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4月30日

lettera alla Sony

 

L'Ufficio Informazioni dell'Opus Dei in Giappone ha inviato una lettera, in data 6 aprile, agli azionisti, dirigenti e impiegati della Sony, casa produttrice del film "Il Codice da Vinci". Ne offriamo la traduzione italiana.

13 aprile 2006

Agli azionisti, dirigenti e impiegati della Sony Corporation



Gentili signori,

Vi porgiamo i nostri saluti, nella speranza che vi trovino in piena serenità e buona salute.

Ci rivolgiamo a voi dall'Ufficio Informazioni dell'Opus Dei in Giappone, a motivo della annunciata uscita, prevista per il mese di maggio, del film "Il Codice da Vinci", prodotto dalla Sony-Columbia.

Prima di tutto, desideriamo chiarire che questa lettera non ha alcun intento polemico, ma solo informativo. La inviamo, con il massimo rispetto, ai membri di una società giapponese di grande tradizioni, per i motivi che spieghiamo qui di seguito.

È molto probabile che negli ultimi mesi abbiate sentito parlare dell'Opus Dei, nel contesto del film in questione. Ed è altrettanto probabile che per molte persone sia stata questa la prima volta in cui hanno avuto occasione di sentire il nome di questa istituzione della Chiesa, e se ne siano interessati. Per questo motivo, l'Ufficio Informazioni si sente in dovere di manifestare la propria disponibilità per informare chiunque desideri conoscere la realtà dell'Opus Dei, che non ha nulla a che vedere con l'immagine diffusa dal film. Chiunque di voi desideri una qualsiasi informazione, non ha che da rivolgersi a questo Ufficio e gli sarà risposto nel più breve tempo possibile e con grande piacere: abbiamo le porte spalancate.

Nella pagina web uffìciale (
http://www.opusdei.org/) potrete trovare molti dati su questa istituzione della Chiesa cattolica. Potrete verificare che l'essenza del suo messaggio consiste nell'annunciare che il lavoro professionale, di qualsiasi tipo, è una via di santità, cioè un luogo adeguato per vivere le fede cristiana.

Come probabilmente sapete già, vi sono vari aspetti del romanzo "il Codice da Vinci" che deformano la figura di Cristo, e che investono le credenze religiose dei cristiani. Inoltre, nel libro si afferma che la Fede cristiana è fondata su una grande menzogna e che la Chiesa cattolica si è servita lungo i secoli di mezzi delinquenziali e violenti per tenere le persone immerse nell'ignoranza. Il romanzo mescola realtà e finzione e alla fine non si capisce dove venga fissato il limite fra la realtà e l'invenzione, tanto che un lettore ignorante dei fatti storici può giungere a conclusioni erronee e può pure essere spinto a guardare la Chiesa con minore simpatia, quando invece essa merita indubbiamente molto rispetto.

Tutte le corporazioni imprenditoriali, oltre al proprio patrimonio materiale, possiedono una serie di valori intoccabili, che nascono dal modo appropriato di trattare i dipendenti, dalla qualità dei prodotti, dalla cura della clientela, dell'ambiente e altre cose simili. Queste caratteristiche esprimono la responsabilità sociale di una impresa e non nascono dall'interesse, ma dalla convinzione, e tuttavia è sicuro che anche tali valori intangibili contribuiscono a far sì che le corporazioni siano circondate da stima e anche a che ne sia consolidato il valore economico nel mercato dei capitali perché sono garanzie di stabilità. Uno degli importanti valori non materiali, è il comportamento rispettoso dell'impresa nei confronti delle credenze dei cittadini: nelle nostre società libere, essere responsabile implica l'essere rispettoso. Un tale obbligo riguarda soprattutto le grandi corporazioni, che si muovono in ambiti multinazionali e multiculturali, che richiedono particolare attenzione.

Sappiamo, da varie dichiarazioni pubbliche di persone che partecipano al progetto, che la Sony-Columbia desidera vivamente che questo film non ferisca la sensibilità religiosa degli spettatori e desidera evitare che la sua uscita divenga motivo di divisione in un mondo già fin troppo diviso. Questo orientamento rispettoso esprime bene la fama e la cultura della Sony. Alcuni mezzi di comunicazione hanno scritto che la Sony sta esaminando la possibilità di porre all'inizio del film un annuncio per chiarire che ci si trova davanti a un'opera di fantasia e che qualsiasi somiglianza con la realtà è puramente casuale. Una simile decisione della Sony sarebbe un gesto di rispetto verso la figura di Gesù, verso la storia della Chiesa e le credenze religiose degli spettatori.

Una considerazione finale: purtroppo oggi non è raro che venga usato il nome di Dio per giustificare l'odio e la violenza. Proprio per questo ci sentiamo di fare un nuovo appello alla pace, che è nel cuore della Chiesa cattolica e nell'anima di tutti i cristiani.

Chiediamo scusa se è stata utilizzata qualche espressione non adeguata. Rivolgiamo i migliori saluti esprimendo auspici di pace, salute e prosperità.

Molte grazie


Seizo Inahata

Ufficio Informazioni dell'Opus Dei in Giappone



Ashiya, 6 aprile 2006

da

http://www.opusdei.it/art.php?p=15070

 


e l'europa si scopre islamically correct

TENDENZE
La Ue sta varando un lessico politicamente corretto
censurando termini come "terrorista islamico". Parla Samir
Khalil: «Non si può dimenticare la realtà cambiando il
dizionario»

Di Giorgio Paolucci
Arriva l'era dell'islamically correct, figlia della stessa
logica che ha partorito il politically correct. Arriva in
un'Europa preoccupata per l'uso di certi termini che
potrebbero alimentare l'islamofobia e riproporre situazioni
esplosive come quelle nate dopo la pubblicazione delle
vignette satiriche su Maometto. Ma il rimedio rischia di
essere peggiore del male che si vuole combattere, e di
alimentare altri equivoci. Magari in nome del dialogo e
della tolleranza.
Un'apposita commissione dell'Unione Europea sta mettendo a
punto un "lessico" che fissi le linee guida per funzionari e
politici. Sotto esame sarebbero alcuni termini ritenuti
ambigui o addirittura infondati come "terrorista islamico",
"jihad" nel senso di "guerra santa", "islamista" come
sinonimo di estremista. Un primo documento di rilettura
"islamicamente corretta" del vocabolario corrente dovrebbe
essere presentato in giugno dalla presidenza austriaca di
turno della Ue. «La lingua è un'arma terribile, e certe
parole usate a sproposito possono offendere le sensibilità
religiose e agitare gli animi.
Ma questo non autorizza a manipolare la verità o a mettere
il velo su certi fatti solo perché sono spiacevoli e
imbarazzanti», puntualizza Samir Khalil Samir, islamologo
"politicamente scorretto" di fama internazionale, docente
alla Saint Joseph University e al Pontificio Istituto
Orientale di Roma.

Secondo le anticipazioni filtrate da Bruxelles, il termine
"terrorista islamico" verrebbe sostituito da "terrorista che
invoca l'islam in modo oltraggioso e illegittimo"...

«Non si deve dimenticare che in questi anni molti imam hanno
più volte legittimato l'uso del primo termine dichiarandolo
conforme al Corano e alla tradizione musulmana, la quale
autorizza il ricorso alla violenza quando una terra ritenuta
islamica deve essere difesa dai nemici. E questo si
verificherebbe in molte situazioni: Palestina, Afghanistan,
Iraq, negli anni scorsi la Bosnia. Coloro che in Occidente
vengono chiamati terroristi, nel mondo islamico sono
considerati mujahidin e se muoiono vengono onorati come
martiri. Dunque, non è vero che il termine terrorista
islamico è improprio o addirittura illegittimo: appartiene
alla mentalità che si è sviluppata da tempo in molta parte
del mondo musulmano. Altra cosa, invece, è stabilire
un'equivalenza impropria e fuorviante tra islam e
terrorismo. Ma purtroppo la realtà di questi anni ci
costringe a fare i conti con tanta gente che usa la violenza
e compie azioni terroristiche convinta di agire da buon
musulmano».

Un altro termine da tempo entrato nel vocabolario corrente e
che verrebbe usato impropriamente è "jihad". Per la maggior
parte dei musulmani, obiettano i censori dell'Unione
europea, non significa guerra santa, ma indica piuttosto uno
sforzo spirituale per migliorare se stessi, e non va quindi
utilizzato in una accezione negativa...

«Questa è la versione edulcorata che piace a voi
occidentali. Peccato che non corrisponda a ciò che sta
scritto nel Corano e negli hadith (i detti attribuiti a
Maometto, ndr) né alla mentalità diffusa tra i musulmani.
Nel Corano la parola jihad è utilizzata per significare la
lotta in nome di Dio ed è un obbligo a cui tutti i credenti
maschi e adulti sono tenuti quando la comunità è in
pericolo. Nelle 6 raccolte autentiche (sahâ'ih) di hadith,
un capitolo intero è dedicato al jihad e tratta
esclusivamente della guerra sulla via di Dio, non dello
sforzo spirituale; e nel sito del ministero degli Affari
islamici dell'Arabia Saudita si parla di battaglia, non di
sforzo interiore. Infine nel linguaggio corrente dei Paesi
arabi, come pure sui giornali di quei Paesi, non si usa mai
il termine jihad per definire una lotta o uno sforzo
spirituale, e la parola mujahidin significa "quelli che
praticano il jihad". Questa è una elaborazione molto diffusa
in Occidente, che non corrisponde né alla tradizione né alla
mentalità corrente nel mondo arabo-islamico».

Il nuovo lessico in corso di elaborazione prevederebbe anche
la critica del termine "islamista", impropriamente usato
come sinonimo di estremista o fiancheggiatore delle tendenze
più radicali.

«Anche in questo caso si deve partire da quello che accade
nel mondo musulmano piuttosto che dai desideri o dalle
aspettative del "politically correct" in salsa occidentale.
Fino a 20-30 anni fa esisteva solo la parola muslim, che
significa musulmano. Poi in Egitto è stato coniato un nuovo
sostantivo: islamiyy, che vuole significare musulmano
radicale, islamista. Un islamista non è di per sé incline
alla violenza o al terrorismo, ma interpreta i sacri testi e
la religione in maniera radicale, e spesso oltranzista. E
questa posizione, alla quale molti vengono educati dai
predicatori nelle moschee ma anche dai libri di testo nelle
scuole e nelle università, da molte televisioni o dai gruppi
oltranzisti, sfocia spesso nell'intolleranza verso chi non
la condivide o verso i cosiddetti "nemici dell'islam", un
termine molto comodo per demonizzare qualsiasi avversario e
che pone le premesse teoriche per la sua distruzione».

In definitiva, lei ritiene che il vocabolario "islamicamente
corretto" potrebbe creare più equivoci di quanti ne vuole
combattere?

