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30 juni INTERVISTA CON IL CARDINALE ALFONSO LOPEZ TRUJILLOSONO DELITTI NON DIRITTI Aborto e distruzione degli embrioni: «Sono atti contro Dio e l'uomo», dice il presidente del Pontificio consiglio per la Famiglia, che prepara il raduno mondiale in Spagna. *** È la quinta volta che le famiglie cattoliche di tutto il mondo si riuniscono per far il punto sul proprio ruolo nella società e nella Chiesa. Accadrà a Valencia, in Spagna, dal 1° al 9 luglio; negli ultimi giorni arriverà Benedetto XVI, che non ha alcuna intenzione di interrompere la tradizione di Giovanni Paolo II, che partecipò a quattro raduni mondiali e solo la sua salute, ormai precaria, gli impedì di prendere parte all'ultimo, tre anni fa a Manila. In Spagna si attende oltre un milione di persone. Il tema dell'incontro è la trasmissione della fede in famiglia, ma sarà l'occasione per analizzare lo stato della famiglia a tutte le latitudini del pianeta. A Valencia verrà presentato un documento su quello che il cardinale Alfonso Lopez Trujillo, presidente del Pontificio consiglio per la famiglia, definisce «l'inverno demografico», espressione usata anche dal Papa, che colpisce soprattutto le nazioni più ricche della Terra. Lopez Trujillo, 70 anni, è stato il più giovane cardinale creato da Giovanni Paolo II. Aveva 48 anni. Colombiano, è stato arcivescovo di Medellín e presidente dei vescovi dell'America latina. Da 16 anni è a capo del Pontificio consiglio per la famiglia. Domanda: Eminenza, come sta la famiglia? Risposta: «È fragile. Molti giovani non si preparano bene al matrimonio e si separano nel giro di poco tempo. Purtroppo accade spesso anche tra gli sposi cristiani. E poi si giudica eccessivamente faticoso diventare padri e madri. Una volta, quando c'era meno ricchezza, la consapevolezza della responsabilità del ruolo proprio dei genitori era maggiore. Infine, ci si sposa troppo tardi. Ma devo anche riconoscere che la maggior parte delle famiglie del mondo procede bene e anche nelle nazioni ricche sono molto generose». D: Nel vostro recente documento avete scritto che mai come in questo tempo la famiglia è sottoposta ad attacchi violenti. Perché? R: «Le legislazioni e un'ampia parte della cultura laica stanno smontando pezzo per pezzo la famiglia. Sta sparendo l'idea del matrimonio come bene universale, che fonda una società. Fino a non molti anni fa, la legge partiva dal principio che la famiglia fosse il pilastro naturale di una società. Oggi si tende a dire che la famiglia comprime gli spazi di libertà dei singoli. La cultura non aiuta certo il matrimonio, anzi, in buona parte, gli è ostile». D:Faccia un esempio... R:«Alle unioni di fatto vengono riconosciuti gli stessi diritti del matrimonio. Fino a dieci anni fa era una follia giuridica. Il matrimonio non è più un bene pubblico, la legge tende a privatizzarlo e prevede tanti tipi di unione. Significa aver sbaragliato tutta la giurisprudenza naturale su questo tema». D:Si riferisce alla Spagna? R:«Non solo, anche al Belgio, all'Olanda, ai Paesi nordici, alla Francia. Esportare queste legislazioni e costringere al dibattito su questi temi molte nazioni del pianeta è un grave errore. Stiamo cambiando le definizioni sulla vita, spariscono maschio e femmina, padre e madre. Tutti diventano "partner" e così mettiamo a posto la tecnica giuridica». D:La Chiesa è accusata di fare una battaglia di retroguardia e di perdere fedeli, perché anche molti cattolici sono d'accordo. Lei che cosa risponde a queste critiche che vi vengono rivolte? R:«La Chiesa vuole dialogare e persuadere con argomentazioni razionali, valide per tutti. Le coppie di fatto sono una finzione giuridica: due persone che non si promettono niente, né promettono qualcosa ai figli e nemmeno allo Stato, ma vogliono gli stessi diritti del matrimonio. Per le coppie omosessuali la cosa è ancora più grave. La coppia c'è tra uomo e donna, perché esiste complementarità. Il resto è il vuoto assoluto. Ci accusano di usare un linguaggio severo e drammatico. Non è vero. Noi commentiamo la realtà che abbiamo davanti. Non facciamo proposte nuove, ma spieghiamo cosa dicono la Parola di Dio e il magistero della Chiesa. A volte gli stessi cattolici fanno difficoltà a capire che questa è antropologia biblica». D:Si dice, tuttavia, che bisogna lasciare la libertà ai non cattolici di comportarsi come vogliono. R:«Conosco l'argomentazione: io non lo farò mai, ma gli altri. Pensare così significa non accettare il disegno di Dio. Eppure, mi sembra che spesso le ragioni siano anche altre e indotte dalla polemica politica ed elettorale. Io dico che non si può cambiare Governi e mutare anche le visioni etiche, che danneggiano la società». D:In quale senso? R:«Si tende a imporre nuovi diritti umani. Sta accadendo per l'aborto, che è un delitto, e invece sta diventando un diritto. Lo aveva già detto Giovanni Paolo II nell'Evangelium vitae. La vita non è più sacra, intoccabile, ma è diventata cosa flessibile nelle mani dell'uomo, che può decidere addirittura quando comincia e quando finisce». D:C'è ancora la scomunica per l'aborto? R:«Sì e colpisce la madre, il medico, gli infermieri, il padre se è d'accordo». D:E i politici che approvano le leggi? R:«Se sono credenti devono dimostrare la coerenza con i loro atti. Secondo me, se approvano leggi inique e ingiuste che distruggono l'uomo e vanno contro i diritti di Dio, va fatta una riflessione, perché essi non potrebbero accostarsi all'Eucaristia. Nessuno al mondo è autorizzato a contraddire la dottrina della Chiesa sulla protezione della vita a tutti i livelli». D:Vale anche per chi fa ricerca sulle cellule staminali embrionali? R:«Certo. È la stessa cosa. Distruggere l'embrione equivale all'aborto. E la scomunica vale per la donna, i medici, i ricercatori che eliminano l'embrione». D:Lei queste cose le dice ai politici che incontra? R:«È uno dei miei compiti principali e mi è stato chiesto espressamente dal Papa: spiegare ai Parlamenti la protezione della vita e della famiglia. A