimata perché
promuove la diffusione dei metodi naturali piuttosto che la
contraccezione chimica, difende l'obiezione di coscienza dei
medici antiabortisti, non rimborsa il costo dei
contraccettivi.
Il rappresentante polacco ha risposto che, date le
ristrettezze del budget per la sanità, il suo governo
considera che i medicinali salvavita siano più importanti
dei contraccettivi per la salute delle donne.
Del resto, ormai nei documenti Onu si scrive salute ma si
legge sessualità senza frontiere.
Pensi che perfino nel rapporto 2007 dell'Unicef sullo stato
dell'infanzia nel mondo, appena pubblicato, si dice che il
problema maggiore per la crescita dei bambini è il benessere
della madri, che può essere garantito solo dalla diffusione
di programmi per l'uguaglianza di genere.
Sulle azioni per combattere le malattie che si portano via
ogni anno decine di milioni di bambini solo poche righe.
L'ideologia del genere si è ormai infilata ovunque.
Questo vuol dire milioni di dollari che vanno di qui
piuttosto che di là.

«Quello che è successo a Pechino - scrive lei - è importante
perché ciò che è stato pianificato in quella sede
raggiungerà ogni città, ogni scuola e anche ogni settore
degli affari, a meno che tutto ciò non venga divulgato e non
ci sia qualcuno che si alzi in piedi per dire il suo no». La
ritiene una profezia che si è avverata?

Ahimé sì.
Nelle università americane l'identità di genere è ormai un
luogo comune. E contribuisce ad avvelenare i nostri ragazzi.
Nei nostri campus, negli ultimi anni, il numero degli
studenti depressi è raddoppiato e quello dei suicidi
triplicato.
In un libro appena pubblicato, Unprotected, una dottoressa
del servizio sanitario dell'Università della California
rivela come nei centri di salute e di orientamento
universitari il buon senso ormai è stato rimpiazzato dalla
politica radicale.
La sua professione, scrive, è stata sequestrata dagli
"attivisti radicali" e gli studenti sono le vittime delle
loro teorie: nessuno più ha il coraggio di dire ai giovani
quali siano le inevitabili conseguenze di comportamenti
sessualmente ambigui o senza freni.
Tuttaltro: vengono incoraggiati ad adottare comportamenti
che finiscono per distruggerli.

Dunque non c'è scampo alla pervasività della "sinistra
sessuale". O c'è?

Nella contea di Mongomery, nel Maryland, recentemente c'è
stato un tentativo di introdurre un programma di educazione
sessuale esplicita nelle scuole di tutti i livelli.
I genitori hanno portato il distretto scolastico in
tribunale e sono riusciti a fermare l'operazione.
Evidentemente c'è ancora qualcuno che si alza in piedi a
dire il suo "no".
La battaglia continua.

Roberto Persico
Tempi num.6 del 08/02/2007
2月23日

Prodi tassa i bambini

Tassano anche i bambini"
Vittorio Feltri su Libero

La presa in giro è completa. Il centrosinistra spesso accusa il Papa
e i suoi preti di ingerenza negli affari di Stato italiani. Alcuni
commentatori, per esempio l'autorevole fondatore de "la Repubblica",
Eugenio Scalfari, tirano la tonaca a Ratzinger ricordandogli il
dovere di rispettare il Concordato. E chi non ne conosce i contenuti
è portato a pensare che il clero commetta un abuso al giorno, perché
una volta parla di embrioni e preme affinché siano considerati sacri;
un'altra parla di aborto e lo condanna; un'altra ancora interviene
nel dibattito su Welby ed esprime la sua.

Il coro progressista è unanime: finiamola con questi prevostoni che
ficcano il becco dappertutto. Per non saper né leggere né scrivere
sono andato a rivedermi le modifiche del 1984 (governo Craxi) in
materia di corretti rapporti fra il nostro Paese e il Vaticano.
Scopro che i laicisti sono dei somarelli. Pretendono di esternare
qualsiasi sciocchezza e di impedire ai preti di aprire bocca. Ciò è
legale o no? Brevemente. Non desidero scocciarvi con troppe
citazioni. Ne basta una per rispondere.

Riporto integralmente l'articolo 4 in quanto non dà adito a
interpretazioni di comodo. "È garantita ai cattolici e alle loro
associazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del
pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione".
Dato che il Pontefice e il suo esercito di prelati, più o meno
simpatici, sono cattolici - o ci sono dubbi? - mi sembra evidente:
hanno piena facoltà di dibattere pubblicamente finché hanno fiato.
Diritto, ripeto, sancito dal Concordato oltre che dalla Costituzione.
Va da sé. Nessuno è obbligato a dar retta al Santo Padre né lui
impone di farlo. Il Papa, quando fa un discorso, si rivolge a tutti,
anche ai non credenti, ma, è ovvio, non mobilita le guardie svizzere
per inculcare nella testa degli atei o di chi è insofferente alle
gerarchie ecclesiastiche i principi della Chiesa romana. Ciascuno si
comporta secondo coscienza ed è padrone di infischiarsene di omelie e
bolle.

Quindi non c'è problema. Non esiste motivo d'attrito fra laici e
vescovi e cardinali se non nel cervello di anticlericali poco
aggiornati in campo concordatario. Fatta questa precisazione, veniamo
alI' incontro svoltosi ieri in Vaticano fra Prodi, i suoi due vice,
D'Alema e Rutelli, e rappresentanti della Santa Sede. Il premier ha
commentato così: è andata bene, è davvero andata bene; ho confermato
l'impegno del governo a sostenere la famiglia. Incredibile. Una
dichiarazione del genere richiede una faccia di carbonio. Sostenere
la famiglia? Ma quando mai... Da notare la scelta sbagliata della
data per l'appuntamento in Vaticano. Proprio ieri, infatti, mentre il
presidente del Consiglio se ne usciva con la boutade sfottitoria, "il
Sole 24 Ore", quotidiano economico difficile da annoverare tra i
fogli più aggressivi della destra, divulga i risultati di una
documentata inchiesta sulle buste paga dei povericristi con reddito
sotto i 40 mila euro l'anno.

E che risultati. Da strapparsi i capelli. Fra addizionali e tributi
vari, chi ha tre figli - bell'incentivo a concepire - incassa meno,
al netto, rispetto a chi ne ha due, per non dire a chi ne ha uno solo
o nessuno.Qualcuno, al solito, mi rimprovererà per i toni forti del
mio scritto; in realtà sono troppo gentili nei confronti di chi,
facendosi scudo di una carica istituzionale, non si limita a
raccontare balle in Italia, ma ne racconta anche in Vaticano. Ci
rendiamo conto. Prodi aveva già colpito col fisco ogni categoria.
Rimanevano esenti giusto i bambini. Ora sono tassati anche questi,
come beni di lusso. Ma va all'inferno.

Vittorio Feltri
http://www.tgcom.mediaset.it/politica/articoli/articolo349813.shtml

__._,_.___
2月22日

x riflettere

IN PRIMO PIANO:
http://primopiano.totustuus.info/
Benedetto XVI: preoccupazione per le leggi che riguardano l'identità
della famiglia
Come Pastore della Chiesa Universale, non posso smettere di
esprimere a Vostra Eccellenza la mia preoccupazione per le
leggi che riguardano questioni molto delicate quali la
trasmissione e difesa della vita, la malattia, l'identità
della famiglia e il rispetto del matrimonio. Su questi temi,
alla luce della ragione naturale e dei principi morali e
spirituali che provengono dal Vangelo, la Chiesa cattolica
continuerà a proclamare senza posa l'inalienabile grandezza
della dignità umana. E' anche necessario fare appello alla
responsabilità dei laici presenti negli organismi
legislativi, nel Governo e nell'amministrazione della
giustizia, perché le leggi esprimano sempre principi e
valori che siano conformi al diritto naturale e che
promuovano l'autentico bene comune..

IN LIBRERIA:
http://libreria.totustuus.info/
Come il cristianesimo ha prodotto libertà, progresso e
ricchezza
I libri di testo scolastici. raccontano ancora che "l'Occidente
è nato precisamente quando ha superato gli ostacoli
religiosi al progresso, specialmente quelli che impedivano
la scienza. Stupidaggini: il successo dell'Occidente,
nascita della scienza compresa, riposa interamente su
fondamenta religiose, e le persone che sono alle sue origini
erano devoti cristiani". Anche chi riconosce qualche merito
al protestantesimo resta comunque vittima - scrive il
sociologo americano, che personalmente non è né è mai stato
cattolico - di un "anti-cattolicesimo accademico", che non
accenna purtroppo a diminuire.

"DIFENDERE LA VITA"
http://difenderelavita.totustuus.it/
Belgio: Rapporto sui Pacs
Pubblichiamo ampi stralci dell'articolo "I cambiamenti del
diritto di famiglia in Belgio. Una riflessione etica"
scritto dal padre gesuita Xavier Dijon, giurista all'università
di Namur e pubblicato nell'ultimo numero di "La Civiltà
Cattolica" di gennaio 2007. In Belgio di recente c'è stata
un'intensa attività legislativa che ha modificato le
strutture fondamentali della famiglia. La variazione si può
riassumere in un divorzio tra la legge positiva e i dati
corporali della natura. Come rendere conto di tale
evoluzione?

10) "IL TIMONE"
http://www.iltimone.org/newsArt.php?idArt=24
Un Forrest Gump contro i Pacs
Luigi Nervi, mediatore familiare di 58 anni, ha deciso di
difendere a tutti i costi l'istituzione della famiglia
tradizionale, minata alle fondamenta da chi auspica l'avento
di Pacs, nozze gay e poligamia. Così il 26 Dicembre scorso è
partito dalla sua casa di Aqui Terme, in provincia di
Alessandria, e ha cominciato il suo viaggio a piedi verso la
capitale: 20 chilometri al giorno con la speranza di
raggiungere Roma il 31 gennaio, in tempo per la discussione
parlamentare sui Pacs. Con le sue scarpe da tennis, una tuta
sportiva e un mantello giallo con la scritta "Giù le mani
dalla famiglia", Nervi sta attraversando Liguria, Toscana e
Lazio secondo un itinerario improvvisato di giorno in
giorno.

11) "MONS. LUIGI NEGRI"
http://www.fattisentire.net/modules.php?
name=News&file=article&sid=2411
Nessuna mediazione sui Pacs: o si azzera tutto o è scontro
"O si azzera tutto e si riparte dando priorità ai bisogni
della famiglia tradizionale e poi ci si occupa del caso
particolare delle unioni senza matrimonio, oppure si va a
uno scontro molto pesante tra due concezioni
antropologicamente non assimilabili".

12) "RINO CAMMILLERI"
http://www.rinocammilleri.it/
Eutanasia
"A noi anestesisti rianimatori non si può chiedere di
salvare le vite umane e poi, nello stesso tempo, di
spegnerle staccando la spina. L'obiezione di coscienza è un
diritto del medico come lo è nel caso dell'aborto", ha
continuato. Infatti, nel prosieguo, il prof. Carpino sposa
in pieno le parole di Amedeo Bianco, anch'egli medico e
presidente di categoria, "il quale ha dichiarato che non si
può pretendere che il medico sia un soggetto etico se non si
rispettano i suoi principi etici"..

2月21日

caffarra e i pacs

INTRODUZIONE DI FATTISENTIRE.NET

Tra gli ormai numerosi interventi di vescovi contro i pacs
(non perdiamo anche questa battaglia delle parole e
continuiamo a chiamarli pacs, grazie!) si distingue, ancora
una volta, il cardinale di Bologna perché non cade nella
trappola di presentare il matrimonio come un "fatto
cristiano".
Infatti, come per il referendum del 1974, molti cattolici
ancora oggi non riescono a comprendere il concetto di
matrimonio (allora dell'indissolubilità) secondo il diritto
naturale: secondo la ragione, il matrimonio come noi lo
conosciamo (eterosessuale, monogamico, indissolubile), è l'unica
forma che sia di aiuto - per tutti gli uomini di ogni tempo
e luogo - a raggiungere la felicità.
Questa è l'unica motivazione che permette di giustificare la
battaglia affinché le leggi dello Stato promuovano e
difendano l'indissolubilità matrimoniale. Se non fosse così,
avrebbero avuto ragione i radicali ad accusare i cattolici
di voler obbligare anche i non credenti a un atteggiamento
che derivava dalla fede, e quindi in sostanza a un'imposizione
di quest'ultima.

FattiSentire.net

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Discorso del Card. Caffarra
presso il Centro Polivalente "Pandurera" di Cento (Fe)
16 febbraio 2007

Viviamo dentro una cultura ed una comunicazione sociale
nella quale si tende a trasformare ogni desiderio in
diritto.
Una società nella quale vale il principio: "se tu non vuoi,
perché devi impedire che io possa?".
Una società cioè nella quale la soggettività individuale, la
ricerca del proprio bene-essere diventa il criterio supremo
dell'organizzazione sociale, negando che esistano beni umani
insiti nella natura della persona umana che tutti devono
riconoscere; che esiste un bene umano comune.
Potremmo dire che il principio utilitaristico ha così
completamente pervaso i nostri rapporti sociali rendendoli
"scambio di equivalenti" come nei rapporti economici e nel
mercato.

