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7月31日 bush e le vittime del comunismoGeorge W. Bush 7月30日 riflessioni IN PRIMO PIANO http://www.totustuus.net/modules.php?name=Content&pa=showpage&pid=30 B. XVI: La necessità e l'urgenza della missione Annunciare il Vangelo e testimoniare la fede è oggi più che mai necessario (cfr , 1). Qualcuno pensa che presentare il tesoro prezioso della fede alle persone che non la condividono significhi essere intolleranti verso di loro, ma non è così. il Vangelo continua nei secoli a diffondersi grazie a uomini e donne animati dallo stesso loro zelo missionario. siate santi, siate missionari, poiché non si può mai separare la santità dalla missione. Non abbiate paura di diventare santi missionari come san Francesco Saverio, che ha percorso l'Estremo Oriente annunciando la Buona Novella fino allo stremo delle forze, o come santa Teresa del Bambino Gesù, che fu missionaria pur non avendo lasciato il Carmelo: sia l'uno che l'altra sono "Patroni delle Missioni". IN LIBRERIA: http://www.totustuus.net/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&p=5083 Leone XIII e gli studi storici La decisione di Leone XIII, maturata fin dal primo anno di Pontificato e accelerata dalla nomina ad Archivista della Santa Sede, nel 1879, del dotto ecclesiastico tedesco Joseph Hergenröther (1824-1890), investito della dignità cardinalizia e tramite sicuro delle esigenze di apertura che provenivano da università, istituzioni e ambienti culturali germanici, fu influenzata anche dalla volontà di non esporre la Chiesa al rischio di apparire nemica della scienza storica o addirittura della verità nel momento in cui l'ostile governo italiano, sostenuto da quello prussiano, minacciava di sequestrare tutti gli archivi pontifici sparsi nella capitale. Fu, dunque, «un passo compiuto in tempi burrascosi, nelle contingenze strette e minacciose della politica italiana, dietro pressioni velate ma ben percettibili, nella seria impreparazione degli archivisti dello stesso Archivio Pontificio e in una situazione materiale della secolare documentazione che avrebbe indotto chiunque alla cautela se non allo spavento» LOBBING ETICO http://www.fattisentire.net/modules.php? name=News&file=article&sid=2629 Si diffondono in Italia i predicatori dell'odio I recenti fatti di Perugia, dove le forze dell'ordine hanno proceduto all'arresto di sospetti terroristi islamici esperti anche nella realizzazione di sostanze esplosive artigianali, sono l'ennesima dimostrazione del radicamento nel nostro paese di raggruppamenti islamici radicali che al riparo delle moschee, delle scuole religiose e dei cosiddetti centri culturali, svolgono opera d'indottrinamento all'imperativo categorico del jihad contro gli occidentali e di addestramento all'arte del terrorismo, indirizzata finanche ai bambini. Anche gli inconsapevoli e i minimizzatori dovrebbero aver aperto ormai gli occhi e aver preso finalmente atto della realtà. Mons. Luigi Negri http://www.agescmilano.it/Documenti/DON_NEGRI%20-%20Riccione.pdf La questione dell'educazione è una emergenza Finalmente siamo usciti quasi tutti da questa cappa di piombo che l'educazione era un problema di tecniche, di competenze, di metodologie, tecnologie, di esperti, sottoesperti, paraesperti, di commissioni, (l'unico punto in cui non è ancora superata questa è la conferenza episcopale italiana, ma speriamo che anche lì si impari dalla storia ). Il problema dell'identità è il problema del dire con verità chi sono io a me stesso e allora l'emergenza educativa. viene affrontata. Per sua natura l'uomo è diverso da quello che è descritto nella televisione, o dai mezzi della comunicazione sociale. Per sua natura l'uomo non è un individuo chiuso in se stesso che cerca di portar via il massimo di rendimento dalle cose che fa. 13) "CONTRO LA LEGGENDA NERA" http://www.kattoliko.it/leggendanera San Francesco e l'Islam - di Marco Meschini http://www.kattoliko.it/leggendanera/modules.php? name=News&file=article&sid=1872 Un santo realista, un "folle di Dio" con i piedi ben piantati per terra. La figura del santo patrono d'Italia "purificata" dal pacifismo che lo circonda. Amante del dialogo, ma per la conversione degli infedeli. CORRISPONDENZA ROMANA http://www.corrispondenzaromana.it/fondo.php?ref=242 FAMIGLIA: un intervento sui CUS Insomma, un vero barbatrucco giuridico, che dovrebbe servire ad abbindolare gli ingenui e le anime candide, categorie sempre ben rappresentate nella nostra penisola. Un numero da illusionista, certo ben congegnato, ma che non può nascondere la verità delle cose. Il trucco c'è, e si vede benissimo. I CUS appartengono alla stessa categoria giuridica dei PACS e dei DICO, e introducono un principio inaccettabile: quello della "famiglia fai da te". I due contraenti possono infatti decidere in maniera del tutto arbitraria quali siano i diritti e i doveri da inserire in una sorta di "paniere giuridico" che scimmiotta il matrimonio, senza esserlo fino in fondo. Di più: il ruolo del giudice di pace, e la creazione di appositi registri, conferma il carattere "pubblicistico" del CUS, che fanno finta di riguardare solo il diritto privato, creando invece un nuovo istituto giuridico attiguo al matrimonio. 7月27日 da noi le chiese diventano moscheeEuropei e caldei iracheni: cristiani gli uni, cristiani gli altri. Ma mentre i nostri fratelli del Medioriente lottano per sopravvivere, qui prosegue l'edificazione di Eurabia... Viaggi alla frontiera, incontri coi politici. Così monsignor Kassarji si fa in quattro per i profughi, «il mio gregge». E intanto a casa nostra le chiese continuano a diventare moschee. Viaggi alla frontiera, incontri coi politici. Così monsignor Kassarji si fa in quattro per i profughi, «il mio gregge». Potrebbero chiamarlo il "vescovo volante" e nessuno avrebbe niente da ridire. Michel Kassarji, vescovo caldeo di Beirut, passa da una distribuzione di pacchi alimentari a un colloquio col capo dello Stato, da un'alzataccia nel mezzo della notte per correre alla frontiera dove è stato arrestato un gruppo di profughi iracheni per immigrazione clandestina a un appuntamento coi dirigenti dell'agenzia dell'Onu per i rifugiati per far sì che i fuggiaschi dal massacro iracheno ottengano lo statuto di protezione. Da un paio di anni i profughi cristiani iracheni sono diventati la sua ossessione. Meglio: l'urgente dovere che la Provvidenza gli ha assegnato. «Nella tradizione orientale ogni Chiesa è responsabile delle condizioni di vita dei suoi fedeli», spiega. «Non conta che questa gente non appartenga alla mia diocesi: anche se presi tutti insieme i profughi iracheni caldei sono numerosi quasi come tutto il mio gregge in Libano, non posso sottrarmi a questa responsabilità raddoppiata». Cinquecento pacchi alimentari al mese, 400 borse di studio per i figli dei profughi iscritti a scuole cristiane libanesi, la scarcerazione di decine di arrestati, l'ottenimento del riconoscimento dello statuto di rifugiato per decine di profughi, la gestione di un doposcuola e di un corso di recupero serale per i ragazzi che di giorno lavorano. Per essere una Chiesa che conta 6 mila fedeli in tutto il Libano, i caldei non potrebbero fare di più per i loro fratelli che arrivano dall'Iraq. In fila per il cibo Attorno al vescovo si muovono da preziosi collaboratori soprattutto la segretaria Katy Osta, il manager Said Hakras e il tesoriere della Società caldea di beneficenza Georges Saman, un ex direttore di banca membro del Consiglio generale caldeo libanese che è il beniamino dei profughi: li visita nelle loro povere case, censisce i loro casi penosi e li riferisce al vescovo. «Ho trovato degli amici imprenditori disposti a dar lavoro agli iracheni per 300 dollari al mese e con orari lavorativi normali», spiega soddisfatto. «Sa, qua nessuno dà loro più di 10 dollari al giorno, e gli fanno fare di tutto in qualunque orario». La visita alle case in cui vivono i profughi nei quartieri popolari di Beirut in compagnia di Georges è un'esperienza toccante. Persone che disponevano di dimore dignitose o addirittura facoltose adesso vivono ammassate in monolocali o bilocali fitti di immaginette devozionali alle pareti, ma povere di mobilio e accessori. «Purtroppo alcuni si approfittano della povertà di questa gente», commenta amaro monsignor Kassarji. «Una signora con una figlia e col marito malato, per esempio, ha accumulato tre mesi di arretrati di affitto, e il padrone di casa sfrutta la situazione per abusare di lei. Noi la aiutiamo a pagare, ma non arriviamo a risolvere il suo problema». I colloqui coi profughi che il martedì e il mercoledì fanno la fila per ricevere un pacco alimentare del valore di 22 dollari Usa (contenente olio vegetale, zucchero, té, latte condensato, ceci, lenticchie, ecc.) terminano sempre con una richiesta da parte loro: «Vorremmo un posto come questo più vicino a dove viviamo, dove mandare a scuola i nostri figli e ricevere gli altri aiuti senza rischiare di essere arrestati dalla polizia per clandestinità». Monsignor Kassarji ci tiene tantissimo, ma la strada della fondazione di un centro di accoglienza per i profughi iracheni, completo di chiesa, scuola, ostello e centro ricreativo, è ancora molto lunga da percorrere. È una causa che chi vuole aiutare fattivamente i profughi cristiani iracheni dovrebbe far propria. Di Rodolfo Casadei E intanto a casa nostra le chiese continuano a diventare moschee In un programma di al Jazeera dedicato alla decisione della regina d'Inghilterra di insignire lo scrittore Salman Rushdie del titolo di cavaliere, il conduttore ha detto che «la Gran Bretagna non può aver agito per offendere i musulmani, dato che pochi giorni prima ha autorizzato la trasformazione di una chiesa in moschea». Nelle settimane precedenti, la stessa storia era avvenuta a Clitheroe, nel Lancashire, una cittadina inglese con tanto di castello normanno e una chiesa anglicana che risale al 1122, dove le autorità municipali hanno concesso il permesso di trasformare una chiesa in una moschea. Pare che non sia ancora chiaro a tutti che la cessione (ma anche la vendita) da parte delle differenti denominazioni cristiane di luoghi di culto a comunità musulmane non viene mai percepecita da queste ultime come un'azione di generosa fraternità. Quando, qualche anno fa, il cardinale Salvatore Pappalardo ha regalato ai musulmani tunisini di Palermo una chiesa del Settecento non più in uso, la stampa tunisina ha titolato: "La vittoria dell'islam sul cristianesimo, il cardinale di Palermo obbligato a trasformare una chiesa in moschea". L'Oriente pullula di chiese trasformate in moschee. Basta ricordare la moschea Omayyade di Damasco e quella di Ibn Tulun al Cairo, senza dimenticare, a Istanbul, Santa Sofia (ora adibita a museo) e un'altra quarantina di ex chiese menzionate in un prezioso libro da un ricercatore turco. Ma in tutti questi casi si è trattato di una conversione forzata al culto islamico, mai di una deliberata cessione o vendita. Detto ciò, è chiaro che se una comunità islamica desidera costruirsi una moschea, deve poterlo fare. A condizione, ovviamente, di disporre dei permessi e di fondi propri. Di Camille Eid Da Tempi n° 27 del 05/07/2007 7月26日 eutanasia differenze welby-NuvoliConcessi i funerali religosi a Giovanni Nuvoli, il malato di SLA morto l'altro ieri. L'opinione dell'arcivescovo Elio Sgreccia Verranno celebrati questo pomeriggio nella chiesa di San Giuseppe ad Alghero, in Sardegna i funerali di Giovanni Nuvoli, 53 anni da sette ammalato di sclerosi multipla amiotrofica, attaccato ad un respiratore artificiale, lasciatosi morire rifiutando per giorni acqua e cibo. E prosegue dopo la sua morte nell'opinione pubblica il dibattito acceso che ha accompagnato gli ultimi mesi di