volte alcuni cambiano idea». D:Ha già incontrato Rosy Bindi, il nuovo ministro della Famiglia italiano? R:«Non ancora, ma sarei lieto di fare questo incontro». D:Di che cosa siete più preoccupati nell'attuale momento in Vaticano? R:«Temiamo soprattutto che, di fronte alle legislazioni attuali, parlare in difesa della vita e dei diritti della famiglia stia diventando in alcune società una sorta di delitto contro lo Stato, una forma di disobbedienza al Governo, una discriminazione contro le donne. La Chiesa rischia di essere portata davanti a qualche Corte internazionale, se il dibattito si facesse più teso, se si ascoltassero le istanze più radicali». D:Il dibattito sull'embrione ha radicalizzato lo scontro un po' ovunque? R:«In un certo senso sì. Si accusa la Chiesa di non occuparsi della vita, solo perché siamo contrari alla clonazione terapeutica. La Chiesa è consapevole dei progressi e insieme dei limiti della scienza. Ma la Chiesa difende la vita. Punto e basta. E anche se si provasse il successo delle terapie con le staminali embrionali, mai si può produrre e poi sopprimere una vita per curarne un'altra. Il delirio di onnipotenza dell'uomo sarebbe a questo punto totale, con gravi danni per la nostra convivenza. E non lo dicono solo i cattolici. Ricordo Oriana Fallaci, laica e ammalata di cancro, che ha spiegato che mai permetterebbe ad alcuno di curarla con cellule provenienti da embrioni». D:Di tutte queste cose parlerete all'incontro di Valencia? R:«Sicuramente, e anche di molto altro. La Chiesa non ha alcuna intenzione di avviare scontri di civiltà. Né di ferire alcuno. Poniamo un problema ai Parlamenti di tutto il mondo: queste leggi si occupano del bene comune collettivo, oppure si tratta soltanto di favorire gli interessi di pochi?». di Alberto Bobbio (C) Famiglia Cristiana - n. 27 - 2 luglio 2006 29 juni saddam deve essere solo condannatoUn filosofo cattolico ci spiega perché giustiziare Saddam si può ma non si deve La richiesta dell'accusa al processo intentato a Saddam Hussein, come già, recentemente, l'assassinio del piccolo Tommaso, ha riportato in auge il dibattito sulla pena di morte (cfr. per es. il parere favorevole all'esecuzione dell'ex dittatore iracheno da parte del liberal Paul Barman sul Corriere). Ma qual è la posizione cattolica riguardo alla pena di morte? Per comprenderla bisogna interrogarsi sulle funzioni della pena che per S. Tommaso (Somma teologica, II-II, q. 108, a. 4) e per il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2266) sono: 1) rieducativa; 2) difensiva 3) retributiva. Quest'ultima è il corrispettivo, proporzionato, del male commesso dal reo, e ristabilisce l'uguaglianza, la reciprocità, la simmetria che il reo infrange ottenendo un vantaggio indebito a spese degli altri. Perciò, come una squadra sportiva che ha barato deve essere penalizzata, così il reo deve subire una pena per scontare il male che ha compiuto. Non solo, ma il reo, prevaricando sui suoi simili, ha abdicato alla propria dignità, che la pena gli restituisce. In tal modo, dice Platone (Gorgia, 478 A - 479 E), la cosa peggiore che può capitare ad un uomo non è commettere ingiustizia, ma commettere ingiustizia e non venire punito, perché non recupera la propria dignità. Ciò significa che esiste un diritto-dovere dello Stato di punire, ma anche un diritto del reo di essere punito dallo Stato (qualche volta, sebbene raramente, il reo ne è consapevole) per poter recuperare la propria dignità. Qual è la differenza con la vendetta? Come spiega S. Tommaso (Somma teologica, II-II, q. 108, a. 1) la vendetta desidera danneggiare il reo, e Berman sul Corriere invoca la pena capitale per Saddam "per placare il popolo iracheno"; invece la pena come retribuzione ha un'intenzione diversa: ristabilire l'uguaglianza infranta dal reo e ridargli la dignità che ha perso, quindi non vuole il male del reo, ma il suo bene. Fare del male a qualcuno non vuol dire sempre fare il male morale: il padre che punisce il figlio che sbaglia gli fa male, ma non fa del male morale, anzi fa del bene morale e fa il bene del figlio. Qual è la differenza con la legge del taglione? La pena dev'essere proporzionata, ma non guarda solo ai fatti (occhio per occhio), bensì anche alle intenzioni, alla consapevolezza e alla premeditazione del reo; inoltre la logica del taglione colpisce anche chi non c'entra (se x uccide i figli di y, y per ritorsione uccide i figli di x), mentre la pena retributiva affligge solo il responsabile di un male. Un'ultima obiezione: il male compiuto non si può cancellare e la pena aggiunge un nuovo male a quello già compiuto. In realtà, nessuno pretende che il male sia cancellato; con la pena si vuole ristabilire l'uguaglianza tra gli uomini, quindi la pena non aggiunge un nuovo male a quello già esistente, bensì fa del bene. Ora, il perdono cristiano concerne il colpevole ma non toglie la colpa e la pena: altrimenti il confessore non comminerebbe la penitenza al peccatore, che è già pentito. E il porgere l'altra guancia non toglie la liceità della legittima difesa che, dice il Catechismo (n. 2265), "oltre che un diritto, può anche essere un grave dovere, per chi è responsabile della vita degli altri" perché io posso scegliere di porgere l'altra guancia se qualcuno aggredisce me, ma ho il dovere di reagire se qualcuno aggredisce chi è sotto la mia responsabilità (per es. se io sono un padre e qualcuno aggredisce mio figlio, oppure se sono un governante e qualcuno mette in pericolo i cittadini che io devo tutelare). Per quanto concerne la pena di morte, l'insegnamento cattolico distingue la giustificazione teorica della pena di morte dall'opportunità della sua applicazione pratica, in un caso concreto. Ci sono dei requisiti in presenza dei quali la pena capitale può essere teoricamente giusta, ma poi essi debbono essere riscontrati in concreto. Dal punto di vista retributivo, la pena dev'essere proporzionata al male compiuto, perciò, dice S. Tommaso (Somma teologica, I-II, q. 1, a. 3, ad 3), in linea teorica non si può escludere