«Mi pare che l'iniziativa, di cui peraltro aspettiamo di
conoscere i dettagli, nasca con un approccio ideologico
piuttosto che in nome di un sano realismo. Bisogna prendere
atto di ciò che accade, anziché ingegnarsi a modellare le
parole secondo certi desideri. Potrebbe anche verificarsi
un'eterogenesi dei fini: il risultato finale sarà il
rafforzamento dell'islamofobia, come è accaduto in Olanda
dopo l'omicidio di Van Gogh e in Danimarca dopo il caso
delle vignette, Paesi dove il cosiddetto rispetto della
diversità ha prodotto eccessi e scatenato reazioni di segno
contrario. La violenza di matrice islamica è una realtà con
cui tutti dobbiamo fare i conti, anziché mascherarla
cambiando il vocabolario, e l'Europa deve impegnarsi di più
a combatterla, anche aiutando coloro che nel mondo musulmano
lottano per un'interpretazione del Corano e della tradizione
che sia rispettosa dei diritti umani e della libertà. Ma
questo potrà farlo solo se diventerà più consapevole del suo
patrimonio ideale, non se si accontenterà di qualche
aggiustamento lessicale».

(C) Avvenire, Giovedi 27 aprile 2006
4月29日

Bertinotti presidente, la moderazione a sinistra è defunta

 

Bertinotti presidente: Italia in lutto.

 

visti i risultati magari la seconda idea non è male!

 

 

De Marco: il voto dei cattolici "organizzati" e quello dei non organizzati

Versione Integrale dell'Intervista al Prof. Pietro De Marco
Docente di Sociologia della Religione dell'Università degli
Studi di Firenze
_____

Condivide l'analisi di Marcello Pera, per cui il voto è
stato influenzato dalle grandi tematiche etiche e di civiltà
(difesa della vita, della famiglia, identità dell'Occidente)?

Si può rispondere di sì, su questo, sia pure per ipotesi, ma
su premesse altamente plausibili. I risultati del referendum
sulla PA, come esito attivo di un enorme, e capillare,
lavoro di contrasto cattolico e laico ("laico-devoto",
perché no?) alle tendenze autodistruttive dell'Occidente
anche nella nostra società, sono stati una svolta. Il
recente voto politico lo conferma. Il referendum aveva
dimostrato, in particolare, come l'intelligencija, la grande
"macchina" intellettuale e massmediale (il cui modello è
Repubblica), il magistero laico quotidiano che definisce cos'è
Male e Bene e li addita ad una opinione pubblica dipendente
e "militante", possa essere contrastata con successo. Sono
però necessarie intelligenza e azione, superando ogni
complesso d' inferiorità (per parte mia non ne ho più, in
nessuna misura e da tanto tempo).
Se il Referendum è stato una vera débâcle per la macchina
dell'intelligenza di opposizione (ma, in affetti,
dominante), le recenti elezioni Politiche vi sono andate
molto vicino. La costruzione del Mostro, capolavoro dell'"unica"
azione politica svolta dalle opposizioni negli ultimi anni,
non è bastata a disgregare base e consenso del polo di
centro-destra, la grande novità del recente sistema politico
italiano. Non solo, ma non ha impedito, ben oltre la
resistenza, il ritorno dell'elettorato moderato all'espressione
attiva del proprio "no" ad un coronamento "politico" dell'egemonia
pratica delle sinistre. L'elettorato di centro-destra,
superando l'evocazione ipnotizzante del "paese malato", e
reagendo all'imputazione miserevole di essere esso stesso la
parte malata del paese, ha detto "no" anzitutto ai Signori
dell'opinione pubblica. Per comprendere un risultato di
questa portata (metà dell'elettorato) non basta evocare la
molla degli interessi; è d'obbligo pensare ad una diffusa,
penetrante, motivazione per valori.


Quanto e come ha pesato, secondo Lei, l'elettorato
cattolico?

Moltissimo. Necessario sempre ricordare che "cattolici",
"elettorato cattolico" e simili, significano la maggioranza
del paese. I "cattolici" non coincidono con ciò che
chiamiamo "mondo cattolico" (che è una delle subculture del
paese, per definizione "minoranza") lo includono come un'area
particolare. La popolazione "cattolica" è una costellazione
di mondi; ma nell'ultimo quarto di secolo ha ritrovato una
certa unità interna sul primato di principi, valori, storia.
Molto lavoro nella mobilitazione referendaria fu
politicamente bipartisan. Per questo è anche un elettorato
più mobilitabile, e mobile, di quanto politologia e
sociologia elettorale tuttora pensino.


Quali soggetti politici sono stati 'premiati' dall'elettorato
cattolico?

Da un primissimo sguardo ai dati, complessivamente è stato
premiato il centro-destra per l'insieme pregevole di leggi e
provvedimenti (dalla bioetica alla scuola), e per l'assenza
di ogni conflittualità con l'istituzione ecclesiastica,
meriti del governo Berlusconi che hanno limitato, su terreni
sostanziali, gli effetti della diffusa demonizzazione del
Premier. In particolare il partito cattolico, l'UDR, sembra
aver guadagnato da questo flusso di consenso attivo.


Vi è dunque "competition" tra Margherita e UDC?

Inevitabilmente. Gli uomini delle due parti possono, in
alcune situazioni, anche convergere e collaborare, ma
restano parti integranti di due coalizioni contrapposte, non
secondariamente, nelle materie che trovano i "cattolici"
particolarmente reattivi, in forme diverse, ma (insisto)
comunque sensibili in maniera nuova. La Margherita non può
che scontare su questo terreno la serietà stessa di un'alleanza
con quelle culture e quelle progettualità politiche e civili
che larga parte dei "cattolici" considera antagonistiche ai
propri principi.


Ha pesato l'influenza del vaticano e della CEI, ad esempio
le dichiarazioni su "valori non negoziabili"?

Solo in quanto ha confermato (e non ha lasciato sola, come è
potuto accadere accadere in passato) la nuova, diffusa e
spesso forte, ricostruzione di una attiva responsabilità
cattolica nella vita pubblica. Ma non è poco.


Un Partito Popolare è il futuro dei cattolici impegnati in
politica, o c'è spazio anche a sinistra?

Se i "cattolici" sono la maggioranza del paese, essi sono
anche, necessariamente, parte costitutiva della sua varietà
e conflittualità civile e politica. Vi saranno sempre
cattolici "a sinistra", poiché si potranno sempre trovare
motivazioni, anche seriamente costruite, a quella presenza.
Quello che si chiede ai "cattolici" di sinistra (tali,
magari, perché privilegiano come cristiani il "sociale"
rispetto alle soglie critiche di civiltà, per me
drammaticamente oltrepassate), entro la sinistra, è un
drastico rifiuto della attuale dipendenza intellettuale e
politica.

(C) il Giornale, edizione di Firenze, 14-4-2006, pag. 3
Courtesy of Pietro De Marco
4月28日

analisi di un voto

mentre i sinistri fanno festa x la presidenza al senato che in realtà non è tale
cominciano a scricchiolare anche alla camera, D'alema prende + voti del previsto....come al solito Unione di nome Disunione di fatto...
 
il file GIF dà comunque l'idea

 

comunque vada

 

"Armagheddo": i miti laicisti sono finiti

Mi chiedo come mai i "laicisti" nostrani, che spesso attaccano la
Chiesa, non chiedono mai perdono dei loro errori a volte madornali.
Sono tanti i miti del nostro tempo che hanno danneggiato la nostra
società, per i quali nessuno ha mai chiesto perdono...

di Padre Piero Gheddo
Missionario del Pime


Quando Giovanni Paolo II ha deciso di "chiedere perdono" per i
peccati dei cristiani e per certi orientamenti non evangelici
seguiti dalla Chiesa nel corso dei secoli e dei millenni, ha
raggiunto uno dei momenti più profetici del suo lungo pontificato.
Ha chiesto perdono molte volte, tutti lo ricordiamo...
la "purificazione della memoria" è stato uno dei più forti
orientamenti dati dal Papa alla Chiesa per il terzo Millennio:
"Quest'anno giubilare è stato fortemente caratterizzato dalla
richiesta di perdono... L'intera Chiesa ha voluto ricordare le
infedeltà con cui tanti suoi figli, nel corso della storia,
hanno "gettato ombra sul suo volto di Sposa di Cristo... Mi sono
fatto voce della Chiesa, chiedendo perdono per il peccato di tutti
i suoi figli. Questa `purificazione della memoria' ha rafforzato i
nostri passi nel cammino verso il futuro, rendendoci più umili e
vigili nella nostra adesione al Vangelo" ("Tertio millennio
ineunte", 2001, n. 6).

Bello ed esemplare!
I cristiani e la stessa Chiesa sono continuamente invitati
all'esame di coscienza, a chiedere perdono, ad essere umili nel
riconoscere le proprie colpe, ritornare continuamente al Vangelo
e convertirci al modello di Gesù. Non sempre lo facciamo, ma
l'orientamento c'è ed è saggio, produce frutti positivi.
Mi chiedo come mai i "laicisti" nostrani, che spesso attaccano la
Chiesa, non chiedono mai perdono dei loro errori a volte madornali.
Sono tanti i miti del nostro tempo che hanno danneggiato la nostra
società, per i quali nessuno ha mai chiesto perdono.

Ad esempio il mito dell'"esplosione demografica". 30-40 anni fa
non si parlava d'altro: bisogna fare meno figli, la terra scoppia,
non ci sono risorse per tutti...
Paolo VI (il "Papa martire" del XX secolo) è stato crocifisso
quando nel 1968 ha pubblicato la "Humanae Vitae" in cui diceva
che occorre fidarci della Provvidenza, osservare la legge naturale
sul matrimonio e la natalità, i ricchi debbono rinunziare a parte
del loro benessere per aiutare i poveri... Si è levata unanime
condanna da parte di giornali, intellettuali, professori ed esperti
di problemi demografici, e anche di non pochi cattolici.
Un coro di voci contrarie anche violente, il povero Papa passava per
un retrogrado "minus habens". Ebbene, oggi l'Onu denunzia che nel
mondo, su 170 paesi, ben 67 sono sotto lo zero demografico! In
Italia, se non ci fossero i "terzomondiali" che vengono ad aiutarci
(loro che non hanno accettato la logica della "bomba demografica"!),
dovremmo fare a meno di tantissimi servizi indispensabili, dai
lavori manuali pesanti alle badanti per gli anziani.

Altro mito, nato da una sostanziale avversione al fatto religioso e
alla Chiesa: la morte di Dio.
"Dio è morto" si ripeteva continuamente, la religione e la Chiesa
hanno i giorni contati, "il cristianesimo è l'oppio dei popoli",
l'uomo moderno è maturo per fare a meno delle favole: e molti ci
credevano.
Passano pochi decenni e improvvisamente gli illusi che per essere e
sembrare "moderni" e "maturi" sono diventati "atei" o "laicisti", si
trovano spiazzati non solo dalle folle di fedeli che invadono i
santuari e applaudono i Pontefici, ma da un miliardo e più di
musulmani che sventolano orgogliosamente la bandiera di Dio come
segno di reazione (naturalmente folle e spropositata col terrorismo)
al dominio della cultura occidentale che si presenta senza fede in
Dio e senza regole morali.
I nostri laicisti (destra o sinistra non importa) non capiscono che
fuori dell'area cristiana non esistono popoli atei e che per
dialogare e intendersi con questa grande maggioranza dell'umanità
dobbiamo ritrovare le nostre radici cristiane (ma intanto aboliscono
il riferimento alle "radici cristiane" dell'Europa!!).