Questa premessa mi serve ad esprimere meglio l'idea
fondamentale di questa mia riflessione.
Che è la seguente: la famiglia intesa come "società naturale
fondata sul matrimonio" è la principale nemica di una
società che riduca il bene comune all'utilità dell'individuo.
Pertanto chi indebolisce l'istituto familiare,
obiettivamente promuove un'organizzazione sociale dominata
dalla "regola degli equivalenti".
Insidia cioè gravemente il bene comune.
Ora cercherò di spiegarmi punto per punto, brevemente.

Primo punto. La comunità familiare è dominata dal principio
di reciprocità perché è costruita sull'affermazione di ogni
persona che la compone, in se stessa e per se stessa.
Il bambino neonato è amato e ben voluto non per l'utilità
che esso offre.
L'anziano è custodito e venerato anche se non è più
produttivo.
Quando un familiare si ammala non viene abbandonato a se
stesso.
La vita in famiglia costituisce la prima, originaria
socializzazione della persona umana perché la inserisce in
un tessuto connettivo costituito dall'affermazione di ogni
persona in se stessa e per se stessa, e non per la funzione
che esercita.
Cerchiamo di riflettere molto seriamente su questo punto
fondamentale.
Quando due si sposano promettono di essere reciprocamente
fedeli per sempre "nella gioia e nel dolore, nella salute e
nella malattia", e di amarsi ed onorarsi per tutti i giorni
della vita.
È il contenuto di questa promessa che costituisce il bene
comune della comunità che il vincolo coniugale crea fra l'uomo
e la donna.
Sono le parole con cui l'uomo e la donna fondano il loro
matrimonio ad indicare il bene comune della società
coniugale: l'amore, la fedeltà, l'onore e "per tutti i
giorni della vita".

La comunità coniugale è intimamente orientata alla
generazione-educazione dei figli.
Non si tratta solo di un fatto biologico: è un evento
spirituale molto profondo.
Il figlio "apre" la comunità coniugale all'ingresso di un
altro che non è "estraneo", ma è a pieno diritto membro di
una vera comunità umana, la famiglia.
Essa è in senso vero e proprio la vera culla della società
umana, poiché è in essa che l'umanità continua.
L'uomo può smettere di fare qualsiasi cosa, ma non di
generare ed educare l'uomo.
Senza l'educazione il nostro bene comune fondamentale che è
la nostra umanità, è destinata a scomparire.
È nella famiglia che si imparano gli stili di vita che
promuovono nella società il principio della reciprocità, ed
impedisce che diventi dominante il principio dell'equivalenza.

Punto secondo. Se ciò che ho detto è vero, la conseguenza è
che chi indebolisce, chi non riconosce la famiglia,
obiettivamente non promuove il bene comune.
Ci sono molti modi per rafforzare/indebolire,
riconoscere/non riconoscere la famiglia.
Non voglio addentrarmi in un campo che in una certa misura
esula dalla mia competenza.
Mi limito ad una sola riflessione.
Non sto giudicando le intenzioni di nessuno. Quando si
creano, attraverso le leggi, istituzioni nuove, esse, una
volta entrate a far parte della vita associata possono avere
conseguenze che non erano quelle desiderate: conseguenze
inattese dell'azione intenzionale.
Orbene, da quanto ho detto prima risulta che: il matrimonio
e la famiglia sono di importanza fondamentale per il bene
comune; la decisione di sposarsi è una decisione ardua; il
matrimonio e la famiglia sono oggi particolarmente insidiati
nella loro preziosità etica anche da un diffuso
utilitarismo.

Presupposto tutto questo, facciamo la seguente ipotesi: lo
Stato offre una via alternativa per avere quei beni che fino
ad ora erano concessi a chi era sposato, un'alternativa che
non richiede gli impegni propri del matrimonio.
Quale sarà il risultato?
Almeno due: un'ulteriore conferma della mentalità
utilitarista e quindi un forte indebolimento dell'istituto
matrimoniale rispetto alle ideologie ad esso ostili.
In una parola: il bene comune è seriamente compromesso.
In una società in cui la norma utilitarista sta pervadendo
sempre più profondamente la coscienza, offrire un'alternativa
alla famiglia, nel senso che i beni propri di essa si
possono raggiungere senza gli impegni che essa comporta,
obiettivamente significa persuadere le persone a scegliere
secondo la norma utilitarista.

Se ci va bene una società così configurata, possiamo pure
proseguire su questa strada.
Il capolinea sarà una persona sempre più sradicata dalla
verità e dal bene della sua umanità; una società di estranei
gli uni agli altri.
La situazione è grave, poiché si sta marciando verso questo
capolinea dicendo che si sta percorrendo la direzione
opposta.

Come cristiani abbiamo una grande responsabilità in questo
contesto poiché abbiamo ricevuto mediante la fede un grande
dono.
Il dono è l'essere nella Chiesa, l'essere Chiesa. E la
Chiesa è l'esperienza di un bene comune che non ha l'uguale.
È la comunione ecclesiale dove ciascuno è responsabile di
ciascuno.
Certamente, la Chiesa ha una sua originaria specificità.
Ma là dove ci sono vere comunità cristiane, piccoli
frammenti cioè in cui vive ed opera tutto il grande Mistero
che è la Chiesa, esse non possono non diventare creatrici
anche di società buone e giuste.
Non è l'essere minoranza o maggioranza la preoccupazione
fondamentale della Chiesa. Questa è una preoccupazione di
chi pensa soprattutto al potere.

La nostra preoccupazione è di prendersi cura della nostra
umanità.
La preoccupazione della Chiesa è di aiutare la persona a
realizzare in misura alta la sua umanità.

+ Cardinale Carlo Caffarra,
Arcivescovo di Bologna
© Avvenire-Bologna7, 18/2/2007

__._,_.___
2月20日

PACS: i cattolici del no

Alle radici dell'atteggiamento di alcuni cattolici
favorevoli alla distruzione della famiglia italiana.

"Anormali"
(Titolo originale)

Una pagina dimenticata
del più grande apologista italiano del XX secolo:
Tito Casini

Tratta da: NEL FUMO DI SATANA VERSO L'ULTIMO SCONTRO
(1976)
http://www.latunicastracciata.net/ultimo_scontro/10_US.htm

Inversione delle parti?
La domanda che l'estensore confessa d'essersi fatta "a denti
stretti", definendola "paradossale", è in realtà una di
quelle che affermano, e vale ben oltre la portata di ciò che
le ha dato origine come per l'appunto il divorzio.
Non ch'io neghi - a coloro di cui noi laici, nella battaglia
per le are e i fuochi, abbiamo fatto le parti, mentre
quelli, come le stelle di Cronin, stavano, nel miglior dei
casi, a guardare -, non ch'io neghi ai nostri amorosi padri
e pastori la buona intenzione. Pax vobis, e l'intenzione
(tanto più chiara, ora che le due difficili parole ci vengon
dette in volgare) era quella: quella, precisamente, di non
infranger la "pace", d'impedire quella frattura, quella
"guerra di religione" che tutti, pur minacciandola,
sembravano voler scongiurare come inevitabile deprecabile
conseguenza della sconfitta del divorzio.
Ognuno, infatti, ricorda come questo fosse il grande
argomento, come tutti, spurgati i vecchi podrecchiani
catarri contro la Chiesa, esternassero nei suoi riguardi
quella santa preoccupazione: una cosa, diciamo, da strappare
per la commozione le lacrime, intonando il Nunc dimittis,
sentire dai più famelici anticlericali di ieri, quelli che
avrebbero mangiato un prete a colazione, un vescovo a pranzo
e il Papa a cena, professioni di rispetto da far loro forse
rimpiangere che non portassero più la tonaca per potergliela
pubblicamente baciare. E chi non ha creduto, ascoltando la
Nilde, la Sunamita di Togliatti, ch'essa fosse tornata
l'antica figlia di Maria, da proporsi, oggi che in chiesa
offician le donne, per ministra all'altare, con Fortuna,
l'ex-luigino tornato ai prischi fervori, per chierichetto? E
il Pajetta? E il Ferrara? E il Gorresio? e... Non per
diminuire il suo merito, il suo diritto alla "medaglia", ma
il Carretto, nel riferire il suo colloquio con Gesù, il
fratello maggiore, a proposito del suo "no", non si è
dimostrato più pio, più attento al bene della Chiesa, più
geloso della pace religiosa in Italia, di loro che con Gesù
non erano come lui in rapporti di parentela o di stato, se
non proprio nella condizione del celebre "poeta roseo" che,
come malignò quel suo rivale, "di tutti disse mal fuor che
di Cristo, scusandosi col dir: Non lo conosco".

Conoscenti e non conoscenti - tra i primi la cosiddetta
Azione Cattolica, distintasi per la sua totale inazione, a
differenza dell'Università similmente detta cattolica, il
cui magnifico rettor Lazzati si schierava decisamente per il
"no" - tutti, fino alle ore quattordici del lunedì 13
maggio, chiusura dei seggi, sembravano avere in cima ai loro
pensieri la sorte della religione fra noi, e si spiega così
la malavoglia dei Vescovi a impegnarsi nella battaglia, così
l'avversione loro alla "conta", così il molle giunco, in
luogo del rigido pastorale, nei confronti dei traditori.
Pie saeviens? No, niente, con essi, severità, né pia, né
dura, niente con essi bastone ma carote, carote, carote, ma
"perdon", ma "carità", ma "fiducia", nuova e maggior fiducia
a chi dimostrò fin troppo di averne abusato, e così abbiam
visto, non senza nausea, a quel nostro Meucci, delatore in
Cina dei cattolici fedeli a Roma, che tanto ha fatto, in
Italia, per favorire, col divorzio, la delinquenza
giovanile, la Pontificia Università Gregoriana spalancar le
sue porte perché vi andasse a concionare sul problema dei
minorenni, accusando "la società" con domande come queste:
"Chi è il delinquente che finisce in carcere? Da dove
provengono i dodicimila minori che ogni anno entrano in
carcere?" - senza che nessuno abbia risposto, additandolo,
alla sua impudenza.
Stessi riguardi, identica stima per il compagno Raniero,
compagno in Asia pro-Mao come da noi pro-divorzio, che delle
relative fatiche sta riposandosi nella magnifica villa che i
soldi episcopali di direttore dell'Avvenire d'Italia gli
hanno permesso di regalarsi a Camaldoli vicino ai frati
dell'eremo, i quali, Abate compreso, hanno in lui il maestro
e guida, l'Ipse dixit, capace d'insegnare al Papa, con un
sorriso alla Balducci, ciò che va fatto e non va fatto
perché... perché non si veda, per esempio, in Italia ciò
che, in fatto di liturgia, quei due han visto "in quella
chiesa là di Pechino".

È un esempio che va citato, e lo citiamo, dal nostro
settimanale diocesano, dove ne parla un sacerdote di qua,
monsignor Fatucchi, andato lassù, a Camaldoli, con altri
coetanei di sacerdozio, per ricordare, con una Messa che
avesse almeno, lingua e canti, un poco di quella, la loro
Messa novella.
Così hanno chiesto, ma al loro umile, modesto desiderio - un
po' di latino, qualche nota di gregoriano - ha risposto,
"immediatamente aggressivo", l'Abate Generale: "I canti
gregoriani sono dei morti e nessuno deve risuscitarli!". Non
convinto e non atterrito, il sacerdote ha voluto un poco
discutere - dopo aver celebrato senza i morti, come l'Abate
irremovibilmente, dittatoriamente imponeva - circa la di lui
affermazione, ma invano: "Invano ho tentato di obbiettate
che l'arte, la musica non muoiono mai, invano ho aggiunto
che anche il popolo conosce il senso di certe parole
(Kyrie... Sanctus... Gloria...). Ho anche ricordato i
recenti interventi del Papa in proposito: ma tutto è stato
inutile. Alla mia frase: "Il Papa non vuole cosi" si è
risposto: "Il Papa pensa come me, il Papa vuole quello che
voglio io!" aggiungendo che se lui, il Papa, s'era espresso,
a parole, in senso contrario, lo aveva fatto "per compiacere
a qualcuno, ma non pensava a quel modo", e, comunque fosse,
comunque il Papa volesse, ha concluso ancora più aggressivo,
"io voglio così, io sono il superiore e finché io sarò il
superiore, all'Eremo si farà sempre così"".
L'État c'est moi, diceva quello; il Papa, dice questo, a
Camaldoli sono io, così a me piace, piaccia o non piaccia a
quello di Roma... Non mancava, a questo punto, che lui, e
lui, il Raniero, comparve, "circondato con molto calore da
alcuni monaci", lui, il La Valle "che a Camaldoli respira
molto bene, a pieni polmoni", ed è "entrato nel discorso"
risolvendo tutto con un sorriso, ossia "irridendo che ancora
sopravviva qualche retrivo conservatore che osa chiedere il
ritorno di pochi canti in latino". Ne aveva trovati, di
questi retrivi conservatori, di questi morti renitenti a
seppellire i loro morti, o illusi di risuscitarli, perfino
in Cina, là dove Mao di conservatori ne aveva, non
metaforicamente, seppelliti a milioni, e non c'era da
meravigliarsi, c'era solo da sorridere, che se ne trovassero
ancora qua, dove la rivoluzione culturale era appena in
fasce.