vita di Nuvoli: qualcuno ha obiettato sulla decisione della Chiesa di permettere le esequie religiose che invece erano state negate nel dicembre scorso ad un altro ammalato di uguale forma di sclerosi, Piergiorgio Welby, deceduto dopo l'interruzione da lui richiesta della ventilazione meccanica. Su questo aspetto particolare della vicenda, Roberta Gisotti ha raccolto il parere dell'arcivescovo Elio Sgreccia, presidente della Pontificia Accademia della vita: R. - Sì, la concessione dei funerali religiosi a chi si lascia morire o nel caso che abbiamo in considerazione o in altri casi simili o di suicidio, viene regolata dall'autorità pastorale del luogo in base ad alcuni criteri: quando c'è un'esplicita opposizione alla fede cattolica, un dichiarato rifiuto dei Sacramenti, è chiaro che non si può dare il funerale religioso anche per rispettare la volontà del paziente stesso, per non imporre una religiosità per forza, dall'esterno. Quando questo non risulta e ci sono situazioni drammatiche, la Chiesa solitamente interpreta in maniera benigna e concede il funerale religioso. Io penso che in questo caso sia stato applicato un criterio pastorale comprensivo, andando incontro ad una situazione che è stata di lunga sofferenza. Quindi, noi dobbiamo ritenere che non solo è pienamente legittimo ma accompagnarlo con la nostra preghiera, perché le sofferenze affrontate da questo nostro fratello siano state incontrate dalla misericordia e dalla ricchezza di grazia del nostro Signore Gesù Cristo, Redentore di tutta l'umanità. _____ Le due vicende riguardanti Giovanni Nuvoli e Piergiorgio Welby hanno fatto levare da più parti, in Italia, la richiesta di legiferare in materia di testamento biologico. Adriana Masotti ha chiesto l'opinione di Vincenzo Saraceni, presidente dell'Associazione medici cattolici: R. - Io non sono abituato a discutere le sentenze della magistratura. Dico che questa sentenza mi lascia perplesso, perché crea un precedente. Ma per quanto riguarda i riflessi sulla classe medica è una sentenza che non mi trova d'accordo, perchè ho l'impressione che crei più vincoli alla classe medica, che invece deve mantenere la sua autonomia e l'assunzione delle responsabilità nei confronti della vita del paziente. Continuo a pensare che il nostro ordinamento costituzionale preveda proprio che il medico abbia questa funzione di garanzia della salute e che quindi sia suo dovere intervenire quando è possibile salvare una vita umana. D. - Quindi, tra la professionalità del medico e la volontà del paziente lei dice conta più la prima? R. - Non direi più o meno: direi che tra questa determinazione e la responsabilità del medico ci deve essere un incontro forte, ci deve essere un'alleanza e dentro questa alleanza bisogna prendere decisioni responsabili. D. - Molti ritengono che a dare risposta ai tanti interrogativi posti dalla questione delle cure terminali possa essere il testamento biologico. Da parte cattolica ci sono delle perplessità... R. - Sono anch'io perplesso. Se questa legge - ammesso che si debba fare, ma non credo che sia necessaria - si dovesse arrivare a promulgarla, bisognerà dire che il medico tenga conto della volontà del paziente, senza subirla. Credo che saranno sempre di più i casi difficili ed è bene lasciarli a questa alleanza fra medico e paziente, piuttosto che alla legge. Fermo restando che ci deve essere un limite, che è l'indisponibilità a disporre della vita propria e della vita altrui. D. - C'è e ci sarà in questi giorni una certa informazione che punta all'emotività della gente e che sottolinea la sofferenza dei malati, cui non è concessa la morte. Sembra che sia non "umano" lasciar soffrire delle persone... R. - Ma le persone non devono essere lasciate soffrire. Da parte nostra, da parte del mondo cattolico, c'è il fermo impegno ad alleviare il dolore sempre e comunque: con le cure palliative, la vicinanza con il malato, l'assistenza medica, infermieristica e dei familiari. (C) RadioVaticana, 25/07/2007 7月24日 DICO o CUS non camba nullaObblighi senza reciprocità I Cus, ipotesi bislacca. Un atto a senso unico Dai Dico ai Cus (Contratti di Unione Solidale) cambia il nome ma non la sostanza: proprio mentre si afferma di voler eliminare le discriminazioni verso i conviventi, in realtà la vera discriminazione colpisce i coniugi. Infatti essi si assumono dei doveri inderogabili, la cui trasgressione è sanzionata, talora anche penalmente. Per esempio gli obblighi di curarsi reciprocamente, di educare il figlio anche se è «solo» del coniuge e non è proprio, di contribuire alle necessità della famiglia, di versare gli alimenti in caso di separazione o di divorzio, di coabitare. Per limitarci solo all'obbligo di coabitazione, i coniugi non possono lasciarsi da un momento all'altro senza conseguenze: se uno dei due abbandona il tetto coniugale, può essergli addebitata la separazione, il che può precludere l'assegno di mantenimento. Invece nei Cus i conviventi non hanno nemmeno l'obbligo della coabitazione e viene menzionato in modo molto generico solo il dovere di aiutarsi reciprocamente e di contribuire alle necessità della vita, ma con la clausola che "il contratto di unione solidale può prevedere i tempi e i modi dell'attuazione" dei doveri. Quindi, non solo i coniugi hanno molti più doveri, ma hanno inoltre degli obblighi definiti, diversamente dai conviventi che, nei Cus mantengono un'autonomia molto ampia rispetto ai doveri. Insomma, i conviventi, coi Cus, hanno diversi diritti, per esempio il trasferimento di sede per i lavoratori, il diritto di succedere nel contratto di locazione per l'alloggio comune, quello di ereditare automaticamente (se sono passati nove anni dalla registrazione del Cus) e quello di percepire (dopo il riordino della normativa previdenziale) la pensione di reversibilità. Pertanto, se lo Stato istituisse i Cus, attuerebbe un atto giuridico a senso unico, perché si assumerebbe degli obblighi nei confronti dei conviventi, quando questi ultimi non se ne assumono nessuno o quasi. E riconoscerebbe loro i diritti che abbiamo menzionato, senza esigere in cambio i doveri che invece chiede ai coniugi di assolvere. Né si può parlare di discriminazione verso i conviventi in merito ad alcuni diritti reclamati per i conviventi e contenuti nei Cus (quello di prendere decisioni di carattere sanitario in favore del convivente o quello di succedergli nel contratto di locazione), dato che (Avvenire lo ha documentato varie volte) essi sono già oggi garantiti dal nostro ordinamento. Ma con la differenza (rispetto ai Cus) che essi sono attualmente concessi ai singoli e non alle coppie, perché fino ad oggi lo Stato ha conferito uno status speciale al matrimonio, laddove invece i Cus li assegnerebbero alle coppie conviventi, «avvicinandole» a quelle sposate. Oltre che per quanto detto finora, contrapporsi ai Cus non significa discriminare i conviventi: discriminare significa trattare in modo diverso cose uguali. Dunque è vero che ogni singolo uomo deve avere gli stessi diritti; ma ci sono giustamente differenze nei diritti particolari, legate alle funzioni delle persone (per esempio, un parlamentare ha il diritto di votare le leggi, un semplice cittadino no). Ciò significa che le relazioni interpersonali devono essere trattate dallo Stato in modo diverso quando sono tra loro diverse. Ora, la relazione dei conviventi è diversa da quella dei coniugi, per lo meno perché i conviventi non si assumono le responsabilità e gli obblighi a cui i coniugi si impegnano. di Giacomo Samek Lodovici (C) Avvenire 15 luglio 2007 7月22日 colpa di bush?La guerra in Iraq ha solo detonato un ordigno caricato da anni di frustrazione musulmana. Per padre Gheddo salvare i cristiani significa salvare la società in tutto il Medio Oriente Un ritornello mediaticamente azzeccato quello che ha accompagnato la manifestazione "Salviamo i cristiani" promossa da Magdi Allam lo scorso 4 luglio. Oggetto degli strali il fatto che alcuni degli aderenti alla manifestazione furono favorevoli a quella guerra voluta da Bush che sarebbe la vera causa delle persecuzioni contro i cristiani in Iraq e del loro esodo. Una tesi che non convince un missionario del Pime di lungo corso come padre Piero Gheddo. Da dove si origina questa persecuzione? Penso che i problemi risalgano a molto prima all'invasione dell'Iraq nel 2003. I cristiani stanno abbandonando il Medio Oriente da decenni. La persecuzione contro i cristiani è uno dei fenomeni negativi che derivano dall'incapacità dell'islam di adattarsi al mondo moderno. Il mondo islamico è sotto shock almeno da quando nel 1789 Napoleone ha occupato l'Egitto e ha esportato le istituzioni europee sul suolo musulmano. Fra tentativi di imitazione non riusciti e movimenti reazionari come quello dei Fratelli Musulmani, che dal 1928 pretendono che la soluzione dei problemi stia in un ritorno alle origini, l'islam vive una profonda frustrazione per aver perduto il ruolo egemonico che ha avuto in un certo momento della storia. L'emarginazione sociale o la persecuzione violenta contro i cristiani, accusati di complicità con l'Occidente neocolonialista o con gli invasori americani, sono i prodotti di quella frustrazione, che viene da lontano. E poi bisogna ricordare che i cristiani non sono perseguitati solo in certi paesi musulmani, ma anche fra gli indù, i buddhisti, ecc. e nei paesi a regime comunista. L'altra critica alla manifestazione di Roma è che i cristiani dovrebbero mobilitarsi per tutte le minoranze perseguitate e non solo in difesa del proprio gruppo. Cosa ne pensa? Quella di Roma non era affatto una manifestazione settaria, ci sono state prese di posizione in difesa di tutte le minoranze perseguitate e anche delle maggioranze quando sono vittime di ingiustizie. Certo però che un appello pubblico, ottenere qualche risultato in termini di sensibilizzazione culturale o di iniziativa politica, deve essere anche focalizzato. E poi c'è un altro fatto: il ruolo dei cristiani nelle società non cristiane è prezioso. Appunto. Lei ha visitato e realizzato réportage in tanti paesi del mondo dove i cristiani sono piccole minoranze immerse in società dove la cultura e la religione dominante sono altre. Qual è, in senso generale, il loro contributo alla vita sociale? È un contributo importante, a volte decisivo. È il contributo di chi rende presente Cristo e tutto ciò che quella presenza significa in termini di progresso sociale: il perdono che rende possibile la convivenza anche dopo guerre e delitti, l'uguaglianza di tutti gli uomini, la dignità della donna, il senso della gratuità. Di solito si pensa che il contributo dei cristiani sia importante soltanto nelle società povere, ma non è affatto così: il Giappone, paese niente affatto sottosviluppato e dove i cristiani sono meno dell'1 per cento, deve molte delle sue trasformazioni culturali all'influenza del cristianesimo. I missionari del Pime sono presenti nel paese da tanti anni e non impartiscono molti battesimi, ma ci sono molti giovani giapponesi che chiedono di andare a fare volontariato nelle nostre missioni in Cambogia e Papua Nuova Guinea: non sono cristiani, ma sono consapevoli che il valore della gratuità è di casa anzitutto fra i credenti in Cristo. Rodolfo Casadei (C) Tempi num.28 del 12/07/2007 7月20日 Betori: libertà senza relativismo16/07/2007 - Libertà religiosa Audizione del Segretario Generale della CEI Si è svolta a Roma il 16 luglio 2007, presso la Camera dei Deputati, l'audizione di S.E. Mons. Giuseppe Betori, Segretario Generale della CEI, e del Prof. Venerando Marano, Coordinatore dell'Osservatorio giuridico-legislativo della CEI, riguardante la libertà religiosa. CAMERA DEI DEPUTATI I COMMISSIONE PERMANENTE (Affari costituzionali, della Presidenza del