Altro mito nato e sviluppato in reazione ai Comandamenti e al
cristianesimo: la convinzione largamente diffusa (da intellettuali,
opinionisti, sociologi, partiti politici, stampe e televisioni) che
si può fare a meno del matrimonio tradizionale, qualsiasi forma di
convivenza va bene.
Questa cultura ha vinto le sue battaglie (a breve scadenza la
trasgressione è sempre vittoriosa), ma oggi tutti lamentiamo la crisi
della famiglia e della natalità, i molti giovani che non ricevono
affetto ed educazione dai genitori e diventano disadattati: ma
nessuno dei "laici" o "laicisti" fa marcia indietro, si va avanti
sulla stessa linea.

Il mito dell'ecologismo ha fatto della natura un museo intoccabile,
ha creato un'opinione pubblica pronta alla protesta contro tutto:
contro le gallerie, contro gli inceneritori, contro le nuove strade
di rapido scorrimento, contro i grandi ponti, contro i treni ad alta
velocità.
Sognano una natura incontaminata, "la natura innaturale" creata ad
immagine della nostra mitologia (perché non ci teniamo cimici,
pulci, pidocchi e scarafaggi?).

L'ultimo mito che sta rapidamente sfiorendo sono i "no global",
slogan già sbagliato in partenza.
Ricordiamo il G8 a Genova nel 2001, quando i no global parevano il
movimento rivoluzionario che avrebbe cambiato la società, il mondo.
Oggi non si sentono quasi più, la globalizzazione appare a tutti un
fenomeno storico inevitabile e di per sé non negativo, come diceva
Giovanni Paolo II: "E' un'occasione di crescita per l'umanità,
dipende da cosa ne faranno gli uomini".

Potrei andare avanti con i miti del nostro tempo che diventano
ideologia, vengono assolutizzati e si rivelano negativi, anche se
nati da motivazioni più che giuste.
Per non parlare dei miti ideologici di origine politica che
tramontano, ma nessuno si pente di aver sostenuto forze che agivano
contro l'uomo.

Chi sosteneva i "liberatori" di Vietnam e Cambogia, da quando quei
due paesi sono stati "liberati", non ne parlano più: si rendono
conto, ma non lo dicono, che i "liberatori" si sono rivelati nuovi
e peggiori oppressori del popolo.
Sono passati ad altri "miti" della stessa radice ideologica (il
sandinismo, Fidel Castro e il presidente "rivoluzionario"
venezuelano "Chavez"), fin che durano; addirittura qualcuno ha avuto
il coraggio di dire che la Cina attuale si sviluppa economicamente
per merito del suo riaffermato "comunismo", quando oggi non esiste
paese al mondo che pratichi un capitalismo così selvaggio come la
Cina "comunista"!
La verità non importa, conta solo l'ideologia, il mito!

Chiedo: quando mai i laici (o "laicisti") chiederanno perdono per
tutte le cantonate che hanno preso negli ultimi decenni?
Concludo.
Amici, che grande cosa la fede! Ringraziamo Dio di aver ricevuto
questo dono immenso!
Noi tutti siamo uomini piccoli e deboli, gente comune piena di
difetti e di peccati.
Ma è bello avere un punto preciso di riferimento, un'ispirazione
sicura a cui attaccarsi, una visione della vita e della storia che
non crolla: la Parola di Dio e il Vangelo trasmessi e interpretati
dalla Chiesa!

da Il Timone - rivista di apologetica - febbraio 2006
http://www.iltimone.org/

L'omosessualità non esiste

Secondo certa psichiatria politicamente corretta, l'omosessualità sarebbe una semplice "variante" della sessualità umana. Io credo che tale definizione debba essere considerata imprecisa sia da un punto di vista logico che linguistico. Tra l'altro c'è già chi, nel mondo gay e lesbico, ha giustamente suggerito l'uso del sostantivo omoaffettività che mi pare certamente più idoneo a definire una condizione nella sua globalità, al di là delle implicazioni puramente sessuali. Tuttavia, l'uso del termine omosessualità è scorretto in sostanza anche per un'altra, fondamentale ragione. Esso, infatti, non esprime la verità di quella condizione. L'omosessualità non può essere una "variante" della sessualità umana per il semplice motivo che non esiste. A rigore, infatti, si tratta di una variante della genitalità: una genitalità che nega strutturalmente la funzione della sessualità, che in natura è e rimane la procreazione. L'omogenitalità è quindi una variante della genitalità umana, così come lo è la masturbazione e qualsiasi altra forma di rapporto sessuale che escluda a priori ogni finalità riproduttiva. Una sessualità che un preciso quadro psicologico limiti in via definitiva alla pura genitalità ci appare evidentemente bloccata, incompleta, e rivela una profonda immaturità psicoaffettiva. In altre parole: nega l'armonia interiore con la pienezza della funzione. Un individuo che riesca a esprimersi solo cantando non sta granché bene, mi pare ovvio. Certo, è libero di farlo, se è felice non posso e non voglio impedirglielo, ma di qui a far finta che tutto sia a posto ce ne passa. Ecco perché per me è importante ribadire gli aspetti patologici di un simile comportamento, ovviamente nei casi in cui questo abbia caratteri di esclusività. Definire un certo comportamento "patologico" non è un insulto né sintomo di disprezzo: esprime altresì la fondata opinione che si debba estendere al soggetto che, come si è precisato, è più corretto definire omogenitale, la considerazione che si ha già di chi riesca a vivere la propria sessualità solo masturbandosi o, mutatis mutandis, di chi si esprima solo cantando, in ogni occasione e circostanza. Ciò non comporta alcun atteggiamento "omofobico", casomai il rifiuto di assecondare l'omolatria qualunquistica che spinge taluni a rimuovere l'oggettività di certi fatti in nome di ideologie contraddittorie e superficiali ma politicamente corrette. Mi rendo conto che la distinzione tra genitalità e sessualità recuperi implicitamente l'importanza oggettiva della funzione - la procreazione - in un contesto dal quale la cosiddetta liberazione sessuale l'aveva sconsideratamente estromessa, ma è forse giunto il momento di restituire dignità e coerenza anche linguistica al pensiero in un ambito che pareva ormai destinato a un'equa quanto triviale spartizione tra pornografia e chiacchiera televisiva

La Chiesa giustamente non cambia posizione

La Chiesa non ha cambiato posizione rispetto alla vita
e ad altri temi morali, dice Mons. Sgreccia

 
VATICANO, 23 Apr. 06 (ACI Digital -
http://www.aciprensa.com/noticia.php?n=12349).-
Il Presidente della Pontificia Accademia per la Vita,
Mons. Elio Sgreccia, ha commentato le sconcertanti
dichiarazioni del Cardinale Carlo María Martini (79)
pubblicate venerdì dal settimanale "L'Espresso" ed ha
sottolineato che la Chiesa cattolica non ha cambiato
la sua posizione rispetto a temi fondamentali come il
diritto alla vita dal concepimento fino alla morte
naturale.

In una conversazione con ACI Prensa, il Prelado ha
preferito non far riferimento diretto alle dichiarazioni
del Cardinal Martíni, emerito dell'Arcidiocesi di Milano
(Italia), e ha segnalato che "in Vaticano non riteniamo
necessario fare polemiche su un fatto che non le merita".

Facendo riferimento ad un'intervista da egli rilasciata
e pubblicata sabato dal giornale "Corriere della Sera",
Mons. Sgreccia ha affermato che "l'ovocita, vale a dire,
l'unione del cromosoma femminile e del cromosoma maschile,
contiene dentro se due pro nuclei, ed è un ovulo
fecondato, nel quale il processo di fecondazione è già
iniziato e si sta orientando. I due pro nuclei
influenzano energicamente il citoplasma dell'ovulo che
li ha accolti ed attivano dinamicamente un insieme
coordinato e finalizzato di processi che danno luogo ad
un individuo o due individui gemelli".

"Questo inizio" ha continuato il Prelato, contraddicendo
le affermazioni del Cardenal Martini "che si realizza
dentro l'ovulo fecondato è precisamente un inizio di vita
individuale e da' luogo ad un processo irreversibile
verso lo sviluppo successivo, contenendo già il
patrimonio individualizzante".

Mons. Sgreccia ha parlato anche della fecondazione
artificiale o "in vitro" facendo notare che "nella
procreazione-fecondazione artificiale manca la dimensione
unitiva degli sposi, espressa attraverso il dono di se
nell'atto coniugale. Questa dimensione antropologica è
stata considerata essenziale per la legittimità dell'atto
procreativo sin dagli insegnamenti di Pio XII
sull'inseminazione e successivamente con Paolo VI e
Giovanni Paolo II".

Sull'uso del preservativo, anche per il caso di fuggire
il contagio dell'Aids, ha sostenuto che "ricordiamo che
scientificamente non garantisce una protezione completa"
e pertanto "il modo più efficace per la prevenzione sta
nel retto uso della sensualità, che è la castità e la
fedeltà".
4月26日

Sulle contestazioni del 25 aprile (lettera aperta a Prodi)

Il 25 aprile è festa di liberazione, ma da cosa?

 Dalla discriminazine? Ieri sono volati fischi verso persone non gradite ad affiliati al PRC.

Dall’antisemitismo? Ieri sono stati offesi appartenenti alla brigata partigiana giudaica e sono state bruciate bandiere israeliane, sempre da esponenti rossi.

Da disprezzo della controparte e dalla barbaria o , se preferite dall’ignoranza? Ieri sempre quelli di cui sopra, hanno uralto ancora”10, 100, 1000 nassirya”.

 

E allora no! Non ci siamo liberati di nulla, il nazi-fascismo ha cambiato colore da nero è passato al rosso, ma non cambia: fa la vittima ma è carnefice, parla di rispetto ma non ne dà, parla di democrazia ma se non sei dei loro non puoi parlare, vieni fischiato, cacciato…speriamo di fermarci qui visto che già 30 anni fa quelle che i leader politici di oggi come di allora dicono essere sparute minoranze, creavano sigle di resistenza armata amaramente famose come le Br e simili.

 

 Questi signor Prodi sono i suoi alleati ed il suo presidente della camera è il loro leader, signor Prodi ma è proprio sicuro che Bertinotti sia il presidente che rappresenti tutti gli Italiani? Lei parlava di prestigio da ridare all’Italia all’estero, non è ancora al governo e già riceve parole che disonorano il Paese dai diplomatici Israeliani in Italia, contro i suoi alleati e il loro agire….mi sa che aveva ragione Berlusconi, qualcuno ha davvero fatto il coglione quando ha votato sinistra, ma per fortuna non sono neanche metà del Paese.

 

Mons. Maggiolini: Meditazione sul Crocifisso

Santissimo Crocifisso, - Ti affidiamo la nostra città, -
Perché sempre più sia laboriosa e onesta. - Ti affidiamo i
nostri malati - E i nostri anziani. - Ti affidiamo le
famiglie - Perché vivano nella gioia della comunione
feconda. - Ti affidiamo i nostri bimbi - Perché crescano nel
tuo amore. - Ti affidiamo i nostri giovani - Perché
sappiano, con il tuo aiuto, - Essere puri e forti, capaci di
dedizione e di costanza.
4月21日

SULL'INCOMPATIBILTA' TRA CRISTIANESIMO E MILITANZA DI SINISTRA

prendo dal sito amico di bernardo http://bernardo.splinder.com/
quanto segue..sempre molto acuto il ragazzo!
 