Ignoriamo se ai fini e in attesa d'essa rivoluzione il
Raniero stia insegnando ai monaci, a quei monaci suoi
calorosi alunni antilatinisti, il cinese (nel dubbio se non
finirà per vincere il russo e a parte il fatto che Mao, vedi
un po', pensa di adottare, per la scrittura, i caratteri
latini), ma sappiamo ch'egli, all'uopo, lavora (col compagno
Giampaolo che mai da lui non è e non sia diviso, come il
Paolo dalla Francesca di Dante) quale animatore dei
cosiddetti "cattolici del dissenso" o, come più comunemente
detti, "del no".
Una denominazione curiosa, equivalente a cattolici non
cattolici, cattolici che, posti dinanzi al loro dovere di
agir come tali, rispondono "no" e agiscono all'opposto -
magari continuando ad andare in chiesa, s'intende dove il
latino e il gregoriano sono ben morti -, si tratti di
opporsi al divorzio o ai partiti che insieme al divorzio,
demolitore della famiglia, anelano alla demolizione della
Chiesa. Di questi, appunto, si tratta: questi che il 12
maggio hanno risposto "no" alla Chiesa, "no" al "no" del
Vangelo e perfin del Concilio, di quello che considerano il
loro Concilio e che, "se non ci fosse stato", infelici noi
che dovremmo ancora pregare e cantare come in quella "Chiesa
cattolica che è in Pechino"!

Cattolici del no, ed è, questa loro organizzazione,
successiva al 12 maggio, la più beffarda risposta agl'inviti
e alle speranze dei Vescovi, alle loro cortesie e premute
per il loro ritorno all'ovile, di cui s'è reso fra gli altri
interprete in Cei il vescovo, dal nome tutto mitezza,
monsignor Abele Conigli, di Teramo, che, come riferisce la
cronaca del convegno, "ha esortato tutti ad estrema pazienza
e carità, in particolare con i sacerdoti che hanno violato
la comunione ecclesiale: su tutto prevalga l'amore". Al loro
patetico appello, tutto sul motivo di Torna, deh torna, o
figlio, quelli, come s'è visto, han risposto picche, han
risposto "no", facendo di questo un'istituzione, una divisa
e una bandiera, da sventolare in faccia ai Vescovi e al
Papa: un'istituzione (fondata in Roma il 21 giugno,
anniversario dell'incoronazione di Paolo VI) che ha
anzitutto posto sotto accusa gli accusatori: i Vescovi, per
l'appunto, "incluse le più alte istanze" ossia l'altissima,
il Papa, sia pur concedendo loro le attenuanti, d'ordine...
mentale, in quanto inetti a riconoscere, nella condanna del
divorzio e dei cattolici suoi propugnatori, "il grave
ritardo della Chiesa nella lettura dei disegni dei tempi".
Così il La Valle, il relatore, benigno per questo agli
imputati, benigno alla Chiesa, di cui i cattolici del no
possono "capire l'inquietudine profonda, la percezione
angosciata dell'insuccesso che le istanze più alte hanno
mostrato dopo il 12 maggio", ma senza giustificarne la
faccia "corrucciata" nei loro riguardi, senza perdonarle la
"facilità a pronunciare condanne, a dichiarare esclusioni",
cosa che per essi ha rappresentato, nel caso, "una sorpresa
ed un trauma".

Una sorpresa e un trauma d'altro genere, e assai più
sconvolgente, è stata per i "cattolici del no", o "compagni
credenti", come li denominano i compagni non credenti, la
freddezza di questi a riguardo loro, ossia a riguardo della
loro costituzione in partito, da quelli voluta al fine di
proseguire con questi, viribus unitis, verso gli altri "no",
le altre comuni vittorie da conseguire sotto lo stimolo del
grave ritardo storico, ovviabile o tampoco avviabile con lo
storico compromesso proposto dal capo dei non credenti...
Non sic, non così gli stessi compagni, non così lo stesso
capo dei miscredenti avevano accolto antecedentemente al 12
maggio l'iniziativa dei credenti per un convegno, un
sodalizio in comune - da tenersi e fondare - come si tenne e
si fondò, a Roma, sempre a ridosso delle alte istanze, il 23
marzo - a vantaggio del "no", e la luce della più schietta
gioia brillava in volto ai La Valle, ai Mericci, ai Leonori,
ai Macario, ai Carniti, ai Gabaglio, ai Brezzi, ai Pedrassi,
ai Prodi, agli Scoppola, per non nominar che i maggiori,
mentre si leggevano fra i battimani i messaggi del
Berlinguer e del De Martino inneggianti alle "decisioni
coraggiose e ferme di quei democratici di fede cristiana che
rivendicano la libertà di coscienza" (così onorata e
tutelata, come ognun sa, in quei loro paesi là di fede
marxista).

Or perché dunque, passato il 12 maggio, questo mutato loro
contegno? È un fatto che i compagni non credenti non han
gradito, da parte dei credenti, questa ulteriore loro prova
di fedeltà all'asse Roma-Mosca, di indissolubilità del
patto, stavo per dire del matrimonio, contratto in vista del
divorzio, e un di loro, uno dei maggiorenti delle Botteghe
Oscure, l'onorevole nientemeno che Natta, "ha detto
chiaramente ai cattolici del no" (come riferisce su un
giornale Giovanni Ricci) "che il Partito Comunista Italiano
non vuole che si costituiscano in partito".
Perché?
Ci si domanda, sorpresi e traumatizzati anche noi, ci
domandiamo giusto il perché, e lasciando andare ciò che, da
napoletano, potrebbe risponder De Martino, ossia che, avuta
la grazia (nel caso, il divorzio), i santi si mandano a
buggerare; lasciando andare che i Quisling, utili e
accarezzati finché dura il bisogno, finiscono, finito
questo, disprezzati e schifati dai loro stessi padroni;
lasciando andare questi e altri possibili motivi del genere,
la risposta più attendibile non può esser che quella detta
dal medesimo Natta, ossia che "il Partito Comunista Italiano
punta al dialogo con "tutti" cattolici e non solo con quelli
del cosiddetto dissenso; anzi, avverte che costoro, a tempi
lunghi, costituiscono più un ostacolo che un aiuto".
Risposta, ossia spiegazione, sorprendente e traumatica, per
i compagni credenti, più dello stesso veto a costituirsi in
partito in quanto li liquida degradandoli da inutili, ormai,
a importuni ausiliari, in vista dei tempi lunghi, stante la
loro posizione nei riguardi delle alte istanze, corrucciate
come s'è visto con loro per via del 12 maggio, e non perché
contrarie al "dialogo" ma per quella prudenza nell'avanzare
raccomandata da Ferrer al suo cocchiere: adelante, sì, ma
con juicio, per non arrotare, coi tempi troppo brevi, la
folla acclamante.

Va pure aggiunto che di frange, di truppe di complemento,
come sarebbero questi cattolici del no, fratelli uterini dei
cristiani per il socialismo, fratelli a loro volta di poppa
di quelli del 7 novembre, cugini carnali dei mazziani
dell'Isolotto, il partito ne ha già troppi, con danno della
sua unità ed efficienza in campo, a cominciare dai
brigatisti (rossi) e, senza dimenticare gli aclisti (rosa),
terminare coi nappisti (scarlatti), pur contando quelli del
Fuori (Fronte unitario Omosessuale Italiano) e quelle del
PPP (Partito Protezione Prostitute): due nuovi recenti parti
della nostra prolifica democrazia, che noi finanzieremo a
gloria e vantaggio della repubblica fondata anche sul loro
lavoro.
Fuori e PPP... Mi perdonino i "cattolici del no" se parlando
di loro siamo arrivati, siamo scivolati a parlar di questi,
maschi e femmine d'un peccato medesmo al mondo lerci...
Lungi da me l'idea di associarli, ma penso che sia carità
avvertirli. Non vorrei, infatti, non vorrei, per il loro
onore, che fossero quelli a prender l'iniziativa. Non
vorrei, dico, che, a tempi lunghi, quelli arrivassero a dire
a loro: venite con noi che, in un modo o nell'altro, siamo
tutti... anormali.

Su questa strada, a tempi brevissimi, quelli hanno
organizzato, a Milano, in una ex-chiesa, idealmente
ridedicata al loro santo apostolo e martire Pasolini, una
"festa omosex" (come han riferito i giornali) "a base di
musica, canzoni e proiezioni di tipo OS", per combattere,
han detto, "tutti i perbenisti che ci vogliono tenere
nell'ombra", e si sa che in Francia quelli e quelle han
fatto, di una chiesa non "ex" come la cattedrale di Reims,
un Eros center, coi confessionali per camerini e le cappelle
per luoghi di decenza, senza che, da dove si doveva (e qui
non si può più scherzare: qui è il tragico) sia partita una
scomunica, un interdetto, un miramur, che c'impedisca di
pensare che il fumo degl'incensi - all'hascisc o alla
marijuana - bruciati con abbondanza in queste feste di
Satana, si sia diffuso dalle chiese alla Chiesa, snervando,
addormentando del tutto, gl'insonnoliti custodi.
Che suono avrà, quando l'ora sarà venuta - e forse non è
lontana - la sveglia di Dio?

__._,_.___
2月19日

meglio credere in Dio che in dico

C’è un aspetto tutto interno al mondo cattolico nella polemica che si è scatenata sui “Dico”. Un gruppo di cattolici progressisti hanno lanciato un appello ai vescovi perché si auto-imbavaglino e non pubblichino la Nota annunciata da Ruini, che impegnerebbe i parlamentari cattolici a un voto in difese della famiglia.
Costoro scrivono: “L’annunciato intervento della presidenza della Cei, che imporrebbe ai parlamentari cattolici di rifiutare il progetto di legge sui ‘diritti delle convivenze’, è di inaudita gravità. Con un atto di questa natura l’Italia ricadrebbe nella deprecata condizione di conflitto tra la condizione di credente e quella di cittadino”.
A parte l’assurdità dell’argomento – il cristiano infatti è e deve essere sempre“nel mondo, ma non del mondo” – è strana questa richiesta di autocensura. Chi ama la libertà non può pretendere che qualcuno si imbavagli. Inoltre la Chiesa in materia si è già pronunciata. La Congregazione per la dottrina della fede, presieduta dal cardinal Ratzinger, in data 3 giugno 2003, emanò il documento CONSIDERAZIONI CIRCA I PROGETTI DI RICONOSCIMENTO LEGALE DELLE UNIONI TRA PERSONE OMOSESSUALI, approvato e fatto pubblicare da Giovanni Paolo II. In esso si leggeva:

“ Se tutti i fedeli sono tenuti ad opporsi al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, i politici cattolici lo sono in particolare, nella linea della responsabilità che è loro propria. In presenza di progetti di legge favorevoli alle unioni omosessuali, sono da tener presenti le seguenti indicazioni etiche.

Nel caso in cui si proponga per la prima volta all'Assemblea legislativa un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge. Concedere il suffragio del proprio voto ad un testo legislativo così nocivo per il bene comune della società è un atto gravemente immorale.”

Quindi, come si vede, il pronunciamento della Chiesa, impegnativo per i politici, c’è già. Allora di cosa discutiamo? Infine un’ultima considerazione: da anni attaccano Pio XII per i suoi presunti silenzi contro le persecuzioni antisemite (silenzi che non ci furono, Pio XII fece salvare migliaia di ebrei), se ne dovrebbe evincere che la Chiesa non deve mai tacere quando vede messi in discussioni valori fondamentali e non negoziabili. Perché allora intimano alla Chiesa di tacere contro un progetto del potere che mina uno dei valori morali essenziali della tradizione cristiana e della civiltà? Rosy Bindi ha affermato: “Io amo pensare alla Chiesa che si occupa delle cose di Dio”. E Pietro Scoppola si è associato. Attenzione, con questo criterio allora veramente la Chiesa non avrebbe dovuto parlare contro i totalitarismi che hanno devastato il Novecento. Forse è il caso di fare un bagno di umiltà e ascoltare il Papa.


I CATTOLICI DI DIO E QUELLI DELLE POLTRONE

di Antonio Socci

Il ministro Rosy Bindi, già vicepresidente dell’Azione Cattolica, oggi chiamata “Rosy nel pugno”, per difendere i suoi Dico ha sparato così contro Benedetto XVI e il cardinale Ruini: “Io amo pensare alla Chiesa che si occupa delle cose di Dio”. Padre Livio Fanzaga, dai microfoni di Radio Maria, ha risposto: “noi ameremmo che i politici non si occupassero solo delle proprie poltrone”.

Ormai siamo alla resa dei conti dentro al mondo cattolico. Da una parte i cattolici del popolo come Savino Pezzotta che conosce le difficoltà delle famiglie a tirare avanti e far crescere i figli (anche per colpa delle politiche del governo). Pezzotta ieri ha sparato a zero – da Avvenire – sui Dico e in difesa della libertà di parola della Chiesa. Dall’altra parte ci sono i cattolici del potere, culturalmente subalterni alla Sinistra, come Oscar Luigi Scalfaro che ieri – sulla Repubblica – si è lanciato anche lui all’attacco del Papa e del cardinal Ruini.