Consiglio e interni) Seduta di lunedì 16 luglio 2007 Audizione informale relativa alle proposte di legge C. 36 Boato e C. 134 Spini recanti "Norme sulla libertà religiosa e abrogazione della legislazione sui culti ammessi" – Testo base adottato dalla Commissione nella seduta del 4 luglio 2007. __________ Desidero anzitutto esprimere al Presidente della Commissione Affari Costituzionali, on. Violante, e al relatore, on. Zaccaria, un ringraziamento per il cortese invito rivolto alla Conferenza Episcopale Italiana a intervenire nell'ambito delle audizioni sui contenuti del testo base adottato dalla Commissione nella seduta del 4 luglio 2007. Come già in passato, a questo invito aderiamo volentieri, considerata la delicatezza dei temi in esame e l'opportunità di un approfondimento che tenga conto anche delle valutazioni dei soggetti confessionali, anche quando tali soggetti – come nel caso della Chiesa cattolica e delle confessioni religiose diverse dalla cattolica che hanno stipulato intese con lo Stato – sono espressamente e necessariamente esclusi dall'ambito di applicazione della normativa. Rispetto alle originarie proposte di legge C. 36 Boato e C. 134 Spini, il testo base introduce una serie di novità assai incisive, che finiscono per modificare sensibilmente l'impianto e i contenuti dell'intervento legislativo. Il doveroso apprezzamento per il notevole impegno di rielaborazione che è all'origine di tali modifiche non può essere disgiunto da vari rilievi, che formuliamo con animo preoccupato ma intento costruttivo, confidando possano contribuire alla ricerca di una soluzione condivisa. Le disposizioni che appaiono problematiche o non condivisibili in realtà non sono poche. Volendo limitarsi ad alcuni temi essenziali, suscita sorpresa e contrarietà anzitutto l'introduzione del principio di laicità addirittura quale fondamento della legge sulla libertà religiosa, e la correlata disposizione secondo cui a tale principio "è data attuazione nelle leggi della Repubblica" (art. 1, comma 2). Si tratta, come è noto, di un principio di recente acquisizione giurisprudenziale fino ad oggi estraneo al lessico normativo, che non risulta espressamente sancito né a livello costituzionale né a livello di legislazione ordinaria. Singolare e forzata, pertanto, appare la sua introduzione nell'ordinamento mediante una legge dedicata alla libertà religiosa e la sua affermazione quale "fondamento" di una tale libertà, quando invece, secondo il chiaro insegnamento della Corte costituzionale, è il diritto di libertà religiosa, insieme ad altri fondamentali diritti riconosciuti segnatamente dagli artt. 2, 3, 7, 8 e 20 della Costituzione, che concorre a "strutturare" il principio di laicità (Corte cost. n. 203/1989). Analogamente, suscita perplessità e riserve la disciplina in senso paraconcordatario del matrimonio delle confessioni acattoliche (artt. 30 ss.), definito oggi espressamente per la prima volta quale "matrimonio religioso con effetti civili" mentre è sempre stato considerato e disciplinato, più correttamente, quale matrimonio civile celebrato in forma speciale. Risulta eccessivo l'ampliamento della disciplina del "divieto di discriminazione" prevista dal combinato disposto degli artt. 3 e 15, come pure della disciplina della "libertà religiosa in particolari condizioni restrittive" (art. 14), che prevede fra l'altro una indebita equiparazione al coniuge del soggetto convivente (comma 5). Occorre valutare con attenzione le conseguenze in concreto della previsione relativa al "servizio pubblico radiotelevisivo" (art. 11). Sembra richiedere ulteriori approfondimenti la previsione di un "registro" delle confessioni e della relativa iscrizione (artt. 16 ss.), nonché dei "diritti delle confessioni" iscritte in tale registro (artt. 22 ss.), con particolare riguardo alla disciplina in materia di edifici di culto (art. 23) e all'equiparazione alle onlus delle confessioni, associazioni e fondazioni religiose ai fini della destinazione del cinque per mille e delle erogazioni liberali (art. 29). Queste disposizioni, di cui in questa sede non interessa sviluppare un'analisi più dettagliata, introducono per tutte le confessioni un regime giuridico sostanzialmente analogo se non identico a quello bilateralmente previsto per la Chiesa e per le confessioni diverse dalla cattolica rispettivamente dal Concordato e dalle intese stipulate ai sensi dell'art. 8, comma 3, della Costituzione, regime che in talune ipotesi risulta persino migliorativo mediante il recepimento della normativa di diritto comune più favorevole. La dichiarata finalità di garantire l'eguale libertà delle confessioni religiose si traduce così in una normativa che prevede una sostanziale omologazione tra realtà assai differenziate e comporta una tendenziale riconduzione al diritto comune della disciplina del fenomeno religioso. Questo risultato, da tempo auspicato da correnti dottrinali e gruppi politici minoritari, da un lato non appare fondato né coerente rispetto al disegno costituzionale delineato dagli artt. 7 e 8 Cost., né tanto meno in linea con la tradizione culturale del nostro paese e con il sentimento religioso della maggior parte della popolazione. Dall'altro lato, potrebbe risultare inadeguato rispetto alle problematiche determinate dalla diffusione di nuovi movimenti religiosi e delle sette, come pure rispetto alle questioni legate al fenomeno della intercultura e della multietnicità. Come già osservato nella precedente audizione del 9 gennaio di questo anno, l'esigenza di favorire l'integrazione dei nuovi gruppi e quindi la pacifica convivenza non deve tradursi in forme di ingiustificato cedimento di fronte a dottrine o a pratiche che suscitano allarme sociale e che contrastano con principi irrinunciabili della nostra civiltà giuridica. Tali esigenze, da più parti avvertite e condivise, non sembrano trovare adeguata risposta nel testo in esame, che, contrariamente alle aspettative, prevede una serie di aperture che appaiono assai problematiche, e svela alcune criticità del punto di partenza. Per la Chiesa non è in discussione la necessità, chiaramente affermata dalla dichiarazione conciliare "Dignitatis humanae" e dal successivo magistero, di assicurare il pieno rispetto della libertà religiosa, esigenza insopprimibile della dignità di ogni uomo e pietra angolare dell'edificio dei diritti umani. La garanzia del fondamentale diritto di libertà religiosa in tutte le sue dimensioni, non ultima quella propriamente istituzionale, costituisce infatti la condizione per una pacifica convivenza e per una corretta laicità. Quello che pare necessario approfondire è l'impostazione dell'intervento legislativo, che rimane auspicabile in quanto equilibrato e puntualmente circoscritto nelle sue finalità. In questa prospettiva sarà possibile, ove necessario anche mediante una nuova impostazione, garantire in termini ampi e generali il fondamentale diritto di libertà religiosa, individuare le materie oggetto di disciplina bilaterale e precisare modalità e procedure per la stipula di eventuali intese. 7月19日 GIU’ LE MANI DA KEROUAC. “CATTOLICO PERCHE’ PECCATORE” !!! E SULLA “BEAT GENERATION” DICEVA….Era un 17 luglio, ma del 1947. A New York, 60 anni fa, un giovanotto bruno, dagli occhi inquieti, prese la metropolitana a Liberty Avenue, scese a Brooklyn e si diresse verso Manhattan. Poi avrebbe raggiunto la periferia e in autostop sarebbe andato verso l’Ovest, da costa a costa. Se domenica scorsa sul “New York Times” hanno ricostruito le prime tappe newyorkesi del suo itinerario è perché quel viaggio è diventato uno dei più celebri della letteratura mondiale. Infatti dieci anni dopo, cioè 50 anni fa, uscì il romanzo dove Jack Kerouac narrò quell’avventura, “On the Road” (Sulla strada), e fu subito un mito. Oggi l’anniversario è il grande evento letterario dell’anno per gli Usa. Fernanda Pivano, lanciandone l’edizione italiana nel 1958, già ne descriveva l’enorme successo oltreoceano: “Un’intera generazione, la beat generation, acclamò in Kerouac il suo portavoce e il suo interprete”. Giornali, tv e radio lo assediavano. Kerouac diventò un’icona della trasgressione, un simbolo degli “hippies” e della rivolta giovanile. Ma lo fu davvero? C’è qualcosa di lui che ha sempre imbarazzato: il suo cattolicesimo. In un’intervista televisiva, all’uscita del suo libro, gli fu chiesto: “Si è detto che la beat generation è una generazione alla ricerca di qualcosa. Che cosa state cercando?”. Kerouac rispose: “Dio. Voglio che Dio mi mostri il suo volto”. La Pivano citava con perplessa fugacità queste parole strane. E l’imbarazzo continua anche oggi. E’ invece “La Civiltà Cattolica” a rendergli giustizia. L’autorevole rivista dei gesuiti, le cui bozze, si dice, sono riviste Oltretevere, ha pubblicato all’inizio di quest’anno un saggio sorprendente che si potrebbe titolare così: “I gesuiti: giù le mani dal nostro Kerouac”. In effetti Jean-Louis Lebris de Kerouac (1922-1969), diventato celebre come Jack Kerouac (il nome Jean-Louis diventò “Jack” per l’errore di un sacerdote della sua parrocchia) era stato alunno della scuola dei gesuiti di Lowell, nel Massachusset, dove – disse – aveva ricevuto “una buona istruzione”. E oggi padre Antonio Spadaro sj “difende” il cattolicesimo del loro antico allievo. Lo fa anche in forza degli straordinari diari di Kerouac che sono stati pubblicati negli Stati Uniti solo nel 2004 e che in Italia sono usciti pochi mesi fa (che ritardo!). Riassumo il geniale saggio della rivista. Padre Spadaro innanzitutto fa giustizia di una troppo banale identificazione con la “beat generation” di cui egli è il capostipite. “Beat” è battito, ritmo, richiamo al jazz, “Beaten” significa pure “abbattuto, alla deriva”. Il “beat” identifica “uno stile di vita senza regole e inquieto… che ha condotto ad atteggiamenti ribellistici e contestatari connotati politicamente”. Ma Kerouac, che coniò il termine, dette poi un altro significato alla parola: “Fu da cattolico che un pomeriggio andai nella chiesa della mia infanzia (una delle tante), Santa Giovanna d’Arco a Lowell, e a un tratto, con le lacrime agli occhi, quando udii il sacro silenzio della chiesa (ero solo lì dentro, erano le cinque del pomeriggio; fuori i cani abbaiavano, i bambini strillavano, cadevano le foglie, le candele brillavano debolmente solo per me), ebbi la visione di che cosa avevo voluto dire veramente con la parola ‘Beat’, la visione che la parola Beat significava beato…”. In un articolo del 1957 Kerouac affermerà che il fenomeno beat esprime “una religiosità ancora più profonda, il desiderio di andarsene, fuori da questo mondo (che non è il nostro regno), ‘in alto’, in estasi, salvi, come se le visioni dei santi claustrali di Chartres e Clairvaux tornassero a spuntare come l’erba sui marciapiedi della Civiltà stanca e indolenzita dopo le sue ultime gesta”. L’anno successivo ripete: “Non ho mai sentito parlare più di Dio, delle Ultime Cose, dell’anima, del dove-stiamo-andando, se non fra i giovani della mia generazione: e non solo i ragazzi più intellettuali, ma tutti”. Dunque siamo ben lontani, sottolinea il gesuita, “da un contesto fragorosamente ribellistico e contestatario”. Tuttavia Kerouac si troverà a constatare che “un sacco di opportunisti, profittatori, comunisti saltarono sul carro. Ferlinghetti saltò sul carro e trasformò l’immagine della Beat Generation che originariamente rappresentava persone che amavano la vita e la dolcezza. Ai giornali parlò di ribellione beat, di insurrezione beat, parole che io non ho mai usato, essendo cattolico (being a Catholic)”. Volle ripetere questa espressione – che nel mondo angloamericano è quanto di più trasgressivo e provocatorio – alla vigilia della sua morte, in un’intervista al