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4月30日 lettera alla Sony
L'Ufficio Informazioni dell'Opus Dei in Giappone ha inviato una lettera, in data 6 aprile, agli azionisti, dirigenti e impiegati della Sony, casa produttrice del film "Il Codice da Vinci". Ne offriamo la traduzione italiana. Agli azionisti, dirigenti e impiegati della Sony Corporation Come probabilmente sapete già, vi sono vari aspetti del romanzo "il Codice da Vinci" che deformano la figura di Cristo, e che investono le credenze religiose dei cristiani. Inoltre, nel libro si afferma che la Fede cristiana è fondata su una grande menzogna e che la Chiesa cattolica si è servita lungo i secoli di mezzi delinquenziali e violenti per tenere le persone immerse nell'ignoranza. Il romanzo mescola realtà e finzione e alla fine non si capisce dove venga fissato il limite fra la realtà e l'invenzione, tanto che un lettore ignorante dei fatti storici può giungere a conclusioni erronee e può pure essere spinto a guardare la Chiesa con minore simpatia, quando invece essa merita indubbiamente molto rispetto. Tutte le corporazioni imprenditoriali, oltre al proprio patrimonio materiale, possiedono una serie di valori intoccabili, che nascono dal modo appropriato di trattare i dipendenti, dalla qualità dei prodotti, dalla cura della clientela, dell'ambiente e altre cose simili. Queste caratteristiche esprimono la responsabilità sociale di una impresa e non nascono dall'interesse, ma dalla convinzione, e tuttavia è sicuro che anche tali valori intangibili contribuiscono a far sì che le corporazioni siano circondate da stima e anche a che ne sia consolidato il valore economico nel mercato dei capitali perché sono garanzie di stabilità. Uno degli importanti valori non materiali, è il comportamento rispettoso dell'impresa nei confronti delle credenze dei cittadini: nelle nostre società libere, essere responsabile implica l'essere rispettoso. Un tale obbligo riguarda soprattutto le grandi corporazioni, che si muovono in ambiti multinazionali e multiculturali, che richiedono particolare attenzione. Sappiamo, da varie dichiarazioni pubbliche di persone che partecipano al progetto, che la Sony-Columbia desidera vivamente che questo film non ferisca la sensibilità religiosa degli spettatori e desidera evitare che la sua uscita divenga motivo di divisione in un mondo già fin troppo diviso. Questo orientamento rispettoso esprime bene la fama e la cultura della Sony. Alcuni mezzi di comunicazione hanno scritto che la Sony sta esaminando la possibilità di porre all'inizio del film un annuncio per chiarire che ci si trova davanti a un'opera di fantasia e che qualsiasi somiglianza con la realtà è puramente casuale. Una simile decisione della Sony sarebbe un gesto di rispetto verso la figura di Gesù, verso la storia della Chiesa e le credenze religiose degli spettatori. Una considerazione finale: purtroppo oggi non è raro che venga usato il nome di Dio per giustificare l'odio e la violenza. Proprio per questo ci sentiamo di fare un nuovo appello alla pace, che è nel cuore della Chiesa cattolica e nell'anima di tutti i cristiani. Chiediamo scusa se è stata utilizzata qualche espressione non adeguata. Rivolgiamo i migliori saluti esprimendo auspici di pace, salute e prosperità. Molte grazie Seizo Inahata Ufficio Informazioni dell'Opus Dei in Giappone Ashiya, 6 aprile 2006 da http://www.opusdei.it/art.php?p=15070
e l'europa si scopre islamically correctTENDENZE La Ue sta varando un lessico politicamente corretto censurando termini come "terrorista islamico". Parla Samir Khalil: «Non si può dimenticare la realtà cambiando il dizionario» Di Giorgio Paolucci Arriva l'era dell'islamically correct, figlia della stessa logica che ha partorito il politically correct. Arriva in un'Europa preoccupata per l'uso di certi termini che potrebbero alimentare l'islamofobia e riproporre situazioni esplosive come quelle nate dopo la pubblicazione delle vignette satiriche su Maometto. Ma il rimedio rischia di essere peggiore del male che si vuole combattere, e di alimentare altri equivoci. Magari in nome del dialogo e della tolleranza. Un'apposita commissione dell'Unione Europea sta mettendo a punto un "lessico" che fissi le linee guida per funzionari e politici. Sotto esame sarebbero alcuni termini ritenuti ambigui o addirittura infondati come "terrorista islamico", "jihad" nel senso di "guerra santa", "islamista" come sinonimo di estremista. Un primo documento di rilettura "islamicamente corretta" del vocabolario corrente dovrebbe essere presentato in giugno dalla presidenza austriaca di turno della Ue. «La lingua è un'arma terribile, e certe parole usate a sproposito possono offendere le sensibilità religiose e agitare gli animi. Ma questo non autorizza a manipolare la verità o a mettere il velo su certi fatti solo perché sono spiacevoli e imbarazzanti», puntualizza Samir Khalil Samir, islamologo "politicamente scorretto" di fama internazionale, docente alla Saint Joseph University e al Pontificio Istituto Orientale di Roma. Secondo le anticipazioni filtrate da Bruxelles, il termine "terrorista islamico" verrebbe sostituito da "terrorista che invoca l'islam in modo oltraggioso e illegittimo"... «Non si deve dimenticare che in questi anni molti imam hanno più volte legittimato l'uso del primo termine dichiarandolo conforme al Corano e alla tradizione musulmana, la quale autorizza il ricorso alla violenza quando una terra ritenuta islamica deve essere difesa dai nemici. E questo si verificherebbe in molte situazioni: Palestina, Afghanistan, Iraq, negli anni scorsi la Bosnia. Coloro che in Occidente vengono chiamati terroristi, nel mondo islamico sono considerati mujahidin e se muoiono vengono onorati come martiri. Dunque, non è vero che il termine terrorista islamico è improprio o addirittura illegittimo: appartiene alla mentalità che si è sviluppata da tempo in molta parte del mondo musulmano. Altra cosa, invece, è stabilire un'equivalenza impropria e fuorviante tra islam e terrorismo. Ma purtroppo la realtà di questi anni ci costringe a fare i conti con tanta gente che usa la violenza e compie azioni terroristiche convinta di agire da buon musulmano». Un altro termine da tempo entrato nel vocabolario corrente e che verrebbe usato impropriamente è "jihad". Per la maggior parte dei musulmani, obiettano i censori dell'Unione europea, non significa guerra santa, ma indica piuttosto uno sforzo spirituale per migliorare se stessi, e non va quindi utilizzato in una accezione negativa... «Questa è la versione edulcorata che piace a voi occidentali. Peccato che non corrisponda a ciò che sta scritto nel Corano e negli hadith (i detti attribuiti a Maometto, ndr) né alla mentalità diffusa tra i musulmani. Nel Corano la parola jihad è utilizzata per significare la lotta in nome di Dio ed è un obbligo a cui tutti i credenti maschi e adulti sono tenuti quando la comunità è in pericolo. Nelle 6 raccolte autentiche (sahâ'ih) di hadith, un capitolo intero è dedicato al jihad e tratta esclusivamente della guerra sulla via di Dio, non dello sforzo spirituale; e nel sito del ministero degli Affari islamici dell'Arabia Saudita si parla di battaglia, non di sforzo interiore. Infine nel linguaggio corrente dei Paesi arabi, come pure sui giornali di quei Paesi, non si usa mai il termine jihad per definire una lotta o uno sforzo spirituale, e la parola mujahidin significa "quelli che praticano il jihad". Questa è una elaborazione molto diffusa in Occidente, che non corrisponde né alla tradizione né alla mentalità corrente nel mondo arabo-islamico». Il nuovo lessico in corso di elaborazione prevederebbe anche la critica del termine "islamista", impropriamente usato come sinonimo di estremista o fiancheggiatore delle tendenze più radicali. «Anche