 
La ripartizione del voto cattolico tra destra e sinistra potrebbe apparire un fatto fisiologico, come la manifestazione tangibile dell’irriducibilità del fenomeno religioso rispetto a “inquadrature” diverse e mosse a vario titolo da prospettive secolari. In realtà la questione è più complessa. Se, infatti, di funzionamento, di fisiologia si deve parlare, credo si debba fare riferimento a un funzionamento inceppato, nel quale la fisiologia è quella della menomazione, della zoppia assunta come normalità. Un cattolico che si colloca a sinistra lo fa essenzialmente per una presunzione di democrazia (è noto infatti come persino il totalitarismo comunista non rinunciasse a definirsi democratico: ogni repubblica socialista era prima di tutto una repubblica democratica) e per un pregiudizio antiliberale e antiliberista. Se la presunzione di democrazia può essere ritenuta una deformazione ideologica prossima all’imbonimento istintivo, l’antiliberalismo e l’antiliberismo esprimono invece un’idea primitiva e quasi masochistica dell'essere cristiani e cattolici (una sorta di “orgoglio controriformista”, in linea con la nota analisi di Max Weber sul rapporto tra etica protestante e spirito capitalista), una concezione secondo la quale anziché testimoniare un'etica per la libertà individuale e, quindi, anche per il libero mercato (in base al pregiudizio materialista di un’etica tutta politica ed eteronoma, che si identifica nello Stato e che da questo viene applicata, nel disprezzo e nella sfiducia per l’individuo, a nome e a dispetto di tutti) si pensa di dover limitare entrambi mediante l'etica stessa elevata a sistema, disimpegnandosi di fatto rispetto alla testimonianza coerente e militante (è questa una delle radici della confusione e dell'infedeltà al magistero dei cristiani "creativi" di sinistra) e riducendo la questione a una funzione puramente amministrativa svolta da un Leviatano travestito con gli abiti rassicuranti della democrazia. Tale concezione presume l'identificazione - consapevole o inconscia - della propria parte politica con un'oligarchia morale accreditata da un'investitura che trascende il semplice mandato popolare e sconfina pericolosamente in un diritto divino pervertito, secolarizzato.
La fenomenologia del cosiddetto "cattolico adulto" non ha caratteri casuali: è proprio il sentimento di appartenenza a un'oligarchia morale, infatti, che giustifica costoro nel loro tralignamento. Chi sente di avere un'investitura morale che eccede la mera funzione politica, chi ritiene di essere nel giusto e non in un giusto solo contingente bensì essenziale, direi quasi ontologico, non può poi che concepire la propria coscienza come il luogo deputato alla manifestazione di tale giustizia e, quindi, attuare comportamenti di dissociazione e di aperta contestazione al magistero della Chiesa. La sinistra è per sua natura massimalista, tutta; è ben più che uno schieramento politico: è un ordine morale. Essa si pone quindi come concorrente diretta della Chiesa, è essa stessa una chiesa, e il cristiano che vi milita non potrà che avere atteggiamenti in bilico tra l'ambiguità e il dissenso aperto.
Certo, la missione della Chiesa è la salvezza delle anime, di tutte le anime, e pertanto un’aperta presa di posizione in favore di una parte politica sarebbe un errore, una mancanza rispetto alla sua più schietta vocazione cattolica. Occorre notare, tuttavia, che una cosa è la questione di principio e un’altra quella di fatto. Se in linea di principio la Chiesa, in quanto universale, non può e non deve abbracciare un solo partito finendo così per giocare rispetto al corpo elettorale il ruolo ambiguo di madre e matrigna, in linea di fatto ai cristiani è invece richiesta una precisa scelta di campo: la partita dell’incompatibilità tra cristianesimo e sinistra si gioca dunque tutta qui, nella scelta individuale e non nel pronunciamento ufficiale della Chiesa. Ciò che per la Chiesa è infatti un auspicabile trasversalismo (di natura morale e non politica, cioè atteggiamento carismatico e non compromesso dottrinale) diviene per il singolo cristiano un vero e proprio travestitismo, spesso ideologico e a volte anche opportunistico. La militanza in uno schieramento politico non può essere tattica. L'idea di cattolici "infiltrati" a sinistra è risibile. Una militanza è sempre strategica: chi si schiera lo fa perché organico in qualche modo e per qualche motivo a una certa parte e ciò ci riporta al ragionamento precedente. D'altra parte, una testimonianza cristiana "creativa" (l'unica possibile a sinistra) non è solo inutile ma è addirittura dannosa per la coesione del popolo di Dio intorno al magistero della Chiesa. In questo senso la presunta "inferiorità morale" della destra (che consiste, invece, in un'adesione a una dimensione assolutamente politica, priva d’implicazioni ulteriori) si traduce in un'opportunità concreta di libertà intellettuale, di testimonianza cristiana, di relazione proficua e corretta con gli insegnamenti della Chiesa.
 
 

Berlusconi lo aveva detto che si sarebbero azzufati su tutto

 
 
 Il presidente Ds, Massimo D'Alema, ribadisce: "La candidatura di Rifondazione e' legittima ma divide.
 
 
 
MENTRE SOTTO IL GOVERNO ATTUALE....
A febbraio le vendite del commercio fisso al dettaglio hanno registrato un aumento dell'1,5 per cento rispetto al mese di febbraio 2005. La variazione positiva e' il risultato di una crescita delle vendite sia di prodotti alimentari (piu' 2,6 per cento) sia di prodotti non alimentari (piu' 0,9 per cento). Rispetto a gennaio il valore del totale delle vendite al dettaglio ha registrato una variazione positiva dello 0,1 per cento. Il valore delle vendite di prodotti alimentari e' aumentato in termini congiunturali dello 0,2 per cento; il valore delle vendite di prodotti non alimentari ha registrato una variazione nulla rispetto al mese precedente. Lo comunica l'Istat. (AGI) Red (Segue) 211107 APR 06
4月20日

CATTOLICI CONSERVATORI LIBERALI

 

 

Aiutatemi a diffondere questo simbolo e a creare una rete di club che promuovano in tutta l'Italia il grande progetto di un cattolicesimo conservatore e liberale, in un dialogo attivo e propositivo con la CdL e col movimento "Per l'Occidente" di Marcello Pera, per il bene e il futuro di questo nostro grande paese e dei nostri figli. Noi vogliamo essere anche lievito per una rinnovata percezione della dottrina sociale della Chiesa per l'etica e il mercato, per un nuovo welfare delle opportunità e delle libertà contrapposto a quello dell'equità coatta e dell'uguaglianza astratta, dei sussidi e dell'assistenza. Teniamo sempre bene a mente che la retorica dell'elemosina del pane per tutti è lo strumento di cui comunisti, socialisti e populisti si sono serviti e si servono per creare dei parassiti tanto addomesticati quanto votanti (basta vedere ciò che avviene nelle cosiddette regioni rosse). Gente devota al "sussidio", grigi intelletti impigriti dalla sicurezza del "poco" di Stato che può assurgere via via al valore di piccolo diritto feudale. E questo vale tanto per il barone universitario nepotista e senza titoli quanto per l'archivista del catasto. Noi vogliamo un paese diverso, un paese nel quale il figlio dell'operaio e quello del professionista non siano uguali per un astratto quanto inconcludente decreto di Stato ma per le opportunità concrete di realizzare i propri sogni e progetti. Questa sola è vera giustizia: quella capace di rendere felici le donne e gli uomini di una nazione, rispettandone e valorizzandone il talento e la libertà.

Grazie fin d'ora per il vostro entusiasmo e per il vostro aiuto!

Ruini:Benedetto XVI rende Dio credibile per l'uomo di oggi

Da Roma Francesco Ognibene

«Mi consola il fatto che il Signore sa lavorare e agire anche con
strumenti insufficienti...». Così, alle 18.48 di quel 19 aprile 2005,
il nuovo Papa si presentava al mondo, «un semplice e umile lavoratore
nella vigna del Signore». Era come la prima rivelazione di
un'imprevedibile novità: il cardinale Ratzinger, il grande teologo,
l'uomo noto al vasto pubblico come custode della dottrina, iniziava a
lasciare il passo a Benedetto XVI.

Un anno dopo il cardinale Camillo Ruini, vicario del Papa per la
diocesi di Roma e presidente dei vescovi italiani, ci aiuta a leggere
questo inizio di pontificato.

Eminenza, Benedetto XVI è "diverso" dal cardinale Ratzinger?

«È la stessa persona, nel senso che non si può capire il pontificato
di Papa Benedetto senza conoscere il sacerdote e teologo Joseph
Ratzinger. La missione di Pontefice è diversa, unica: mette a
disposizione di chi la svolge una grazia specifica, conferisce una
notorietà enorme e pone la gente in un atteggiamento nuovo rispetto a
un personaggio che, sebbene già conosciuto, è diventato successore di
Pietro. Tutto ciò che Benedetto XVI dice presuppone quello che egli è
stato, come grande teologo e uomo di Chiesa».

C'è un aspetto della biografia teologica ed ecclesiale di Ratzinger
che ha inciso in maggior misura sinora?

«Certamente più d'uno. Penso alla risposta del Papa a una domanda
sulla sua chiamata al sacerdozio formulata da uno dei giovani romani
accorsi per incontrarlo in piazza San Pietro, il 6 aprile. La sua
vocazione - ha detto - è maturata e si è approfondita nella
partecipazione alla liturgia, nella frequentazione della Parola di
Dio, nello studio della teologia. Un tratto caratterizzante di questo
pontificato è l'amore alla liturgia, che è amore a Cristo. Al centro
dell'esperienza cristiana il Papa poi colloca i sacramenti, in
particolare il battesimo, l'Eucaristia e la penitenza».

Quali sono gli insegnamenti centrali di questo primo anno di
magistero?

«Benedetto XVI è spontaneamente portato a porre il centro della fede
nel rapporto di questa non solo con l'umanità concreta ma anche con
l'epoca storica che stiamo vivendo. È un messaggio che può essere
riassunto in alcuni concetti fondamentali. Anzitutto il Papa chiede
di allargare gli spazi della razionalità, senza restare prigionieri
di una cultura esclusivamente scientifica e funzionale, che prescinde
dalla questione fondamentale sul senso della vita. Egli pone poi la
grande questione della libertà, ritenendo che l'adesione di fede sia
un'opzione nella quale l'uomo mette in gioco tutto se stesso. È da
respingere invece una libertà intesa in maniera individualistica e
posta come criterio unico dell'etica e dei comportamenti, nella vita
personale come in quella pubblica. Così concepita, la libertà
alimenta quel relativismo che poi degenera in una sorta di
totalitarismo occulto. Si tratta infatti di una cultura che tende a
eliminare dalla vita individuale e collettiva valori senza i quali
l'uomo non riesce a essere se stesso e la società non può diventare
autenticamente umana».

Altro grande tema è stato quello della laicità...

«Benedetto XVI ha ricordato la distinzione netta tra Chiesa e Stato,
tra fede e politica, dicendo allo stesso tempo che per essere feconda
la laicità dev'essere aperta. Vuol dire che l'autorità dello Stato e
la vita pubblica non possono prescindere dalle grandi istanze
dell'etica, che alla fine hanno il loro fondamento nella religione,
in concreto da quelle fonti etiche che il cristianesimo ha dischiuso
all'umanità. Diversamente, dalla laicità si passa a un laicismo che
aliena le nostre società - in particolare l'Europa e l'Italia - da
loro stesse, impoverendole al punto da metterne radicalmente a
rischio identità e capacità di futuro. E questo è particolarmente
pericoloso in un contesto, come quello attuale, di confronto e
dialogo tra le diverse civiltà».

