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7月31日

bush e le vittime del comunismo

George W. Bush

Discorso in occasione
dell'inaugurazione
di un monumento alle vittime
del comunismo

12 giugno 2007

Qui, in compagnia di uomini e donne che si sono opposti al male e
hanno contribuito ad abbattere un impero, con orgoglio, in nome del
popolo americano, approvo il Monumento alle Vittime del Comunismo.

Il XX secolo sarà ricordato come il secolo più funesto della storia
umana. E la documentazione di quest'epoca brutale ci è offerta dai
monumenti sparsi per questa città. Tuttavia, fino ad ora la nostra
capitale non aveva alcun monumento dedicato alle vittime
dell'imperialismo comunista, un'ideologia che ha strappato la vita a
circa cento milioni di uomini, donne e bambini innocenti. È quindi
giusto che ci raduniamo per ricordare coloro che sono periti per mano
comunista e che inauguriamo questo monumento che custodirà le loro
sofferenze e i loro sacrifici nella coscienza del mondo.

Costruire questo monumento ha richiesto più di un decennio di sforzi
e la sua presenza nella nostra capitale attesta la passione e la
determinazione di due illustri americani: Lev E. Dobriansky […] e il
dottor Lee Edwards. Costoro, lungo il cammino, hanno dovuto far
fronte a battute d'arresto e a ostacoli, ma non hanno mai desistito,
perché nel loro cuore udivano le voci dei caduti
gridare: «Ricordatevi di noi».

Queste voci gridano a tutti: e sono legione. Le cifre reali di coloro
che sono stati uccisi in nome del comunismo sono incredibili, così
grandi che un conteggio preciso è impossibile. Secondo le migliori
stime degli studiosi il comunismo ha tolto la vita a decine di
milioni di persone. In Cina e nell'Unione Sovietica, e ad altri
milioni nella Corea del Nord, in Cambogia, in Africa, in Afghanistan,
in Vietnam, nell'Europa dell'Est e in altre parti del globo.

Dietro questi numeri stanno le vicende umane di tanti individui, con
le loro famiglie e i loro sogni, le cui vite sono state troncate da
uomini che perseguivano un disegno di potere totalitario. Alcune
delle vittime del comunismo sono ben note. Fra di esse il diplomatico
svedese Raoul Wallenberg, che salvò centomila ebrei dai
nazionalsocialisti solo per essere arrestato su ordine di Stalin e
spedito nella prigione moscovita della Lubianka, dove scomparve senza
lasciar traccia. E il prete polacco Popieluszko, che fece della sua
chiesa a Varsavia il rifugio della rete clandestina di Solidarnosc e
che fu rapito, picchiato e gettato nella Vistola dalla polizia
segreta.

I sacrifici di questi individui animano la storia: ma dietro di loro
ve ne sono altri milioni, uccisi nell'anonimato dalla mano brutale
del comunismo. Fra di essi gl'innocenti ucraini morti di fame nella
Grande Carestia causata da Stalin; o i russi uccisi nelle purghe
staliniane; i lituani e i lettoni e gli estoni caricati su vagoni-
bestiame e deportati nei campi di sterminio dell'Artico dal comunismo
sovietico; i cinesi uccisi nel Grande Balzo in Avanti e nella
Rivoluzione Culturale; i cambogiani trucidati nei Killing Fields (i
campi di sterminio) di Pol Pot; i tedeschi dell'Est uccisi a fucilate
mentre tentavano di scalare il Muro di Berlino per riuscire a
raggiungere la libertà; i polacchi massacrati nella foresta di Katyn;
e gli etiopi massacrati nel «Terrore Rosso»; gl'indio misquito
assassinati dalla dittatura sandinista in Nicaragua; e i balseros
cubani annegati mentre fuggivano dalla tirannia.

Non sapremo mai i nomi di tutti coloro che hanno trovato la morte, ma
in questo sacro luogo le vittime sconosciute del comunismo saranno
consegnate alla storia e ricordate per sempre.

Inauguriamo questo monumento perché abbiamo verso coloro che sono
morti l'obbligo di riconoscere le loro vite e onorare la loro
memoria. Lo scrittore ceco Milan Kundera un giorno ha descritto la
lotta contro il comunismo come «lotta della memoria contro l'oblio».
I regimi comunisti hanno fatto di peggio che togliere la vita alle
loro vittime: hanno cercato di rubare la loro umanità e di cancellare
la loro memoria. Con questo monumento noi affermiamo delle vittime
anonime e innocenti del comunismo: questi uomini e queste donne sono
vissuti e non saranno dimenticati.