in questo caso si deve partire da quello che accade nel mondo musulmano piuttosto che dai desideri o dalle aspettative del "politically correct" in salsa occidentale. Fino a 20-30 anni fa esisteva solo la parola muslim, che significa musulmano. Poi in Egitto è stato coniato un nuovo sostantivo: islamiyy, che vuole significare musulmano radicale, islamista. Un islamista non è di per sé incline alla violenza o al terrorismo, ma interpreta i sacri testi e la religione in maniera radicale, e spesso oltranzista. E questa posizione, alla quale molti vengono educati dai predicatori nelle moschee ma anche dai libri di testo nelle scuole e nelle università, da molte televisioni o dai gruppi oltranzisti, sfocia spesso nell'intolleranza verso chi non la condivide o verso i cosiddetti "nemici dell'islam", un termine molto comodo per demonizzare qualsiasi avversario e che pone le premesse teoriche per la sua distruzione». In definitiva, lei ritiene che il vocabolario "islamicamente corretto" potrebbe creare più equivoci di quanti ne vuole combattere? «Mi pare che l'iniziativa, di cui peraltro aspettiamo di conoscere i dettagli, nasca con un approccio ideologico piuttosto che in nome di un sano realismo. Bisogna prendere atto di ciò che accade, anziché ingegnarsi a modellare le parole secondo certi desideri. Potrebbe anche verificarsi un'eterogenesi dei fini: il risultato finale sarà il rafforzamento dell'islamofobia, come è accaduto in Olanda dopo l'omicidio di Van Gogh e in Danimarca dopo il caso delle vignette, Paesi dove il cosiddetto rispetto della diversità ha prodotto eccessi e scatenato reazioni di segno contrario. La violenza di matrice islamica è una realtà con cui tutti dobbiamo fare i conti, anziché mascherarla cambiando il vocabolario, e l'Europa deve impegnarsi di più a combatterla, anche aiutando coloro che nel mondo musulmano lottano per un'interpretazione del Corano e della tradizione che sia rispettosa dei diritti umani e della libertà. Ma questo potrà farlo solo se diventerà più consapevole del suo patrimonio ideale, non se si accontenterà di qualche aggiustamento lessicale». (C) Avvenire, Giovedi 27 aprile 2006 4月29日 Bertinotti presidente, la moderazione a sinistra è defunta
Bertinotti presidente: Italia in lutto.
visti i risultati magari la seconda idea non è male!
De Marco: il voto dei cattolici "organizzati" e quello dei non organizzatiVersione Integrale dell'Intervista al Prof. Pietro De Marco Docente di Sociologia della Religione dell'Università degli Studi di Firenze _____ Condivide l'analisi di Marcello Pera, per cui il voto è stato influenzato dalle grandi tematiche etiche e di civiltà (difesa della vita, della famiglia, identità dell'Occidente)? Si può rispondere di sì, su questo, sia pure per ipotesi, ma su premesse altamente plausibili. I risultati del referendum sulla PA, come esito attivo di un enorme, e capillare, lavoro di contrasto cattolico e laico ("laico-devoto", perché no?) alle tendenze autodistruttive dell'Occidente anche nella nostra società, sono stati una svolta. Il recente voto politico lo conferma. Il referendum aveva dimostrato, in particolare, come l'intelligencija, la grande "macchina" intellettuale e massmediale (il cui modello è Repubblica), il magistero laico quotidiano che definisce cos'è Male e Bene e li addita ad una opinione pubblica dipendente e "militante", possa essere contrastata con successo. Sono però necessarie intelligenza e azione, superando ogni complesso d' inferiorità (per parte mia non ne ho più, in nessuna misura e da tanto tempo). Se il Referendum è stato una vera débâcle per la macchina dell'intelligenza di opposizione (ma, in affetti, dominante), le recenti elezioni Politiche vi sono andate molto vicino. La costruzione del Mostro, capolavoro dell'"unica" azione politica svolta dalle opposizioni negli ultimi anni, non è bastata a disgregare base e consenso del polo di centro-destra, la grande novità del recente sistema politico italiano. Non solo, ma non ha impedito, ben oltre la resistenza, il ritorno dell'elettorato moderato all'espressione attiva del proprio "no" ad un coronamento "politico" dell'egemonia pratica delle sinistre. L'elettorato di centro-destra, superando l'evocazione ipnotizzante del "paese malato", e reagendo all'imputazione miserevole di essere esso stesso la parte malata del paese, ha detto "no" anzitutto ai Signori dell'opinione pubblica. Per comprendere un risultato di questa portata (metà dell'elettorato) non basta evocare la molla degli interessi; è d'obbligo pensare ad una diffusa, penetrante, motivazione per valori. Quanto e come ha pesato, secondo Lei, l'elettorato cattolico? Moltissimo. Necessario sempre ricordare che "cattolici", "elettorato cattolico" e simili, significano la maggioranza del paese. I "cattolici" non coincidono con ciò che chiamiamo "mondo cattolico" (che è una delle subculture del paese, per definizione "minoranza") lo includono come un'area particolare. La popolazione "cattolica" è una costellazione di mondi; ma nell'ultimo quarto di secolo ha ritrovato una certa unità interna sul primato di principi, valori, storia. Molto lavoro nella mobilitazione referendaria fu politicamente bipartisan. Per questo è anche un elettorato più mobilitabile, e mobile, di quanto politologia e sociologia elettorale tuttora pensino. Quali soggetti politici sono stati 'premiati' dall'elettorato cattolico? Da un primissimo sguardo ai dati, complessivamente è stato premiato il centro-destra per l'insieme pregevole di leggi e provvedimenti (dalla bioetica alla scuola), e per l'assenza di ogni conflittualità con l'istituzione ecclesiastica, meriti del governo Berlusconi che hanno limitato, su terreni sostanziali, gli effetti della diffusa demonizzazione del Premier. In particolare il partito cattolico, l'UDR, sembra aver guadagnato da questo flusso di consenso attivo. Vi è dunque "competition" tra Margherita e UDC? Inevitabilmente. Gli uomini delle due parti possono, in alcune situazioni, anche convergere e collaborare, ma restano parti integranti di due coalizioni contrapposte, non secondariamente, nelle materie che trovano i "cattolici" particolarmente reattivi, in forme diverse, ma (insisto) comunque sensibili in maniera nuova. La Margherita non può che scontare su questo terreno la serietà stessa di un'alleanza con quelle culture e quelle progettualità politiche e civili che larga parte dei "cattolici" considera antagonistiche ai propri principi. Ha pesato l'influenza del vaticano e della CEI, ad esempio le dichiarazioni su "valori non negoziabili"? Solo in quanto ha confermato (e non ha lasciato sola, come è potuto accadere accadere in passato) la nuova, diffusa e spesso forte, ricostruzione di una attiva responsabilità cattolica nella vita pubblica. Ma non è poco. Un Partito Popolare è il futuro dei cattolici impegnati in politica, o c'è spazio anche a sinistra? Se i "cattolici" sono la maggioranza del paese, essi sono anche, necessariamente, parte costitutiva della sua varietà e conflittualità civile e politica. Vi saranno sempre cattolici "a sinistra", poiché si potranno sempre trovare motivazioni, anche seriamente costruite, a quella presenza. Quello che si chiede ai "cattolici" di sinistra (tali, magari, perché privilegiano come cristiani il "sociale" rispetto alle soglie critiche di civiltà, per me drammaticamente oltrepassate), entro la sinistra, è un drastico rifiuto della attuale dipendenza intellettuale e politica. (C) il Giornale, edizione di Firenze, 14-4-2006, pag. 3 Courtesy of Pietro De Marco 4月28日 analisi di un votomentre i sinistri fanno festa x la presidenza al senato che in realtà non è tale
cominciano a scricchiolare anche alla camera, D'alema prende + voti del previsto....come al solito Unione di nome Disunione di fatto...