Nell'Italia dalla cultura pubblica infiltrata di relativismo sono
risuon ate a più riprese le parole di Benedetto XVI sulle «verità
elementari che riguardano la nostra comune umanità» e sui «princìpi
non negoziabili». Perché?

«Perché se si viene meno a essi si compromette l'umanità della
persona. Essa è per sua natura in rapporto con gli altri: può
realizzare se stessa solo se riesce a instaurare relazioni positive,
nelle quali dà e riceve. Tutti avvertiamo la superiorità di un'etica
che assuma l'amore come criterio d'ispirazione. La libertà, inoltre,
non può prescindere dalla realtà del nostro essere, perché se ciò
accade essa fatalmente diventa vuota, ci si ritorce contro e l'uomo
vi si smarrisce inseguendo illusioni che lo impoveriscono. Questa
considerazione vale con forza particolare quando si parla di vita e
di famiglia, cioè delle strutture elementari di ogni rapporto tra le
persone».

Per Benedetto XVI quali sono le priorità per il nostro Paese?

«Il Papa conosce bene l'Italia e la ama. Aveva già dato molto al
nostro Paese come cardinale e moltissimo sta dando in questi mesi,
con numerosi interventi nei quali sottolinea una specificità
dell'Italia in Occidente: quella di una nazione alle prese con la
secolarizzazione e la scristianizzazione ma che può contare su una
vitalità religiosa, su un radicamento popolare della fede, su una
presenza capillare della Chiesa e anche su una capacità di risposta
culturale all'egemonia della razionalità "chiusa". Nella coscienza
degli italiani ci sono convinzioni profonde che riguardano proprio i
valori non negoziabili. Come Giovanni Paolo II, Benedetto XVI
attribuisce all'Italia il compito di offrire all'Europa una
testimonianza tangibile di come sia possibile essere un Paese moderno
e laico che però sa vivere attingendo oggi alle sue radici cristiane».

Benedetto XVI si è caratterizzato da subito per un suo stile tutto
nuovo. Possiamo provare a descriverlo?

«Come Giovanni Paolo II, anche Benedetto XVI ha uno stile
assolutamente personale, spontaneo: lo stile di chi è capace di
spiegare i misteri della fede nel loro rapporto con l'uomo di oggi in
maniera comprensibile e persuasiva. Il pensiero e la comunicazione in
lui sono sempre lineari».

E la gente come ha accolto Benedetto XVI?

«Sin dall'inizio si è potuto scorgere un legame vero, intenso. Le
persone colgono un dato di fondo: che il Papa è una persona genuina,
vuole il loro bene, e al contempo è un uomo autentico, che vive
quello che dice: un testimone molto credibile del Signore».

Colpisce la venerazione di Benedetto verso Giovanni Paolo. In cosa si
coglie una continuità, e in che modo Benedetto XVI ha raccolto
un'eredità così pesante?

«La continuità si nota soprattutto nei contenuti, che sono i medesimi
sia per la proposta della fede sia per i rapporti tra questa e
l'etica personale e pubblica. Era quasi inevitabile concepire
l'eredità di Giovanni Paolo II come un handicap per chiunque gli
fosse succeduto: come si fa a sostituire un Pontefice irripetibile,
dotato di una personalità straordinaria? Papa Benedetto, anch'egli
personalità eccezionale, ha risposto restando semplicemente se
stesso. Quello che sembrava un handicap si è così rivelato un
vantaggio: Benedetto XVI ha potuto infatti beneficiare della
formidabile spinta del pontificato precedente, che non si è affatto
esaurita ma è spontaneamente continuata nel successore. Il frutto
spirituale del pontificato di Giovanni Paolo II emerge nel riversarsi
sul suo successore dell'immenso capitale di amore di cui egli godeva».

Un anno fa, cercando di decifrare cosa mosse il Conclave così
rapidamente a convergere sulla persona di Ratzinger, si disse che si
era voluto sottolineare il primato della fede in tempi di travagli
epocali. È una tesi che ha trovato riscontri?

«Questo Papa affronta le sfide della storia nella prospettiva della
fede, dimostrando come essa non sia qualcosa di aggiunto ma una
realtà che tocca l'uomo nel più profondo. Un motivo centrale del suo
magistero è che n el cristianesimo non va perduto nulla di ciò che è
veramente umano: Cristo non ci chiede di rinunciare a niente di
quanto nella nostra vita è veramente bello, giusto, vero. Anzi, se lo
affidiamo a lui lo ritroviamo purificato e potenziato sino alla sua
pienezza».

Torniamo a quell'immagine del "lavoratore nella vigna del Signore":
un anno dopo, come risuonano quelle parole?

«È un appello a servire che ho sentito ancora risuonare il Giovedì
Santo nella splendida omelia di Benedetto XVI per la Messa crismale:
sulla base dell'amicizia con Gesù il sacerdote, così come ogni
cristiano, è chiamato a servire per amore. Si serve veramente solo
quando si ama, e quando si ama davvero non si può non servire, fino
al dono di sé. Come don Andrea Santoro».

I giovani hanno accolto Benedetto XVI con un affetto che sorprende,
sapendo quanto si sentissero legati a Giovanni Paolo II. Come lo
interpreta?

«Il legame dei giovani con Giovanni Paolo II sussiste tuttora
pienamente, ma il trasporto nei suoi confronti non va a scapito del
nuovo Papa. Ai giovani Benedetto XVI ha detto alcune cose che
corrispondono in profondità a ciò che essi si attendono: anzitutto
che la fede è la perla della vita, che in Cristo troviamo ciò che
stiamo cercando, che l'amore è il centro dell'esistenza, che non c'è
contrasto ma unità profonda tra eros e agàpe, tra desiderio
dell'altro e generosità verso l'altro. Per questa strada, fidandosi
della Chiesa e imparando a riconoscerne il volto materno, si può
conseguire il grande obiettivo di cambiare davvero se stessi per
rinnovare il mondo, anche se i giovani avvertono e temono la loro
fragilità e inadeguatezza».

In dicembre, 40 anni dopo la conclusione del Vaticano II, Benedetto
XVI ha parlato di una nuova tappa di attuazione del Concilio. Lungo
quale rotta?

«Come ha detto nel discorso alla Curia romana per gli auguri
natalizi, il Concilio ha portato grandi novità ma nella continuità: è
stato una riforma, non una rottura del la grande tradizione
ecclesiale. Sulla base di questa interpretazione, il Papa ha elencato
le grandi questioni poste dal Concilio che ancora stanno davanti a
noi e che vanno affrontate con apertura mentale e chiarezza di
discernimento: il rapporto tra fede e razionalità scientifica, tra
Chiesa e Stato moderno, tra il cristianesimo e le altre religioni del
mondo».

Di fronte a queste sfide, che 40 anni dopo sembrano emergere in tutta
la loro ampiezza, quali cristiani si attende Benedetto XVI?

«L'ha detto nel suo discorso a Subiaco il 1° aprile 2005: uomini
che "attraverso una fede illuminata e vissuta rendano Dio credibile
in questo mondo", che "tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando
da lì la vera umanità", uomini "il cui intelletto sia illuminato
dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro
intelletto possa parlare all'intelletto degli altri e il loro cuore
possa aprire il cuore degli altri". Non c'è una parola da aggiungere».

A tu per tu, eminenza, cosa colpisce di questo Papa?

«È un uomo di grandissima gentilezza, rispettoso, capace di ascoltare
e pronto - quando si entra nel merito dei problemi - a rispondere
subito in maniera puntuale ed esplicita. Ha una eccezionale rapidità
nel cogliere i problemi e una grande franchezza e precisione
nell'esprimersi. Questa concretezza aiuta molto nell'azione
pastorale».

Come può essere definito Benedetto XVI?

«Come il Papa proteso a rendere Dio credibile in questo mondo, e che
per questo chiama la Chiesa a purificare se stessa, mettendo al
centro Cristo, la preghiera, la liturgia e l'ascolto della Parola,
molto più dei programmi e dell'organizzazione».

(C) Avvenire, 19-4-2006
4月19日

CRISTIANI SOTTO ATTACCO (E I MASS MEDIA IRRIDONO)

Ferrara, Ratzinger e Pilato……………un misterioso anagramma
Il più acuto giornalista italiano, Giuliano Ferrara (sul Foglio) e il più grande intellettuale del mondo, Joseph Ratzinger (concludendo la Via Crucis al Colosseo) hanno chiamato in causa Ponzio Pilato, il prefetto romano che mise a morte Gesù. Il motivo è semplice. Questo personaggio, nato fra il reatino e l’Abruzzo, è particolarmente moderno, lo sentiamo come uno di noi a causa di quel drammatico dialogo riportato nel Vangelo. Pilato interroga l’imputato. Gesù lo fissa, calmo, e gli dice: “il mio regno non è di questo mondo”. Pilato è incuriosito da quell’uomo di cui ha sentito dire cose inaudite, è colpito dal suo volto, dalla sua forza interiore. Ma da governatore pragmatico vuol capire innanzitutto se è un sovversivo: “Dunque tu sei re?”. Allora Gesù gli dichiara apertamente che sì, è re, ma della verità, cioè del cosmo e della storia: “Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto al mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce”.

Pilato tace, visibilmente stupito, ma non è tipo da seguire ciò che gli dice il cuore. Sa che solo il potere conta e quell’uomo di Nazaret sembra del tutto inerme e indifeso, uno che non conta nulla. Pilato, come si pensa oggi, ritiene che non esista la Verità: esiste solo il potere di imporre una propria verità. Così risponde scetticamente a Gesù con una battuta che non attende una risposta: “e che cos’è la verità?”. In latino le parole di Pilato, come riporta il Vangelo, suonano così: “Quid est veritas?”.

Quelle stesse parole, anagrammate, contengono la risposta: “est vir qui adest” (è l’uomo che sta di fronte). Lo nota tre secoli più tardi Agostino d’Ippona. Se solo Pilato avesse capito cosa stava dicendo, se solo avesse aspettato la riposta da quell’uomo che era ed è la Verità fatta carne. Ma il prefetto romano aveva un pregiudizio (la Verità non esiste) e così condannò l’innocente, perché non gli conveniva mettersi contro la folla. Che la verità non esista è proprio il dogma dei tempi moderni, che pure dicono di essere contro tutti i dogmi. E’ la “dittatura del relativismo”. Ferrara – dicevamo - ha evocato la domanda scettica di Pilato (“quid est veritas?”) facendo di lui il simbolo dei mass media, che sono relativisti “eppure amano presentarsi come la bocca della verità, senza quel minimo di ironia che pure servirebbe”. Non si tratta solo di ironizzare sulle sviste e le topiche di cui i media sono pieni. Ma di riflettere sulle pretese “verità” spacciate ogni giorno che si rivelano spesso - com’è accaduto nelle recenti elezioni o al referendum dell’anno scorso – delle balle, propalate per sciatteria o per ideologia, per convenienza o per conformismo. Questo gioco – anche quando viene fatto senza malizia, solo per ignoranza – non è innocente. Fa enormi danni.

Benedetto XVI ha citato Pilato come simbolo degli “intellettuali scettici”: egli “ha cercato di essere neutro”, ma alla fine ha scelto per il potere e la carriera condannando l’innocente, Gesù. Se infatti la verità non esiste, non esistono neanche innocenti e colpevoli e le scelte hanno un solo criterio: il potere.