Il peggior presidente della nostra storia repubblicana vuole insegnare a Benedetto XVI a fare il papa e a Ruini a fare il presidente della Cei. Scalfaro evoca Giovanni XXIII per contrapporlo al pontefice vivente e intima alla Cei di non fare “una imposizione” (si riferisce alla “nota” sui Dico che è stata annunciata da Ruini), ma di comportarsi come papa Roncalli con l’enciclica “Mater et Magistra”.

Scalfaro – come al solito superficiale – neanche l’ha letta quella enciclica giovannea. Altrimenti avrebbe trovato lì esattamente le stesse posizioni della Chiesa di oggi. Anzi, sembra quasi il “manifesto” a cui si attengono Benedetto XVI e Ruini. Con buona pace dei professori Alberigo, Melloni e compagni che si dichiarano “roncalliani” e hanno appena lanciato un appello perché la Chiesa si auto-imbavagli sui Dico.

Innanzitutto Giovanni XXIII afferma che “la Chiesa è portatrice e banditrice di una concezione sempre attuale della convivenza” e “il sommo Pontefice ribadisce il diritto e il dovere della Chiesa di portare il suo insostituibile contributo alla felice soluzione degli urgenti, gravissimi problemi sociali che angustiano la famiglia umana”. Quindi c’è la denuncia del “processo di disintegrazione della famiglia”. Papa Giovanni – con Pio XII – “rivendica alla Chiesa la inoppugnabile competenza di giudicare se le basi di un dato ordinamento sociale siano in accordo con l’ordine immutabile che Dio creatore e redentore ha manifestato per mezzo del diritto naturale e della rivelazione… e coglie l’occasione per dare ulteriori principi direttivi morali” sui “valori fondamentali della vita sociale” fra cui c’è “la famiglia”.

A proposito della quale, il papa afferma: “dobbiamo proclamare solennemente che la vita umana va trasmessa attraverso la famiglia, fondata sul matrimonio uno e indissolubile, elevato, per i cristiani, alla dignità di sacramento”. Non manca un altro “a fondo” di Roncalli che oggi, i sedicenti “roncalliani”, definerebbero integralista: “La vita umana è sacra: fin dal suo affiorare impegna direttamente l’azione creatrice di Dio. Violando le sue leggi, si offende la sua divina maestà, si degrada se stessi e l’umanità e si svigorisce altresì la stessa comunità di cui si è membri”. E, con toni “ruiniani”, aggiunge: “l’ordine morale non si regge che in Dio: scisso da Dio si disintegra. L’uomo infatti non è solo un organismo materiale, ma è anche spirito dotato di pensiero e di libertà. Esige quindi un ordine etico-religioso, il quale incide più di ogni valore materiale sugli indirizzi e le soluzioni da dare ai problemi della vita individuale ed associata”.

Papa Giovanni spiega pure “l’uomo staccato da Dio diventa disumano con se stesso e con i suoi simili, perché l’ordinato rapporto di convivenza presuppone l’ordinato rapporto della coscienza personale con Dio, fonte di verità, di giustizia e di amore”.

Sembrano parole di Ratzinger e Ruini, ma è papa Giovanni: “resta sempre che l’aspetto più sinistramente tipico dell’epoca moderna sta nell’assurdo tentativo di voler ricomporre un ordine temporale solido e fecondo prescindendo da Dio, unico fondamento sul quale soltanto può reggere”. Come se non bastasse, sempre nella “Mater et Magistra”, Giovanni XXIII ribadisce che “tra comunismo e cristianesimo l’opposizione è radicale, e non è da ammettersi in alcun modo che i cattolici aderiscano al socialismo moderato”.

Diranno - Scalfaro, la Bindi, Alberigo e compagni – che tuttavia questi pronunciamenti non sono come “l’annunciato intervento della Cei” che – a loro dire – “imporrebbe ai parlamentari cattolici di rifiutare” i Dico. In realtà non c’è proprio nessuna imposizione, ma solo il giudizio della Chiesa che è impegnativo per chi vuole dirsi – davanti agli elettori - cattolico. D’altronde lo stesso Giovanni XXIII – che Scalfaro, Alberigo e compagni additano ad esempio – fece un intervento sulla politica ben più pesante di quello annunciato da Ruini. Gli storici hanno rimosso questo fatto. La disinformazione ha fatto il resto, come appariva chiero ieri sulla Stampa dove Lietta Tornabuoni evocava la “scomunica verso i comunisti” del 1949 e aggiungeva: “ben presto la scomunica venne dimenticata”. Le cose non andarono affatto così perché, dieci anni dopo, proprio papa Giovanni aggravò e di molto quella scomunica.

Ecco i fatti. Con un “Decretum contra communismum”, approvato da Pio XII, il S. Uffizio, nel luglio 1949, dichiarava che non era lecito a un cattolico “iscriversi al partito comunista o sostenerlo”. Con un giudizio particolarmente attuale il S. Uffizio affermava: “i capi comunisti, sebbene a volte sostengano a parole di non essere contrari alla Religione, di fatto sia nella dottrina sia nelle azioni si dimostrano ostili a Dio, alla vera Religione e alla Chiesa di Cristo”.

Dunque ai cattolici che li sostengono fu negato l’accesso ai sacramenti: “i cristiani che professano la dottrina comunista materialista e anticristiana, e soprattutto coloro che la difendono e la propagano, incorrono ipso facto nella scomunica riservata alla Sede Apostolica, in quanto apostati della fede cattolica”.

Dieci anni più tardi – nell’aprile 1959, era papa Giovanni XXIII – lo stesso S.Uffizio aggravò questo pronunciamento: “Non è lecito ai cittadini cattolici dare il proprio voto durante le elezioni a quei partiti o candidati che, pur non professando princìpi contrari alla dottrina cattolica o anzi assumendo il nome cristiano, tuttavia nei fatti si associano ai comunisti e con il proprio comportamento li aiutano”.

In data 2 aprile Giovanni XXIII approvò tale pronunciamento e ne dispose la pubblicazione. Siccome non risulta che questi pronunciamenti siano stati rinnegati, sarebbe interessante sapere se non rientrino in questa fattispecie anche coloro che hanno votato partiti oggi alleati di partiti comunisti (fra i quali spiccano diversi vescovi). Lo stesso progetto del “Partito democratico” – con cui la sinistra dc si suiciderebbe definitivamente, sciogliendosi nell’ex Pci - uscirebbe a pezzi da un tale giudizio dottrinale. Se si rispettano queste direttive di papa Giovanni i cattolici non possono che contrapporsi ai partiti comunisti e pure ai partiti che vi si alleano. In ogni caso è evidente che l’ “anatema” di papa Giovanni fu ben più forte e solenne della “Nota” annunciata da Ruini. Peraltro oggi la Chiesa, nel contestare i Dico, non fa che richiamare l’articolo 29 della Costituzione (che riconosce “i diritti famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”) e così mette in scacco non solo la Sinistra, ma tutti quei cattolici dossettiani (e pure Scalfaro) che negli anni passati – in polemica col centrodestra – hanno sacralizzato la Costituzione, dichiarandola perfetta e immodificabile. Mentre oggi la cestinano.

Da “Libero” 16 febbraio 2007
2月17日

assurdità da pacs

Stranezze da ddl
L'affetto entra nel codice. Per la prima volta

del prof. Giuseppe Dalla Torre
Presidente UGCI

La strategia che è sotto certe polemiche sembra voler distorcere il
dibattito sui Dico nella trita contrapposizione tra cattolici e
laici, antico vizio italico, sviandolo dall'oggetto principale.

Occorre invece non cadere nella trappola, ribadire che non si tratta
di una "questione cattolica" e riportare il tema sui corretti binari
di una valutazione razionale.

E' proprio alla luce della ragione che deve essere valutato, nelle
sue finalità, nell'insieme e nei dettagli il discusso Disegno di
legge.
Per esempio partendo dallo stesso incipit del testo, vale a dire da
quel comma 1 dell'articolo 1 dove si individuano i destinatari del
provvedimento in due persone maggiorenni e capaci, anche dello
stesso sesso, "unite da reciproci vincoli affettivi".

Il riferimento ai "vincoli affettivi", infatti, se letto con gli
occhi del giurista risulta assai poco chiaro, anzi del tutto
ambiguo. Innanzitutto perché gli affetti, che attengono alla sfera
dei sentimenti, sfuggono al diritto: non possono essere rilevati,
quantificati, soppesati, quindi regolamentati.

Non è un caso che l'intera disciplina civilistica del matrimonio -
ed è tutto dire - ignori totalmente l'elemento affettivo,
limitandosi a precisare che dal matrimonio derivano obblighi (e
reciprocamente diritti) concreti e verificabili, quali la fedeltà,
l'assistenza materiale e morale, la collaborazione nell'interesse
della famiglia, la coabitazione (art. 143).
Ed anche per ciò che attiene ai figli, il diritto non dice che i
genitori hanno il dovere di amare i figli, limitandosi molto più
concretamente a precisare che il matrimonio impone ai coniugi
l'obbligo di mantenere, istruire ed educare i figli (art. 147):
obbligo il cui soddisfacimento è possibile controllare, ad esempio
dal giudice.

Insomma: il Disegno di legge introduce nell'ordinamento un elemento,
l'affetto, che natura sua esula dalla dimensione giuridica; un
elemento che il diritto non ha mai disciplinato perché non è in
grado di disciplinare.

Più gravi le conseguenze se per "vincoli affettivi" si volessero
intendere rapporti sessuali.
A parte l'irragionevolezza di non dire pane al pane e vino al vino,
o di voler dare rilievo pubblico ad una dimensione per sua natura
intima e privata, rimane il fatto che se così dovesse intendersi la
norma indicata, la conseguenza sarebbe quella di introdurre la
legittimazione dell'incesto nel nostro ordinamento.
Già: perché il testo del Disegno di legge esclude dal ricorso ai
Dico i soli consanguinei in linea retta, permettendolo quindi tra
fratelli e sorelle, o tra zii e nipoti.
D'altra parte troppi e troppo forti indizi fanno dedurre che
l'espressione "vincoli affettivi" voglia alludere nient'altro che ai
rapporti sessuali.

Che senso avrebbe altrimenti la preoccupata sollecitudine del
legislatore di escludere i consanguinei in linea retta entro il
secondo grado (e, specularmente, gli affini) dai Dico?
Che senso avrebbe, più ancora, la puntigliosa sottolineatura che i
Dico riguardano due persone "anche dello stesso sesso"?
Se così non fosse, nell'un caso e nell'altro si tratterebbe,
infatti, di precisazioni normative inutiliter datae: date
inutilmente.
Ma anche le disposizioni date inutilmente non sono, dal punto di
vista giuridico, ragionevoli.
Per questo, torniamo alla ragione

(C) Avvenire, 15-2-2007
2月15日

ragioni laiche x dire no ai pacs

di Giacomo Samek Lodovici
in «Il Timone», n. 60 (febbraio 2007), pp. 34-36

Non bisogna essere credenti per rifiutare i Pacs.
Basta la ragione.
Il riconoscimento pubblico delle unioni di fatto è inutile e
dannoso.
Specialmente per i bambini.
Lo dicono studi specialistici, che non vengono
pubblicizzati.

Molti credono che opporsi al riconoscimento giuridico delle
coppie di fatto sia dovuto a motivi legati alla fede
cattolica.
È un errore.
Ci sono ottime ragioni, dettate dal buon senso e dall'esperienza,
valide anche per chi non crede, per giudicare negativamente
i Pacs.
Vediamone alcune.

Un danno enorme per i bambini
Perché lo Stato deve privilegiare il matrimonio rispetto ad
altri tipi di unione e di convivenza?
Perché deve incentivare le forme di vita che concorrono al
bene comune e che tutelano i deboli e gli indifesi.
Qui, il bene comune è in primo luogo la procreazione, la
cura e l'educazione dei figli, che assicurano la
sopravvivenza della società.
E la tutela di deboli e indifesi fa pensare innanzitutto ai
bambini.
Pochi considerano il vero bene di questi ultimi.
È chiaro che il contesto più propizio per la loro nascita,
cura ed educazione è una forma di relazione caratterizzata
dall'amore, dalla stabilità e dalla coesione.
Ma ciò è l'esatto contrario delle convivenze, connotate (con
rare eccezioni) da provvisorietà e breve durata, perché i
conviventi non si impegnano con alcun vincolo a rimanere
insieme.
I dati parlano chiaro: gli uomini che convivono sono 4 volte
più infedeli dei mariti, e le donne conviventi tradiscono 8
volte di più delle mogli (cfr. Gallagher - Waite, 2000).
Non solo.
Un gruppo di ricercatori della Rutgers University (USA) ha
dimostrato che su 4 bambini nati da coppie di fatto, 3
soffrono per la rottura dell'unione dei loro genitori prima
dei 16 anni di età, e rimangono a vivere con un solo
genitore.
S. Brown, della Bowling Green State University (Usa), ha
documentato che i figli delle coppie di fatto subiscono
disordini psicologici (asocialità, depressione, difficoltà
di concentrazione) più frequentemente rispetto a quelli
degli sposati.
In più, il tasso di violenza domestica è molto più alto tra
le coppie di fatto che tra quelle coniugate e la depressione
è 3 volte maggiore tra i conviventi che tra gli sposati.
Sono dati impressionanti, purtroppo sconosciuti ai più, ma
significativi per motivare un giudizio negativo sui Pacs.