New York Times che concluse così: “I’m not a beatnik. I’m a Catholic” (non sono un beatnik, sono un cattolico). Per padre Spadaro questo “non è rinnegamento della propria parabola culturale”, ma “un’estrema lucida intuizione a difesa della propria identità artistica e umana, cioè quella mistica — cattolica sebbene ‘strana solitaria e pazza’ — che ha nutrito la sua estetica”. Naturalmente c’è chi considera “le radici cattoliche di Kerouac una sovrastruttura pesante e bigotta, un retaggio faticoso da eliminare e di cui egli avrebbe voluto disfarsi”. Lo studioso gesuita indica invece “il cattolicesimo di Kerouac” come “una delle fonti vive della sua ispirazione”. Come mostrano i suoi diari. Si tratta di “un cristianesimo inquieto e dialettico una fonte vivace di intuizione creativa”. Che però coglie anche il cuore vero della fede: l’essere mendicanti della grazia. Anche il suo sbandamento buddista – dovuto alla sofferenza di una delusione d’amore – fu solo un episodico tentativo di fuga dalla sofferenza, alla fine “una vicenda dialetticamente interna al suo stesso cattolicesimo”. A cui lo riporterà il suo amore alla vita, la sua stessa carnalità. Infatti il gesuita definisce Kerouac “cattolico perché peccatore”. Diviso tra la “carne” e l’infinito”, egli cerca il punto di incontro fra cielo e terra, fra eterno e tempo, fra Dio e la carne. Quel punto ha un nome solo: Gesù. E’ lui per Kerouac “the only answer”, l’unica risposta. Prega così: “Mantieni la mia carne nella Tua eternità”. I Diari ci restituiscono il potente grido verso di lui: “Dio, devo vedere il tuo volto questa mattina, il Tuo Volto attraverso i vetri polverosi della finestra, fra il vapore e il furore; devo sentire la tua voce sopra il clangore della metropoli. Sono stanco, Dio. Non riesco a scorgere il tuo volto in questa storia”. Proprio questo mendicare la Grazia di vedere quel volto dice la “profonda sensibilità cattolica dello scrittore” che – spiega padre Spadaro - è vera “nonostante il carattere moralmente trasgressivo che caratterizza la sua produzione più nota”. Un appunto dell’agosto 1949: “La vita non è abbastanza…Allora cosa voglio? Voglio una decisione per l’eternità, qualcosa da scegliere e da cui non mi allontanerò mai… qui sulla terra non c’è abbastanza da desiderare”. Questa sete di infinito lo porta a desiderare la “comunione finale fra tutte le cose… È l’altro mondo, menzionato in principio come la Parola di Dio nelle Scritture e illustrato dal grande san Tommaso d’Aquino... La prospettiva di quest’altro mondo, questa forma di comprensione che non abbiamo mai immaginato, va al di là della mia capacità di capire, ma sospetto che sia molto strana e che quando finalmente ci arriveremo, diremo tutti: ‘Certo, certo, sì, sì!’ … ‘Allora è questo ciò per cui sono stato creato! Gloria a Dio’ ”. Tutto questo non è una follia (foolishness), afferma Kerouac, “è solo quel caro e intenso amore (warm dear love) che proviamo verso la nostra difficile condizione. Con la grazia di Dio Misterioso, alla fine dei tempi, forse soltanto in quel giorno essa verrà risolta e chiarita per tutti noi… Altrimenti non posso vivere”. Senza l’eternità la vita è assurda. 7月18日 scuola: laboratorio prodiano a bolognaDopo Festa dello sballo (Rave party), assalto alla Madonna 7月17日 Venezuela: i cardinali sfidano il socialismoDure le reazioni del governo alle critiche. Il presidente parla di "bugiardi" e "manipolatori" Ma cresce il timore tra la gente Caracas, i vescovi sfidano Chavez e la "rivoluzione" I presuli sono preoccupati della deriva dittatoriale che il leader sta imponendo con le riforme costituzionali, prima fra tutte la possibilità di prolungare il suo mandato. Hugo Chavez ha avviato il Venezuela verso una "dittatura". La drammatica denuncia dell'arcivescovo di Mérida, monsignor Baltazar Porras, era arrivata da Cuba, dove si è svolta la XXXI Assemblea generale del Celam (il Consiglio episcopale latinoamericano). Particolarmente significative le parole di Porras, che giungono da un'isola comunista continuamente invocata da Chavez come esempio. In Venezuela è un refrain costante: si ripete continuamente che "la società verso la quale camminare è la cubana, o quella della Corea del Nord o l'Iran", ricorda l'arcivescovo. "Tutti modelli molto criticati dalla società internazionale, oggi", ma non da Caracas. "A partire dalle elezioni di dicembre è stato accelerato il processo rivoluzionario", attraverso "il sequestro di tutti i poteri pubblici da parte dell'esecutivo". Attualmente, in Venezuela, "tutte le istituzioni o le persone che non sono inquadrate nel processo rivoluzionario sono considerate nemiche". Questa svolta ha portato un "clima di enorme tensione e di esclusione, nel quale rientra anche la Chiesa". Verso chi la pensa differentemente, non ci sono "solo critiche, ma anche insulti". Non basta. Chavez sta anche cercando di "sequestrare il linguaggio religioso comune", parlando della sua fede cristiana e citando le frasi del Vangelo. Negli ultimi giorni le relazioni fra Chavez e la Conferenza episcopale venezuelana (Cev) sono nuovamente molto tese. Il dialogo non è mai stato particolarmente fluido: fin dalla prima elezione dell'ex paracadutista, nel 1999, il rapporto è sempre stato difficile. Nell'ultimo anno la relazione era migliorata, ma il disgelo è durato ben poco. Al governo non è piaciuto affatto il documento pubblicato dalla Conferenza episcopale sabato scorso, al termine della plenaria. I vescovi venezuelani accusano il governo di dirigersi verso "un sistema socialista fondato sulla teoria e la pratica del marxismo-leninismo" e criticano lo slogan "patria, socialismo o morte" scelto da Chavez. Ma soprattutto la Cev boccia la prossima modifica della Costituzione che il presidente ha avviato senza coinvolgere tutta la società venezuelana, in nome di quello che definisce "socialismo del XXI secolo". Con la riforma della Carta Magna, Chavez punta alla possibile rielezione presidenziale indefinita (l'incarico oggi è permesso un massimo di due volte), alla ristrutturazione del modello territoriale e alla trasformazione socialista del paese sudamericano. Ma per ora nessuno sa realmente cos'altro contiene la riforma, perché la sua elaborazione è stata affidata ad una commissione ad hoc che ha lavorato in modo "confidenziale" (ovvero ermetico). La prima bozza è stata consegnata a Chavez, che potrebbe presentarla al Parlamento nei prossimi giorni, una volta conclusa la Coppa America di calcio. Dopo il documento della Cev, il ministro degli Esteri Nicolás Maduro ha accusato i vescovi di comportarsi come "inquisitori politici", seguendo un "manuale da Guerra fredda". Durissime anche le parole di Chavez, che ha definito i membri della Conferenza dei "bugiardi" e dei "manipolatori". Ma le critiche dei vescovi - fanno notare molti osservatori - riflettono pienamente le inquietudini e i timori di buona parte della società venezuelana. Michela Coricelli Avvenire 14 luglio 2007 7月16日 riflessioniIN PRIMO PIANO
http://www.totustuus.net/modules.php?name=Forums&file=viewforum&f=1 Benedetto XVI: il dramma di divorzio, aborto e unioni di fatto La nuova evangelizzazione ha anche come obiettivo principale la famiglia. Perciò, è auspicabile che le Autorità del vostro amato Paese collaborino sempre più a questo irrinunciabile compito di lavorare a favore delle famiglie. Così lo ha messo in evidenza il mio Predecessore nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 1994: "La famiglia ha diritto a tutto il sostegno dello Stato per svolgere appieno la propria peculiare missione" (n. 5). Non ignoro tuttavia le difficoltà che l'istituzione familiare incontra nella vostra Nazione, in particolare con il dramma del divorzio e le pressioni per legalizzare l'aborto, e anche per la diffusione di unioni non conformi al disegno del Creatore sul matrimonio. IN LIBRERIA: http://www.totustuus.net/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&p=5074 La guerra dei "dico" Chi sostiene la necessità di una normativa che, anche in Italia, consenta il riconoscimento pubblico delle coppie di fatto, fa appello in genere a due diversi argomenti. Il primo, molto in voga anche quando si discuteva di legge 40, è che in Europa "così fan tutti". Il secondo, essenziale per dare un minimo di sostanza al primo, è che non procedere a quel riconoscimento perpetuerebbe una situazione di discriminazione a danno di alcuni diritti elementari degli individui. Il libro di Alfredo Mantovano, senatore di An ed ex magistrato, vuole dimostrare, e ci riesce, che la quasi totalità delle lacune denunciate da chi propone i "dico" è già largamente colmata dalla legge ordinaria vigente. 5) UN SACERDOTE RISPONDE http://www.totustuus.net/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&p=5075 Che differenza c'è tra "est" e "subsistit"? Innanzi tutto dobbiamo dire che le due frasi "la Chiesa di Cristo è la Chiesa cattolica", e "la Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica", non sono contraddittorie, (cioè o è vera l'una o e vera l'altra), ma la seconda dice qualcosa "in più" della prima. E, in base ad una lettura della costituzione dogmatica Lumen Gentium, si evince. che l'espressione "subsistit" (sussiste) indica che la Chiesa di Cristo è, in modo perfetto e totale, la Santa Chiesa Cattolica. Non solo "è", ma "lo è in massimo grado": per usare le parole del documento appena citato, l'uso dell'espressione "sussiste" indica "la piena identità della Chiesa di Cristo con la Chiesa cattolica". LOBBING ETICO http://www.fattisentire.net/ Coppie di fatto: a Formia ferita la famiglia «Profondo rammarico», ma anche «disappunto addolorato»: sono i sentimenti con i quali l'arcivescovo Pierluigi Mazzoni e i parroci della città di Formia prendono posizione di fronte all'istituzione del registro per le coppie di fatto, anche omosessuali, approvata dall'amministrazione comunale della città del litorale pontino. E' stato anche il modo in cui è maturata la votazione (con soli sei consiglieri favorevoli su un totale di trentuno), a far montare la polemica: l'intera opposizione di centrodestra ha fortemente criticato il provvedimento, abbandonando l'aula in segno di protesta al momento del voto. I sei voti favorevoli sono emersi tra Ds, Rifondazione comunista, Rinascita per la Sinistra e dall'unico consigliere di Lavoratori Cristiani per Formia, caso, quest'ultimo, che lascia più perplessi e che attende delucidazioni, specie dopo l'intervento della Chiesa di Formia. Amici di Joseph Ratzinger http://www.ratzinger.it/ Nella Chiesa cattolica la Chiesa di Cristo Il testo integrale dei chiarimenti pubblicati dalla Congregazione per la Dottrina della Fede «Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla Chiesa». Cinque domande e altrettante risposte: «Gesù ha costituito sulla terra un'unica Chiesa. Ed essa concretamente sussiste intorno al successore di Pietro e ai vescovi che sono in comunione con lui». Nelle Chiese e nelle comunità non ancora in comunione con il Papa «elementi di santificazione e di verità», ma non lo stesso rapporto con l'origine. Mons. Luigi Negri http://www.libertas.sm/San_Marino_Religione/Rel_6_4.htm Lettera ai sammarinesi per le elezioni Il grande filosofo George Weigel ha scritto che "le correnti più profonde della storia sono spirituali e culturali, piuttosto che politiche ed economiche. La storia è mossa, a lungo termine, dalla cultura, vale a dire da ciò che gli uomini e le donne onorano, adorano e venerano; da ciò che le società considerano essere vero, buono e nobile; dalle espressioni che esse danno a queste convinzioni nel linguaggio, nella letteratura e nelle arti; da ciò per cui individui e società sono disposti a sacrificarsi". Mons. Alessandro Maggiolini http://www.alessandromaggiolini.it/bin/servlet/mediabox.servlets.prese ntation.DettaglioInfo?idInfo=37949&url=dettaglioRassegna.jsp I baby depressi, imbottiti di pillole Ricordo un colloquio con alcuni adolescenti i quali, davanti alla proposta dei docenti di lasciare loro qualche giorno di vacanza in più e, dunque di toglierli dal fastidio di una programmazione, quasi si ribellavano, o comunque sbuffavano perché erano richiamati ad una responsabilità, pur liberissima, come l'elaborazione di un programma del tempo libero. Preferiscono il tempo schiavo. Così hanno modo di esprimere la ribellione nei confronti di chi dovrebbe dare delle indicazioni di pensiero e di vita. Meglio, molto meglio divertirsi contestando ordini o orientamenti. La vita andrebbe inventata sul momento e a un certo punto non si riesce più a trovare materia di invenzione. 