il file GIF dà comunque l'idea
comunque vada
"Armagheddo": i miti laicisti sono finitiMi chiedo come mai i "laicisti" nostrani, che spesso attaccano la Chiesa, non chiedono mai perdono dei loro errori a volte madornali. Sono tanti i miti del nostro tempo che hanno danneggiato la nostra società, per i quali nessuno ha mai chiesto perdono... di Padre Piero Gheddo Missionario del Pime Quando Giovanni Paolo II ha deciso di "chiedere perdono" per i peccati dei cristiani e per certi orientamenti non evangelici seguiti dalla Chiesa nel corso dei secoli e dei millenni, ha raggiunto uno dei momenti più profetici del suo lungo pontificato. Ha chiesto perdono molte volte, tutti lo ricordiamo... la "purificazione della memoria" è stato uno dei più forti orientamenti dati dal Papa alla Chiesa per il terzo Millennio: "Quest'anno giubilare è stato fortemente caratterizzato dalla richiesta di perdono... L'intera Chiesa ha voluto ricordare le infedeltà con cui tanti suoi figli, nel corso della storia, hanno "gettato ombra sul suo volto di Sposa di Cristo... Mi sono fatto voce della Chiesa, chiedendo perdono per il peccato di tutti i suoi figli. Questa `purificazione della memoria' ha rafforzato i nostri passi nel cammino verso il futuro, rendendoci più umili e vigili nella nostra adesione al Vangelo" ("Tertio millennio ineunte", 2001, n. 6). Bello ed esemplare! I cristiani e la stessa Chiesa sono continuamente invitati all'esame di coscienza, a chiedere perdono, ad essere umili nel riconoscere le proprie colpe, ritornare continuamente al Vangelo e convertirci al modello di Gesù. Non sempre lo facciamo, ma l'orientamento c'è ed è saggio, produce frutti positivi. Mi chiedo come mai i "laicisti" nostrani, che spesso attaccano la Chiesa, non chiedono mai perdono dei loro errori a volte madornali. Sono tanti i miti del nostro tempo che hanno danneggiato la nostra società, per i quali nessuno ha mai chiesto perdono. Ad esempio il mito dell'"esplosione demografica". 30-40 anni fa non si parlava d'altro: bisogna fare meno figli, la terra scoppia, non ci sono risorse per tutti... Paolo VI (il "Papa martire" del XX secolo) è stato crocifisso quando nel 1968 ha pubblicato la "Humanae Vitae" in cui diceva che occorre fidarci della Provvidenza, osservare la legge naturale sul matrimonio e la natalità, i ricchi debbono rinunziare a parte del loro benessere per aiutare i poveri... Si è levata unanime condanna da parte di giornali, intellettuali, professori ed esperti di problemi demografici, e anche di non pochi cattolici. Un coro di voci contrarie anche violente, il povero Papa passava per un retrogrado "minus habens". Ebbene, oggi l'Onu denunzia che nel mondo, su 170 paesi, ben 67 sono sotto lo zero demografico! In Italia, se non ci fossero i "terzomondiali" che vengono ad aiutarci (loro che non hanno accettato la logica della "bomba demografica"!), dovremmo fare a meno di tantissimi servizi indispensabili, dai lavori manuali pesanti alle badanti per gli anziani. Altro mito, nato da una sostanziale avversione al fatto religioso e alla Chiesa: la morte di Dio. "Dio è morto" si ripeteva continuamente, la religione e la Chiesa hanno i giorni contati, "il cristianesimo è l'oppio dei popoli", l'uomo moderno è maturo per fare a meno delle favole: e molti ci credevano. Passano pochi decenni e improvvisamente gli illusi che per essere e sembrare "moderni" e "maturi" sono diventati "atei" o "laicisti", si trovano spiazzati non solo dalle folle di fedeli che invadono i santuari e applaudono i Pontefici, ma da un miliardo e più di musulmani che sventolano orgogliosamente la bandiera di Dio come segno di reazione (naturalmente folle e spropositata col terrorismo) al dominio della cultura occidentale che si presenta senza fede in Dio e senza regole morali. I nostri laicisti (destra o sinistra non importa) non capiscono che fuori dell'area cristiana non esistono popoli atei e che per dialogare e intendersi con questa grande maggioranza dell'umanità dobbiamo ritrovare le nostre radici cristiane (ma intanto aboliscono il riferimento alle "radici cristiane" dell'Europa!!). Altro mito nato e sviluppato in reazione ai Comandamenti e al cristianesimo: la convinzione largamente diffusa (da intellettuali, opinionisti, sociologi, partiti politici, stampe e televisioni) che si può fare a meno del matrimonio tradizionale, qualsiasi forma di convivenza va bene. Questa cultura ha vinto le sue battaglie (a breve scadenza la trasgressione è sempre vittoriosa), ma oggi tutti lamentiamo la crisi della famiglia e della natalità, i molti giovani che non ricevono affetto ed educazione dai genitori e diventano disadattati: ma nessuno dei "laici" o "laicisti" fa marcia indietro, si va avanti sulla stessa linea. Il mito dell'ecologismo ha fatto della natura un museo intoccabile, ha creato un'opinione pubblica pronta alla protesta contro tutto: contro le gallerie, contro gli inceneritori, contro le nuove strade di rapido scorrimento, contro i grandi ponti, contro i treni ad alta velocità. Sognano una natura incontaminata, "la natura innaturale" creata ad immagine della nostra mitologia (perché non ci teniamo cimici, pulci, pidocchi e scarafaggi?). L'ultimo mito che sta rapidamente sfiorendo sono i "no global", slogan già sbagliato in partenza. Ricordiamo il G8 a Genova nel 2001, quando i no global parevano il movimento rivoluzionario che avrebbe cambiato la società, il mondo. Oggi non si sentono quasi più, la globalizzazione appare a tutti un fenomeno storico inevitabile e di per sé non negativo, come diceva Giovanni Paolo II: "E' un'occasione di crescita per l'umanità, dipende da cosa ne faranno gli uomini". Potrei andare avanti con i miti del nostro tempo che diventano ideologia, vengono assolutizzati e si rivelano negativi, anche se nati da motivazioni più che giuste. Per non parlare dei miti ideologici di origine politica che tramontano, ma nessuno si pente di aver sostenuto forze che agivano contro l'uomo. Chi sosteneva i "liberatori" di Vietnam e Cambogia, da quando quei due paesi sono stati "liberati", non ne parlano più: si rendono conto, ma non lo dicono, che i "liberatori" si sono rivelati nuovi e peggiori oppressori del popolo. Sono passati ad altri "miti" della stessa radice ideologica (il sandinismo, Fidel Castro e il presidente "rivoluzionario" venezuelano "Chavez"), fin che durano; addirittura qualcuno ha avuto il coraggio di dire che la Cina attuale si sviluppa economicamente per merito del suo riaffermato "comunismo", quando oggi non esiste paese al mondo che pratichi un capitalismo così selvaggio come la Cina "comunista"! La verità non importa, conta solo l'ideologia, il mito! Chiedo: quando mai i laici (o "laicisti") chiederanno perdono per tutte le cantonate che hanno preso negli ultimi decenni? Concludo. Amici, che grande cosa la fede! Ringraziamo