I bambini e le coppie gay
Quanto alle coppie omosessuali, è ovvio che esse non possono
contribuire mediante la procreazione alla continuazione
della società.
Si obbietta che potrebbero farlo adottando dei bambini.
Ma dare loro bambini in adozione significa, quanto meno,
privarli della figura materna/paterna, che non può essere
surrogata da chi è uomo/donna.
I dati a nostra disposizione mostrano che i bambini affidati
a queste coppie hanno alta probabilità di soffrire di gravi
disturbi psicologici, di avere bassa autostima, maggiore
propensione alla tossicodipendenza e ad autolesionarsi (cfr.
Deevy, 1989, p. 34), per almeno i seguenti 5 motivi.

a) L'assenza della figura materna/paterna. È vero che ci
sono casi in cui i bambini trovano le figure di riferimento
femminile/maschile fuori dalla coppia genitoriale; ma ciò
non si verifica sempre e non intacca l'inaccettabilità della
privazione iniziale. Esistono situazioni speciali (per es.
in tempo di guerra) in cui alcuni bambini vengono allevati
da due donne; ma una situazione eccezionale richiede
soluzioni eccezionali che non possono diventare norma, né
essere considerate un bene.

b) La brevità dei legami omosessuali, che si infrangono
molto più frequentemente di quelli delle coppie coniugate,
con o senza figli. Due ricercatori gay non sospettabili di
parzialità, D. McWirther e A. Mattison, hanno esaminato 156
coppie omosessuali e ne hanno ricavato risultati scioccanti.
Solo 7 di queste avevano avuto una relazione esclusiva, ma
nessuna era durata più di 5 anni. Le relazioni omosessuali
durano in media un anno e mezzo e i maschi gay hanno
mediamente 8 partner in un anno fuori dal rapporto
principale (Xiridou, 2003). E un'indagine su 150 uomini
omosessuali di età tra i 30 e i 40 anni ha mostrato che già
a quell'età il 65% aveva avuto più di 100 (cento) partner
sessuali (cfr. Goode - Troiden, 1980). Ci sono rare coppie
omosessuali che coabitano per più anni, ma tra loro non c'è
quasi mai esclusività nei rapporti.

c) Gli omosessuali hanno alta probabilità di avere salute
peggiore e problemi psicologici (cfr. Rothblum, 1990, p. 76;
Welch, 2000, pp. 256-263), che si ripercuotono sui bambini.
In Olanda, dove il clima culturale è molto tollerante, uno
studio su 7.076 soggetti ha mostrato che i disturbi
psicologici degli omosessuali sono molto frequenti (cfr.
Sandfort, 2001, pp. 85-91). Forse è anche per questo motivo
che in quell'ambiente la percentuale di suicidi è superiore
alla media e il tasso di violenza è assai alto (Cameron,
1996, pp. 383-404).

d) I bambini che vengono adottati hanno alle spalle già una
storia di sofferenze e/o di violenza: così, alla differenza
tra i genitori naturali e quelli adottivi «che già di per sé
costituisce una difficoltà - si viene ad aggiungere il fatto
che la coppia dei secondi non è analoga alla coppia dei
primi» (Lacroix, p. 56).

e) Ancora, «è insito nel bambino un bisogno di divisione dei
ruoli, di sapere "chi fa che cosa" e "da chi mi posso
aspettare questo atteggiamento e da chi mi posso aspettare
quell'altro"» (Lobbia - Trasforini, p. 89).

Si sa che anche un matrimonio può naufragare.
Però è l'istituto giuridico che dà maggiori garanzie di
durata perché, se nel matrimonio la fragilità è una forma di
patologia, nelle altre unioni è la norma, visto che esse non
si impegnano a restare unite, come dicono i dati sopra
riportati.
Se dunque il matrimonio è come una casa costruita per
abitarci per tutta la vita e che può crollare, gli altri
tipi di unione sono come delle case costruite per stare in
piedi solo per un certo periodo, dopo il quale crollano
quasi sempre.
Quel che è certo è che in generale il matrimonio tra un uomo
e una donna è, in forza della sua maggiore stabilità, l'ambito
più adatto per l'educazione e la crescita dei bambini e,
dunque, chiunque si sposa rappresenta un esempio per le
giovani generazioni, perlomeno per la volontà di dare al
rapporto una dimensione di durata e stabilità: perciò è
giusto che lo Stato incentivi comunque il matrimonio.

I Pacs discriminano
I sostenitori dei Pacs dicono che i conviventi sono
discriminati.
È falso.
La vera discriminazione viene dai Pacs e colpisce i coniugi
regolarmente sposati, perché questi si sono formalmente
assunti degli obblighi (per es., di coabitazione, di aiuto
reciproco, di educare i figli, anche adottati, di
contribuire ai bisogni della famiglia, di versare gli
alimenti in caso di separazione o divorzio).
Riconoscendo le unioni di fatto, lo Stato si assume delle
obbligazioni verso i conviventi, mentre questi non ne
assumono alcuna, riconosce loro facilitazioni ed incentivi
(per es. per comprare la casa, o la pensione di
reversibilità, o l'accesso all'edilizia popolare, ecc.)
senza esigere in cambio quei doveri che invece esige dai
coniugi.
Alcune proposte di legge menzionano dei doveri dei
conviventi, ma finché questi non saranno in tutto e per
tutto esattamente equivalenti a quelli dei coniugi, non c'è
alcun motivo di riconoscere loro i medesimi diritti dei
coniugi.
Se i membri di queste forme di convivenza si trovano in
stato di necessità si possono attuare, dove non esistano
già, politiche di aiuto ai singoli in quanto singoli, ma non
alle relazioni, senza equiparare giuridicamente i conviventi
ai coniugati e purché tali aiuti restino sempre diversi da
quelli concessi ai coniugi.
Inoltre, se lo Stato vorrà dare incentivi alla coppie di
fatto, allora dovrà concederli anche ai membri di altre
relazioni affettivo-solidaristiche, di aiuto reciproco, come
quelle tra amici, tra un anziano e un parente, tra anziani o
religiosi che vivono insieme, altrimenti si creerebbe una
discriminazione.
Perché mai privilegiare i conviventi?
Forse perché le loro relazioni hanno alla base un'unione
sessuale?
Ma, se conta solo questa, allora bisognerebbe incentivare
economicamente anche la poligamia e l'incesto.
Davvero, il riconoscimento giuridico dei Pacs susciterebbe
molte discriminazioni ingiuste.

E se fanno i furbi?
Come si può controllare se la relazione sessuale dei
conviventi è effettiva o dichiarata soltanto per ottenere il
godimento dei diritti che deriverebbero dai Pacs?
Equiparando giuridicamente il matrimonio e le altre unioni,
lo Stato si espone agli abusi e alle truffe di chi vuole
avere benefici e diritti senza alcun dovere.
È vero, anche chi si sposa può avere questa intenzione, ma i
doveri implicati dal matrimonio rendono meno allettanti tali
diritti ed incentivi.
Naturalmente, quanto detto fin qui non significa che ai
conviventi e agli omosessuali debbano essere negati i
diritti fondamentali: essi devono poter usufruire dei
diritti di tutti gli altri uomini in quanto singoli, ma non
dei diritti che lo Stato riconosce alle coppie sposate per
il loro contributo alla continuazione della società.
Del resto, come ha dimostrato la rivista «Sì alla vita»
(novembre 2005), i diritti reclamati per i conviventi dai
sostenitori dei Pacs sono già garantiti dal diritto privato
(cfr. box in questo dossier a p. 39).
Questo spiega perché nei comuni italiani dove sono stati
istituiti i registri delle unioni di fatto, e nei paesi
europei dove già esistono i Pacs, la richiesta di iscriversi
è stata davvero irrisoria e interessa pochissimo ai
conviventi.
Ma, allora, perché presentare i Pacs come un'urgenza
improrogabile?
In realtà, uno dei veri obiettivi è consentire agli
omosessuali di adottare bambini: se i conviventi vengono
parificati ai coniugi bisognerà concedere loro, prima o poi,
questa possibilità.
Ma si può ipotizzare che un altro obiettivo sia anche
svuotare di significato il matrimonio, togliergli ogni
attrattiva e farlo scomparire.

Un'ultima ragione
Infine, i Pacs non devono essere istituiti perché sono una
forma di approvazione pubblica di comportamenti (come le
convivenze more uxorio e l'omosessualità) che non debbono
essere proibiti, ma che sono moralmente biasimabili, come si
può dimostrare, ancora una volta, laicamente (cfr. il
Timone, n. 50, pp. 36-38 e n. 55, p. 32), senza far alcun
riferimento alla fede cristiana.

Bibliografia
«Sì alla vita», novembre 2005, Famiglia o famiglie? Dieci
tesi su unioni di fatto, Pacs, gay,
www.mpv.org/a_281_IT_12261_1.html.
X. Lacroix, In principio la differenza. Omosessualità,
matrimonio, adozione, Vita e Pensiero, 2006.
G. Lobbia - L. Trasforini, Voglio una mamma e un papà.
Coppie omosessuali, famiglie atipiche e adozione, Ancora,
2006.
Pontificio Consiglio per la Famiglia, Lexicon. Termini
ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni bioetiche,
EDB, 2003, pp. 421-430, 455-470, 587-598, 635-640, 835-852.
Idem, Famiglia, matrimonio e "unioni di fatto", varie
edizioni, 2000.
G. van den Aardweg, Un motivato no al «Matrimonio»
omosessuale, «Studi cattolici», 517 (2004), pp. 164-172.
M. Gallagher - L. Waite, The Case for Marriage, Doubleday,
2000.
S. Deevy, When mom or dad comes out, «Journal of
Psycological Nursing», 27 (1989), p. 34.
D. McWirther - A. Mattison, The male couple, Reward Books,
1984.
E. Goode - R. Troiden, Correlates and Accompaniments of
Promiscuos Sex Among Male Homosexuals, «Psychiatry», 43
(1980), pp. 51-59.
E. Rothblum, Depression Among Lesbians, «Journal of Gay &
Lesbians Psycoterapy», 1, 3 (1990), p. 76.
S. Welch, Lesbians in New Zealand, «N.Z.J. Psychiatry», 34
(2000), pp. 256-263.
T. Sandfort, Same-Sex Sexual Behaviours and Psychiatric
Disorders, «Archives of General Psychiatry», 58 (2001), pp.
85-91.
P. Cameron, Errors by the American Psychiatric Association,
«Psycological Reports», 79 (1996) pp. 383-404.
M. Xiridou, The contribution of steady and casual
partnerships to the incidence of HIV infection among
homosexual men in Amsterdam, «Aids», 17 (2003), pp.
1029-1038.
2月14日

iposcrisia PACS

Società ipocrita se indebolisce la famiglia
«Attenti, quindi, alla scelta di legalizzare le unioni di
fatto: c'è il rischio di tagliare il ramo su cui siamo
seduti»
di Luciano Monari
*Vescovo Di Piacenza-Bobbio

Il motivo per cui non riusciamo ad accettare i pacs, o
similia, come nuova figura giuridica non è etico, ma
politico.
Non diciamo: le convivenze sono contro la morale cattolica e
quindi siamo contrari a riconoscerle giuridicamente.
Diciamo invece: le convivenze sono rischiose per il bene
della società e per questo siamo contrari a una loro
legalizzazione.
Perché riteniamo che un riconoscimento giuridico delle
convivenze sia contrario al bene della società italiana?
Perché un tale riconoscimento diminuisce e deforma la
posizione della famiglia nel sistema sociale.
Il ragionamento procede in questo modo: la famiglia svolge
una funzione preziosa e delicata nella costruzione del
benessere della società.
Qualsiasi scelta che indebolisca questa funzione è
pericolosa e va soppesata con attenzione.
Ora, la scelta di legalizzare le unioni di fatto colloca la
famiglia in una condizione di oggettiva debolezza.
Attenti, quindi; c'è il rischio di tagliare il ramo su cui
siamo seduti.
Vediamo se il ragionamento fila.

La famiglia risponde, nella nostra società, a una funzione
primaria: quella della procreazione, del mantenimento e
della fondamentale educazione dei figli.
Naturalmente, la famiglia svolge anche altre funzioni a
livello affettivo, culturale o economico; ma questa (quella
della generazione e dell'educazione dei figli) è una
funzione squisitamente sociale che la famiglia svolge; dal
modo in cui questa funzione viene svolta dipende in gran
parte il benessere della società e il suo stesso futuro.
Chi si sposa assume dei doveri e delle responsabilità che
non sono affatto leggeri ma che permettono alla famiglia di
svolgere il suo compito nella società.
Questo è il motivo per cui la legge chiede una certa
stabilità della famiglia: riconosce il divorzio, certo, ma
lo ratifica solo dopo la verifica di alcune condizioni poste
dal legislatore.
Lo Stato cerca di rendere stabile la famiglia non per motivi
etici ma perché riconosce che il proprio benessere dipende
(anche) dal buon funzionamento dell'istituto familiare.