che esistano crimini straordinariamente efferati che solo la pena di morte può riequilibrare. Ma come stabilire in concreto quando si configura questa proporzione, quanto il reo era veramente consapevole della malvagità di ciò che stava facendo, quanto era libero, ecc.? Dal punto di vista difensivo, per S. Tommaso (Somma teologica, II-II, q. 66, a 2, q. 108, a. 3, ad 3) e per il Catechismo (n. 2267) è possibile che lo Stato sia costretto per difendersi ad uccidere un colpevole: "L'insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell'identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte". Del resto la pena di morte era prevista dalla legge mosaica (Es 21, 14-23, cfr. anche Lev 10 e ss.) ed era conciliabile con il comandamento del "non uccidere", che è rivolto alle persone private. E S. Paolo dice che l'autorità "non invano porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male" (Rm 13, 4 ss). Lo Stato non ha diritto di togliermi la vita come non ha diritto di togliermi la libertà, a meno che io non meriti una pena. Se la pena di morte fosse un assassinio di Stato, allora la prigione sarebbe un sequestro di Stato. Tuttavia, prosegue il Catechismo, la pena capitale è lecita solo "quando questa fosse l'unica via praticabile per difendere efficacemente dall'aggressore ingiusto la vita di esseri umani". Perciò se "i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere dall'aggressore e per proteggere la sicurezza delle persone, l'autorità si limiterà a questi mezzi" e oggi "i casi di assoluta necessità di soppressione del reo "sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti"". Così, dal punto di vista pratico, la pena di morte non è più necessaria per la difesa della società. Infine, dal punto di vista rieducativo la prospettiva della morte può condurre una persona a rivisitare la sua vita e a pentirsi; ma non si può essere certi che egli si ravveda per questa minaccia, quindi si corre il grave pericolo di punire con la morte senza raggiungere il risultato voluto; e qualora si potesse conoscere l'interiorità del reo e si potesse accertarne l'avvenuto pentimento, non avrebbe più senso eseguire la condanna, perché la sola prospettiva della morte, senza bisogno dell'esecuzione, avrebbe già ottenuto lo scopo. Giacomo Samek Lodovici Il Foglio, 22.06.2006, p. 2 28 juni cristianesimo colonna portante della civiltàIl cristianesimo colonna portante dell'Occidente Rino Cammilleri Pare che in Cina, al di là delle notizie addomesticate che le autorità comuniste hanno interesse a far trapelare, le conversioni al cristianesimo si moltiplichino a ritmo inaudito. Malgrado la repressione. È vero, dunque, che il sangue dei martiri è seme di cristiani, come anticamente si diceva? Anche. Ma è possibile che ci sia anche una ragione sociologica. Infatti, i popoli che dall'Occidente hanno importato sistemi politici ed economici, tecnologie e metodi produttivi non possono a lungo reggere la schizofrenia di filosofie non compatibili con (o diametralmente opposte a) quella occidentale. Non si può, cioè, sopportare la dicotomia tra come si vive e come si pensa. Ora, il fatto è che l'Occidente è quel che è perché cristiano (checché ne dica l'abbozzo-aborto di Costituzione europea con la sua vera e propria «invenzione del passato»: un salto a piè pari dall'antichità classica all'illuminismo, senza nulla in mezzo). La riprova si ha nell'uscita notevolmente rapida dal sottosviluppo di quella fetta di terzomondo che è passato al cristianesimo. Nelle zone africane dove i missionari hanno potuto operare si è giunti anche a sconfiggere l'Aids, e si sta verificando una notevole marcia verso l'autosufficienza economica. Proprio in Africa, sono gli infiniti tabù delle religioni animiste ad ostacolare lo sviluppo. È dimostrato che è assolutamente inutile l'obolo continuo di mezzi, soldi, tecnologie, materiali e aiuti, perfino il condono del debito internazionale, se a riceverli sono realtà tribali o «democrazie» ereditarie. Diceva Giovanni Paolo II nell'enciclica Centesimus annus che la vera soluzione del problema sociale è nel Vangelo. Il bello è che non si tratta di una delle solite affermazioni omeliche, no: è vero e dimostrato. È stato il mix di cristianesimo, filosofia greca e organizzazione romana a fare uscire l'Europa dal sottosviluppo e a creare il medioevo (meglio, la cristianità), definito - dalla medievista Régine Pernoud - l'unica società sottosviluppata che si è sviluppata da sola. I cinesi, per esempio, maneggiavano da sempre diversi ritrovati tecnologici (la carta, la polvere pirica, l'ago magnetico) ma non svilupparono mai una vera scienza. Gli stessi greci, e anche i romani, traevano tutta l'energia che loro serviva dalla schiavitù, ma non passarono mai dalla pura speculazione teorica al sapere scientifico quale intendiamo oggi. Gli islamici tornarono al sottosviluppo quando la loro religione divenne totalizzante, quando cioè i loro teologi stabilirono che le leggi dell'universo non sono immutabili (e dunque studiabili) perché ciò contrasterebbe con l'assoluta libertà della divinità. Ora, il contrario dell'assunto è riscontrabile nella lunga esperienza dell'Unione Sovietica, il più colossale tentativo della storia di sradicare il cristianesimo. In settant'anni quel regime generò solo miseria, e non fu capace di creare assolutamente nulla. Né arte (l'unica letteratura di qualche interesse era quella, non a caso, del dissenso), né scienza (ogni novità tecnologica veniva letteralmente trafugata all'Occidente). Così, oggi, l'apporto scientifico di Paesi pur sviluppati ma non cristiani come India, Cina e Giappone è scarso, se non praticamente nullo: in qualche caso ci si limita, al massimo, a elaborare creazioni occidentali. Bisogna dunque dedurre che la civiltà occidentale è superiore ad ogni altra? No, si tratta solo di comparare i contenuti dottrinali di ogni religione (alla base di ogni «cultura» c'è un preciso sistema di credenze religiose) e poi scegliere quale tipo di esistenza si vuol vivere. In ogni caso, saranno i popoli stessi a votare coi piedi, come già sta avvenendo: una buona metà di quanti vivono a Sud del Sahara, per esempio, è oggi cristiana. (C) Il Giornale, 22-6-2006 27 juni Bella e cinica Italiase ha festeggiare sono poi ragazze così....