Dio di aver ricevuto questo dono immenso! Noi tutti siamo uomini piccoli e deboli, gente comune piena di difetti e di peccati. Ma è bello avere un punto preciso di riferimento, un'ispirazione sicura a cui attaccarsi, una visione della vita e della storia che non crolla: la Parola di Dio e il Vangelo trasmessi e interpretati dalla Chiesa! da Il Timone - rivista di apologetica - febbraio 2006 http://www.iltimone.org/ L'omosessualità non esisteSecondo certa psichiatria politicamente corretta, l'omosessualità sarebbe una semplice "variante" della sessualità umana. Io credo che tale definizione debba essere considerata imprecisa sia da un punto di vista logico che linguistico. Tra l'altro c'è già chi, nel mondo gay e lesbico, ha giustamente suggerito l'uso del sostantivo omoaffettività che mi pare certamente più idoneo a definire una condizione nella sua globalità, al di là delle implicazioni puramente sessuali. Tuttavia, l'uso del termine omosessualità è scorretto in sostanza anche per un'altra, fondamentale ragione. Esso, infatti, non esprime la verità di quella condizione. L'omosessualità non può essere una "variante" della sessualità umana per il semplice motivo che non esiste. A rigore, infatti, si tratta di una variante della genitalità: una genitalità che nega strutturalmente la funzione della sessualità, che in natura è e rimane la procreazione. L'omogenitalità è quindi una variante della genitalità umana, così come lo è la masturbazione e qualsiasi altra forma di rapporto sessuale che escluda a priori ogni finalità riproduttiva. Una sessualità che un preciso quadro psicologico limiti in via definitiva alla pura genitalità ci appare evidentemente bloccata, incompleta, e rivela una profonda immaturità psicoaffettiva. In altre parole: nega l'armonia interiore con la pienezza della funzione. Un individuo che riesca a esprimersi solo cantando non sta granché bene, mi pare ovvio. Certo, è libero di farlo, se è felice non posso e non voglio impedirglielo, ma di qui a far finta che tutto sia a posto ce ne passa. Ecco perché per me è importante ribadire gli aspetti patologici di un simile comportamento, ovviamente nei casi in cui questo abbia caratteri di esclusività. Definire un certo comportamento "patologico" non è un insulto né sintomo di disprezzo: esprime altresì la fondata opinione che si debba estendere al soggetto che, come si è precisato, è più corretto definire omogenitale, la considerazione che si ha già di chi riesca a vivere la propria sessualità solo masturbandosi o, mutatis mutandis, di chi si esprima solo cantando, in ogni occasione e circostanza. Ciò non comporta alcun atteggiamento "omofobico", casomai il rifiuto di assecondare l'omolatria qualunquistica che spinge taluni a rimuovere l'oggettività di certi fatti in nome di ideologie contraddittorie e superficiali ma politicamente corrette. Mi rendo conto che la distinzione tra genitalità e sessualità recuperi implicitamente l'importanza oggettiva della funzione - la procreazione - in un contesto dal quale la cosiddetta liberazione sessuale l'aveva sconsideratamente estromessa, ma è forse giunto il momento di restituire dignità e coerenza anche linguistica al pensiero in un ambito che pareva ormai destinato a un'equa quanto triviale spartizione tra pornografia e chiacchiera televisiva La Chiesa giustamente non cambia posizioneLa Chiesa non ha cambiato posizione rispetto alla vita e ad altri temi morali, dice Mons. Sgreccia VATICANO, 23 Apr. 06 (ACI Digital - http://www.aciprensa.com/noticia.php?n=12349).- Il Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, Mons. Elio Sgreccia, ha commentato le sconcertanti dichiarazioni del Cardinale Carlo María Martini (79) pubblicate venerdì dal settimanale "L'Espresso" ed ha sottolineato che la Chiesa cattolica non ha cambiato la sua posizione rispetto a temi fondamentali come il diritto alla vita dal concepimento fino alla morte naturale. In una conversazione con ACI Prensa, il Prelado ha preferito non far riferimento diretto alle dichiarazioni del Cardinal Martíni, emerito dell'Arcidiocesi di Milano (Italia), e ha segnalato che "in Vaticano non riteniamo necessario fare polemiche su un fatto che non le merita". Facendo riferimento ad un'intervista da egli rilasciata e pubblicata sabato dal giornale "Corriere della Sera", Mons. Sgreccia ha affermato che "l'ovocita, vale a dire, l'unione del cromosoma femminile e del cromosoma maschile, contiene dentro se due pro nuclei, ed è un ovulo fecondato, nel quale il processo di fecondazione è già iniziato e si sta orientando. I due pro nuclei influenzano energicamente il citoplasma dell'ovulo che li ha accolti ed attivano dinamicamente un insieme coordinato e finalizzato di processi che danno luogo ad un individuo o due individui gemelli". "Questo inizio" ha continuato il Prelato, contraddicendo le affermazioni del Cardenal Martini "che si realizza dentro l'ovulo fecondato è precisamente un inizio di vita individuale e da' luogo ad un processo irreversibile verso lo sviluppo successivo, contenendo già il patrimonio individualizzante". Mons. Sgreccia ha parlato anche della fecondazione artificiale o "in vitro" facendo notare che "nella procreazione-fecondazione artificiale manca la dimensione unitiva degli sposi, espressa attraverso il dono di se nell'atto coniugale. Questa dimensione antropologica è stata considerata essenziale per la legittimità dell'atto procreativo sin dagli insegnamenti di Pio XII sull'inseminazione e successivamente con Paolo VI e Giovanni Paolo II". Sull'uso del preservativo, anche per il caso di fuggire il contagio dell'Aids, ha sostenuto che "ricordiamo che scientificamente non garantisce una protezione completa" e pertanto "il modo più efficace per la prevenzione sta nel retto uso della sensualità, che è la castità e la fedeltà". 4月26日 Sulle contestazioni del 25 aprile (lettera aperta a Prodi)Il 25 aprile è festa di liberazione, ma da cosa? Dalla discriminazine? Ieri sono volati fischi verso persone non gradite ad affiliati al PRC. Dall’antisemitismo? Ieri sono stati offesi appartenenti alla brigata partigiana giudaica e sono state bruciate bandiere israeliane, sempre da esponenti rossi. Da disprezzo della controparte e dalla barbaria o , se preferite dall’ignoranza? Ieri sempre quelli di cui sopra, hanno uralto ancora”10, 100, 1000 nassirya”.
E allora no! Non ci siamo liberati di nulla, il nazi-fascismo ha cambiato colore da nero è passato al rosso, ma non cambia: fa la vittima ma è carnefice, parla di rispetto ma non ne dà, parla di democrazia ma se non sei dei loro non puoi parlare, vieni fischiato, cacciato…speriamo di fermarci qui visto che già 30 anni fa quelle che i leader politici di oggi come di allora dicono essere sparute minoranze, creavano sigle di resistenza armata amaramente famose come le Br e simili.