Già ora la famiglia è evidentemente in crisi e questa crisi
è pagata a caro prezzo dalla società.
Se i figli crescono più insicuri e aggressivi è perché non
hanno alle spalle la sicurezza affettiva e sociale della
loro famiglia. Il disagio è notevole: anzitutto per loro, i
figli, ma anche per la società nel suo complesso.
Non è mai stato facile, nel mondo moderno, superare la crisi
dell'adolescenza, imparare ad accettare se stessi, entrare
in rapporto fiducioso e leale, di collaborazione con gli
altri.
Ma questo passaggio diventa ancora più difficile se un
ragazzo non si sente sicuro affettivamente: se teme che i
suoi genitori si possano dividere, se immagina di dover fare
la spola tra un genitore e l'altro, se non sa quale
atteggiamento tenere nei confronti di ciascuno e non è
sicuro dell'atteggiamento dei genitori nei suoi confronti.
È un prezzo altissimo che i giovani sono costretti a pagare.

Non è certamente estraneo a questa situazione il fatto che i
giovani - ci dicono - vedono il futuro più con timore che
con speranza.
E non è solo per la precarietà del lavoro; è per la
precarietà affettiva che non dà loro che poche, incerte
speranze di essere veramente accettati e amati per sempre.
La sofferenza che si paga per questa situazione è anzitutto
personale, ma è anche sociale perché questa insicurezza
genera paura e sospetto, quindi diffidenza e aggressività;
rende i rapporti con gli altri problematici, non sereni;
rischia di far percepire la presenza degli altri come un
pericolo anziché come una ricchezza.

Ora, se si delinea una figura giuridica dei pacs (o similia)
inevitabilmente si lede la posizione che la famiglia ha oggi
nel sistema giuridico italiano.
Famiglia e pacs sono alternativi (o. o.) e questa
alternativa viene proposta ai giovani.
Più o meno così: «Hai davanti a te la vita: scegli
liberamente se vuoi impegnarti nel vincolo familiare o se
vuoi unirti senza impegno col tuo partner; per me, società,
questa scelta è indifferente; ti tratterò nello stesso modo
qualunque strada tu preferisca».
Una simile alternativa è socialmente distruttiva perché
contiene surrettiziamente un ragionamento del tipo: «Se non
sei sciocco, scegli i pacs: avrai le stesse garanzie della
famiglia e non dovrai subirne i vincoli».

Se la società considera la famiglia un bene per la società
(e cioè concretamente un "meglio") deve evidentemente
favorirla; se non la favorisce, deve sapere che ne pagherà
il prezzo.
È un prezzo il cui pagamento sembra lontano nel tempo, e
soprattutto è un prezzo che pagheranno gli altri (i figli e
i figli dei figli); perciò appare preferibile, dal punto di
vista personale, scegliere in questa direzione.
Ma non possiamo illuderci che questo possa avvenire senza
delle conseguenze sociali, cioè senza delle reali
sofferenze.
Una delle leggi dell'economia dice che la moneta peggiore
caccia la migliore; non so se esista una analoga legge della
sociologia per cui l'istituzione più facile (i pacs)
caccerebbe quella più difficile (la famiglia).
Ma sembra logico e, in ogni modo, non vorrei dover
verificare il funzionamento di questa legge.

Obiezione: di fatto esistono numerose convivenze e non si
può fare a meno di prenderne atto.
Queste convivenze non sono famiglie ma svolgono pure alcune
funzioni sociali (sostegno reciproco, integrazione
affettiva, a volte anche la procreazione).
Dobbiamo far finta di niente?
O il bene della società suggerisce che anche a queste unioni
vengano garantite alcune protezioni sociali?
Se il problema è quello di offrire certe garanzie anche a
chi non se la sente di costituire una famiglia, la strada
esiste ed è quella del diritto della persona.
Si possono fare leggi che garantiscano alle persone questo o
quel diritto che si ritiene necessario (o utile) per loro.
Per esempio: ai genitori non sposati si riconoscono
diritti-doveri analoghi a quelli che hanno i genitori
sposati; o casi simili.
Ma costituire per questo una nuova figura giuridica (unione
libera di adulti) non è necessario.
E se lo si ritiene necessario non è per garantire certi
diritti (che possono essere garantiti altrimenti) ma proprio
perché si vuole collocare accanto alla famiglia una figura
giuridica alternativa.

Certo, è possibile scegliere qualsiasi alternativa.
Ma essendo ben consapevoli degli effetti che le nostre
scelte hanno.
Sarebbe stupido pensare che una scelta, quale che sia, non
abbia conseguenze.
E a me sembra evidente che una diminuzione del primato della
famiglia porterebbe (forse) a un accentuarsi del problema
demografico, ma (certo) a un aggravarsi della crisi
educativa delle nuove generazioni.
Rischiamo di essere una società ipocrita, che si scandalizza
per gli effetti delle sue scelte ma non vuole confessare di
avere provocato essa stessa questi effetti e non accetta di
mettere in discussione le sue scelte.

Un proverbio vecchio insegnava che «non si può volere la
botte piena e la moglie ubriaca».
Traduzione: non si può volere una vita personale libera da
ogni vincolo e nello stesso tempo sperare che la società sia
ordinata e solidale; non si può volere la sicurezza che
viene dal senso di responsabilità di ciascuno e nello stesso
tempo pretendere la licenza che viene dal non volere vincolo
alcuno.

(C) Avvenire, 10-2-2007
2月13日

foibe: la cecità croata

Le foibe sono esistite. Croati date un occhiata...

Per vederle in loco, magari ci vada pure il presidente croato!

pacs e democrazia totalitaria

Religione Labour
Cristiani messi al bando e "rieducati" alla tolleranza,
cattolici arrestati perché diffondono idee "minacciose".
È l'ultimo scorcio dell'era Blair, dove il relativismo è un
dogma

di Rodolfo Casadei

Qual è quel paese dove la libertà di parola può portare in
prigione, dove è obbligatorio pensare e agire come decide il
governo, dove si viene arrestati se si esprime un parere
difforme dalla legge vigente, le associazioni studentesche
cristiane vengono espulse dalle università e per i cattolici
vengono proposti corsi di rieducazione?
La Corea del Nord o forse la Cina?
Sbagliato. Il paese in questione è niente meno che il Regno
Unito nelle ultime luci del tramonto politico di Tony Blair.

Non è un'esagerazione.
La vicenda del negato riconoscimento dell'obiezione di
coscienza alle agenzie cattoliche che si occupano di
adozioni, e che dal 1° gennaio 2009 saranno obbligate ad
accettare le coppie omosessuali che dovessero rivolgersi al
loro servizio oppure rinunciare ai fondi pubblici che
ricevono, è solo la punta di un iceberg.
Gli episodi che fanno pensare a una dittatura relativista
strisciante si sono moltiplicati in modo preoccupante negli
ultimi due anni.
Anche se la vicenda delle 12 agenzie cattoliche britanniche
per le adozioni è sintomatica.

Il primate cattolico, il cardinale Cormac Murphy-O'Connor,
non chiedeva la luna.
Niente battaglie in stile Cei contro il diritto all'adozione
riconosciuto alle coppie omosex dalla legge britannica.
Monsignore chiedeva semplicemente che agli enti cattolici
fosse concessa l'esenzione da alcune norme dell'Equality
Act, che proibisce ogni discriminazione basata
sull'orientamento sessuale nella fornitura di servizi e che
sarà approvato ad aprile dal Parlamento.
In fondo si tratta delle migliori agenzie di adozioni di
tutte le isole britanniche: registrano il più basso tasso di
fallimento dell'adozione e la più alta percentuale di casi
risolti di bambini problematici (disabili, vittime di abusi
fisici o sessuali, ecc. rappresentano un terzo dei bambini a
cui gli enti cattolici trovano una famiglia).
E il loro comportamento nei confronti delle coppie
omosessuali, fino ad oggi, è stato estremamente rispettoso:
le agenzie cattoliche «forniscono un servizio informativo,
empatico e utile a tutti coloro che domandano circa le
adozioni, anche quando non rispondono ai criteri
dell'agenzia per l'accettazione della richiesta.
Le coppie omosessuali vengono riferite ad altre agenzie dove
la loro domanda di adozione può essere presa in
considerazione», ha spiegato il cardinale in una lettera ai
membri del governo.
Insomma, sarebbe un vero peccato se dovessero chiudere i
battenti per quella che ha tutto il sapore di un'impuntatura
ideologica.

Niente da fare: «Non c'è posto per la discriminazione nella
nostra società», ha sentenziato Tony Blair.
«E in questo senso non ci possono essere esenzioni dai
regolamenti che prevengono la discriminazione per le agenzie
confessionali per le adozioni che offrono servizi con
finanziamenti pubblici».
Il volto del premier però era tirato quando diceva questo,
perché in realtà la sua decisione è stata il frutto di una
sottomissione alla maggioranza dei suoi ministri,
decisissimi a mettere in riga i cattolici. «Respingiamo la
discriminazione in tutte le sue forme, particolarmente
quando priva i nostri bambini più vulnerabili di una dimora
stabile, amorosa e sicura», ha bacchettato con grande
sprezzo del ridicolo Alan Johnson, ministro dell'educazione.
Ben Summerskill, direttore esecutivo della Ong Stonewall che
milita per i diritti degli omosessuali, ha proposto di
risolvere il problema con un programma di rieducazione degli
educatori e degli operatori sociali cattolici: «Siamo
completamente convinti che con 20 mesi di tempo per
riaddestrare il loro staff, nessuna agenzia dovrà chiudere».

Dicevamo che questa è solo la punta di un iceberg.
È arrivato in questi giorni alla Corte suprema il caso di
Veronica Connolly, una donna cattolica esponente del
Movimento per la vita condannata a un anno di prigione con
la condizionale dal tribunale di Solihull per violazione del
Malicious communications Act, che punisce chi invia lettere
indecenti e offensive per causare stress e ansia nel
destinatario.
La signora, una nonna di 53 anni costretta su una sedia a
rotelle, fra il 2004 e il 2005 ha inviato ai farmacisti
della sua contea lettere per dissuaderli dalla vendita della
pillola del giorno dopo, alcune delle quali contenevano
immagini di feti abortiti.
Tali immagini arrivavano solo a chi aveva esplicitamente
autorizzato l'invio.
Tuttavia il 10 febbraio 2005 un farmacista ha sporto
denuncia e il 13 febbraio la polizia di Solihull ha
prelevato la signora Connolly a casa sua, l'ha portata al
commissariato e qui, sotto gli occhi della figlia e di una
nipotina di 5 anni, l'ha posta in stato di arresto per una
durata di sette ore.
Processata e condannata in primo grado e in appello, la
signora si è ora rivolta alla Corte suprema per vedere
riconosciuta la sua libertà di religione e di espressione,
affermate negli articoli 9 e 10 della Convenzione europea
sui diritti umani.

Abbastanza simile è il caso di Stephen Green, un evangelico
direttore del gruppo Christian Voice arrestato a Cardiff il
2 settembre 2006 per essersi rifiutato di smettere di
distribuire volantini dal titolo "Amore fra persone dello
stesso sesso - Sesso fra persone dello stesso sesso: cosa
dice la Bibbia?" in un parco pubblico dove si svolgeva una
festa di omosessuali.
Green è stato condotto alla centrale di polizia di Cardiff e
qui chiuso in cella per quattro ore prima di essere
rilasciato.
Ad arrestarlo è stato un ispettore con una veste
fluorescente recante la scritta Minorities Support Unit, che
lo ha incolpato della violazione degli articoli 5 e 6 del
Public order Act: «Uso di parole minacciose, abusive o
insultanti, o comportamento tale da causare molestia,
allarme o stress in quanto visibile o udibile da una persona
nelle vicinanze».
Un mese dopo il giudice istruttore di Cardiff ha prosciolto
Green in istruttoria, ma in un comunicato la polizia del
Galles meridionale ha rivendicato la correttezza del proprio
operato affermando di essere orgogliosa «della nostra presa
di posizione a sostegno e protezione dei più vulnerabili
nelle nostre comunità, specialmente coloro che sono le
vittime del pregiudizio e della discriminazione, di molestie
e persino di odio».