GOOOL!!!
occhio a totti!!!
le buone abitudini di materazzi...anche se stavolta è di troppo le pagelle di tardelli xle squadre qualificate...AGI) - Roma, 23 giu. - Ghana da 10 e lode, Ecuador da 10. Poi, Argentina e Brasile con 9. Soltanto un 6,5 per l'Italia. Marco Tardelli da' i voti alle 16 squadre approdate agli ottavi di Germania 2006. - GHANA (10 e lode): E' il successo di un intero continente. Nessuno aspettava Essien e compagni agli ottavi. - ECUADOR (10): E' andato oltre le attese mostrando anche alcune buone individualita'. - ARGENTINA (9): E' sicuramente la squadra che ha piu' impressionato nel corso della prima fase. - BRASILE (9): Il sorriso con cui affronta le partite e' gia' una vittoria. - SPAGNA (8,5): Finora ha fatto benissimo ma va valutata nel lungo periodo. Troppo spesso e' scoppiata lungo la strada. - GERMANIA (8,5): Klinsmann ha lavorato davvero bene su un gruppo giovane. - PORTOGALLO (8): Sembra diverso dal passato, piu' compatto e piu' concreto. Manca sempre un centravanti di livello assoluto. - OLANDA (8): Si e' qualificata con un turno d'anticipo e ha costretto l'Argentina al pari. - AUSTRALIA (7): Merito a Guus Hiddink per un risultato storico e per l'organizzazione data alla squadra. - SVIZZERA (7): E' un bel gruppo. Magari senza spunti particolari ma davvero molto solido. - ITALIA (6,5): Un voto di incoraggiamento. Dobbiamo migliorare molto sul piano del gioco. - SVEZIA (6,5): Senza campioni, ha fatto la sua parte senza demeritare ma anche senza grandi luci. - INGHILTERRA (6): Non ha giocato bene e non ha fuoriclasse. Deludente il tanto decantato Beckham. - UCRAINA (6): Sinceramente mi aspettavo di piu', soprattutto da Shevchenko limitato da qualche problema fisico. - MESSICO (6): Squadra leggera in attacco. Puo' dirsi gia' soddisfatto della promozione. - FRANCIA (5,5): Squadra vecchia e demotivata. Si e' salvata per il rotto della cuffia. (AGI) potere che mortifica la coscienzadi Mons. Luigi Negri Vescovo di San Marino-Montefeltro Sono bastate poche settimane di governo dell'Unione per fare l'esperienza di quello che l'illustre giurista Piero Pajardi, in un suo attualissimo libro, definiva la lussuria del potere. Ne abbiamo viste e sentite di tutti i colori: affermazioni di ministri che si sarebbero attuate ricerche e sperimentazioni sulle cellule staminali degli embrioni, che la famigerata «pillola del giorno dopo» sarebbe stata, a breve, mutualizzata, che si sarebbero creati luoghi per aiutare i drogati «a drogarsi»... e tutto questo con grandi inni alla libertà e alla democrazia che vivono in maniera totale solo a Cuba e con inquietanti ricordi di un passato non propriamente esemplare di uomini ormai ai vertici delle istituzioni. Su alcune cose il popolo sovrano si è espresso in modo inconfutabile: con una maggioranza schiacciante il fallimento del referendum sulla fecondazione assistita ha chiuso, anche, ogni sperimentazione embrionale. Ma all'onorevole ministro dell'Università e della ricerca Fabio Mussi sembra che questo non faccia nessun problema. Altre questioni sono in assoluta rottura con quei valori che il popolo italiano sente singolarmente vicini alla propria mens e che il Papa Benedetto XVI ha definito «non negoziabili»: la vita, la persona, la famiglia, l'educazione. Ma le convinzioni del popolo dal potere catto-comunista non vengono prese in considerazione. Siamo di fronte ad una arroganza da «cafoni». Le istituzioni hanno valore se sono «benedette», cioè di sinistra: in caso contrario sono da superare, quando non da abbattere, per affermare la propria «egemonia» (sta tornando di moda questa orrenda parola). L'arroganza accompagna inevitabilmente un potere ideologico, sostanzialmente ancora totalitario. Ma chi dice ancora che lo stalinismo è morto? Nelle file dell'Unione militano anche dei cattolici, dichiarati e «famosi». Molti si aspettavano che questi cattolici, di fronte alle iniziative politiche o affermazioni tese a negare verità sostanziali della verità cattolica, avrebbero assunto una posizione critica e forse anche dato vita, insieme ad altri cattolici, ad iniziative anche politiche che impedissero la sconfitta della Chiesa, e quindi della civiltà. Niente da fare. Come «l'ordine regnava a Varsavia», così l'ordine regna a Roma. Ancora una volta la ragione di potere sconfigge la coscienza cristiana e la libertà personale. Anzi, uno di questi famosi uomini politici cattolici, approdato «finalmente» al Pds, dopo essere stato presidente diocesano di una grande associazione cattolica, capo ufficio stampa di una prestigiosa università, fondatore dell'Associazione cattolica Città per l'uomo ha detto esplicitamente che salvare l'unità dell'Unione (bellissimo scherzetto semantico) era un valore che superava tutti gli altri. Anche la fede, anche l'unità dei cristiani nel Battesimo, anche l'obbedienza al Papa? Pare proprio di sì. Stiamo assistendo allo spettacolo miserevole della fine ingloriosa del cattolicesimo sociale, che è stato un evento epocale per il nostro Paese e per la sua democrazia. [...] immensa schiera di cristiani che hanno, in politica, difeso la Chiesa e promosso la democrazia hanno di che rivoltarsi nelle loro tombe. Tratto da http://www.ilgiornale.it/del 18 giugno 2006 23 juni osservatore romano su prodiLe decisioni sulle staminali embrionali: una scelta che tradisce l'identità del Paese Il Governo ha ratificato la decisione del ministro per l'Università e la Ricerca scientifica Fabio Mussi di ritirare l'adesione italiana alla dichiarazione etica con la quale Italia, Francia, Polonia, Slovacchia avevano bloccato i finanziamenti dell'Unione europea alla ricerca sulle cellule staminali attraverso la coltivazione di embrioni umani. Così questa volta l'Esecutivo è uscito allo scoperto, senza invocare la natura personale degli interventi