Questi signor Prodi sono i suoi alleati ed il suo presidente della camera è il loro leader, signor Prodi ma è proprio sicuro che Bertinotti sia il presidente che rappresenti tutti gli Italiani? Lei parlava di prestigio da ridare all’Italia all’estero, non è ancora al governo e già riceve parole che disonorano il Paese dai diplomatici Israeliani in Italia, contro i suoi alleati e il loro agire….mi sa che aveva ragione Berlusconi, qualcuno ha davvero fatto il coglione quando ha votato sinistra, ma per fortuna non sono neanche metà del Paese.
Mons. Maggiolini: Meditazione sul CrocifissoSantissimo Crocifisso, - Ti affidiamo la nostra città, - Perché sempre più sia laboriosa e onesta. - Ti affidiamo i nostri malati - E i nostri anziani. - Ti affidiamo le famiglie - Perché vivano nella gioia della comunione feconda. - Ti affidiamo i nostri bimbi - Perché crescano nel tuo amore. - Ti affidiamo i nostri giovani - Perché sappiano, con il tuo aiuto, - Essere puri e forti, capaci di dedizione e di costanza. 4月21日 SULL'INCOMPATIBILTA' TRA CRISTIANESIMO E MILITANZA DI SINISTRAprendo dal sito amico di bernardo http://bernardo.splinder.com/
quanto segue..sempre molto acuto il ragazzo!
La ripartizione del voto cattolico tra destra e sinistra potrebbe apparire un fatto fisiologico, come la manifestazione tangibile dell’irriducibilità del fenomeno religioso rispetto a “inquadrature” diverse e mosse a vario titolo da prospettive secolari. In realtà la questione è più complessa. Se, infatti, di funzionamento, di fisiologia si deve parlare, credo si debba fare riferimento a un funzionamento inceppato, nel quale la fisiologia è quella della menomazione, della zoppia assunta come normalità. Un cattolico che si colloca a sinistra lo fa essenzialmente per una presunzione di democrazia (è noto infatti come persino il totalitarismo comunista non rinunciasse a definirsi democratico: ogni repubblica socialista era prima di tutto una repubblica democratica) e per un pregiudizio antiliberale e antiliberista. Se la presunzione di democrazia può essere ritenuta una deformazione ideologica prossima all’imbonimento istintivo, l’antiliberalismo e l’antiliberismo esprimono invece un’idea primitiva e quasi masochistica dell'essere cristiani e cattolici (una sorta di “orgoglio controriformista”, in linea con la nota analisi di Max Weber sul rapporto tra etica protestante e spirito capitalista), una concezione secondo la quale anziché testimoniare un'etica per la libertà individuale e, quindi, anche per il libero mercato (in base al pregiudizio materialista di un’etica tutta politica ed eteronoma, che si identifica nello Stato e che da questo viene applicata, nel disprezzo e nella sfiducia per l’individuo, a nome e a dispetto di tutti) si pensa di dover limitare entrambi mediante l'etica stessa elevata a sistema, disimpegnandosi di fatto rispetto alla testimonianza coerente e militante (è questa una delle radici della confusione e dell'infedeltà al magistero dei cristiani "creativi" di sinistra) e riducendo la questione a una funzione puramente amministrativa svolta da un Leviatano travestito con gli abiti rassicuranti della democrazia. Tale concezione presume l'identificazione - consapevole o inconscia - della propria parte politica con un'oligarchia morale accreditata da un'investitura che trascende il semplice mandato popolare e sconfina pericolosamente in un diritto divino pervertito, secolarizzato.
La fenomenologia del cosiddetto "cattolico adulto" non ha caratteri casuali: è proprio il sentimento di appartenenza a un'oligarchia morale, infatti, che giustifica costoro nel loro tralignamento. Chi sente di avere un'investitura morale che eccede la mera funzione politica, chi ritiene di essere nel giusto e non in un giusto solo contingente bensì essenziale, direi quasi ontologico, non può poi che concepire la propria coscienza come il luogo deputato alla manifestazione di tale giustizia e, quindi, attuare comportamenti di dissociazione e di aperta contestazione al magistero della Chiesa. La sinistra è per sua natura massimalista, tutta; è ben più che uno schieramento politico: è un ordine morale. Essa si pone quindi come concorrente diretta della Chiesa, è essa stessa una chiesa, e il cristiano che vi milita non potrà che avere atteggiamenti in bilico tra l'ambiguità e il dissenso aperto. Certo, la missione della Chiesa è la salvezza delle anime, di tutte le anime, e pertanto un’aperta presa di posizione in favore di una parte politica sarebbe un errore, una mancanza rispetto alla sua più schietta vocazione cattolica. Occorre notare, tuttavia, che una cosa è la questione di principio e un’altra quella di fatto. Se in linea di principio la Chiesa, in quanto universale, non può e non deve abbracciare un solo partito finendo così per giocare rispetto al corpo elettorale il ruolo ambiguo di madre e matrigna, in linea di fatto ai cristiani è invece richiesta una precisa scelta di campo: la partita dell’incompatibilità tra cristianesimo e sinistra si gioca dunque tutta qui, nella scelta individuale e non nel pronunciamento ufficiale della Chiesa. Ciò che per la Chiesa è infatti un auspicabile trasversalismo (di natura morale e non politica, cioè atteggiamento carismatico e non compromesso dottrinale) diviene per il singolo cristiano un vero e proprio travestitismo, spesso ideologico e a volte anche opportunistico. La militanza in uno schieramento politico non può essere tattica. L'idea di cattolici "infiltrati" a sinistra è risibile. Una militanza è sempre strategica: chi si schiera lo fa perché organico in qualche modo e per qualche motivo a una certa parte e ciò ci riporta al ragionamento precedente. D'altra parte, una testimonianza cristiana "creativa" (l'unica possibile a sinistra) non è solo inutile ma è addirittura dannosa per la coesione del popolo di Dio intorno al magistero della Chiesa. In questo senso la presunta "inferiorità morale" della destra (che consiste, invece, in un'adesione a una dimensione assolutamente politica, priva d’implicazioni ulteriori) si traduce in un'opportunità concreta di libertà intellettuale, di testimonianza cristiana, di relazione proficua e corretta con gli insegnamenti della Chiesa. Berlusconi lo aveva detto che si sarebbero azzufati su tutto Il presidente Ds, Massimo D'Alema, ribadisce: "La candidatura di Rifondazione e' legittima ma divide.
MENTRE SOTTO IL GOVERNO ATTUALE....