Il “caso Pilato”, secondo Benedetto XVI, dimostra che davanti a Gesù non è possibile essere solo spettatori neutri. Si può essere “terzisti” in politica, ma con Cristo non si può: si è con Lui (magari come poveracci, pieni di peccati) o contro di Lui, magari ritenendosi e vivendo da “persone perbene”. Quante “persone perbene” gridarono – in quella piazza – “crocifiggilo!”. O lo lasciarono gridare senza difendere l’innocente.
Non esistono “terzisti” neanche oggi di fronte alla Chiesa, che misteriosamente, per i cristiani, è il corpo stesso di Gesù e si trova esattamente nelle terribili condizioni di Gesù in quel venerdì 7 aprile dell’anno 30. Massacrata fisicamente e umiliata moralmente.

Voglio citare solo i fatti delle ultime ore. Dei fondamentalisti islamici assaltano alcune chiese cristiane in Egitto affollate per le cerimonie del venerdì santo: un morto e dodici feriti. E’ l’ennesima aggressione alla minoranza cristiana. Con il regime che cerca di coprire o sminuire. Lo stesso giorno di venerdì santo si è venuti a sapere del caso di Nassem Bibi, trentenne cristiana del Pakistan. Il 3 marzo scorso, quando imperversavano le manifestazioni contro le vignette blasfeme danesi, una folla inferocita cominciò a insultare Bush, il cristianesimo e profanò una croce. Allora Naseem protestò, disse che anche loro dovevano rispettare la religione altrui. Fu picchiata a sangue e poi accusata di blasfemia. Ora è in carcere, rischia la pena di morte e la sua famiglia è dovuta fuggire per evitare ulteriori violenze.

Il laico Rushdie, che se ne sta al caldo dei diritti d’utore in Europa, è stato protetto da una sollevazione generale dell’occidente intellettuale, ma per la povera e indifesa Naseem, o per i tre contadini cristiani condannati a morte in Indonesia, non si fanno appelli, né polemiche internazionali. Oltretutto sono solo la punta dell’iceberg. Per i cristiani, decine di Paesi – islamici o comunisti - sono lager a cielo aperto o regimi da apartheid. I missionari cristiani continuano ad essere macellati nell’indifferenza generale. In Occidente ci si occupa della Chiesa quasi solo per attaccarla, coprirla di accuse false, di polemiche assurde. Contro i cristiani è permesso ogni dileggio, qualsiasi umiliazione. Perfino nelle serie tv per ragazzi. Negli Usa il popolarissimo cartone “South Park”, appena premiato dagli oscar tv, ha visto cancellare una sua puntata perché vi appariva Maometto con un elmetto da football. Così gli autori si sono “divertiti” con una scena blasfema su Gesù, mandata in onda proprio nella Settimana Santa. Il portavoce del network ha spiegato che “la raffigurazione di Maometto per i musulmani è sacrilega, temevamo proteste e scontri”.

Su Gesù invece si può sputare a piacimento. Del resto c’è pure “Popetown” (La città dei papi), un altro cartone prodotto dalla Bbc che dopo essere stato interrotto nel Regno Unito, per le fortissime polemiche che ha scatenato, sarà trasmesso dalla rete Mtv in Germania, Austria e Svizzera: “la serie, ambientata in un Vaticano del tutto surreale” scrive Internazionale “ha come protagonisti un papa di otto anni, completamente pazzo, che brandisce mitragliatrici e vende bimbi orfani come schiavi, affiancato da un cardinale criminale”.

Allegria. Le librerie poi sono alluvionate dalle assurdità del “Codice da Vinci” (presto anche in film), pieno di accuse infondate alla Chiesa. I giornali durante la settimana santa hanno amplificato la montatura del “Vangelo di Giuda” che tutti sanno trattarsi di una balla stratosferica dal punto di vista storico. E La Repubblica ha dedicato un’intera pagina a un libello di prossima uscita dal titolo esplicito: “Contro Ratzinger”. Melissa P. intuisce l’onda montante e scive una lettera aperta contro il cardinal Ruini lanciata ieri da Marco P. (cioè Pannella che pure va da una disfatta referendaria a un flop elettorale). Non poteva mancare David Yallop che dopo il best-seller antivaticano “In nome di Dio” lancia ora “Habemus papam”. Sono solo alcuni casi di questi giorni.

Ieri “Repubblica” titolava così: “Pasqua amara per il Vaticano. La Chiesa finisce sotto scacco”. Di veri laici se ne vedono pochi. Il vero laico è chi si schiera dalla parte della vittima innocente anziché dalla parte del potere e delle urla della folla. Pilato il relativista, dice il Papa, sceglie di stare dalla parte del potere e della sua carriera. Altro che terzismo.
 
 
 
 
 
4月17日

antonio socci (www.lostraniero.it)

 

 

IPOTESI SU GESU’ E LA SUA RESURREZIONE…

15.04.2006
…Con i miei auguri di Buona Pasqua !
La risibile montatura del cosiddetto “Vangelo di Giuda”, un romanzetto gnostico e anticristiano del II secolo, ha entusiasmato i giornali sempre a caccia di pretesti per attaccare la Chiesa. Ma anch’esso – come il “Codice da Vinci”, un’altra grottesca bufala – in fondo dimostra una cosa sola: il fascino e la curiosità che la figura di Gesù continua a suscitare. Fra noi così laicizzati che poi però – come dice il recente “Rapporto Italia 2006” dell’ Eurispes – ci diciamo cattolici (ben l’87 per cento degli italiani, l’8 per cento in più di 15 anni fa) e vogliamo che il crocifisso resti sulle pareti delle scuole (circa il 90 per cento).

Fascino che forse è ancora più forte dove meno te lo aspetti. Come nelle terre islamiche. Dove sta provocando un fenomeno nascosto di conversioni al cristianesimo. Fenomeno nascosto anche qua in Italia perché gli “apostati” e le loro famiglie sono addirittura a rischio della vita. “Noi musulmani convertiti al cristianesimo in Italia siamo in tanti” confidava uno di loro a Magdi Allam (Corriere della sera del 3 settembre 2003) “dobbiamo aprire le catacombe! Quando ci sarà la libertà di culto anche per noi, vedrete quanti ne usciranno fuori!”.

Il motivo di queste “pericolose” conversioni sta tutto nel titolo del libro di J.M. Gaudeul: “Vengono dall’Islam chiamati da Cristo”. Richiamati, affascinati da Cristo, che perfino nel Corano appare di gran lunga come il personaggio più suggestivo e commovente, come il più potente (può compiere miracoli) e come il più buono e misericordioso. Gesù esercita un’attrattiva sconfinata.

“Vogliamo vedere Gesù”, così dicono un giorno a Filippo un gruppo di Greci arrivati a Gerusalemme: avevano sentito parlare di lui e volevano incontrarlo, conoscerlo. In fondo sono le parole che descrivono gli uomini di tutti i tempi. Il nostro secolo è divorato dal desiderio di “saperne di più” su di lui. Ma spesso va a cercare questo “di più” fra i romanzeschi vangeli apocrifi (magari pompati per operazioni commerciali) , anziché nei Vangeli. L’unico vero “vangelo nascosto” storicamente attendibile, scritto da testimoni oculari a ridosso degli eventi, è proprio quello di Marco, Matteo, Luca e Giovanni. Nascosto perché crediamo di conoscerlo e non lo conosciamo, forse neanche l’abbiamo mai letto.

LO SCOOP DEL VANGELO ARAMAICO

Oltretutto sotto il greco dei quattro racconti evangelici (ci sono pervenuti in questa lingua) da anni gli studiosi hanno scoperto la stesura originale in aramaico: la lingua parlata al tempo di Gesù. Un gruppo di esegeti da tempo lavora alla retroversione del testo greco dei Vangeli in aramaico. Hanno pubblicato già una decina di volumi. Recentemente la Rizzoli ha edito in italiano un libro che raccoglie – in maniera divulgativa, non specialistica – alcuni dei risultati di questo imponente lavoro. E’ firmato da uno degli studiosi della “Scuola di Madrid”, José Miguel Garcia e s’intitola “La vita di Gesù nel testo aramaico dei Vangeli”.

Inizialmente questa retroversione doveva servire a capire alcuni passi oscuri dei Vangeli per i quali certi studiosi avevano attaccato la Chiesa. Poi, tornando all’originale aramaico, si è scoperto non solo il senso chiaro e limpidamente ortodosso di quei passi, ma anche una immensa ricchezza nascosta di parole pronunciate da Gesù che illuminano ancora più clamorosamente la sua personalità e il mistero della sua identità.

E’ noto che certi critici hanno strologato a lungo teorizzando che “Gesù non fu mai consapevole di essere il Messia”. Garcia smonta questa tesi e dimostra come dai Vangeli autentici emerga chiaramente che Gesù non solo sa di essere il Messia, ma si identifica addirittura con Dio. Una pretesa unica nella storia umana. Alla fine lo proclama apertamente davanti al Sinedrio. E’ questa infatti la bestemmia per cui fu arrestato e processato: perché, dicevano i suoi accusatori, “tu, che sei uomo, ti fai Dio” (Gv 10, 33). Ed era proprio così, l’accusa era fondatissima: egli, unico uomo nella storia, si identificava con Dio.

Il dramma di questo annuncio – che cioè Dio si è fatto uomo, ma non viene riconosciuto e accolto – esplode negli ultimi giorni, col precipitare degli eventi. Ed è impressionante rileggere le pagine sulla Passione nel testo aramaico. Il momento dell’ultima cena è il più toccante, quello in cui Gesù manifesta la sua perfetta consapevolezza di ciò che stava per accadere e la sua volontà di prendere tutto il dolore del mondo su di sé. Nella traduzione attuale dei Vangeli egli dice: “ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione” (Lc 22, 15).

Ma l’originale aramaico che Garcia ritrova sotto la traduzione greca è ancora più impressionante: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questo agnello pasquale quando ero lontano da voi, lontano dalla mattina del mio venire incontro al patimento. Poiché vi dico: Quando io sarò mangiato come lui (= come questo agnello pasquale), il regno celeste di Dio giungerà alla sua pienezza”.

PER LA NOSTRA SALVEZZA?

Dunque Gesù designa la sua incarnazione come “la sua venuta incontro alla morte”. Cioè: egli sa di essere venuto sulla terra per patire e morire al posto nostro. E quello che sconvolge ancora di più è il suo ardente desiderio di venire a pagare per tutti noi. Il testo aramaico fa capire bene “il desiderio di Gesù, già nella sua esistenza celeste” di “andare incontro alla morte” per instaurare il Regno di Dio e “sconfiggere il regno di Satana”, il regno del male, della violenza, del dolore.