dei suoi ministri, ed anzi uniformandosi ad un atto che già aveva suscitato e continua a suscitare perplessità anche all'interno della stessa maggioranza. Tanta chiarezza sprecata per affermare di fatto un principio sul quale la maggior parte degli italiani ha già dimostrato contrarietà: la possibilità di fare sperimentazione su cellule staminali embrionali. Un'indebita intrusione nell'ambito di valori che non sono negoziabili neanche sotto il profilo meramente etico. Sembra che al di là degli interventi personali dei singoli ministri, l'orientamento del Governo italiano sia ormai sempre più delineato attraverso prese di posizione che puntualmente vanno nella direzione di una malintesa laicità, la quale, nata dalla preoccupazione di rassicurare le componenti più radicali della maggioranza, finisce per portare il Paese a scimmiottare grottescamente esperienze d'oltre confine, tradendo l'identità più profonda dell'Italia e la stessa volontà espressa dagli elettori. Insieme all'appoggio alla linea Mussi il Governo ha anche. discusso circa i finanziamenti Ue alla ricerca per il prossimo quinquennio 2007-2013: un budget di 73.215 milioni di Euro, parte dei quali destinati alla ricerca sulle staminali.La componente cattolica della maggioranza di centrosinistra ha se non altro ottenuto la garanzia della difesa in tutte le sue conseguenze della legge 40, quella sulla fecondazione artificiale, che vieta la ricerca sulle staminali embrionali: rifinanziamento del Fondo nazionale per la ricerca italiana sulle staminali somatiche, dunque, e impegno a far sì che in sede Ue, il 24 luglio prossimo, il Governo si batta per indirizzare su questo tipo di ricerca i fondi europei, a scapito della ricerca sulle staminali embrionali. La decisione del Governo rispetto alla dichiarazione etica ha ovviamente suscitato la reazione critica del centrodestra: «La legge 40 era di confine tra etica e scienza. Il voto di oggi è uno schiaffo ai cittadini italiani, oggi la nostra è una democrazia offesa», ha detto il vice presidente dei senatori di Forza Italia, Elisabetta Alberti Casellati, commentando la decisione del Senato di respingere :una proposta avanzata dalla Cdl di discutere in aula le mozioni sulla bioetica. «E' una situazione politica aberrante. La consultazione popolare - ha ricordato con riferimento al referendum sulla legge 40 - è la prima forma di democrazia diretta e il voto di oggi è uno schiaffo agli italiani» . (C) L'Osservatore Romano, 14 giugno 2006
21 juni stato confusionaleIl disagio della Chiesa di fronte alle sortire che contestano apertamente il Magistero. Ecco come riconoscere alcuni fra gli errori più diffusi, anche fra i credenti. Per evitare di fare "naufragio nella fede". Ogni tanto capita, con la stessa ripetitività delle stagioni. Una personalità del mondo cattolico rilascia un'intervista nella quale prende le distanze dall'insegnamento della Chiesa. A questo punto i giornali - giustamente - rilanciano con grande fragore la notizia, gli intellettuali discutono, il mondo cattolico ufficiale soffre in silenzio per non alimentare scandali. E il popolo dei fedeli rimane disorientato, stordito. Come un gregge nel quale qualche pecora si mettesse a contestare l'affidabilità del pastore. In realtà, questi episodi hanno alcuni elementi fra loro comuni, che permettono di smascherarli per quello che sono: l'espressione dell'antica e mai sopita ambizione dell'uomo di essere norma a sé stesso. L'adesione alla Chiesa è un atto insieme di libertà e di sottomissione: fede e ragione si sostengono, ma l'atteggiamento richiesto al cuore dell'uomo è innanzitutto l'umiltà. Dio, e non l'uomo, è l'artefice della Creazione. E dunque, Dio e non l'uomo è il Legislatore. Dunque, la verità è stata affidata da Cristo alla Chiesa. Spetta al Papa custodirla, in conformità alla Tradizione e in comunione con i vescovi. I teologi, gli intellettuali, i sinodi, i convegni ecclesiali, e perfino i singoli vescovi sono voci senza dubbio interessanti; ma non sono la Chiesa. Ora, basta rileggere alcuni esempi di queste "voci fuori dal coro" del Magistero, per riconoscere che esse mettono a repentaglio la salvezza stessa delle anime. Ricordiamo che, per l'uomo, il rischio più grande è fare "naufragio nella fede", e perdere così la vita eterna, come San Paolo ricorda con toni accorati a Timoteo. Ecco una sintesi dei principali errori che si ritrovano in queste sortite, compiute da cattolici in stato confusionale. L' importante è dialogare: meglio evitare divisioni che dire la verità. Il cattolico "dialogante" ritiene che affermare delle verità oggettive, insegnate dalla Chiesa e confermate dalla ragione umana, sia un atto di prevaricazione, frutto di preconcetti e di posizioni pregiudiziali. La Chiesa deve scendere dalla sua scomoda cattedra, per lasciare il suo posto ai non credenti, che assumono il compito di insegnare la (loro) verità ai cattolici, che brancolano nel buio. Questo tipo umano sogna un Papa che si affacci dalla sua finestra solo per benedire e salutare in molte lingue. Ma che sia muto ogni volta che ci sia di affermare verità scomode e impopolari sulla dottrina della fede e della morale. L'importante è evitare affermazioni apodittiche. E siccome i dieci comandamenti sono quanto di più apodittico si possa immaginare, ecco che si propone di ritirare dal mercato il decalogo, almeno nelle sue prescrizioni più contestate. La verità forse esiste, ma l'uomo non può conoscerla. Per questo cattolico, la Chiesa non può dirimere sempre ogni controversia morale, perché esistono delle "zone grigie", delle aree nebbiose dove la verità non si distingue, e dove la cosa migliore è aprire un dibattito. Quali sono queste zone grigie? Quelle nelle quali si manifesta una diversità di opinioni nella società. Dunque, in una società pluralista e relativista, tutta la vita morale può diventare una sconfinata "zona grigia", riducendo l'autorità della Chiesa al silenzio praticamente su tutto. Saranno da evitare in particolare pronunciamenti su divorzio, aborto, fecondazione