Inauguriamo questo monumento perché abbiamo verso le generazioni
future il dovere di registrare i crimini del XX secolo e di
assicurare che essi non si ripeteranno mai. In questo luogo
consacrato ricordiamo la grande lezione della Guerra Fredda: la
libertà è preziosa e non può esser data per scontata; il male è una
realtà e dev'essere contrastato; e, all'occasione, uomini dominati da
ideologie dure e piene di odio commetteranno crimini indicibili e
strapperanno la vita a milioni di persone.

È importante che ricordiamo questa lezione, perché il male e l'odio
che hanno causato la morte di decine di milioni di persone nel XX
secolo sono ancora al lavoro nel mondo. Abbiamo visto il loro volto
l'11 settembre 2001.

Alla stessa stregua dei comunisti i terroristi e i radicali che hanno
attaccato la nostra nazione sono seguaci di una ideologia assassina
che disprezza la libertà, schiaccia ogni dissenso, ha ambizioni
espansionistiche e persegue fini totalitari. Alla stessa stregua dei
comunisti i nostri nuovi nemici credono che l'innocente possa essere
assassinato purché ciò serva ai loro progetti radicali. Alla stessa
stregua dei comunisti i nostri nuovi nemici disprezzano i popoli
liberi e pretendono che quelli di noi che vivono in libertà sono
deboli e mancano di coraggio nel difendere il nostro stile di vita
libero. E alla stessa stregua dei comunisti i seguaci del radicalismo
islamico violento sono destinati a fallire.

Se rimarremo ben saldi nella causa della libertà, noi garantiremo che
un futuro Presidente americano non dovrà trovarsi un giorno in un
posto come questo a dedicare un monumento ai milioni di vittime dei
radicali e degli estremisti del XXI secolo.

Possiamo aver fiducia nella potenza della libertà poiché abbiamo già
visto la libertà sconfiggere la tirannia e il terrore. Il dott.
Edwards ha detto che il Presidente Reagan andò a Berlino. E che fu
esplicito nelle sue affermazioni. Reagan disse: «Abbattete il muro» e
due anni dopo il muro è caduto. E milioni di persone dell'Europa
centrale e orientale sono stati liberati da una indicibile
oppressione. È giusto che nell'anniversario di quel discorso
inauguriamo un monumento che riflette la nostra fiducia nel potere
della libertà.

Gli uomini e le donne che hanno progettato questo monumento avrebbero
potuto scegliere un'immagine di repressione per questo spazio: una
copia del muro che una volta divideva Berlino; o le baracche gelate
del GuLag; o un campo di sterminio disseminato di teschi. Invece
hanno scelto un'immagine di speranza: una donna che tiene in mano una
lampada di libertà. Ci ricorda le vittime del comunismo e anche qual
è la potenza che ha vinto il comunismo.

Come la nostra Statua della Libertà, questa donna ci ricorda che la
fiamma della libertà arde in ogni cuore umano e che è una luce che
non può essere spenta dalla brutalità dei terroristi o dei tiranni. E
ci ricorda che, quando un'ideologia uccide decine di milioni di
persone e si conclude, ciò non di meno, con la sconfitta, vuol dire
che essa si è scontrata con una potenza più grande della morte.

Ci ricorda che la libertà è dono del Creatore, la libertà è un
diritto nativo di ogni uomo e che alla fine la libertà vincerà.

Ringrazio ciascuno di voi che avete reso possibile questo monumento
per il vostro servizio alla causa della libertà. Vi ringrazio per la
vostra devozione alla memoria di coloro che hanno perso la vita a
causa del terrore comunista. Possano le vittime del comunismo
riposare in pace. Possano coloro che continuano a soffrire sotto il
comunismo trovare la libertà. E possa Dio, che ci ha dato la libertà,
benedire questo grande monumento e tutti coloro che verranno a
visitarlo.

Dio vi benedica.

http://www.identitanazionale.it/docu_y006.php#top

__._,_.___  
7月30日

riflessioni

 IN PRIMO PIANO
http://www.totustuus.net/modules.php?name=Content&pa=showpage&pid=30
B. XVI: La necessità e l'urgenza della missione
Annunciare il Vangelo e testimoniare la fede è oggi più che mai
necessario (cfr , 1). Qualcuno pensa che presentare il tesoro
prezioso della fede alle persone che non la condividono
significhi essere intolleranti verso di loro, ma non è così. il
Vangelo continua nei secoli a diffondersi grazie a uomini e donne
animati dallo stesso loro zelo missionario. siate santi, siate
missionari, poiché non si può mai separare la santità dalla
missione. Non abbiate paura di diventare santi missionari come
san Francesco Saverio, che ha percorso l'Estremo Oriente
annunciando la Buona Novella fino allo stremo delle forze, o come
santa Teresa del Bambino Gesù, che fu missionaria pur non avendo
lasciato il Carmelo: sia l'uno che l'altra sono "Patroni delle
Missioni".