L'egualitarismo prima di tutto

Ma il fenomeno apparentemente più preoccupante è quello
delle espulsioni in serie delle associazioni cristiane
(Christian unions) dalle università britanniche.
All'università di Exeter alla Christian Union sono state
negate l'uso delle aule e l'accesso a finanziamenti
universitari perché l'Associazione degli studenti ha
giudicato la sua dichiarazione di princìpi «troppo
escludente».
A Birmingham la Christian Union è stata sospesa perché si è
rifiutata di modificare il proprio statuto in modo da
permettere ai non cristiani di dirigere i suoi incontri e di
correggere i propri documenti in modo da includere
riferimenti ai diritti di gay, lesbiche, bisessuali e
transgender.
All'università di Edinburgo, dove qualche tempo fa una
protesta studentesca ha ottenuto la rimozione delle copie
della Bibbia che si trovavano da sempre presso le residenze
studentesche, alla Christian Union è stato imposto di
sospendere un corso di educazione sessuale perché i suoi
contenuti sono stati giudicati «omofobi».
Alla Heriot-Watt, altra università di Edimburgo, la
Christian Union non è stata ammessa all'associazione degli
studenti perché i suoi princìpi discriminerebbero i non
cristiani e le altre fedi religiose.

Le associazioni studentesche cristiane hanno deciso di
portare in tribunale le università che le hanno
discriminate.
La stessa cosa ha fatto col ministro della Giustizia il
giudice Andrew McClintock - ed è la prima volta che succede
nella storia dell'Inghilterra.
Il 62enne magistrato di Sheffield denuncia di essere stato
costretto alle dimissioni dal suo incarico nel tribunale
minorile della medesima città perché i responsabili dello
stesso hanno respinto la sua richiesta di essere esentato
dalle cause in cui i bambini potevano essere rimossi dalle
famiglie naturali per essere affidati a coppie omosessuali.
L'obiezione di coscienza non è stata accettata e a
McClintock è stato imposto di giudicare in tutti i casi
oppure di dimettersi.
Lui si è dimesso e ha fatto causa.
In tribunale ha dichiarato che è sua convinzione che
l'affidamento di un bambino ad una coppia omosessuale «è
incompatibile con il benessere del bambino, che sta
diventando una cavia in un esperimento di scienza sociale».
Quando sarà stato approvato l'Equality Act, per una frase
del genere potrebbe finire dritto in prigione.

Da: http://www.tempi.it/archivio_dett.aspx?idarchivio=11700

__._,_.___
2月12日

il mondo cattolico e i PACS

Unione ma non di fatto

Il braccio di ferro tra i ministri. Gli incontri riservati del
segretario della Cei. La sfida nelle piazze. Maggioranza alla prova
dei Pacs

[...]
"È la via italiana", ripete la Bindi che di Pacs non vuole sentir
parlare. Una via molto stretta. La legge non è ancora sul tavolo del
Consiglio dei ministri e già la maggioranza di centrosinistra ha
sbandato alla Camera sulla mozione anti-Pacs di Clemente Mastella. E
si è sfiorata la crisi dei rapporti Stato-Chiesa, dopo
l'esternazione madrilena del presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano che aveva chiesto una legge "sintesi" che tenesse conto
delle "preoccupazioni espresse dal pontefice e dalle alte gerarchie
ecclesiastiche".
Nelle intenzioni presidenziali voleva essere un'apertura alla
Chiesa, ma i vescovi l'hanno presa male.
Ma quale sintesi, ha replicato il segretario generale della Cei
monsignor Giuseppe Betori, "non può esserci compromesso: se la legge
passa non resteremo inerti".
In tanti sono pronti a prenderlo in parola.

Sabato 3 febbraio il neonato Comitato per la difesa della famiglia
si è autoconvocato davanti alla basilica di Santa Maria Maggiore. E
il Movimento cristiano lavoratori (Mcl), 280 mila iscritti in tutta
Italia, annuncia "manifestazioni pubbliche di dissenso" nel caso in
cui il governo Prodi dovesse varare una legge che equipara le coppie
di fatto alla famiglia: cortei e striscioni, come in Spagna.

È la guerra dei Pacs.
No Pacs contro No Vat.
Nelle prossime settimane la battaglia si trasferirà dalle aule
parlamentari alle piazze. Da un lato, la mobilitazione dei settori
più integralisti del mondo cattolico [fedele alla Chiesa=
integralisti? NdR], vogliosi di ripetere il successo dei referendum
sulla fecondazione assistita del 2005.
Dall'altro, l'associazionismo gay, deciso a sorvegliare l'iter
parlamentare della legge contro i tentennamenti del centrosinistra e
le ingerenze del Vaticano. Un fitto calendario di iniziative: il 10
febbraio, il corteo del coordinamento Facciamo breccia con la parola
d'ordine 'Più autodeterminazione meno Vaticano'. Un mese dopo, il 10
marzo, la manifestazione nazionale con la partecipazione di tutte le
sigle storiche, dall'Arcigay al circolo Mario Mieli, più le tante
nuove che sono nate negli ultimi mesi. E via manifestando fino al 9
giugno, la giornata del Pride annuale.

Una spaccatura che riflette lacerazioni antiche, come quella
ottocentesca tra laici e cattolici, ma anche evoluzioni più recenti.
Il fantasma dello zapaterismo che si aggira anche in Italia. E una
Chiesa che si percepisce come una cittadella assediata, nonostante
le tante leve a disposizione, economiche, politiche, mediatiche.
Una Chiesa che insieme punta a rappresentare i "valori profondi del
popolo italiano", come annuncia il cardinale Camillo Ruini, e al
tempo stesso si muove come un'agguerrita, rumorosa minoranza: una
lobby, un sindacato, disposto ad alzare la voce e rovesciare il
tavolo quando la trattativa si fa dura.
Come ha fatto per ben due volte in tre giorni monsignor Betori, il
braccio destro di Ruini: la prima in diretta su RaiUno, alla
trasmissione domenicale 'A sua immagine', la seconda replicando in
modo irrituale al presidente Napolitano.

Eppure, Betori è anche l'uomo che ha il compito di tenere i rapporti
con la politica italiana e di sondare gli uomini del governo Prodi
per conto della Cei.
Gli uomini, e le donne: in gran segreto il vescovo ha incontrato il
ministro Bindi.
Nessuna trattativa: siamo ben lontani da quanto avvenuto durante le
votazioni sulla fecondazione assistita, quando dagli uffici
giuridici della Cei arrivarono osservazioni ed emendamenti al testo
in votazione alla Camera.
Uno scambio di informazioni e di preoccupazioni: il timore dei
vescovi del "piano inclinato", la paura che a piccole dosi si
spalanchi la porta ai matrimoni gay.
[...]

Ma la Bindi è anche decisa a mettere la sua firma su una legge che
segna la fine della discriminazione per le persone omosessuali.
Orgogliosa che a farlo sia lei, cattolica di ferro.
Per paradosso, anche i due giuristi che stanno limando il testo fino
all'ultimo minuto sono due credenti impegnati: Stefano Ceccanti,
capo dell'ufficio legislativo della Pollastrini, è stato negli anni
Ottanta presidente nazionale della Fuci, gli universitari cattolici
[ma oggi scrive sul quotidiano comunista l'Unità, NdR] ed è uno dei
giovani costituzionalisti più ascoltati da Giuliano Amato e Arturo
Parisi. Renato Balduzzi, ordinario di diritto costituzionale
all'Università di Genova, è il tecnico scelto dalla Bindi per
sbrogliare la matassa ed è l'attuale presidente del Meic, movimento
di intellettuali cattolici. C'è un altro cattolico interessato in
prima persona alla questione, il premier Romano Prodi: "Se ce la
facciamo è un altro bello scoglio superato", incrocia le dita il
Professore, che non può aprire un altro fronte mentre sono ancora in
discussione il finanziamento della missione in Afghanistan e
l'allargamento della base Nato di Vicenza.

La legge sulle convivenze è una cartina di tornasole per le diverse
anime che tra qualche mese potrebbero finire sotto lo stesso tetto,
nel Partito democratico, e che si sono confrontate fino alla tarda
notte del 30 gennaio nell'assemblea dei deputati dell'Ulivo. Con la
sinistra Ds tentata di schierarsi con gli ultrà di Rifondazione e i
teodem della Margherita attirati da Mastella. "Attenti, qui salta
tutto. In questo Parlamento non ci sono i numeri per una legge più
avanzata", hanno avvertito la diessina Marina Sereni e il rutelliano
Roberto Giachetti.

La strada, però, è tortuosa. Il fuoco di sbarramento è solo
all'inizio, come dimostra l'appello rivolto ai partiti dal direttore
di 'Avvenire' Dino Boffo sulle colonne del quotidiano della Cei il
26 gennaio.
Una chiamata alle armi, con tanto di pagella per i buoni e i
cattivi.
Tra i cattivi, naturalmente, i pannelliani, ma anche "la volontà
larga e fin troppo condivisa nel centrosinistra, una linea larga e
insistenre".
Tra i buoni, l'Udeur di Mastella, che sta facendo "un'encomiabile
resistenza", l'Udc di Pier Ferdinando Casini, che ha
proposto "un'importante mozione", e gran parte del centrodestra,
nonostante le disavventure coniugali di Silvio Berlusconi.
Tra i rimandati, attesi dal giornale dei vescovi alla prova del
fuoco, i teodem della Margherita, i popolari e soprattutto Francesco
Rutelli, apprezzato per il suo "impegno personale", ma chiamato a
dare seguito alle buone intenzioni.
Ora o mai più: nelle ore più calde il vice-premier era lontano
dall'Italia, in viaggio in India, in apparenza distaccato, in realtà
più attento che mai alle sirene vaticane.

Lo stesso fronte politico che si mobilitò in difesa della legge 40
sulla fecondazione assistita.
Pressato dalla trasversale armata bianca presente nella società
italiana che anche in questa occasione sta accendendo i motori.
C'è il Forum delle associazioni familiari, legato alla Cei e fondato
da Luisa Santolini, oggi deputata Udc, che rappresenta gran parte
dell'associazionismo cattolico e che ha appena pubblicato un
documento durissimo contro le equiparazioni "dirette o indirette"
delle convivenze alla famiglia: "Una matrimonio leggero, una scelta
inerziale basata sull'individualismo di coppia". Un manifesto
inviato a tutti i parlamentari, leader e segretari di partito.
C'è la catena di e-mail da spedire nelle caselle di posta di
deputati e senatori scatenata dal sito ultra-conservatore
fattisentire.net: "Questa legge è una minaccia epocale, intesa a
relativizzare la famiglia con l'incoraggiamento a unioni senza
responsabilità".
C'è il fitto calendario di incontri in tutta Italia organizzati dal
movimento per la Vita o dal comitato Scienza&Vita: solo nell'ultima
settimana ad Alassio, Lecco, Sassari, Siena.
C'è la mobilitazione di personalità laiche, come l'avvocato
civilista Annamaria Bernardini De Pace ("Non c'è bisogno di fare una
legge, basta il diritto privato"), o lo statistico Roberto Volpi,
autore di un libro allarmato, 'La fine della famiglia'.

Un movimento No Pacs che è solo in parte pilotato dalla conferenza
episcopale. La Cei è alla vigilia del cambio di presidenza, con il
patriarca di Venezia Angelo Scola pronto a subentrare al cardinale
Ruini: una situazione di incertezza che rende i toni dello scontro
ancora più duri, se perfino un personaggio prudente come monsignor
Betori è sceso in campo con tanta irruenza. E che potrebbe portare a
conseguenze imprevedibili: la raccolta di firme per un referendum
abrogativo, in caso di approvazione parlamentare della legge.
Il movimento No Pacs non teme di contarsi. E dalla sua parte ha un
leader formidabile: Benedetto XVI non perde occasione di ribadire il
suo no alle "forme deboli di unione". E si può stare sicuri che
anche nelle prossime settimane farà sentire la sua voce.

Marco Damilano
(C) espresso.repubblica.it/dettaglio/Unione-ma-non-di-fatto/1499730
2月11日

spunti

IN PRIMO PIANO:
http://primopiano.totustuus.info/
B. XVI: Pacs. La mentalità relativistica può insinuarsi anche nella
comunità
ecclesiale
Attualmente in diversi modi si mette in discussione l'unicità della
fisionomia naturale del matrimonio, in cui l'uomo e la donna "possono
realizzare un'autentica comunione di persone, aperta alla
trasmissione della
vita e cooperano così con Dio alla generazione di nuovi esseri
umani", e si
tenta di confonderla a livello della vita socio-politica e giuridica
statuale "con altri tipi di unioni basate su un amore debole" o
deviato, le
parole del Magistero, specialmente dopo il Sinodo dei Vescovi su
matrimonio
e famiglia (1980) e la pubblicazione dall'esortazione apostolica
Familiaris
consortio, diventata il punto costante di riferimento nelle nostre
decisioni, ci sollecitano a difendere e proteggere i valori del
matrimonio.

IN LIBRERIA:
http://libreria.totustuus.info/
Diplomazia pontificia e Kulturkampf
Che per Bismarck il Kulturkampf fosse una battaglia principalmente
politico-diplomatica finalizzata alla preservazione dell'unità
dell'Impero è
dimostrato dalla involuzione del conflitto, determinata anche dal
cambiamento della situazione parlamentare e degli schieramenti
politici. Nel
distaccarsi dai liberali il cancelliere si rese conto che la
persecuzione
attuata contro i cattolici aveva permesso un rapido sviluppo del
socialismo
all'interno del Reich. In ultima analisi, il cancelliere [non era
riuscito]
nell'intento di coinvolgere la popolazione protestante tedesca in
questa
"lotta per la civiltà". Erano state create solo divisioni all'interno
del
Paese e si era permesso lo sviluppo di un altro partito ben più
pericoloso,
secondo lo stesso Bismarck, per la stabilità dell'Impero.