artificiale, eutanasia. La verità è un prodotto del dialogo. Per questo genere di cattolici, la verità non preesiste alla discussione. Non è una realtà che c'è, e che l'uomo ha il compito di scoprire con l'auto della Chiesa. No: la verità si rinnova continuamente, grazie alla dialettica: le "parti" esprimono rispettosamente delle posizioni, e così si raggiunge un punto di mediazioni (provvisorio) che costituisce la verità accettabile da tutti in quel momento. Se, ad esempio, uno dice che l'aborto è lecito, e un altro dice che non è lecito, la verità prodotta sarà che l'aborto è un po' lecito: si può fare in certi casi. Anche se sei ignorante, dialoga lo stesso. Per discutere, è buona regola sapere ciò di cui si parla. Ma la foga di dialogare è così forte, in alcuni cattolici, che si va al confronto senza essere preparati. Il tuo interlocutore dice, ad esempio, che l'ootide non è un essere umano? Prendi subito per buona questa solenne corbelleria. Mentre dovresti sapere che dal primo momento della fecondazione in poi il nuovo organismo vivente (anche con due pronuclei, cioè allo stadio di ootide) è caratterizzato da uno sviluppo coordinato, continuo e graduale, che permette di qualificarlo appunto come individuo (umano) e come vivo (A. Serra e R. Colombo, Identità e statuto dell'embrione umano: il contributo della biologia in Pontificia Accademia Pro Vita, Identità e statuto dell'embrione umano, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1998). All'ignoranza scientifica si accompagna talvolta un'imbarazzante impreparazione morale: potrà così accadere che si giustifichi l'aborto facendo leva sul principio della legittima difesa; tesi assurda, che implicherebbe attribuire al concepito il ruolo di "ingiusto aggressore"! Bisogna inventare un "cattolicesimo sostenibile". Il cattolicesimo oggi è diventato impresentabile di fronte alla modernità: bisogna aggiornarne gli elementi più scomodi per renderlo sostenibile, un po' come affermano gli ambientalisti di fronte allo sviluppo. La prima regola per questo lifting è astenersi dal giudicare frettolosamente: meglio discutere serenamente per non creare inutili divisioni, e far derivare le regole da ciò che i più pensano e fanno. La sociologia sostituisce la riflessione morale e soppianta la legge naturale. La prassi genera la norma. Per cui, se la gente chiede la fecondazione artificiale, noi gliela dobbiamo dare. Il male non si combatte: si regolamenta. Secondo questo falso cattolicesimo, si può anche riconoscere che una certa condotta sia cattiva. Ma - in base al principio assoluto che si deve dialogare con tutti - bisogna in un certo senso dialogare anche con il male. E scendere a patti con esso. Quindi, le leggi dello Stato non vieteranno l'aborto. Se lo facessero, si creerebbero inutili divisioni. Meglio regolamentare il fenomeno. Così, il male non consiste più nell'atto dell'uccidere il concepito. Il male è l'aborto clandestino (che minaccia la vita delle donne) mentre l'aborto legale diventa "buono", perché fatto secondo le norme dello Stato. Verranno uccisi molti innocenti, è vero; ma sarà salva la pace sociale e il dialogo permanente con tutti i sopravvissuti. Chi compie il male va capito e giustificato. La Chiesa insegna una dottrina esigente e offre insieme un perdono senza limiti da parte di Dio. Invece, per il cattolico del dissenso (dal Papa) il perdono sostituisce la dottrina. Siccome chi commette un male può agire in circostanze molto difficili, allora occorre sospendere il giudizio sulla sua condotta, ed evitare ogni condanna. Questo approccio non ha solo valenze morali - potremmo dire "da confessionale" - ma pretende di avere conseguenze giuridiche e politiche. Esempio: una donna abortisce. Peccato, ma poiché ha vissuto un dramma, come può la società prevedere una pena, anche lieve, per la sua condotta? E ancora: un uomo elimina con l'eutanasia sua moglie. Non è bello. Però, vista sua sofferenza, quale giudice potrà dichiararlo colpevole? Questo criterio potrà essere applicato ad altre infinite "zone grigie": un uomo scopre che la moglie lo tradisce, e la uccide. Ma in quest'ultimo caso, il cattolico politicamente corretto si dichiarerà inflessibile e per nulla comprensivo, nonostante le "terribili circostanze" in cui il delitto è avvenuto. Come si vede, quello che alla fine ci resta in mano è soltanto un pallido ricordo del cattolicesimo. Un corpo freddo e morto, che ha perso per strada l'amore per la Verità e la certezza della presenza viva e reale di Cristo in mezzo alla Chiesa. Un cattolicesimo senza croce e senza testimonianza, in fuga di fronte al martirio quotidiano dell'incomprensione del mondo. Non rimane che aiutare questi fratelli con l'apostolato della verità. E pregare per loro, perché grande è il pericolo che rappresentano per la salvezza di molte anime. A cominciare dalla loro. Mario Palmaro http://www.iltimone.org/ N. 54, giugno 2006 20 juni
13 juni sono solo canzonette?di Massimo Introvigne Le canzonette sono innocue? Si potrebbe crederlo, ma talora non è vero. Prescindiamo dai noti sproloqui musicali di Benigni, secondo cui a ogni successo di Berlusconi subiva danni in quelle parti del corpo che fanno rima con il cognome del leader di Forza Italia (siccome Berlusconi, in Sicilia e altrove, non demorde, si starà arricchendo l'urologo del noto comico). Parliamo invece di tal Simone Cristicchi (il cognome, in questo caso, inganna) che deve avere i suoi santi in paradiso perché si è esibito a Sanremo, fa sentire la sua voce su tutte le radio nazionali ed è perfino invitato in diverse università italiane dove tiene sedute di "igiene mentale". Il lavaggio del cervello da cui la sua "igiene mentale" dovrebbe liberarci è quello imposto dai preti. La canzone-clou dei suoi spettacoli si chiama appunto "Prete". Inizia ricordando che "da bambino mi portavano alla messa, ed io seguivo la funzione con un'aria un po' perplessa". Lì il prete gli si rendeva antipatico perché lo invitava: a lasciare stare le "fantasie sessuali" e gli chiedeva - cosa assai più