A febbraio le vendite del commercio fisso al dettaglio hanno registrato un aumento dell'1,5 per cento rispetto al mese di febbraio 2005. La variazione positiva e' il risultato di una crescita delle vendite sia di prodotti alimentari (piu' 2,6 per cento) sia di prodotti non alimentari (piu' 0,9 per cento). Rispetto a gennaio il valore del totale delle vendite al dettaglio ha registrato una variazione positiva dello 0,1 per cento. Il valore delle vendite di prodotti alimentari e' aumentato in termini congiunturali dello 0,2 per cento; il valore delle vendite di prodotti non alimentari ha registrato una variazione nulla rispetto al mese precedente. Lo comunica l'Istat. (AGI) Red (Segue) 211107 APR 06 4月20日 CATTOLICI CONSERVATORI LIBERALI
Aiutatemi a diffondere questo simbolo e a creare una rete di club che promuovano in tutta l'Italia il grande progetto di un cattolicesimo conservatore e liberale, in un dialogo attivo e propositivo con la CdL e col movimento "Per l'Occidente" di Marcello Pera, per il bene e il futuro di questo nostro grande paese e dei nostri figli. Noi vogliamo essere anche lievito per una rinnovata percezione della dottrina sociale della Chiesa per l'etica e il mercato, per un nuovo welfare delle opportunità e delle libertà contrapposto a quello dell'equità coatta e dell'uguaglianza astratta, dei sussidi e dell'assistenza. Teniamo sempre bene a mente che la retorica dell'elemosina del pane per tutti è lo strumento di cui comunisti, socialisti e populisti si sono serviti e si servono per creare dei parassiti tanto addomesticati quanto votanti (basta vedere ciò che avviene nelle cosiddette regioni rosse). Gente devota al "sussidio", grigi intelletti impigriti dalla sicurezza del "poco" di Stato che può assurgere via via al valore di piccolo diritto feudale. E questo vale tanto per il barone universitario nepotista e senza titoli quanto per l'archivista del catasto. Noi vogliamo un paese diverso, un paese nel quale il figlio dell'operaio e quello del professionista non siano uguali per un astratto quanto inconcludente decreto di Stato ma per le opportunità concrete di realizzare i propri sogni e progetti. Questa sola è vera giustizia: quella capace di rendere felici le donne e gli uomini di una nazione, rispettandone e valorizzandone il talento e la libertà. Grazie fin d'ora per il vostro entusiasmo e per il vostro aiuto! Ruini:Benedetto XVI rende Dio credibile per l'uomo di oggiDa Roma Francesco Ognibene «Mi consola il fatto che il Signore sa lavorare e agire anche con strumenti insufficienti...». Così, alle 18.48 di quel 19 aprile 2005, il nuovo Papa si presentava al mondo, «un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore». Era come la prima rivelazione di un'imprevedibile novità: il cardinale Ratzinger, il grande teologo, l'uomo noto al vasto pubblico come custode della dottrina, iniziava a lasciare il passo a Benedetto XVI. Un anno dopo il cardinale Camillo Ruini, vicario del Papa per la diocesi di Roma e presidente dei vescovi italiani, ci aiuta a leggere questo inizio di pontificato. Eminenza, Benedetto XVI è "diverso" dal cardinale Ratzinger? «È la stessa persona, nel senso che non si può capire il pontificato di Papa Benedetto senza conoscere il sacerdote e teologo Joseph Ratzinger. La missione di Pontefice è diversa, unica: mette a disposizione di chi la svolge una grazia specifica, conferisce una notorietà enorme e pone la gente in un atteggiamento nuovo rispetto a un personaggio che, sebbene già conosciuto, è diventato successore di Pietro. Tutto ciò che Benedetto XVI dice presuppone quello che egli è stato, come grande teologo e uomo di Chiesa». C'è un aspetto della biografia teologica ed ecclesiale di Ratzinger che ha inciso in maggior misura sinora? «Certamente più d'uno. Penso alla risposta del Papa a una domanda sulla sua chiamata al sacerdozio formulata da uno dei giovani romani accorsi per incontrarlo in piazza San Pietro, il 6 aprile. La sua vocazione - ha detto - è maturata e si è approfondita nella partecipazione alla liturgia, nella frequentazione della Parola di Dio, nello studio della teologia. Un tratto caratterizzante di questo pontificato è l'amore alla liturgia, che è amore a Cristo. Al centro dell'esperienza cristiana il Papa poi colloca i sacramenti, in particolare il battesimo, l'Eucaristia e la penitenza». Quali sono gli insegnamenti centrali di questo primo anno di magistero? «Benedetto XVI è spontaneamente portato a porre il centro della fede nel rapporto di questa non solo con l'umanità concreta ma anche con l'epoca storica che stiamo vivendo. È un messaggio che può essere riassunto in alcuni concetti fondamentali. Anzitutto il Papa chiede di allargare gli spazi della razionalità, senza restare prigionieri di una cultura esclusivamente scientifica e funzionale, che prescinde dalla questione fondamentale sul senso della vita. Egli pone poi la grande questione della libertà, ritenendo che l'adesione di fede sia un'opzione nella quale l'uomo mette in gioco tutto se stesso. È da respingere invece una libertà intesa in maniera individualistica e posta come criterio unico dell'etica e dei comportamenti, nella vita personale come in quella pubblica. Così concepita, la libertà alimenta quel relativismo che poi degenera in una sorta di totalitarismo occulto. Si tratta infatti di una cultura che tende a eliminare dalla vita individuale e collettiva valori senza i quali l'uomo non riesce a essere se stesso e la società non può diventare autenticamente umana». Altro grande tema è stato quello della laicità... «Benedetto XVI ha ricordato la distinzione netta tra Chiesa e Stato, tra fede e politica, dicendo allo stesso tempo che per essere feconda la laicità dev'essere aperta. Vuol dire che l'autorità dello Stato e la vita pubblica non possono prescindere dalle grandi istanze dell'etica, che alla fine hanno il loro fondamento nella religione, in concreto da quelle fonti etiche che il cristianesimo ha dischiuso all'umanità. Diversamente, dalla laicità si passa a un laicismo che aliena le nostre società - in particolare l'Europa e l'Italia - da loro stesse, impoverendole al punto da metterne radicalmente a rischio identità e capacità di futuro. E questo è particolarmente pericoloso in un contesto, come quello attuale, di confronto e dialogo tra le diverse civiltà». Nell'Italia dalla cultura pubblica infiltrata di relativismo sono risuon ate a più riprese le parole di Benedetto XVI sulle «verità elementari che riguardano la nostra comune umanità» e sui «princìpi non negoziabili». Perché? «Perché se si viene meno a essi si compromette l'umanità della persona. Essa è per sua natura in rapporto con gli altri: può realizzare se stessa solo se riesce a instaurare relazioni positive, nelle quali dà e riceve. Tutti avvertiamo la superiorità di un'etica che assuma l'amore come criterio d'ispirazione. La libertà, inoltre, non può prescindere dalla realtà del nostro essere, perché se ciò accade essa fatalmente diventa vuota, ci si ritorce contro e l'uomo vi si smarrisce inseguendo illusioni che lo impoveriscono. Questa considerazione vale con forza particolare quando si parla di vita e di famiglia, cioè delle strutture elementari di ogni rapporto tra le persone». Per Benedetto XVI quali sono le priorità per il nostro Paese? «Il Papa conosce bene l'Italia e la ama. Aveva già dato molto al nostro Paese come cardinale e moltissimo sta dando in questi mesi, con numerosi interventi nei quali sottolinea una specificità dell'Italia in Occidente: quella di una nazione alle prese con la secolarizzazione e la scristianizzazione ma che può contare su una vitalità religiosa, su un radicamento popolare della fede, su una presenza capillare della Chiesa e anche su una capacità di risposta culturale all'egemonia della razionalità "chiusa". Nella coscienza degli italiani ci sono convinzioni profonde