LOBBYING ETICO - Fatti sentire dal tuo deputato"
http://www.fattisentire.net/
Famiglia - Pacs: Legge sbagliata. Ai conviventi basta un contratto
Il Forum delle associazioni familiari ha approvato il documento "Sì
alla
famiglia, la vera priorità sociale", che costituirà la base su cui
sviluppare una vera e propria mobilitazione nazionale contro ogni
ipotesi
legislativa di una equiparazione delle varie forme di convivenze con
la
famiglia fondata sul matrimonio. FattiSentire.net accoglie per prima
l'invito, occupandosi come al solito della parte Internet.

11) "DIFENDERE LA VITA"
http://difenderelavita.totustuus.it/
Pacs, il crollo delle famiglie radice del disagio
Pubblichiamo la sintesi del rapporto intitolato State of the Nation
Report
of the Family Breakdown Working Group (Rapporto sullo stato della
nazione
del gruppo di lavoro sul crollo della famiglia) elaborato dal Social
Justice
Policy Group del Partito conservatore britannico. Il rapporto
completo si
trova all'indirizzo www.povertydebate.com.

12) "CONTRO LA LEGGENDA NERA"
http://www.kattoliko.it/leggendanera
La speranza di vincere il disagio
di Roberto Beretta
http://www.kattoliko.it/leggendanera/modules.php?
name=News&file=article&sid=1757
C'e chi si sta organizzando per aiutare chi vuole uscire da
un'omosessualità
indesiderata. La testimonianza di un medico, cattolica e impegnata
con altri
a rendere concreta la speranza di trovare l'identità originaria.
Dall'omosessualità si può uscire: ma anche soltanto osare affermarlo -
come
ipotesi scientifica e come esperienza effettiva - nella nostra
società porta
al linciaggio morale. Eppure bisogna che qualcuno lo faccia,
finalmente: per
verità e carità. Con questo spirito Chiara Atzori, medico
infettivologo di
Milano, ha curato la prefazione italiana ai testi dello psicoterapeuta
americano Nicolosi e oggi collabora con il gruppo Chaire: un'équipe
multidisciplinare cattolica che ha appena pubblicato il libro ABC per
capire
l'omosessualità (San Paolo).

"VITTORIO MESSORI"
http://www.et-et.it/articoli2007/a07a31.htm
Una "Lega anticalunnia" in difesa dei cattolici
Prendiamo, ad esempio, quei Càtari (Albigesi, in Francia) di moda
anche
perché hanno gran parte nel Codice da Vinci e che si vorrebbero
rivalutare,
dimenticando che erano seguaci di una cupa, feroce, sanguinosa setta
di
origine asiatica. Paul Sabatier - storico del Medio Evo e
insospettabile in
quanto pastore calvinista - ha scritto: "Il papato non è stato sempre
dalla
parte della reazione e dell'oscurantismo: quando sbaragliò i càtari
la sua
vittoria fu quella della civiltà e della ragione". E un altro
protestante,
radicalmente anticattolico e celebre studioso delle crociate,
l'americano
Henry C. Lea: "Una vittoria dei càtari avrebbe riportato l'Europa ai
tempi
selvaggi primitivi".

"ANTONIO SOCCI"
http://www.antoniosocci.it/Socci/index.cfm?
circuit=Main&name=CaricaOggetto&modalita=view&rnd=0.281561888328&id=44
0
"VIVERE COME SE DIO NON CI FOSSE"?
Fin dalle origini il cristianesimo si è diffuso nonostante la
persecuzione
che subiva da tutti i poteri: il riconoscimento di Costantino avviene
dopo
due secoli, quando ormai i cristiani erano una presenza così forte e
ramificata che anche il potere aveva interesse a un patto con loro. Il
cristianesimo alle origini (e poi dopo: penso a san Francesco o a
padre Pio)
non si è diffuso per il favore del potere mondano, ma per la forza del
potere di Dio, per opera della Sua Grazia, per lo stupore e il
fascino della
Grazia. E veniamo al presente... Se a consuntivo di tutto questo oggi
ci
troviamo con un vuoto di presenza cristiana, un deserto., forse
dovremmo
rivedere alcune cose e chiederci perché. Forse la dinamica con cui
nasce e
cresce una novità di vita cristiana, e si afferma nella vita sociale,
ha
un'altra
origine (la Grazia), ha un'altra energia (lo Spirito del Signore),
segue un
disegno misterioso che non è un nostro progetto e una nostra idea.
2月10日

chi si professa cattolico non appoggi i pacs

La Chiesa non difende una concezione di famiglia "cattolica"
o "cristiana", difende la concezione naturale di famiglia,
quella che è alla base della nostra civiltà.

Quella dell'Udeur è stata «una testimonianza di coerenza» e
i cattolici dovrebbero considerare i «valori non
negoziabili» più importanti «degli schieramenti e delle
alleanze politiche».
Lo afferma il vescovo di San Marino e Montefeltro, Luigi
Negri.

Che cosa pensa della votazione di mercoledì?

«Il primo sentimento è quello di una delusione profonda.
Sono prevalse una serie di valutazioni di carattere
contingentemente politico e dispiace ascoltare da parte di
molti esponenti della maggioranza parole che tendono a
ridurre la portata della decisione. Ovviamente si può
dissentire dalle posizioni espresse dalla Chiesa, ma non ci
si può nascondere che si stanno confrontando due visioni
opposte della vita e della famiglia e sarebbe più leale
dibattere di questo invece di minimizzare. Purtroppo si sta
andando verso il riconoscimento legislativo di una nuova e
precisa realtà sociale che non è la famiglia fondata sul
matrimonio tra un uomo e una donna, così come è descritta
anche dalla nostra Costituzione».

Il cardinale Ruini ha più volte proposto di intervenire sui
diritti individuali con eventuali modifiche del codice
civile...

«Quella rappresenta dal nostro punto di vista l'unica via
percorribile. Bisogna però anche ricordare che molti dei
diritti individuali che oggi si vogliono sancire per le
coppie di fatto sono già previsti e presenti nella
legislazione italiana. Ciò che appare irrealistico e
ideologico è il ritenere che questo problema rappresenti una
priorità, dopo che per la famiglia non è stato fatto niente
di serio e le istituzioni dovrebbero comprendere la
necessità di intervenire per il bene e per il futuro del
nostro Paese. Mi ha colpito una ricerca della Fondazione per
la sussidiarietà, dalla quale emerge come più del sessanta
per cento delle famiglie italiane ritiene l'educazione un
fattore fondamentale e chiede un miglioramento del servizio
scolastico. C'è poi il problema del lavoro. Si radicalizza
invece una questione che interessa un'estrema minoranza».

Nella maggioranza di governo militano molti cattolici. Che
cosa si aspetta da loro?

«Credo che esista per loro un grave problema di coscienza,
visti gli autorevoli interventi del Papa, del presidente e
del segretario della Conferenza episcopale. Benedetto XVI ha
inserito la famiglia tra i valori "non negoziabili". La
Chiesa non difende una concezione di famiglia "cattolica" o
"cristiana", difende la concezione naturale di famiglia,
quella che è alla base della nostra civiltà. Non si tratta,
dunque, di una battaglia confessionale, ma del confronto tra
due concezioni radicalmente diverse di famiglia».

È stato detto più volte che i Pacs «scardinano» la famiglia.
Non crede che la famiglia tradizionale oggi sia già
scardinata?

«Certo che la famiglia è in crisi. Ma ciò a cui assistiamo
oggi è la volontà di assestare anche a livello istituzionale
e giuridico questa crisi, portata avanti dall'ideologia
laicista e da chi l'ha servita, esattamente come è successo
per il divorzio e per l'aborto. E come, temo, possa accadere
in futuro per l'eutanasia. C'è un mondo laicista e
anticristiano che ritiene di essere maggioranza culturale e
politica e dunque legifera come tale. La sfida è quella di
dimostrare che questa tendenza non è maggioritaria dal punto
di vista culturale e forse non lo è nemmeno in Parlamento.
Certo, occorre che i cattolici si facciano riconoscere. In
questo senso quella dell'Udeur è stata una testimonianza di
coerenza. Non posso non augurarmi che tutti coloro che si
riconoscono nell'antropologia cattolica si ritrovino. Ci
sono valori "non negoziabili" ben più importanti degli
schieramenti e delle alleanze politiche».

Il ministro Bindi ha detto che il governo vuole «sostenere
la famiglia con politiche vere» e che la legge non creerà
matrimoni di serie B.

«Che un cattolico dica che il progetto di legge sui Pacs
rientra in un progetto in difesa della famiglia è
insopportabile. Una vera soluzione democratica terrebbe
conto di quali sono le vere esigenze delle famiglie - il
problema della casa, di sgravi fiscali, della libertà di
educazione, dell'inserimento dei giovani nel mondo del
lavoro - e non delle istanze di una minoranza numerica e
culturale, peraltro ampiamente risolvibili con le leggi che
già ci sono o con qualche ritocco al codice civile».

di Andrea Tornielli
Il Giornale n. 28 del 2007-02-02
2月9日

con i pacs la religione non c'entra

Difendiamo il matrimonio specifico bene umano
Non solo religioso o confessionale

del prof. Francesco D'Agostino

Chi dovrebbe aver paura della legalizzazione delle convivenze?
Certamente non i cattolici. Coloro che credono che l'impegno
coniugale vada confermato sacramentalmente e che, in una prospettiva
di fede, il matrimonio sia analogabile al vincolo che unisce Cristo
alla sua Chiesa, non possono certo sentirsi "tentati" dai Pacs e
dalla loro palese, debole caratterizzazione di "piccoli matrimoni"
(come una volta ebbe a definirli il cardinale Ruini) o di
matrimoni "depotenziati".

Se i cattolici sono in prima linea nella loro battaglia contro i
Pacs, ciò non dipende dal desiderio di difendere un bene
confessionale, ecclesiale e nemmeno, a ben vedere, spirituale: ciò
che si difende dicendo no ai Pacs è uno specifico bene umano, che
caratterizza tutte le epoche e tutte le culture e che non a torto è
ritenuto, dagli etnologi, alla stregua di una struttura antropologica
fondamentale.

Appartiene infatti alle dimensioni più profonde e costitutive
dell'essere dell'uomo una peculiarissima identità relazionale e
soprattutto generazionale: tutti gli animali si riproducono, ma solo
gli esseri umani divengono propriamente padri e madri; tutti gli
animali sono generati, ma solo gli esseri umani si percepiscono come
figli e figlie.

Il matrimonio, insomma, è un vincolo reciproco e totale tra un uomo e
una donna, che acquista un rilievo pubblico per garantire l'ordine
delle generazioni. Ed infatti è nell'ordine delle cose che si possa
riconoscere come invalida l'unione coniugale, quando uno degli sposi
non sia fisicamente in grado di consumare il matrimonio.

Difendere il matrimonio non significa quindi difendere un'istituzione
sociale "inventata" da una certa cultura, o sorta in una "determinata
epoca" e destinata perciò a tramontare con la cultura che
l'avesse "inventata" e ad essere eventualmente sostituita da altre
istituzioni sociali.

Dubitare del matrimonio o sostenere il possibile carattere plurale di
questa istituzione significa né più né meno che alterare in chiave
indebitamente in dividualistica la realtà coniugale dell'identità
umana. E reciprocamente difendere il matrimonio significa difendere
una delle dimensioni costitutive della persona umana. Essere persona
significa infatti (anche) percepire la vita nello stesso tempo come
un dono e come un compito: chi ha avuto la vita in dono ha il dovere
di comunicarla, fisicamente nella generazione e spiritualmente
nell'amore, nella prossimità e nella solidarietà.

I Pacs attivano nell'immaginario collettivo l'idea che la convivenza
affettiva sia essenzialmente autoreferenziale, che cioè i conviventi
debbano trovare in una serie di interessi reciproci garantiti dalla
legge la ragione ultima della loro unione. Ora, non c'è alcun dubbio
che possano esistere numerosi interessi privati, anche di natura
esclusivamente economica, assolutamente leciti e meritevoli di
rispetto sul piano privato.

Ma quando la legge, riconoscendo il matrimonio, interviene a regolare
pubblicamente le convivenze, dà a queste unioni una valenza al
contempo simbolica e sociale assolutamente preziosa: è come se
riconoscesse che l'individualità dei singoli sposi può prolungarsi
verticalmente in quella dei figli, così come può dilatarsi
orizzontalmente in quella dei parenti; contribuisce insomma, e in
modo fondamentale, a statuire che l'identità del cittadino non si
esaurisce nella sua ristretta e asfittica sfera individuale (peraltro
meritevole di una giusta tutela), ma si manifesta nella sua pienezza
in una relazionalità compiuta, in cui tutte le dimensioni dell'io,
quella fisica, quella spirituale e quella economico-sociale vengono
coinvolte.