improbabile, perché confessori così da molti anni si trovano solo nei libri di Melissa P. - "quante volte ti sei masturbato il pistolino". Diventato più grandicello, il Cristicchi elabora la sua avversione per i preti in un'apologia del solito relativismo politicamente corretto: il prete è cattivo perché "crede di essere il depositario di una verità assoluta". Infine ecco i giudizi globali. Il cristianesimo è "la bugia più grande della storia" e Cristicchi intona - è proprio il caso di dirlo - la solita litania di luoghi comuni dell'anticlericalismo più becero: "La storia della Chiesa è seminata di violenza, di soprusi, la Santa Inquisizione è prepotenza, e poi genuflessioni collettive dei politici, salvezza delle anime, la rendita degli immobili ma quanti begli affari fate con il Giubileo e quanti bei miliardi che sta alzando Padre Pio". Mancano solo Dan Brown e l'Opus Dei. La lezione di igiene mentale di Cristicchi, protesta il cantautore, non è contro la libertà religiosa. "In fondo ognuno è libero di scegliersi la sua prigione, libero di farsi abbindolare, ipnotizzare, dal papa, dal Guru, dal capo spirituale ma la cosa deprimente e che mi butta giù è vedere quella folla alla Giornata della Gioventù, la mia sola religione è vocazione per il dubbio, IO non crederò a qualsiasi cosa dica un prete". Papa con la "p" minuscola e "io" in tutte maiuscole (che Cristicchi legga Eugenio Scalfari?) sono nel testo originale del musicante. Non è troppo grave il fatto che Cristicchi vada in depressione quando legge dei successi di Benedetto XVI. Il Papa se ne farà una ragione. Il problema nasce quando la Rai, le università, le manifestazioni pagate con il denaro dei contribuenti danno voce a questo tiro musicale al cattolico: che qualche volta assomiglia alla colonna sonora della lobby di ministri anticlericali insediata all'interno del governo Prodi. (L'Indipendente, 2 giugno 2006) 11 juni caffarraIN PRIMO PIANO: 09 juni utopia germoglio dei genocidiRodotà e l'irrilevanza morale Quella chimera di un mondo senza dolore di Adriano Pessina Che meraviglia. Finalmente il migliore dei mondi possibili si sta realizzando grazie ad un consapevole programma legislativo che, come si legge nell'editoriale di Stefano Rodotà, «Il dolore e la politica» (La Repubblica di ieri) tenderebbe a togliere il dolore, lenire la sofferenza, guarire i malati, assistere i morenti, dare nuove risposte ai disagi della vita e delle relazioni umane: insomma, si sta davvero avverando la promessa di organizzare per tutti un po' di felicità (e per di più la felicità che ognuno si sceglie da sé). Le suadenti parole di Rodotà, che sembra aver perso quella sobrietà che gli abbiamo spesso riconosciuto, non possono però impedirci di ragionare sulle questioni concrete di cui va parlando, che non possono essere tutte accomunate sotto il tema della liberazione dal dolore e dalla sofferenza. Rodotà mette insieme questioni eterogenee, che vanno dalla decisione di permettere lo sfruttamento degli embrioni per la ricerca sulle cellule staminali, alla promozione di tecniche per la palliazione del dolore, dal via libera alla Ru 486 come tecnica abortiva standard fino all'introduzione delle direttive anticipate e alla regolamentazione giuridica delle varie forme di unioni di fatto. Scelte che hanno contenuti e significati che non possono affatto essere rubricati sotto lo slogan mistificatorio della lotta al dolore e alla sofferenza; così come è mistificante ritenere che coloro che si oppongono ad alcune di quelle proposte di governo siano animati da spirito dolorifico o, peggio, da una sorta di sadismo reazionario e paternalista. Qual è il significato di questa strategia argomentativa artificiosamente unitaria? Non possiamo né credere né pensare che Rodotà non colga le differenze tra i temi proposti. L'impressione è che si tratti di un disegno che tend e a forgiare i costumi di un Paese attraverso un'operazione che vuole togliere dignità a quanti ritengono che ci sono modi differenti per rispondere alle esigenze di emancipazione dal dolore, di promozione della libertà e della dignità umana. Un disegno, quello di Rodotà, che ha il sapore antico e amaro delle ideologie di un tempo, tese a soffocare la libertà del pensiero e la libertà della discussione sulle questioni che mettono in gioco l'idea di uomo che noi abbiamo, il significato stesso della solidarietà umana e della dignità della persona. Di fronte alle questioni più significative sul piano culturale non si può inoltre, in nome dell'apertura ad «una realtà mobile», considerare irrilevante il patto con gli elettori, rendendo superflui quei contenuti programmatici in base ai quali le coalizioni politiche chiedono e magari ottengo il consenso per il governo della casa comune. Dal sogno si passa subito all'incubo se si prende sul serio la trionfante affermazione di Rodotà «Non era mai accaduto che la vita nelle sue varie sfaccettature fosse oggetto di un consapevole programma di governo». Contrariamente alla sua tesi, questa è l'essenza stessa della biopolitica che inizia con l'annullare lo specifico etico delle diverse questioni in esame per finire con il promuovere l'idea, come scrive sempre Rodotà, di «un legislatore che accorcia la sua distanza dalle persone», pensando forse di diventare il fondamento del bene e del male. Editoriale di Avvenire, Giovedi 08 giugno 2006 eclissi di DioLa Santa Sede torna a difendere senza possibilità di equivoco la famiglia fondata sul matrimonio e conseguentemente a condannare Pacs, aborto, contraccezione, e ricerca su cellule embrionali. - - - Siamo di fronte ad una vera e propria «eclissi di Dio» la quale, originata anche dalle idee propagate dai vari «movimenti femministi» porta ad «profonda crisi della verità» che ispira leggi che tendono a riconoscere «coppie insolite» formate «da omosessuali che rivendicano gli stessi diritti riservati a marito e moglie». Così, in sintesi, un documento di circa sessanta pagine intitolato "Famiglia e procreazione umana", pubblicato ieri dal Pontificio consiglio