16) Rino Cammilleri http://www.rinocammilleri.it/ Messa Per decenni hanno chiesto a gran voce maggior democrazia nella Chiesa ma, alla prima liberalizzazione, eccoli storcere il naso acidini. Benedetto XVI permette la messa in latino a chi la vuole, affiancando questo particolare rito ai molteplici già in atto: se a uno non piace, non deve fare altro che continuare a seguire il rito maggioritario, senza neanche l'incomodo di doversi cercare una cappella e un prete ad hoc. Ahimé, la «grande stagione del Concilio» (quella che ha ridotto il cattolicesimo alla sola dimensione della Caritas, per intenderci) pare proprio finita: i progressisti non comandano più, le loro espressioni politiche sono state sconfessate dal fallimento del referendum sulla legge 40 e dal Family Day, e anche la loro lettura del Vaticano II è stata rigettata (dal papa, più volte) Vittorio Messori http://www.et-et.it/articoli2007/a07g12.htm Lourdes. Era un "feudo" di Maria Il prossimo 8 dicembre si aprirà a Lourdes l'anno giubilare per la ricorrenza, l'11 febbraio del 2008, dei 150 anni dalla prima delle 18 apparizioni a santa Bernadette Soubirous. Ma tra gli oltre cinque milioni annui di pellegrini, forse nessuno sospetta perché il Cielo, in cui ovviamente credono, abbia deciso di far sorgere proprio qui questo straordinario luogo di devozione mariana. gli inizi raccontano di Carlo Magno che, ritornando dalla Spagna dove aveva affrontato i mori, pose l'assedio al monte su cui sorgeva la fortezza saracena di Mirambel, l'antico nome di Lourdes. L'emiro che la teneva, Mirat, aveva giurato ad Allah che non avrebbe mai ceduto ad alcun uomo. Ridotto però allo stremo, accolse con sollievo il vescovo che seguiva re Carlo, che gli propose di rispettare il giuramento pur arrendendosi: non ad un uomo, bensì a una Donna. Questa era Nostra Signora di Le Puy, nel Massiccio Centrale, il maggior santuario delle Gallie. Mirat accettò e, seguito dai suoi dignitari, cavalcò sino a Le Puy. I saraceni portavano legati alle lance mazzi di fiori raccolti nel prato davanti al castello. Nel prato, cioè (lo anticipiamo) dove sorgerà poi l'Esplanade per le processioni con le fiaccole dei pellegrini di Lourdes. I fiori dell'emiro furono deposti sull'altare della Vergine, in segno di vassallaggio. 19) ARMAGHEDDON (Padre Piero Gheddo del PIME) http://www.tempi.it/archivio_dett.aspx?idarchivio=12761 La guerra in Iraq ha solo detonato un ordigno caricato da anni di frustrazione musulmana Oggetto degli strali il fatto che. quella guerra voluta da Bush che sarebbe la vera causa delle persecuzioni contro i cristiani in Iraq e del loro esodo. Una tesi che non convince. i problemi risalgono a molto prima all'invasione dell'Iraq nel 2003. I cristiani stanno abbandonando il Medio Oriente da decenni. La persecuzione contro i cristiani è uno dei fenomeni negativi che derivano dall'incapacità dell'islam di adattarsi al mondo moderno. Il mondo islamico è sotto shock almeno da quando nel 1789 Napoleone ha occupato l'Egitto e ha esportato le istituzioni europee sul suolo musulmano. 20) CORRISPONDENZA ROMANA http://www.corrispondenzaromana.it/fondo.php?ref=201 Piena libertà al Rito romano antico Il Motu proprio Summorum Pontificum, promulgato da Benedetto XVI il 7 luglio 2007, è un evento storico di cui solo il futuro potrà rivelare la reale portata. Il Rito romano antico della Santa Messa, peraltro mai giuridicamente abrogato, ritrova la sua piena cittadinanza. Con questo atto Benedetto XVI ha riaffermato il primato e l'autorevolezza del Romano pontefice, responsabile del suo potere solo dinnanzi a Dio, a differenza di tutti gli altri vescovi, responsabili anche dinanzi al Papa. Nella situazione di confusione in cui versa oggi il mondo, bisogna essere profondamente grati a Benedetto XVI non solo per aver restituito alla Chiesa il tesoro liturgico del Rito antico, ma per aver riaffermato l'autorità del Papa, l'unico a cui Gesù Cristo abbia trasmesso il pieno potere di pascere, reggere e governare la Chiesa universale 7月13日 non cancellare le differenzeNuovo colpo al progressismo cattolico: il dialogo non è cancellare le differenze Cercasi Voltaire anche usato. Almeno a parole il mangiapreti francese formulò il principio giusto: "Non sono affatto d'accordo con ciò che dite, ma mi batterò fino alla morte perché nessuno vi impedisca di dirlo". Lo citava anche di recente Jean Daniel sulla Repubblica. Ma purtroppo mai principio fu più citato e meno applicato. Almeno nei confronti della Chiesa cattolica, perché per tutti gli altri la libertà dev'essere totale, a volte fino al dileggio. La Chiesa invece no. Prima si è messa in discussione la sua libertà di parola sui temi etico-politici sostenendo che non doveva immischiarsi nella vita pubblica (strana idea del liberalismo!). C'è da sperare che adesso non si metta in discussione pure il diritto della Chiesa di insegnare ai suoi fedeli la sua teologia bimillenaria, di canonizzare i suoi santi e recitare le sue preghiere. L'ultima occasione di polemica è di ieri, è un documento della Congregazione per la dottrina della fede dove si ribadisce la corretta interpretazione di alcuni testi del Concilio. Sul Corriere.it un articolo cominciava così: "Un documento che farà discutere". Intendeva preannunciare un gran vespaio di polemiche. Ma perché la Congregazione vaticana ha voluto precisare qual è l'interpretazione corretta dei testi promulgati dalla Chiesa al Concilio? Perché c'è una fazione di cattolici progressisti (ben inseriti nell'establishment teologico e clericale) che da 40 anni cercano di presentare il Concilio Vaticano II come una "rottura" della tradizione della Chiesa, come il momento di nascita di una nuova Chiesa. Diversa da quella vissuta per 19 secoli. Curiosamente, la stessa idea è condivisa dagli ultras del tradizionalismo più conservatore che vedono nel Concilio la stessa frattura storica. In realtà il Vaticano II ebbe un senso pastorale non dogmatico. La Chiesa volle riflettere sui modi nuovi per annunciare Cristo al mondo moderno, non per cambiare il suo Credo. A più riprese sia Paolo VI che Giovanni Paolo II si sono opposti alla devastante interpretazione che contrappone il Vaticano II a tutti gli altri Concili, perché segnerebbe la fine del cattolicesimo. Il documento attuale richiama questi interventi pontifici e il Concilio stesso. Cita in particolare Giovanni XXIII, oggi a sproposito trasformato in bandiera progressista. In realtà Papa Roncalli, aprendo il Vaticano II, affermò che "il Concilio vuole trasmettere pura e integra la dottrina cattolica, senza attenuazioni o travisamenti" e si tratta di "dottrina certa e immutabile". Anche Paolo VI, promulgando la Costituzione conciliare "Lumen Gentium", dichiarava: "Questa promulgazione nulla veramente cambia della dottrina tradizionale. Ciò che Cristo volle, vogliamo noi pure. Ciò che era resta. Ciò che la Chiesa per secoli insegnò, noi insegniamo parimenti". IL VERO TESORO Il tesoro della Chiesa infatti è il suo "depositum fidei", la rivelazione portata da Cristo, Dio fatto uomo, e il compito assoluto dei pastori è conservare quel "deposito". Non possono disporne a piacimento o cambiarlo, ma devono custodirlo intatto a costo della propria stessa vita. La conseguenza è questa: il Concilio non ha mutato affatto la definizione teologica della Chiesa. C'è in particolare un passo della "Lumen Gentium" su cui divampa la polemica perché è stato interpretato (da Destra e da Sinistra) come se equiparasse la Chiesa cattolica a qualunque altra setta protestante. Secondo i progressisti e certi tradizionalisti dire che "l'unica Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica" ("sussiste" anziché "è la Chiesa Cattolica") significherebbe che non c'è differenza teologica tra un gruppo protestante e la Chiesa. La Santa Sede, ovviamente, ribadisce che non è affatto così. La " Lumen Gentium" proclama che Cristo ha costituito sulla terra un'unica Chiesa che si identifica con "la Chiesa Cattolica, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui", perché solo in essa si ha la perenne continuità storica e si sono concretamente conservati "tutti gli elementi da Cristo stessi istituiti" (i sacramenti, la continuità apostolica e il primato di Pietro con i dogmi). Il fatto che la Lumen Gentium usi l'espressione "sussiste nella" anziché la parola "è" - afferma la Santa Sede - "non cambia dottrina sulla Chiesa", ma vuol far capire che fuori della Chiesa non c'è il vuoto ecclesiale, ma ci sono "numerosi elementi di santificazione e di verità" che si trovano in altre Chiese (come quella ortodossa) e comunità separate, elementi che "in quanto doni propri della Chiesa di Cristo, spingono all'unità cattolica". Fra l'altro l'attuale papa, al Concilio, dette un particolare contributo proprio a questa formulazione ("sussiste nella") e dunque è particolarmente sensibile alla sua corretta interpretazione. Come si vede nel documento non ci sarebbe nulla di nuovo, visto che da sempre la Chiesa proclama queste verità e da ultimo nella "Dominus Iesus" del 2000. Senonché si è scatenata la solita sarabanda. Qualche dichiarazione irritata di parte ortodossa e protestante. È uno strano destino quello della Chiesa cattolica. Parla con rispetto e stima di tutti ed è ripagata spesso con asprezza. Ma la stampa laica accusa la Santa Sede di non volere il dialogo. La Chiesa ortodossa russa per esempio letteralmente non tollera la Chiesa cattolica sul "suo" suolo. Immaginiamo cosa accadrebbe se si esprimesse così il Vaticano per l'Italia. Eppure oggi Mosca accusa Roma di non aiutare "il dialogo". E i protestanti? C'è una diffusa pubblicistica protestante americana, per esempio, dove da tempo si scagliano sulla Chiesa accuse terrificanti. Ma non solo. Prendiamo il recente annuncio sulla conversione di Tony Blair al cattolicesimo, risaputa, ma rimandata per la sua carica di Primo Ministro di Sua Maestà. Possibile che nessuno si stupisca quando si scopre che ancora oggi, nel 2007, non è possibile a un cattolico ricoprire la più alta carica di governo in Gran Bretagna? Non è inaccettabile? PARADOSSI Oltretutto è il Paese che viene celebrato come la culla della democrazia, salvo dimenticare che non fu la corona inglese a volere la "Magna Charta", la Carta delle libertà, nel 1215, ma - tre secoli prima della riforma protestante - fu la Chiesa cattolica, coalizzando i nobili e i cavalieri, a strappare a re Giovanni quella limitazione del potere reale su cui sarebbero sbocciate le varie libertà politiche e civili che si chiamano democrazia (e pure le libertà economiche come i sicuri diritti di proprietà). E l'altra grande potenza protestante, gli Stati Uniti? Non è incredibile che si sia dovuto aspettare il 35° presidente, nel 1960, per avere finalmente un presidente cattolico? Kennedy fu il primo presidente non Wasp (White Anglo-Saxon Protestant). Teniamo conto che attualmente la Chiesa cattolica negli Stati Uniti è il gruppo