che riguardano proprio i valori non negoziabili. Come Giovanni Paolo II, Benedetto XVI attribuisce all'Italia il compito di offrire all'Europa una testimonianza tangibile di come sia possibile essere un Paese moderno e laico che però sa vivere attingendo oggi alle sue radici cristiane». Benedetto XVI si è caratterizzato da subito per un suo stile tutto nuovo. Possiamo provare a descriverlo? «Come Giovanni Paolo II, anche Benedetto XVI ha uno stile assolutamente personale, spontaneo: lo stile di chi è capace di spiegare i misteri della fede nel loro rapporto con l'uomo di oggi in maniera comprensibile e persuasiva. Il pensiero e la comunicazione in lui sono sempre lineari». E la gente come ha accolto Benedetto XVI? «Sin dall'inizio si è potuto scorgere un legame vero, intenso. Le persone colgono un dato di fondo: che il Papa è una persona genuina, vuole il loro bene, e al contempo è un uomo autentico, che vive quello che dice: un testimone molto credibile del Signore». Colpisce la venerazione di Benedetto verso Giovanni Paolo. In cosa si coglie una continuità, e in che modo Benedetto XVI ha raccolto un'eredità così pesante? «La continuità si nota soprattutto nei contenuti, che sono i medesimi sia per la proposta della fede sia per i rapporti tra questa e l'etica personale e pubblica. Era quasi inevitabile concepire l'eredità di Giovanni Paolo II come un handicap per chiunque gli fosse succeduto: come si fa a sostituire un Pontefice irripetibile, dotato di una personalità straordinaria? Papa Benedetto, anch'egli personalità eccezionale, ha risposto restando semplicemente se stesso. Quello che sembrava un handicap si è così rivelato un vantaggio: Benedetto XVI ha potuto infatti beneficiare della formidabile spinta del pontificato precedente, che non si è affatto esaurita ma è spontaneamente continuata nel successore. Il frutto spirituale del pontificato di Giovanni Paolo II emerge nel riversarsi sul suo successore dell'immenso capitale di amore di cui egli godeva». Un anno fa, cercando di decifrare cosa mosse il Conclave così rapidamente a convergere sulla persona di Ratzinger, si disse che si era voluto sottolineare il primato della fede in tempi di travagli epocali. È una tesi che ha trovato riscontri? «Questo Papa affronta le sfide della storia nella prospettiva della fede, dimostrando come essa non sia qualcosa di aggiunto ma una realtà che tocca l'uomo nel più profondo. Un motivo centrale del suo magistero è che n el cristianesimo non va perduto nulla di ciò che è veramente umano: Cristo non ci chiede di rinunciare a niente di quanto nella nostra vita è veramente bello, giusto, vero. Anzi, se lo affidiamo a lui lo ritroviamo purificato e potenziato sino alla sua pienezza». Torniamo a quell'immagine del "lavoratore nella vigna del Signore": un anno dopo, come risuonano quelle parole? «È un appello a servire che ho sentito ancora risuonare il Giovedì Santo nella splendida omelia di Benedetto XVI per la Messa crismale: sulla base dell'amicizia con Gesù il sacerdote, così come ogni cristiano, è chiamato a servire per amore. Si serve veramente solo quando si ama, e quando si ama davvero non si può non servire, fino al dono di sé. Come don Andrea Santoro». I giovani hanno accolto Benedetto XVI con un affetto che sorprende, sapendo quanto si sentissero legati a Giovanni Paolo II. Come lo interpreta? «Il legame dei giovani con Giovanni Paolo II sussiste tuttora pienamente, ma il trasporto nei suoi confronti non va a scapito del nuovo Papa. Ai giovani Benedetto XVI ha detto alcune cose che corrispondono in profondità a ciò che essi si attendono: anzitutto che la fede è la perla della vita, che in Cristo troviamo ciò che stiamo cercando, che l'amore è il centro dell'esistenza, che non c'è contrasto ma unità profonda tra eros e agàpe, tra desiderio dell'altro e generosità verso l'altro. Per questa strada, fidandosi della Chiesa e imparando a riconoscerne il volto materno, si può conseguire il grande obiettivo di cambiare davvero se stessi per rinnovare il mondo, anche se i giovani avvertono e temono la loro fragilità e inadeguatezza». In dicembre, 40 anni dopo la conclusione del Vaticano II, Benedetto XVI ha parlato di una nuova tappa di attuazione del Concilio. Lungo quale rotta? «Come ha detto nel discorso alla Curia romana per gli auguri natalizi, il Concilio ha portato grandi novità ma nella continuità: è stato una riforma, non una rottura del la grande tradizione ecclesiale. Sulla base di questa interpretazione, il Papa ha elencato le grandi questioni poste dal Concilio che ancora stanno davanti a noi e che vanno affrontate con apertura mentale e chiarezza di discernimento: il rapporto tra fede e razionalità scientifica, tra Chiesa e Stato moderno, tra il cristianesimo e le altre religioni del mondo». Di fronte a queste sfide, che 40 anni dopo sembrano emergere in tutta la loro ampiezza, quali cristiani si attende Benedetto XVI? «L'ha detto nel suo discorso a Subiaco il 1° aprile 2005: uomini che "attraverso una fede illuminata e vissuta rendano Dio credibile in questo mondo", che "tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità", uomini "il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all'intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri". Non c'è una parola da aggiungere». A tu per tu, eminenza, cosa colpisce di questo Papa? «È un uomo di grandissima gentilezza, rispettoso, capace di ascoltare e pronto - quando si entra nel merito dei problemi - a rispondere subito in maniera puntuale ed esplicita. Ha una eccezionale rapidità nel cogliere i problemi e una grande franchezza e precisione nell'esprimersi. Questa concretezza aiuta molto nell'azione pastorale». Come può essere definito Benedetto XVI? «Come il Papa proteso a rendere Dio credibile in questo mondo, e che per questo chiama la Chiesa a purificare se stessa, mettendo al centro Cristo, la preghiera, la liturgia e l'ascolto della Parola, molto più dei programmi e dell'organizzazione». (C) Avvenire, 19-4-2006 4月19日 CRISTIANI SOTTO ATTACCO (E I MASS MEDIA IRRIDONO)
4月17日 antonio socci (www.lostraniero.it)
4月14日 antonio socci
4月13日 Cantoni: Italia in bilicoL'Italia in bilico. Commento a caldo di Giovanni Cantoni sul voto del 9 e 10 aprile 2006 Intervista rilasciata alla rivista Radici Cristiane http://www.perloccidente.it/repository/editoriale_rc.pdf a cura Emanuele Gagliardi Il Centrosinistra brinda. Alla Camera lo scarto tra L'Unione e la Casa delle libertà è di soli 25.224 voti, al Senato la differenza è appena di due seggi (158 contro i 156 della Cdl), ma Prodi esulta: «Una vittoria che ci permette di governare». Lo aspettiamo alla prova dei fatti... Di certo, per ora, c'è che il professore e la sua policroma coalizione non hanno convinto mentre, d'altro canto, gli elettori hanno dimostrato che valori veri, come la famiglia, la vita, la religione, riescono a concentrare consensi al di là dell'approvazione sull'operato del governo uscente. Il 10 aprile, poche ore dopo la pubblicazione dei risultati ufficiali, abbiamo raccolto un commento a caldo di Giovanni Cantoni, fondatore e reggente nazionale dell'associazione di apostolato culturale Alleanza Cattolica e direttore della rivista bimestrale Cristianità, organo ufficiale di tale associazione. Come interpreta questo inaspettato risultato di stringente parità? Quando ho dato la mia disponibilità a fare qualche commento ai risultati della tornata elettorale non immaginavo di fronte a quale difficoltà mi sarei trovato. Diversamente, forse, avrei tergiversato o sarei stato più prudente. Poiché il risultato è a più titoli inconsueto, un formale pareggio, sia come conseguenza della nuova legge elettorale che combina proporzionale e maggioritario, sia come espressione della situazione del corpo sociale, penso che il miglior commento possa consistere in un tentativo di ricostruzione dell'itinerario