per la Famiglia diretto dal cardinale Lopez Truijllo. Un documento durissimo ed esplicito, tramite il quale la Santa Sede è tornata a difendere senza possibilità di equivoco la famiglia fondata sul matrimonio e conseguentemente a condannare Pacs, aborto, contraccezione, e ricerca su cellule embrionali. Il documento, firmato da uno dei porporati che maggiormente combatte senza lesinare energie e parole in difesa della vita, è uscito dopo un lavoro di stesura durato mesi e dopo che lo stesso Benedetto XVI - come accade per la maggior parte dei documenti pubblicati dai dicasteri vaticani - ne ha preso visione del contenuto. Un documento fortemente voluto dal Vaticano e reso noto "provvidenzialmente" a poche settimane dal viaggio del Pontefice nella zapatariana Spagna (i primi di luglio, in occasione di un forum mondiale incentrato proprio sulla famiglia) ed anche a poche ore dalla proposta avanzata da Romano Prodi di istituire una commissione governativa sui temi legati alla bioetica. Proposta, quella di Prodi, venuta dopo le discussioni seguite all'annuncio da parte del ministro dell'Università e la Ricerca Mussi, del ritiro della firma dell'Italia da una carta etica europea contro i finanziamenti alla ricerca sulle cellule staminali. Un documento che, commissione per la bioetica a parte, è destinato a fare molto riflettere l'attuale compagine governativa nella quale alcuni ministri, Bindi e Turco in testa, alcune settimane fa erano usciti con parole poco gradite "oltretevere" in merito ai Pacs e alla pillola abortiva RU486. Ma il documento risulta interessante anche rispetto a quanto sta accadendo negli Stati Uniti, dove Bush, in suo discorso alla radio dello scorso weekend, aveva chiesto un emendamento costituzionale che impedisse ai giudici "attivisti" di rendere vano il lavoro fatto dai corpi legislativi di Stato per vietare il matrimonio tra gay. Il matrimonio tra gay negli Usa è un argomento che ha creato molte divisioni nell'ultimo periodo, in particolare da quando nel 2003 un tribunale del Massachusetts ha emesso una sentenza che impedisce all'assemblea legislativa di Stato di vietarlo, sentenza che ha di fatto spalancato la strada l'anno seguente alle prime unioni tra persone dello stesso sesso in America. Sei i punti principali sui quali il documento vaticano uscito ieri si sofferma. Famiglia ed eclissi di Dio: «Mai come ora l'istituzione naturale del matrimonio e della famiglia è vittima di attacchi tanto violenti. È in atto un cambiamento nel modello di famiglia e di coniugalità», sottolinea il dicastero, e «guardando ai mezzi a cui si ricorre per evitare di avere figli, mezzi che includono non solo la contraccezione, ma anche l'aborto, appare chiara l'eclissi a ogni riferimento a Dio nella visione predominante sulla procreazione responsabile». E, inoltre, soltanto una famiglia formata da un uomo e una donna, «costituisce l'ambiente adeguato perché venga alla vita un nuovo essere umano, cioé un essere dotato di dignità e chiamato ad essere amato». Da questo segue che la procreazione «deve sempre avere luogo all'interno della famiglia». Coppie insolite. Non ha dubbi, il cardinale Lopez Truijllo, e lo dice esplicitamente: siamo di fronte ad una «apologia della famiglia monoparentale, ricostituita, omosessuale, lesbica». «Coppie formate da omosessuali rivendicano gli stessi diritti riservati a marito e moglie, reclamano persino il diritto di adozione. Donne che vivono una unione lesbica rivendicano gli stessi diritti analoghi, esigendo leggi che diano loro accesso alla fecondazione eterologa o all'impianto embrionale». «Inoltre - scrive il porporato - si sostiene che la facilità offerta dalla legge di formare queste coppie insolite, deve andare di pari passo con la facilità di divorziare o ripudiare». Aborto: un «delitto abominevole». «Oggi - il documento si rifà qui all'enciclica all'Evangelium Vitae del 1995 di Papa Wojtyla - si pretende di banalizzare in qualche modo l'aborto con il pretesto che l'autorità non deve penalizzare questo delitto abominevole». E ancora: «Essere su questa linea significa ridurre o negare che il delitto, per il fatto stesso di esserlo, richiede una pena. Non è concepibile che un delitto resti impunito». «Nessuna circostanza, nessuna finalità, nessuna legge al mondo potrà mai rendere lecito un atto che è intrinsecamente illecito, perché contrario alla legge di Dio, scritta nel cuore di ogni uomo, riconoscibile dalla ragione stessa e proclamata dalla Chiesa». La vita non è questione di tecnica. «Come confermano alcune pratiche funeste oggi legalizzate in alcuni paesi, se l'uomo si arroga il potere di fabbricare l'uomo, allora si arroga anche il potere di distruggerlo». E quindi «la trasmissione della vita diventa una questione di tecnica e di tecnici. A volte, questi ultimi sognano perfino di fabbricare la vita di ineccepibile qualità». No ai contraccettivi. Il documento vaticano esclude «ogni mezzo contraccettivo» e chiede che sia rispettata «l'unione tra l'elemento unitivo e quello procreativo in ogni atto coniugale», ritenendo legittima la sola «continenza periodica» cioè «l'uso del matrimonio solo nei periodi non fertili». Femminismo. Ha esacerbato le relazioni tra i sessi e accentuato il carattere polemico della relazione tra maschi e femmine, denuncia il Vaticano, attribuendo ai movimenti femministi la colpa di aver rafforzato la visione «puramente individualistica dell'uomo e della donna», incitando al «superamento della famiglia». «L'unione carnale, di carattere individualista, diventa essa stessa occasione di disputa o di guerra, nella misura in cui uno dei partner non si considera soddisfatto sul piano del piacere, o su quello dell'utilità». In tal senso è possibile vedere «che una concezione puramente individualista dell'uomo e della donna, opponendosi alla famiglia, è incompatibile con un'autentica solidarietà intergenerazionale». di Paolo Luigi Rodari IL TEMPO del 7 giugno 2006 07 juni e perchè no il matrimonio con le scimmie?
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