cristiano più numeroso. Eppure proprio Kennedy - per essere accettato - dovette fare dichiarazione di indipendenza dalla Santa Sede. Come se un cattolico fosse di per sé un cittadino sospetto di tradimento. Recentemente quella dichiarazione di Kennedy è stata riesumata ed esaltata in Italia come un esempio di "laicità" a cui i cattolici italiani dovrebbero ispirarsi. Mentre a me sembra un avvilente segno di discriminazione. Dire che i cattolici devono dimostrare la loro "indipendenza" dal Vaticano (come dire: da uno stato straniero) non somiglia un po' all'accusa di "cosmopolitismo" che è sempre stata fatta agli ebrei? Ricordate il caso Dreyfus? Tutti oggi scriveranno che il dialogo ecumenico arretra. In realtà - per l'incontro fra cattolici e protestanti in America - è stata più importante la comune battaglia in difesa della vita o, ad esempio, in difesa dei cristiani perseguitati nei paesi islamici, che mille convegni sul "dialogo". ANTONIO SOCCI LIBERO 11 luglio 2007 7月12日 viva il PapaRatzinger, da cardinale, più di ogni altro si è reso conto del colossale che fu la proibizione della liturgia tridentina. Scrisse: “Nel corso della sua storia la Chiesa non ha mai abolito o proibito forme ortodosse di liturgia, perché ciò sarebbe estraneo allo spirito stesso della Chiesa…Rimasi sbigottito (nel 1970, ndr) per il divieto del messale antico, dal momento che una cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia. Si diede l’impressione che questo fosse del tutto normale”, ma, spiegava Ratzinger “la promulgazione del divieto del messale che si era sviluppato nel corso dei secoli, fin dal tempo dei sacramentali dell’antica Chiesa, ha comportato una rottura nella storia della liturgia, le cui conseguenze potevano essere solo tragiche”. E a proposito delle conseguenze osservò: “Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita ‘etsi Deus non daretur’: come se in essa non importasse più se Dio c’è e se ci parla e ci ascolta. Ma se nella liturgia non appare più la comunione della fede, l’unità universale della Chiesa e della sua storia, il mistero di Cristo vivente, dov’è che la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale?”. Oggi ridare cittadinanza nella Chiesa alla sua millenaria liturgia non toglie nulla a nessuno. Le messe, ordinariament,e resteranno in lingua volgare. Semplicemente si riconosce la libertà di quei fedeli che intendono celebrare secondo la tradizione. Perché a questa libertà si oppongono i cosiddetti “progressisti”? Perché tanta intolleranza? Con un documento uscito sul Figaro, 60 intellettuali (a partire da due accademici di Francia come il filosofo René Girard e Michel Déon) intendono “testimoniare pubblicamente la nostra fedeltà e il nostro affetto al Santo Padre, Benedetto XVI”. Citano la costituzione conciliare “Sacrosantum Concilium” che riconosce il diritto e la dignità della liturgia latina, esaltano “la diversità di riti dentro la Chiesa” e accolgono “con gioia la liberalizzazione del rito che fu quello ufficiale della Chiesa, quello dei nostri padri e avi e che ha nutrito la vita spirituale di tanti santi”. Inoltre, proprio nello spirito del Concilio approvano la riconciliazione fra tutti i cristiani, anche tradizionalisti e concludono: “siamo feriti dall’idea che un cattolico possa essere inquieto perché si celebra la messa che fu quella che celebrarono padre Pio e san Massimiliano Kolbe. Quella che ha nutrito la pietà di Santa Teresina di Lisiuex e del beneamato papa Giovanni XXIII”. 7月10日 Dio: pace o dominio, sta sera ultima puntataVATICANO - "Dio: Pace o dominio" in onda martedì prossimo, 10 luglio, su RAIUNO alle 23.30. Quinta e ultima puntata: "Dio…chi…". Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Dio. Nel Suo Nome si attraversano mari, fiumi, distanze, dolori, sacrifici incommensurabili. Si accetta la morte. Nel Suo Nome si giura, si lega e si slega. Nel Suo Nome si vive la vita nei suoi intrecci, nelle sue passioni, nelle sue ansie, nelle sue gioie. Nel Suo Nome si giudica, si perdona e si condanna, qui, lì, ovunque! da Nord a Sud! Nel Suo Nome si cerca, si invoca la Pace! E si nega la Pace! A lui miliardi di credenti si stringono nell'eternità, ed i Suoi segni li vogliono nell'eternità. Credenti, miliardi, aspirano alla Sua eternità, alla Sua pace, alla Sua giustizia, alla Sua speranza, alla Sua carità…questa è poi, la Fede in Dio! Quale esso sia. Il mio Dio, il tuo Dio, il nostro Dio. Dio, chi sei? Chi sei Signore del cielo e della terra? Chi sei fonte e origine di tutte le cose? La risposta, per i cattolici, è una sola: Gesù Cristo, il Salvatore. Lo dice bene la dichiarazione "Dominus Iesus", firmata da Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, oggi Papa Benedetto XVI, che la salvezza dell'uomo per il cattolico è tutta e solo nella persona di Gesù Cristo, il Salvatore del mondo. Certo, per dialogare con le altre fedi, con chi crede in un altro dio, è necessaria «la parità», che è presupposto del dialogo. Ma la parità che la Dominus Iesus presuppone si riferisce alla pari dignità personale delle parti, non ai contenuti dottrinali né tanto meno a Gesù Cristo, che è Dio stesso fatto Uomo, in confronto con i fondatori delle altre religioni. «La Chiesa infatti - spiega Ratzinger nella Dominus Iesus -, guidata dalla carità e dal rispetto della libertà, dev'essere impegnata primariamente ad annunciare a tutti gli uomini la verità, definitivamente rivelata dal Signore, e a proclamare la necessità della conversione a Gesù Cristo e dell'adesione alla Chiesa attraverso il Battesimo e gli altri sacramenti, per partecipare in modo pieno alla comunione con Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. D'altronde la certezza della volontà salvifica universale di Dio non allenta, ma aumenta il dovere e l'urgenza dell'annuncio della salvezza e della conversione al Signore Gesù Cristo». Il lungo viaggio attraverso tutti i continenti e le religioni del mondo di "Dio: pace o dominio" è giunto alla sua puntata finale. Dopo aver ascoltato la volontà di pace di tanti leader religiosi, la volontà di camminare su terreni di convivenza e concordia di tanti uomini e di tante donne appartenenti ai più disparati credo, ecco la risposta che la Chiesa cattolica vuole dare al problema della convivenza. Per la Chiesa la pace può esserci solo e soltanto nel pieno rispetto della dignità dell'altro ma, insieme, la Chiesa non può dimenticare che la dignità dell'altro trova il suo senso più pieno, più compiuto, nella persona di Gesù Cristo. Ciò non significa assolutamente imporre con violenza il proprio credo, imporre agli altri la salvezza di Cristo, ma significa amare e rispettare tutti e tutto nel nome di Cristo, avendo cioè la consapevolezza che è Lui il senso di tutto. Cristo troverà insomma le strade per entrare nel cuore di ogni uomo solo e soltanto se Egli vive nel mio cuore. Se il cattolico ha Cristo in sé non ha bisogno di imporre nulla a chi gli sta di fronte, solo ha bisogno di amare chi gli sta di fronte e tutto il resto sarà nella mani di Dio. Dice don Salvatore Vitiello, dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, a Roma: "Il coraggio della pace è proprio la chiamata più grande delle religioni. Su questo valore, sulla pace, le religioni saranno chiamate a verificare la verità delle proprie affermazioni. Può mai un uomo andare contro ragione, può mai una religione essere contro la ragione umana e contro la natura di Dio, agire contro ragione. A volte ci capita, in confessionale, che ci consegnino addirittura le armi e c'è qualcuno che pretende di usarle nel nome di Dio. Dio, la Pace, non sono un'idea, altrimenti diventerebbero subito ideologia, ideologia e dunque violenza, violenza e dunque dominio...no! Per noi Cristiani la pace è una persona, Gesù di Nazareth, Signore e Cristo, Signore della storia, vero Dio e vero Uomo in nome del quale è possibile la pace e noi Cristiani per amor Suo abbiamo imparato nei secoli, a rispettare ogni uomo che ama la pace. Noi dialoghiamo con tutti, noi vogliamo dialogare con tutti, indipendentemente dal credo religioso indipendentemente dalle convinzioni personali, perché ogni uomo che desidera la pace in fondo desidera semplicemente andare al fondo della propria umanità ". Insomma, il coraggio della pace, il coraggio di abbandonare il Dio del dominio per offrire il tuo Dio nella dimensione della pace, purtroppo non è solo una questione, oggi, di questo o quella nazione, ma drammaticamente di tutti noi. Donne uomini bambini, a miliardi credono ad un Dio! Anche chi ne nega l'esistenza, chi si professa ateo, non può non interrogarsi su Dio. Siamo arrivati alla conclusione di queste nostre puntate cercando una risposta se Dio è pace o dominio… Più probabilmente la risposta dobbiamo cercarla dentro di noi. I nostri interessi egoistici, i nostri fanatismi, i nostri fantasmi sono i veri nemici della pace tra i popoli, della tolleranza, della convivenza, del diritto alla libertà! Libertà di credere o non credere in Lui, e non per questo nel Suo Nome o contro il Suo Nome qualcuno mi ammazzi, perché, Dio, Tu mi hai fatto a Tua somiglianza libera creatura nel Tuo Creato. (P.L.R.) (Agenzia Fides 9/7/2007; righe 58, parole 922 I soliti cattoregressisti contro Benedetto XVIÈ un grande Pontefice, Papa Benedetto, e avrà un'importanza storica per la Chiesa. E da oggi, col ritorno alla libertà di celebrare anche la Messa in latino, certi "progressisti" scateneranno una guerra feroce contro di lui. Magari inventandosi falsamente il ripristino della controversa preghiera sugli ebrei, che invece non c'è affatto. Sono tanti i segni del coraggio di quest'uomo, che è mite e gentile, ma anche deciso a «non anteporre nulla a Dio» e a «non fuggire davanti ai lupi». Di recente la lettera ai cattolici cinesi (per riunire le due chiese e reclamare libertà dal regime) e l'altro ieri il simbolico riconoscimento del "martirio" degli ottocento abitanti di Otranto che furono decapitati nel 1480 dai musulmani invasori perché non vollero rinnegare Gesù Cristo. Ma soprattutto ha un grande peso questo Motu proprio con cui il Papa restituisce alla Chiesa, accanto alla messa in italiano, la sua bimillenaria liturgia latina che con un colpo di mano era stata spazzata via nel 1969 contravvenendo alle regole della Chiesa stessa. La liturgia per la Chiesa racchiude tutto il suo tesoro, cioè «l'integrità della fede, perché la legge della preghiera della Chiesa corrisponde alla sua legge di fede». E dunque il Messale latino non poteva essere messo fuorilegge (infatti giuridicamente è sempre stata valido). Nel delirio post-conciliare l'intolleranza progressista riuscì a far credere che fosse stato messo al bando. Fu quello il tempo di una spaventosa apostasia di fedeli e un'apocalittica crisi del clero: dal 1965 circa 100 mila sacerdoti abbandonarono l'abito e 107.600 monache e suore lasciarono le loro congregazioni fra 1966 e 1988. Una tragedia senza eguali nella storia della Chiesa. Segno, per una mente cristiana, che Dio non aveva benedetto certi "rinnovamenti" che si dicevano "conciliari", ma anzi ne era disgustato (Benedetto XVI infatti denuncia «deformazioni della Liturgia al limite del sopportabile»). «Una tragica rottura» Da cardinale, Ratzinger definì il colpo di mano contro la liturgia tradizionale come «una rottura» dalle conseguenze «tragiche». Un grande laico come Giuseppe Prezzolini, nel 1969 - l'anno della riforma liturgica - scrisse un editoriale intitolato: "La liquidazione della Chiesa". Pur essendo agnostico, constatava amaramente la febbre rivoluzionaria che aveva fatto irruzione nella Chiesa riducendola a una caricatura delle «sette protestanti» e della «civiltà moderna». Fu soprattutto la grande cultura laica a denunciare l'immensa