di cui l'episodio elettorale costituisce il passaggio più recente. L'esito di queste elezioni è anche conseguenza di un processo storico insito alla società italiana? Credo che il punto di partenza debba essere il famoso 18 aprile 1948, l'autentica data fondativa dello Stato italiano com'è grosso modo ancora oggi, almeno nelle sue grandi linee e nelle intenzioni. Il corpo sociale uscito dalla II guerra mondiale, con un'appendice civile, si trova di fronte all'ipotesi di cadere sotto un regime socialcomunista. Sa della Conferenza di Jalta, tenuta in URSS nel 1945, ma non sa degli accordi e della divisione del mondo fra le potenze alleate. Quindi non aspetta che altri lo salvino, anche se sospetta che altri lo abbia salvato alla fine della guerra, e non fa proprio il mito della Resistenza. P ensa «Aiutati che Dio t'aiuta» e, nonostante la debilitazione, trova la forza di rispondere, in un lasso di tempo straordinariamente esiguo - pochi mesi -, all'appello dei Comitati Civici e del loro animatore, il professor Luigi Gedda, uno scienziato cattolico. Com'era accaduto negli anni seguenti la Rivoluzione del 1789, quando Napoleone aveva tentato di esportarne i princìpi in Italia, il popolo italiano insorge. Il 1948 è una sorta d'«insorgenza» non cruenta. Il rischio del regime rosso è scongiurato, anche se i vincitori della battaglia elettorale non sono gli organizzatori della pace. Infatti, conformemente alla natura d'insorgenza dell'azione attuata, cioè all'essere frutto di una mentalità, di una costellazione di valori e di giudizi depositati nel corso del tempo nel corpo sociale, gli animatori di tale azione vengono fatti cadere nell'oblio, «silenziati» e derubati della vittoria. In termini marxisti, si può dire che l'insorgenza viene «ricuperata» dalla cupola democristiana. Comincia così il lungo itinerario che porterà dal 1948 al 1960, all'apertura a sinistra poi, nel 1992, a Tangentopoli. Esiste un'analogia tra l'«insorgenza» del 1948 ed episodi della storia più recente? Un'apparente digressione può aiutare a comprendere la situazione. Con l'espressione I° Potere politico s'intende il Potere Legislativo; con II° Potere politico l'Esecutivo; con III° Potere politico il Potere Giudiziario; con IV° Potere (I° Potere sociale) il Potere Massmediatico e Culturale, in tutta la gamma che va dalla gestione degli asili nido ai centri di ricerca universitari, a quella della stampa, della radio, della televisione e del cinema; con V° Potere (II° Potere sociale) il Potere della Chiesa come soggetto sociale; con VI° Potere (III° Potere sociale) il Potere Economico lato sensu e finalmente, con VII° potere (IV° potere sociale) il Potere Sindacale. Ebbene, dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, la Repubblica Italiana vede un'egemonia socialcomunista pressoché totale sul mondo del IV° Potere attraverso gli operatori del settore; una presenza consistente in quelli del I°, del III° e del VII° Potere; una pressione determinante in quello del II° Potere, mentre non sono assolutamente irrilevanti le infiltrazioni nel V° e nel VI°. Stando così le cose quando, nel 1994, sta per prodursi l'esito paradossale dell'operazione di lungo periodo intesa alla conquista della titolarità del governo, cioè quando un partito socialcomunista sta per andare al governo in una Stato occidentale dopo la caduta del Muro di Berlino, si produce una nuova insorgenza, non più guidata da un professor Gedda o da un suo simile, ma, attraverso Forza Italia e la Casa delle Libertà, dal cavalier Silvio Berlusconi, un imprenditore, un esponente della società com'è diventata dopo decenni di debilitazione morale e culturale. Le vicende seguenti sono cronaca, anche se la memoria è sempre più corta. Anche il voto del 9 aprile 2006 rappresenta una «insorgenza»? Il risultato del 9 aprile 2006, è in un certo senso un nuovo 18 aprile 1948. Abbiamo visto schierate in campo, contro il governo degli uomini del buon senso, tutte le lobbies culturali, massmediatiche ed economiche, intenzionate stavolta a realizzare non un regime socialcomunista - dal 1948 è passata molta acqua sotto i ponti - bensì una rivoluzione culturale, quella che uno dei miei maestri, il pensatore e uomo d'azione brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira, chiama IV Rivoluzione, e della quale è modello l'operato di Zapatero nel Regno di Spagna. Mentre la propaganda procede alla demonizzazione a tutto campo del leader dell'insorgenza del 1994, presentando la situazione oggettivamente difficile - e non poco complicata dall'aggressione patita dall'Occidente l'11 settembre 2001 - come lo scontro fra «i ricchi» e «i poveri», il cavalier Berlusconi si «distrae» dal proficuo impegno di governo e ne indica la natura nello scontro fra la società e lo «Stato moderno», fra il corpo sociale in via di rianimazione - inevitabilmente lenta e difficile come ogni convalescenza - e l'invadenza sclerotizzante statuale e burocratica. Quindi fra «ricchi gestori del potere» e «poveri titolari del governo». I moniti della Chiesa sui valori irrinunciabili della vita e della famiglia possono aver inciso sulla scelta elettorale? La gerarchia ecclesiastica segnala puntualmente ai cattolici, e a tutti coloro che vogliano prestarle ascolto, le priorità cui guardare per formare il proprio giudizio: la vita, la famiglia e l'educazione. Nella prospettiva d'impedire che le lobbies demoralizzanti possano acquisire lo status di enti statali. Ritiene possibili derive «zapateriste» nel nostro Paese? Se mi permette un'autocitazione ricordo che, negli anni 1970 e 1980, ho qualificato la resistenza del corpo sociale italiano all'aggressione socialcomunista come «lezione italiana». Ebbene, il recente esito elettorale - un esito straordinario - dice almeno che tale «lezione», per quanto spossata, non è esaurita. Certo, non è in grado di contrastare vittoriosamente l'aggressione della rivoluzione culturale. Ma il governo dell'Unione, un partito radicale di massa, esiguamente vincente non è tale, o almeno tale non sembra, da potersi permettere un esercizio «imprudente» del potere che per altre vie possiede. Quale linee di azione suggerisce il voto del 9 e 10 aprile per quanti hanno dimostrato di voler continuare a difendere i valori fondanti della nostra società? Se è lecito trarre conclusioni dalle osservazioni proposte, credo possano essere le seguenti. Se la «lezione italiana» è in via di esaurimento, s'impone una riproposizione delle condizioni di cui gli esiti politici sono semplici ricadute; s'impone un'azione pre-politica, che non esclude quella politica, ma costituisce la premessa del suo rinnovamento e della sua qualità. Il corpo sociale è vissuto a lungo - tanto insperatamente quanto inconsapevolmente - di eredità, di «tradizione». Ma la «tradizione» è «progresso trasmesso», è «trasmissione del progresso». Progredire vuol dire passare dall'ignoranza alla conoscenza, per poi servirsi in modo morale di tale conoscenza. Come ricorda il cardinale Ruini, presidente della CEI, citando Tertulliano, «cristiani si diventa, non si nasce». Allo stesso modo, la civiltà necessita di essere trasmessa: «uomini civili si diventa, non si nasce». Quindi s'impone un'opera di apostolato culturale che non mira alla politica di partito, ma senza la cui esistenza la politica di partito si esaurisce, perde le proprie motivazioni più profonde. Il quadro che offre il corpo sociale italiano attraverso l'esito elettorale è quello di una realtà in bilico, che abbisogna di venire riequilibrata. Si tratta di un'immagine che può descrivere correttamente il da farsi, prima che lo squilibrio porti a precipitare in una situazione che non qualifico come definitiva - la storia continua e nessuno sa quando finisce -, ma certamente come ancora più difficile di quella che abbiamo di fronte |
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