Da questi passi si capisce bene quanto siano destituite di fondamento le tesi di Bultmann e soci secondi i quali Gesù fu in grado di prevedere la propria morte, ma senza mai attribuire ad essa un potere salvifico. Illuminanti sono anche le parole che Gesù pronuncia dopo aver lavato i piedi ai suoi amici, investendoli del potere sacerdotale: egli manifesta loro “la sua contentezza, poiché, grazie a loro, potrà morire nuovamente, bere di nuovo il calice che bevve sul Calvario” (è la santa Eucarestia dei cristiani). Questa determinazione di Gesù nel prendere su di sé tutto lo scatenarsi di violenze e insulti e umiliazioni dei suoi carnefici è evidente da tutto il racconto della passione, durante la quale Gesù subisce tutte le atrocità senza mai emettere un lamento, senza mai difendersi dai colpi brutali e dagli sputi e senza mai voler attenuare le sue sofferenze (infatti rifiuta la bevanda di aceto che doveva narcotizzarlo).
vUno strazio consapevolmente accettato e vissuto fino in fondo, con una forza sovrumana, anzi uno strazio desiderato per liberare gli uomini dal male. Garcia poi dimostra anche l’attendibile storicità delle parole attribuite alla moglie di Pilato e dei resoconti della resurrezione, anche in riferimento alla sua “prova fotografica”, la Sindone. Ma la prova vera della resurrezione alla fine è l’incontro con lui risorto (Tommaso può addirittura mettere le dita nelle antiche ferite).
vE’ questo evento inaudito, la resurrezione (poi col dono dello Spirito, della forza di Gesù) che di colpo trasforma gli apostoli, terrorizzati, fuggitivi e nascosti, in un gruppo di temerari che annunciano a tutti la resurrezione, senza alcun timore, fino al martirio.

PROUDHON “PROVA” LA RESURREZIONE

Che Gesù, quel 9 aprile dell’anno 30, sia veramente risorto e da allora sia rimasto fra i suoi lo si può intuire anche con una realistica considerazione degli eventi. Perfino un mangiapreti come Proudhon, che però, da socialista, aveva una certa esperienza nell’organizzazione di movimenti umani, giunse alla conclusione che Gesù fosse veramente vivo fra i suoi, anche dopo l’esecuzione capitale. Non volendo accettare la notizia della resurrezione ipotizzò che fosse stato staccato dalla croce prima della morte e dalla clandestinità guidasse i suoi. Ma l’intuizione di Gesù vivo e presente è molto interessante. Ecco il suo ragionamento: “La rapidità della propaganda nazarena, dopo la morte apparente di Gesù, è un argomento di più in favore della sua presenza…. Meno di 40 anni dopo la morte di Gesù giungeva a Roma. Non appena queste comunità di credenti erano fondate egli diventava indistruttibile. Ora… sarebbe difficile spiegare la sua affermazione in sua assenza. Egli solo ha potuto salvare la sua opera… Egli solo ha potuto farla crescere dopo la dispersione del gregge… Pietro o Giovanni avrebbero saputo tener duro di fronte al dilagare di sette e di gnosi? Il pensiero fondamentale di Gesù ha trionfato su tutto… dunque dall’anno 29 all’anno 70 egli era presente”.

In effetti quegli undici poveretti ebrei, senza cultura, denaro, mezzi e potere, non avrebbero mai potuto scatenare un simile incendio nell’impero romano. Proudhon ipotizza che Gesù, in quegli anni dal 29 al 70, “condannato a non farsi più vedere in pubblico e non potendo seguire i discepoli divenuti suoi successori” deve aver dato loro altre istruzioni per “sottrarsi in seguito ai loro sguardi, comunicare con essi solo di tanto in tanto e sparire poi del tutto”.

L’intuizione di Proudhon – che Gesù dal 29 al 70 doveva per forza essere vivo e guidava la “conquista” cristiana del mondo – è del tutto razionale. Ma se fosse rimasto solo fino al 70 la sua opera sarebbe crollata subito dopo. Invece proprio dopo il 70 quella “conquista” è stata ancora più strepitosa e impressionante e dopo duemila anni abbraccia il mondo, con una forza e una sapienza di cui nessuno dei cristiani, dei vescovi o dei papi sarebbe mai stato capace. Dunque l’ipotesi più razionale – stando all’analisi di Proudhon – è che quell’Uomo sia ancora vivo e presente fra i suoi e ancora operi potentemente. L’ipotesi più ragionevole è che Gesù quel 9 aprile dell’anno 30 sia veramente risorto e sia con i suoi “fino alla fine dei tempi” non permettendo che le forze del Male prevalgano sulla Chiesa.

4月14日

antonio socci

TRE SPUNTI DI RIFLESSIONE… 13.04.2006
Per capire cosa sta accadendo e cosa è necessario fare…
Elezioni 2006
Don Julian Carrón (CL): «Preghiamo la Madonna di Loreto per il popolo e per i nuovi governanti»

All’indomani delle elezioni politiche, don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, ha inviato un breve messaggio a tutti gli aderenti al movimento. Ecco il testo:

«Cari amici, in questi giorni che precedono la Pasqua ricordiamoci di pregare la Madonna di Loreto affinché sostenga il popolo italiano, chiamato a una più intensa fedeltà alla propria tradizione per costruire il futuro.

«I tre principi “non negoziabili” di cui ha parlato il Papa – vita, famiglia, libertà di educazione – sono ancora più urgenti. Speriamo che i nuovi governanti del Paese sappiano tenerne conto. Anche per essi preghiamo in questo momento».

Un interessante commento (una volta tanto) della Compagnia delle Opere

Doveva essere una vittoria clamorosa del centrosinistra con tutto il popolo schierato “finalmente” da una parte, ma, alla prova dei fatti, la vittoria si è giocata su una manciata di voti. Per l’ennesima volta, il popolo si è fatto beffa dei potenti. Come in America sul caso Bush-Kerry e come per il referendum sulla procreazione assistita, non ha eseguito gli ordini prestabiliti da un concentrato incredibile di interessi: una buona parte della stampa estera e della stampa italiana, rappresentanti del mondo dell’economia, intellettuali e registi a la page, cattocomunisti da sacrestia, il partito della rendita e quello del clientelismo, radicali e no global. Il risultato annunciato era quello che sembrava emergere nelle prime ore dagli exit poll viziati dal fatto che la gente, stanca di essere presa in giro, non si è fidata degli intervistatori. E, così, i commenti tronfi e compiaciuti di politici (quantomeno un po’ “imprudenti”), disegnavano le sorti di un’Italia che aveva scelto di “liberarsi della dittatura” che l’aveva bloccata negli ultimi cinque anni.

Invece è stato di fatto un pareggio con un piccolo vantaggio al Senato della Casa delle Libertà che, nonostante
un numero di voti superiore al 50%, ha ottenuto una quota di seggi inferiore determinata dal sistema elettorale, che alla Camera ha trasformato un altrimenti impercettibile vantaggio dell’Unione in una consistente maggioranza parlamentare. Di più: la Casa delle Libertà ha riguadagnato in Piemonte, in Friuli, nel Molise, nel Lazio, in Puglia e ha consolidato la sua maggioranza in Lombardia, in Veneto e in Sicilia. Da notare che nelle aree più sviluppate e popolose del Paese la maggioranza è stata netta, se non addirittura schiacciante. Il consenso deriva da un forte radicamento nel mondo produttivo, nelle realtà sociali, nelle aggregazioni ideali. Queste realtà hanno a cuore la vita, la famiglia, l’educazione, il rilancio economico, l’ammodernamento del Paese, la difesa della libertà e di una pace che non sia un cedimento al terrorismo, la costruzione di un’Europa dei popoli. In poche parole questo consenso nasce dalla libertà e dalla sussidiarietà, che sono urgenti per quel rilancio dal basso di cui l’Italia ha assoluto bisogno. I segni non mancano: Draghi parla di ripresa, c’è fervore in mondi produttivi che disdegnano la rendita, Paesi come la Svezia e la Gran Bretagna abbandonano il welfare state e ci indicano la nuova strada maestra.

Ci vorrebbe subito un accordo tra le componenti realmente riformiste dei due schieramenti (sull’esempio dell’Intergruppo per la Sussidiarietà). Purtroppo, il risultato elettorale non aiuta: nell’Unione la componente riformista ha ceduto ai massimalisti e quasi il 20% del Parlamento sarà composto da esponenti dell’uno o dell’altro estremismo, fatto disastroso per un’Italia che non ne ha certo bisogno. Soprattutto, alcuni leader dell’Unione invece di riflettere sulla difficile situazione che rischia di rendere ingovernabile l’Italia, si sono messi, alle 3 di mattina, a cantare vittoria come se godessero di ampie e solide maggioranze popolari. Sono gli stessi che, a differenza di Schröder, hanno imbarcato le componenti radicali che già li ricattano. Non abbiamo bisogno di loro.

Occorre qualcuno che compatti le parti più responsabili di maggioranza e opposizione, che riunifichi il Paese e, sulla base di ciò che è più urgente, sappia affrontare la crisi economica, politica e, soprattutto, ideale che l’Italia attraversa.

Occorre guardare alla risorsa più grande che resta all’Italia: un popolo che ha dimostrato, ancora una volta, di essere vivo.
Questa è la vera speranza: l’esperienza di novità che si pone nella vita quotidiana, nelle opere che si costruiscono, nelle proposte politiche che si fanno. Il resto, prima o poi, crolla senza lasciare traccia.

11 Aprile 2006

Il peso dei cattolici sulla rimonta del centrodestra

S e r di Massimo Introvigne

A Torino, da sempre, c'è una straordinaria istituzione di carità che è anche un barometro degli umori elettorali dei cattolici. Il Cottolengo ha un seggio interno dove votano suore, infermieri, volontari e qualche ammalato. Feudo della Democrazia cristiana, nella seconda Repubblica il Cottolengo ha votato a sinistra, convinto che lì si trovassero orecchie più sensibili alle esigenze degli «ultimi». Ma stavolta al seggio del Cottolengo l'Udc con il 56,2% ha conquistato la maggioranza assoluta dei voti e Berlusconi con il 68% ha nettamente battuto Prodi.

Il fatto è che al Cottolengo curano i malati terminali di tutte le età, compresi quelli affetti da deformità irrimediabili che in Olanda la legge sopprime con l'eutanasia. Quando il ministro Giovanardi - ripetendo peraltro le parole di un documento vaticano - ha definito l'eutanasia all'olandese «nazista», dall'Unione si è levato un coro di insulti. Né si tratta solo dell'eutanasia. In Piemonte la governatrice della Regione, la diessina Mercedes Bresso, in pochi mesi si è mossa per sopprimere il buono scuola, prospettare l'introduzione di unioni civili anche omosessuali, battagliare perché in Piemonte si continui a sperimentare la pillola abortiva RU-486. Contro la Bresso è sceso in campo in materia di libertà di educazione anche il cardinale di Torino - difficilmente classificabile come un simpatizzante della destra - accolto in un'imponente manifestazione da cori da stadio dei militanti cattolici. Così il Piemonte, che sembrava un feudo inespugnabile della sinistra, è passato a sorpresa alla Casa delle Libertà.