perdita rappresentata dalla cancellazione dell'antica liturgia cattolica che aveva letteralmente dato forma alla cultura europea. Due appelli pubbici, nel 1966 e nel 1971, uscirono in difesa della Messa di s. Pio V, come grande patrimonio spirituale e culturale. E furono firmati dalle più grandi personalità della cultura come Borges, De Chirico, Elena Croce, W. H. Auden, Bresson, Dreyer, Del Noce, Julien Green, Maritain, Montale, Cristina Campo, Mauriac, Quasimodo, Evelyn Waugh, Maria Zambrano, Elémire Zolla, Gabriel Marcel, Salvador De Madariaga, Contini, Devoto, Macchia, Pallottino, Paratore, Bassani, Luzi, Piovene, Andrés Segovia, Harold Acton, Agatha Christie, Graham Greene e il pure direttore del Times, William Rees-Mogg. Fu inutile. Ormai la sbornia progressista (o meglio: "la dittatura del relativismo") dilagava nella Chiesa e pretendeva di fare a pezzi la sua tradizione. Anni dopo fu boicottato perfino Giovanni Paolo II quando varò uno speciale indulto, addirittura con due documenti, nel 1984 e nel 1988, affermando che la Messa di san Pio V non era mai stata abolita e la si poteva celebrare col permesso del vescovo. Il Papa aveva esortato «i Vescovi ad usare largamente e generosamente tale facoltà in favore di tutti i fedeli che lo richiedessero», ma parte dei vescovi fece il contrario e di fatto annullò l'importante atto pontificio. Certi vescovi hanno dato locali per pregare ai musulmani, ma li hanno negati per le messe tradizionali. Dunque oggi, alla luce di questi abusi d'autorità, Benedetto XVI vara un Motu proprio dove i diritti del popolo cristiano sono protetti da Pietro stesso e non rimessi all'arbitrio dell'episcopato. Alberto Melloni, due giorni fa, sul Corriere della Sera, ha dato sfogo alla rabbia della fazione progressista, arrivando addirittura a definire il Motu proprio come «uno sberleffo villano al Vaticano II». È buffo. Uno "storico del Concilio" come Melloni ignora che durante il Concilio si celebrava proprio la liturgia a cui oggi il Papa ridà cittadinanza. E ignora che mai il Concilio Vaticano II ha messo fuorilegge questa liturgia: semmai fu l'atto dispotico del 1969 che andava contro il Concilio. Un altro buffo paradosso: questo gruppo di storici "progressisti" che hanno fatto di Giovanni XXIII il loro simbolo, oggi si oppongono proprio al Motu proprio che riconosce la validità del "Messale Romano di Giovanni XXIII" (infatti è l'edizione del 1962 che il Papa restituisce alla Chiesa). E sembrano ignorare il discorso di Papa Roncalli del 22 febbraio 1962, alla firma della "Veterum Sapientia", dove fra l'altro, esaltando la liturgia in latino, spiegò che essa aveva un legame profondo con "la Cattedra di Pietro". Il Papa aggiunse che la lingua latina «fu strumento di diffusione del Vangelo, portata sulle vie consolari quasi a simbolo della più alta Unità del Corpo Mistico. (...) E anche quando le nuove lingue delle singole individualità nazionali europee si fecero strada fino a sostituire l'unica lingua di Roma, questa è rimasta nell'uso della Chiesa Romana, nelle saporose espressioni della liturgia, nei documenti solenni della Sede Apostolica, strumento di comunicazione col centro augusto della cristianità». Infine riaffermò la sua validità non solo per «motivi storici ed affettivi» ma anche perché «nel presente momento storico» è segno di unità fra i popoli e serve «all'opera di pacificazione e di unificazione». Anche per «i nuovi popoli che si affacciano fiduciosi alla vita internazionale. Essa infatti non è legata agli interessi di alcuna nazione, è fonte di chiarezza e sicurezza dottrinale, è accessibile a quanti abbiano compiuti studi medi superiori; e soprattutto è veicolo di reciproca comprensione». Cinque anni dopo la liturgia latina fu in pratica messa al bando. Melloni accusa oggi Benedetto XVI di aver «spezzato» una continuità ed aver esautorato i vescovi. Ma è vero l'esatto contrario: proprio il Novus ordo fu imposto nonostante la bocciatura della maggioranza dei vescovi. E fu la "proibizione" del Messale latino a "spezzare" la continuità millenaria della liturgia. Oggi questi strani progressisti si oppongono alla libertà che invece il Papa difende (dà la possibilità di celebrare in «due usi dell'unico rito romano»). E si oppongono ai diritti del popolo cristiano (difesi dal Papa). Essi rivendicano l'arbitrio di potere del ceto clericale. E poi parlano di democrazia nella Chiesa! Infine sono oscurantisti perché disprezzano un patrimonio che tutta la migliore cultura esalta. Benedetto XVI ha affidato le nuove norme alla «potente intercessione di Maria». E le ha pubblicate nel novantesimo anniversario delle apparizioni di Fatima, in uno dei primi sabati del mese (giorno della Madonna di Fatima), un 7 luglio, lo stesso giorno in cui Pio XII, nel 1952, promulgò la "Sacro vergente anno", dove finalmente consacrò la Russia al Cuore Immacolato di Maria come richiesto da lei a Fatima. Infine Benedetto XVI vara il suo Motu proprio dal 14 settembre, festa dell'Esaltazione della S. Croce, a ricordare la natura "sacrificale" della Messa che proprio nella riforma del 1969 era stata messa in ombra per avvicinarsi ai protestanti. Col rischio di perdere l'essenziale. Questo atto non è una concessione ai "lefebvriani", ma il ritrovamento di un tesoro da parte di tutta la Chiesa. Antonio Socci (C) Libero, 8 luglio 2007 7月9日 riflessioniIN PRIMO PIANO
http://www.totustuus.net/modules.php?name=Content&pa=showpage&pid=39 Benedetto XVI: hanno reso feconda la Chiesa con il proprio sangue Molti membri dell'Episcopato cinese. hanno offerto, e offrono, alle proprie comunità e alla Chiesa universale una luminosa testimonianza. non si può infatti dimenticare che molti di loro hanno subito la persecuzione e sono stati impediti nell'esercizio del loro ministero, e alcuni di loro hanno reso feconda la Chiesa con l'effusione del proprio sangue. Di fronte al relativismo e al soggettivismo che inquinano tanta parte della cultura contemporanea, i Vescovi sono chiamati a difendere e promuovere l'unità dottrinale dei loro fedeli.. QUESTIONI DI BIOETICA http://www.totustuus.net/modules.php?name=Forums&file=viewforum&f=26 Risposta alla domanda: "Bisogna curarsi ad ogni costo?" LOBBYING ETICO.
http://www.fattisentire.net/modules.php? name=News&file=article&sid=2601 Ma siamo sicuri che Blair è cattolico? Un uomo politico, e che ha governato una nazione importante, va giudicato in ragione della casacca che indossa, o piuttosto sulla base di ciò che fa?. Ora, qui bisognerà intendersi una volta per tutte: Tony Blair o Angela Merkel, Romano Prodi o Luis Zapatero, non meritano dieci con lode o quattro in pagella in ragione della fede che professano, o che non professano. Il voto dovranno guadagnarselo sul campo. Ora, si dà il caso che la Gran Bretagna del «convertito» Tony Blair sia oggi uno dei Paesi più permissivi al mondo in materia di manipolazioni sulla vita umana. non risulta che Blair abbia mostrato segni di un pur pallido ripensamento su questa linea, che è lontana anni luce dalla dottrina sociale della Chiesa in campo bioetico. Mons. Luigi Negri http://www.diocesi-sanmarino-montefeltro.it/template/detailNews.asp? IDFolder=204&IDSezione=&IDOggetto=2416 La nostra Chiesa ha vissuto da secoli la Dottrina Sociale La nostra Chiesa ha vissuto da secoli la Dottrina Sociale, l'ha praticata nella famiglia cristiana, l'ha vissuta nella capacità di solidarietà nei bisogni della vita materiale: penso alle opere non solo caritative, alle banche, alle casse, a quella capacità di rendere la carità, solidarietà viva fra cristiani e non cristiani. 13) Mons. Alessandro Maggiolini http://www.alessandromaggiolini.it/bin/servlet/mediabox.servlets.prese ntation.DettaglioInfo?idInfo=37748&url=dettaglioRassegna.jsp Contro la droga la terapia sono gli ideali Continuano le comunità terapeutiche dei drogati, ma sembra che abbiano mutato natura e finalità. ci si interroga se queste opere sono state fatte contro la droga o per qualcosa o qualcuno. I responsabili più avveduti e sensibili non si lasciano prendere dall'impeto della condanna della "roba" nelle sue varie edizioni. Certo, si impone l'uso di terapie che gradualmente liberino da una schiavitù farmacologia che esalta in maniera mantica o abbatte in maniera debilitante come in certi case di cura che hanno quasi soltanto il fine di attutire le scalmane di certi momenti incontrollati. Ma c'è ben altro. C'è il fatto che i ragazzi, ospiti strani e bisognosi di aiuto, chiedono soprattutto degli ideali per cui vivere. CORRISPONDENZA ROMANA http://www.corrispondenzaromana.it/fondo.php?ref=223 ABORTO: condanna dei Cardinali britannici In Gran Bretagna, il movimento in difesa della vita dell'innocente si appresta ad una campagna estiva di intensa attività di protesta, in preparazione, nell'autunno prossimo, del 40mo anniversario della legge del 1967 che legalizzò la terminazione artificiale della gravidanza. Molto a proposito quindi, il Cardinale O'Brian, Primate di Scozia, ha levato la voce per condannare con fermezza, dignità e chiarezza «la pratica mostruosa» dell'aborto. Facendo seguito alle sue parole, la stessa condanna è stata ribadita dall'Arcivescovo di Westminster, Cardinale Murphy O'Connor, Primate d'Inghilterra. 7月7日 LA MADONNA CI STA PREPARANDO AI TEMPI DELLA GRANDE PROVA IMMINENTE ?Ecco il messaggio che la Madonna ha dato a Mirjana, a Medjugorje, nell’apparizione del 2 luglio: "Cari figli ! Nel grande amore di Dio oggi vengo a voi per condurvi sulla via dell'umiltà e della mitezza. Prima stazione su questa via, figli miei, è la confessione. Rinunciate al vostro orgoglio e inginocchiatevi davanti al mio Figlio. Comprendete, figli miei, che non avete niente e non potete niente. L'unica cosa vostra e quello che possedete è il peccato. Purificatevi e accettate la mitezza e l'umiltà. Mio Figlio avrebbe potuto vincere con la forza, ma ha scelto la mitezza, l'umiltà e l'amore. Seguite mio Figlio e datemi le vostre mani, affinché insieme saliamo sul monte e vinciamo. Vi ringrazio". Poi la Madonna di nuovo ha parlato dell'importanza dei sacerdoti e della loro benedizione. Un piccolo commento. Dove la Madonna dice “Mio Figlio avrebbe potuto vincere con la forza, ma ha scelto la mitezza, l’umiltà e l’amore”, sembra riecheggiare in modo meraviglioso ciò che papa Benedetto XVI ripete spesso e che già da cardinale disse nella famosa Via Crucis del 2005 (di cui parla l’articolo qua sotto): “Lui, il vero re, non regna tramite la violenza, ma tramite l’amore che soffre per noi e con noi” (seconda stazione). Infine l’espressione “insieme saliamo sul monte e vinciamo” è straordinariamente evocativa della visione del “terzo segreto” di Fatima, dove a “salire sul monte” sono i cristiani con i loro pastori (e il papa) per andare verso un immane martirio e conseguire la palma della vittoria che comporta il martirio: “E vedemmo… vari altri Vescovi, Sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c'era una grande Croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia”. 