E il voto cattolico è stato certamente decisivo anche nel Lazio.
In quella che - qualunque sia il governo che si potrà o non si potrà formare - rimane la più incredibile rimonta della storia politica italiana non c'è solo la giustificata paura delle lacrime e sangue fiscali dell'Unione. C'è anche il timore, del tutto giustificato e alimentato sia dalle ambiguità del programma di Prodi sia dai proclami dei vari Capezzone, Diliberto e Luxuria, che per i cattolici il governo dell'Unione avrebbe portato un lungo venerdì santo alla Zapatero: unioni civili per gli omosessuali, volontari cattolici fuori dei consultori per l'aborto, RU-486, bioetica selvaggia, guerra alle scuole private e inizio della lunga marcia verso l'eutanasia all'olandese. Ci vorranno settimane perché le analisi dei sociologi confermino quello che il sensibile barometro del Cottolengo e le prese di posizione mai così esplicite di voci tra le più ascoltate dal popolo cattolico profondo - dalla Compagnia delle Opere a Radio Maria e al mensile Il Timone - lasciano già intuire con chiarezza: i cattolici praticanti hanno votato in maggioranza per la Casa delle Libertà. Quest'ultima non deve rimpiangere il mancato arruolamento dei radicali della Rosa nel Pugno che, se ha fatto perdere voti apparentemente decisivi, ne ha fatti guadagnare molti altri di cattolici spaventati da Capezzone. Perde, ancora una volta, la cupola cattolica progressista che - dagli appelli via Internet di padre Sorge alle minacce dei banchieri grandi elemosinieri di Prodi e alla discesa in campo di Famiglia Cristiana - ha provato a far pesare la sua vecchia egemonia di potere e di danaro, che non si è però tradotta in consenso. Alla Casa delle Libertà i cattolici italiani hanno consegnato un grande patrimonio di voti e di simpatie. Si sarebbe forse potuto coltivarlo ancora meglio prima del voto; ora si tratta di non disperderlo.

Da Il Giornale, 12 aprile 2006
 
 
 
4月13日

Cantoni: Italia in bilico

L'Italia in bilico.
Commento a caldo di Giovanni Cantoni sul voto del 9 e 10
aprile 2006

Intervista rilasciata alla rivista Radici Cristiane
http://www.perloccidente.it/repository/editoriale_rc.pdf
                                                            
                                   a cura Emanuele Gagliardi

            Il Centrosinistra brinda. Alla Camera lo scarto
tra L'Unione e la Casa delle libertà è di soli 25.224 voti,
al Senato la differenza è appena di due seggi (158 contro i
156 della Cdl), ma Prodi esulta: «Una vittoria che ci
permette di governare». Lo aspettiamo alla prova dei
fatti... Di certo, per ora, c'è che il professore e la sua
policroma coalizione non hanno convinto mentre, d'altro
canto, gli elettori hanno dimostrato che valori veri, come
la famiglia, la vita, la religione, riescono a concentrare
consensi al di là dell'approvazione sull'operato del governo
uscente.
            Il 10 aprile, poche ore dopo la pubblicazione
dei risultati ufficiali, abbiamo raccolto un commento a
caldo di Giovanni Cantoni, fondatore e reggente nazionale
dell'associazione di apostolato culturale Alleanza Cattolica
e direttore della rivista bimestrale Cristianità, organo
ufficiale di tale associazione.


Come interpreta questo inaspettato risultato di stringente
parità?

Quando ho dato la mia disponibilità a fare qualche commento
ai risultati della tornata elettorale non immaginavo di
fronte a quale difficoltà mi sarei trovato. Diversamente,
forse, avrei tergiversato o sarei stato più prudente. Poiché
il risultato è a più titoli inconsueto, un formale pareggio,
sia come conseguenza della nuova legge elettorale che
combina proporzionale e maggioritario, sia come espressione
della situazione del corpo sociale, penso che il miglior
commento possa consistere in un tentativo di ricostruzione
dell'itinerario di cui l'episodio elettorale costituisce il
passaggio più recente.


L'esito di queste elezioni è anche conseguenza di un
processo storico insito alla società italiana?

Credo che il punto di partenza debba essere il famoso 18
aprile 1948, l'autentica data fondativa dello Stato italiano
com'è grosso modo ancora oggi, almeno nelle sue grandi linee
e nelle intenzioni.
Il corpo sociale uscito dalla II guerra mondiale, con un'appendice
civile, si trova di fronte all'ipotesi di cadere sotto un
regime socialcomunista. Sa della Conferenza di Jalta, tenuta
in URSS nel 1945, ma non sa degli accordi e della divisione
del mondo fra le potenze alleate.
Quindi non aspetta che altri lo salvino, anche se sospetta
che altri lo abbia salvato alla fine della guerra, e non fa
proprio il mito della Resistenza. P
ensa «Aiutati che Dio t'aiuta» e, nonostante la
debilitazione, trova la forza di rispondere, in un lasso di
tempo straordinariamente esiguo - pochi mesi -, all'appello
dei Comitati Civici e del loro animatore, il professor Luigi
Gedda, uno scienziato cattolico.
Com'era accaduto negli anni seguenti la Rivoluzione del
1789, quando Napoleone aveva tentato di esportarne i
princìpi in Italia, il popolo italiano insorge. Il 1948 è
una sorta d'«insorgenza» non cruenta.
Il rischio del regime rosso è scongiurato, anche se i
vincitori della battaglia elettorale non sono gli
organizzatori della pace. Infatti, conformemente alla natura
d'insorgenza dell'azione attuata, cioè all'essere frutto di
una mentalità, di una costellazione di valori e di giudizi
depositati nel corso del tempo nel corpo sociale, gli
animatori di tale azione vengono fatti cadere nell'oblio,
«silenziati» e derubati della vittoria. In termini marxisti,
si può dire che l'insorgenza viene «ricuperata» dalla cupola
democristiana. Comincia così il lungo itinerario che porterà
dal 1948 al 1960, all'apertura a sinistra poi, nel 1992, a
Tangentopoli.


Esiste un'analogia tra l'«insorgenza» del 1948 ed episodi
della storia più recente?

Un'apparente digressione può aiutare a comprendere la
situazione.
Con l'espressione I° Potere politico s'intende il Potere
Legislativo; con II° Potere politico l'Esecutivo; con III°
Potere politico il Potere Giudiziario; con IV° Potere (I°
Potere sociale) il Potere Massmediatico e Culturale, in
tutta la gamma che va dalla gestione degli asili nido ai
centri di ricerca universitari, a quella della stampa, della
radio, della televisione e del cinema; con V° Potere (II°
Potere sociale) il Potere della Chiesa come soggetto
so­ciale; con VI° Potere (III° Potere sociale) il Potere
Economico lato sensu e finalmente, con VII° potere (IV°
potere sociale) il Potere Sindacale.
Ebbene, dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, la
Repubblica Italiana vede un'egemonia socialcomunista
pressoché totale sul mondo del IV° Potere attraverso gli
operatori del settore; una presenza consistente in quelli
del I°, del III° e del VII° Potere; una pressione
determinante in quello del II° Potere, mentre non sono
assolutamente irrilevanti le infiltrazioni nel V° e nel VI°.
Stando così le cose quando, nel 1994, sta per prodursi l'esito
paradossale dell'operazione di lungo periodo intesa alla
conquista della titolarità del governo, cioè quando un
partito socialcomunista sta per andare al governo in una
Stato occidentale dopo la caduta del Muro di Berlino, si
produce una nuova insorgenza, non più guidata da un
professor Gedda o da un suo simile, ma, attraverso Forza
Italia e la Casa delle Libertà, dal cavalier Silvio
Berlusconi, un imprenditore, un esponente della società com'è
diventata dopo decenni di debilitazione morale e culturale.
Le vicende seguenti sono cronaca, anche se la memoria è
sempre più corta.


Anche il voto del 9 aprile 2006 rappresenta una
«insorgenza»?

Il risultato del 9 aprile 2006, è in un certo senso un nuovo
18 aprile 1948. Abbiamo visto schierate in campo, contro il
governo degli uomini del buon senso, tutte le lobbies
culturali, massmediatiche ed economiche, intenzionate
stavolta a realizzare non un regime socialcomunista - dal
1948 è passata molta acqua sotto i ponti - bensì una
rivoluzione culturale, quella che uno dei miei maestri, il
pensatore e uomo d'azione brasiliano Plinio Corrêa de
Oliveira, chiama IV Rivoluzione, e della quale è modello l'operato
di Zapatero nel Regno di Spagna.
Mentre la propaganda procede alla demonizzazione a tutto
campo del leader dell'insorgenza del 1994, presentando la
situazione oggettivamente difficile - e non poco complicata
dall'aggressione patita dall'Occidente l'11 settembre 2001 -
come lo scontro fra «i ricchi» e «i poveri», il cavalier
Berlusconi si «distrae» dal proficuo impegno di governo e ne
indica la natura nello scontro fra la società e lo «Stato
moderno», fra il corpo sociale in via di rianimazione -
inevitabilmente lenta e difficile come ogni convalescenza -
e l'invadenza sclerotizzante statuale e burocratica.
Quindi fra «ricchi gestori del potere» e «poveri titolari
del governo».


I moniti della Chiesa sui valori irrinunciabili della vita e
della famiglia possono aver inciso sulla scelta elettorale?

La gerarchia ecclesiastica segnala puntualmente ai
cattolici, e a tutti coloro che vogliano prestarle ascolto,
le priorità cui guardare per formare il proprio giudizio: la
vita, la famiglia e l'educazione. Nella prospettiva d'impedire
che le lobbies demoralizzanti possano acquisire lo status di
enti statali.


Ritiene possibili derive «zapateriste» nel nostro Paese?

Se mi permette un'autocitazione ricordo che, negli anni 1970
e 1980, ho qualificato la resistenza del corpo sociale
italiano all'aggressione socialcomunista come «lezione
italiana».
Ebbene, il recente esito elettorale - un esito
straordinario - dice almeno che tale «lezione», per quanto
spossata, non è esaurita. Certo, non è in grado di
contrastare vittoriosamente l'aggressione della rivoluzione
culturale.
Ma il governo dell'Unione, un partito radicale di massa,
esiguamente vincente non è tale, o almeno tale non sembra,
da potersi permettere un esercizio «imprudente» del potere
che per altre vie possiede.


Quale linee di azione suggerisce il voto del 9 e 10 aprile
per quanti hanno dimostrato di voler continuare a difendere
i valori fondanti della nostra società?

Se è lecito trarre conclusioni dalle osservazioni proposte,
credo possano essere le seguenti.
Se la «lezione italiana» è in via di esaurimento, s'impone
una riproposizione delle condizioni di cui gli esiti
politici sono semplici ricadute; s'impone un'azione
pre-politica, che non esclude quella politica, ma
costituisce la premessa del suo rinnovamento e della sua
qualità.
Il corpo sociale è vissuto a lungo - tanto insperatamente
quanto inconsapevolmente - di eredità, di «tradizione».
Ma la «tradizione» è «progresso trasmesso», è «trasmissione
del progresso». Progredire vuol dire passare dall'ignoranza
alla conoscenza, per poi servirsi in modo morale di tale
conoscenza.
Come ricorda il cardinale Ruini, presidente della CEI,
citando Tertulliano, «cristiani si diventa, non si nasce».
Allo stesso modo, la civiltà necessita di essere trasmessa:
«uomini civili si diventa, non si nasce».
Quindi s'impone un'opera di apostolato culturale che non
mira alla politica di partito, ma senza la cui esistenza la
politica di partito si esaurisce, perde le proprie
motivazioni più profonde.
Il quadro che offre il corpo sociale italiano attraverso l'esito
elettorale è quello di una realtà in bilico, che abbisogna
di venire riequilibrata. Si tratta di un'immagine che può
descrivere correttamente il da farsi, prima che lo
squilibrio porti a precipitare in una situazione che non
qualifico come definitiva - la storia continua e nessuno sa
quando finisce -, ma certamente come ancora più difficile di
quella che abbiamo di fronte