7月6日 la messa in latino: le supposizioni di SocciI DUE PAPI E IL RITORNO DELLA MESSA IN LATINO di Antonio Socci e Solideo Paolini Cosa c’è dietro la storica decisione di Benedetto XVI di restituire alla Chiesa il suo tradizionale rito millenario? E’ una scelta di portata epocale, contro la quale il papa ha subito pressioni pesanti da vescovi progressisti (pochi giorni fa Enzo Bianchi, con sicumera, annunciava alla Stampa: “Ratzinger non lo farà”. In effetti il Motu proprio è di Benedetto XVI). La scelta era già stata prefigurata e legittimata da Giovanni Paolo II con i primi passi degli anni Ottanta. E proprio nello stretto rapporto fra questi due papi bisogna indagare per capire. Bisogna scoprire i retroscena degli ultimi mesi di pontificato di papa Wojtyla. L’8 gennaio 2005, sentendo ormai avvicinarsi la fine, Giovanni Paolo II, durante un pranzo con alcuni prelati di Curia (Herranz, Castrillon Hoyos, Lopez Trujillo e lo stesso Ratzinger), esprime la sua preferenza, come successore, proprio per il suo braccio destro bavarese. Vede in lui non solo l’amico fedele e prezioso (anche per le valutazioni critiche da lui espresse), ma l’unico che può tentare di riportare la barca di Pietro fuori dalla tempesta del post Concilio. Un segreto da svelare Il mese successivo, il 13 febbraio, muore a Coimbra suor Lucia, l’ultima veggente di Fatima, la depositaria del messaggio profetico della Madonna sui nostri anni, messaggio che – secondo Giovanni Paolo II – va accostato addirittura alle profezie bibliche, il cui valore non è affatto “facoltativo” riconoscere se lo stesso papa Wojtyla affermò solennemente che bisogna “ascoltare il comando che fu dato (a Fatima, ndr) da Nostra Madre, preoccupata per i suoi figli. Ora questi comandi sono più importanti e vitali che mai”. Anzi, disse il Papa, “l’appello fatto da Maria, nostra Madre, a Fatima è più attuale di allora e persino più urgente… fa sì che tutta la Chiesa si senta obbligata a rispondere alle richieste di Nostra Signora. Il Messaggio impone un impegno su di essa”. Espressioni decisamente gravi, che impediscono di declassare il “segreto” a semplice e non-vincolante materia per appassionati. E fanno capire perché, per 40 anni, senza che ciò trapelasse, dentro le mura vaticane quel messaggio è stato un’autentica ossessione, oggetto di mille riunioni, timori e inquiete considerazioni. Ebbene, la morte di suor Lucia nel febbraio 2005 pone a papa Wojtyla un problema di coscienza. Suor Lucia infatti aveva consegnato alle autorità ecclesiastiche il testo del “terzo segreto” nel 1944 esigendo da loro l’impegno a rivelarlo nel 1960 (secondo quanto le aveva detto la Madonna) o al momento della sua morte. Nel 1960 non fu rivelato per decisione di Giovanni XXIII che – atterrito dal suo contenuto – espresse il dubbio se fosse di origine soprannaturale o un pensiero di suor Lucia. Contiene, per quanto si è capito, una profezia sull’apostasia nella Chiesa e, collegata, un’altra profezia agghiacciante sul mondo, come il papa svelò a Fulda. In un recente colloquio monsignor Capovilla – che da segretario di Giovanni XXIII ha conosciuto quel testo – ci ha confidato che lì la suora (perché lui non lo attribuisce alla Madonna, ma alla veggente) avrebbe “scritto le sue riflessioni sul vescovo vestito di bianco”. Un commento alla visione? O sulla strana e ambigua espressione “vescovo vestito di bianco”? Quando Giovanni Paolo II si recò a Fatima nel 1982 suor Lucia tornò a chiedergli la pubblicazione del Terzo Segreto e il papa le rispose di no perché “potrebbe essere male interpretato”. Evidentemente una simile espressione si riferiva a qualcosa che imbarazzava la Chiesa, come poi confermarono la parole di Ratzinger del 1996 sui “dettagli” di quel testo che potevano nuocere. Nel 2000 fu svelata la parte della visione, come si è detto, ma non quelle impressionanti parole pronunciate dalla Madonna di cui conosciamo l’incipit che suor Lucia aveva già rivelato (“In Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede ecc”). Alla morte di Lucia il papa si sentì in dovere di tener fede all’impegno assunto con la veggente che quel 13 maggio 2000, davanti alle telecamere di tutto il mondo, gli consegnò una lettera il cui contenuto resta tuttora misterioso (come molti suoi scritti e memorie segretati). Ma come rendere nota quella parte del terzo segreto che ha atterrito tutti i papi che l’hanno letta? Questo era il problema. Indiscrezioni vaticane Da notizie riservate in nostro possesso, confermate da tre autorevoli fonti vaticane, risulta che papa Wojtyla e il cardinale Ratzinger decisero di tener fede all’impegno rivelando quel contenuto in una forma velata, cioè nei contenuti essenziali, ma senza dichiararne la fonte. L’occasione scelta fu la Via Crucis del venerdì santo che nel 2005 cadeva il 25 marzo. Fu infatti una Via Crucis molto insolita non solo perché, stranamente, a scriverne il testo fu il card. Ratzinger, ma anche perché segnò il passaggio di consegne fra papa Wojtyla (che sarebbe morto una settimana dopo) e lo stesso prelato. Sicuramente quel drammatico testo fu scritto o riveduto a quattro mani, una sorta di testamento comune dei due pastori. I passaggi che fecero più impressione furono proprio quelli dov’era racchiuso il “quarto segreto”. Fin dalla prima stazione c’è un riferimento penitenziale all’infedeltà di Pietro: “Quante volte abbiamo, anche noi, preferito il successo alla verità, la nostra reputazione alla giustizia. Dona forza, nella nostra vita, alla voce sottile della coscienza, alla tua voce. Guardami come hai guardato Pietro dopo il rinnegamento”. Quindi viene “alla storia più recente”, a riconoscere “come la cristianità, stancatasi della fede, abbia abbandonato il Signore”. Denuncia “il potere delle ideologie, intessute di menzogne” che “hanno costruito un nuovo paganesimo” e per eliminare Dio, hanno eliminato l’uomo. Ma, aggiungono i due autori, “non dobbiamo pensare anche a quanto Cristo debba soffrire nella sua stessa Chiesa? A quante volte si abusa del santo sacramento della sua presenza, in quale vuoto e cattiveria del cuore spesso egli entra! Quante volte celebriamo soltanto noi stessi senza neanche renderci conto di lui! Quante volte la sua Parola viene distorta e abusata! Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!... Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna del suo Corpo e del suo Sangue, è certamente il più grande dolore del Redentore”. E ancora: “Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti… Con la nostra caduta ti trasciniamo a terra e Satana se la ride, perché spera che non riuscirai più a rialzarti. Tu però ti rialzerai”. Il senso del Motu proprio Come si deduce anche da queste parole, qualcosa di grave dev’esserci, nel messaggio di Fatima, che si riferisce alla liturgia e alla crisi del clero (a migliaia lasciarono l’abito dopo il Concilio). Non è un caso se il cardinal Ratzinger – sempre molto misurato – sul colpo di mano della riforma liturgica del 1969 è stato durissimo: “Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita ‘etsi Deus non daretur’: come se in essa non importasse più se Dio c’è e se ci parla e ci ascolta. Ma se nella liturgia non appare più la comunione della fede, l’unità universale della Chiesa e della sua storia, il mistero di Cristo vivente, dov’è che la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale?”. Dunque l’attuale Motu proprio rappresenta un grande tentativo di riparazione e un grido di aiuto al Cielo. I due autori della Via Crucis del 2005, confessavano che “proprio in quest’ora della storia viviamo nell’oscurità di Dio” e poi citavano quello stesso apocalittico versetto del Vangelo di Luca che citò Paolo VI in riferimento al nostro tempo, laddove Gesù si chiede: “Ma il Figlio dell’Uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. Il testo della Via Crucis faceva un chiaro riferimento alle parole della Madonna a Fatima (“Alla fine il Mio Cuore Immacolato trionferà”). Infatti sotto la croce “i discepoli sono fuggiti, ella non fugge. Ella sta lì, con il coraggio della madre, con la fedeltà della madre, con la bontà della madre e con la sua fede che resiste nell’oscurità… Sì, in questo momento Gesù lo sa: troverà la fede”. C’è l’eco delle parole che la Madonna disse a S. Caterina Labouré nel 1830 parlando del nostro tempo: “Il momento verrà, il pericolo sarà grande, si crederà tutto perduto. Allora io sarò con voi”. Come si vede la successione fra i due pontefici avviene nel segno di Fatima. Lo fa pensare anche l’inquietante frase pronunciata dal nuovo papa nella messa di insediamento, il 24 aprile 2005 (“pregate per me, perché io non fugga per paura davanti ai lupi”) che ricorda il papa martirizzato del terzo segreto. Da “Libero” del 1° luglio 2007 7月5日 Cei prudente sul PDCautela invece su Veltroni in attesa che nasca il Partito democratico Su Walter Veltroni l'atteggiamento è di cautela. Un po' perché la sua leadership del Partito democratico è ancora virtuale; un po' perché il Vaticano e la Cei hanno imparato a conoscerne l'abilità e il tatto come sindaco di Roma. Prima di esprimersi, si aspetta che il Pd e la sua segreteria prendano corpo. Ma sul tandem Veltroni- Dario Franceschini e sulle manovre degli spezzoni cattolici intorno al nuovo partito, i giudizi fanno emergere freddezza. In particolare, l'impressione è che le gerarchie seguano con scetticismo le iniziative di quanti nella Margherita rivendicano un ruolo in nome dell'appartenenza religiosa: di solito, tendono a vederle più come operazioni congressuali e correntizie. Viene registrato come un fatto sul quale meditare il rovesciamento dei ruoli rispetto al 1996, al 2001 e al 2006: il numero uno adesso è un diessino, non Romano Prodi o Francesco Rutelli. Ma a leggere i commenti di Avvenire, pesa in negativo ancora di più la storia recente dei rapporti fra Conferenza episcopale italiana e cattolici del centrosinistra: in particolare i lividi lasciati dallo scontro sulle unioni di fatto, i Dico. Si evita di chiamare in causa direttamente il premier, al quale pure si imputa di avere voluto il provvedimento. In compenso, si attacca Franceschini per essere stato uno dei sostenitori della «lettera dei Sessanta» che mesi fa rivendicava l'autonomia dei parlamentari cattolici dell'Unione rispetto alle indicazioni della Chiesa. Quel documento di deputati e senatori della Margherita è visto tuttora come un cedimento a quello che la Cei considera un anticlericalismo fuori tempo; ed uno spartiacque che rimane tale anche dopo l'arrivo al vertice episcopale di Angelo Bagnasco al posto del cardinale Camillo Ruini. Eppure, ieri, sulla prima pagina di Europa, Pierluigi Castagnetti ha riconosciuto che i Dico non passano alle Camere perché «mancano i numeri»; dunque, per «un diktat interno, non esterno (della Chiesa)». E ammette che «al Pd serve una politica ecclesiale». L'impressione, tuttavia, è che la Cei registri queste larvate autocritiche senza modificare la sua opinione di fondo. Per questo, la fioritura di convegni ed iniziative nelle quali si parla di un Pd difettoso quanto a radici e valori cristiani viene osservata a distanza. A torto o a ragione, è percepita come un tentativo di ottenere visibilità nel nuovo partito, e raccogliere consensi in un mondo evocato in modo strumentale: un arcipelago nel quale si vogliono pescare voti, ma senza prendere impegni quando confliggono con gli equilibri del centrosinistra. Si tratta di una diffidenza radicale, che contesta la separazione tra sfera politica e religiosa proposta da una parte dell'Unione. I vertici ecclesiastici non sembrano fare differenze fra esponenti del governo che si definiscono cattolici; né fra prodiani e non prodiani. A fotografare il distacco, più ancora che l'ostilità verso il Pd, può servire l'atteggiamento di Savino Pezzotta. L'ex segretario della Cisl che è stato uno dei portavoce del «Family day» cattolico a piazza San Giovanni ha ammesso di non avere ancora capito cos'è il nuovo partito. «Non mi piace e non mi emoziona questa fusione a freddo», dichiara dopo avere incontrato Veltroni. Ormai anche Pezzotta, però, si rende conto che l'ipotesi di creare una sorta di nuova Dc è velleitaria: la Chiesa sembra la prima a rendersene conto e a non volerlo. Per questo si smarca da qualunque operazione del genere, tanto più se minoritaria. E poi, parlare in prima persona ultimamente non l'ha indebolita. Massimo Franco (C) Corriere.it, 04 luglio 2007 |
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