  IN LIBRERIA:
http://www.totustuus.net/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&p=5083
Leone XIII e gli studi storici
La decisione di Leone XIII, maturata fin dal primo anno di
Pontificato e accelerata dalla nomina ad Archivista della Santa
Sede, nel 1879, del dotto ecclesiastico tedesco Joseph
Hergenröther (1824-1890), investito della dignità cardinalizia e
tramite sicuro delle esigenze di apertura che provenivano da
università, istituzioni e ambienti culturali germanici, fu
influenzata anche dalla volontà di non esporre la Chiesa al
rischio di apparire nemica della scienza storica o addirittura
della verità nel momento in cui l'ostile governo italiano,
sostenuto da quello prussiano, minacciava di sequestrare tutti
gli archivi pontifici sparsi nella capitale. Fu, dunque, «un
passo compiuto in tempi burrascosi, nelle contingenze strette e
minacciose della politica italiana, dietro pressioni velate ma
ben percettibili, nella seria impreparazione degli archivisti
dello stesso Archivio Pontificio e in una situazione materiale
della secolare documentazione che avrebbe indotto chiunque alla
cautela se non allo spavento»

LOBBING ETICO
http://www.fattisentire.net/modules.php?
name=News&file=article&sid=2629
Si diffondono in Italia i predicatori dell'odio
I recenti fatti di Perugia, dove le forze dell'ordine hanno
proceduto all'arresto di sospetti terroristi islamici esperti
anche nella realizzazione di sostanze esplosive artigianali, sono
l'ennesima dimostrazione del radicamento nel nostro paese di
raggruppamenti islamici radicali che al riparo delle moschee,
delle scuole religiose e dei cosiddetti centri culturali,
svolgono opera d'indottrinamento all'imperativo categorico del
jihad contro gli occidentali e di addestramento all'arte del
terrorismo, indirizzata finanche ai bambini. Anche gli
inconsapevoli e i minimizzatori dovrebbero aver aperto ormai gli
occhi e aver preso finalmente atto della realtà.

Mons. Luigi Negri
http://www.agescmilano.it/Documenti/DON_NEGRI%20-%20Riccione.pdf
La questione dell'educazione è una emergenza
Finalmente siamo usciti quasi tutti da questa cappa di piombo che
l'educazione era un problema di tecniche, di competenze, di
metodologie, tecnologie, di esperti, sottoesperti, paraesperti,
di commissioni, (l'unico punto in cui non è ancora superata
questa è la conferenza episcopale italiana, ma speriamo che anche
lì si impari dalla storia ). Il problema dell'identità è il
problema del dire con verità chi sono io a me stesso e allora
l'emergenza
educativa. viene affrontata. Per sua natura l'uomo è diverso da
quello che è descritto nella televisione, o dai mezzi della
comunicazione sociale. Per sua natura l'uomo non è un individuo
chiuso in se stesso che cerca di portar via il massimo di
rendimento dalle cose che fa.

13) "CONTRO LA LEGGENDA NERA"
http://www.kattoliko.it/leggendanera
San Francesco e l'Islam - di Marco Meschini
http://www.kattoliko.it/leggendanera/modules.php?
name=News&file=article&sid=1872
Un santo realista, un "folle di Dio" con i piedi ben piantati per
terra. La figura del santo patrono d'Italia "purificata" dal
pacifismo che lo circonda. Amante del dialogo, ma per la
conversione degli infedeli.

 CORRISPONDENZA ROMANA
http://www.corrispondenzaromana.it/fondo.php?ref=242
FAMIGLIA: un intervento sui CUS
Insomma, un vero barbatrucco giuridico, che dovrebbe servire ad
abbindolare gli ingenui e le anime candide, categorie sempre ben
rappresentate nella nostra penisola. Un numero da illusionista,
certo ben congegnato, ma che non può nascondere la verità delle
cose. Il trucco c'è, e si vede benissimo. I CUS appartengono alla
stessa categoria giuridica dei PACS e dei DICO, e introducono un
principio inaccettabile: quello della "famiglia fai da te". I due
contraenti possono infatti decidere in maniera del tutto
arbitraria quali siano i diritti e i doveri da inserire in una
sorta di "paniere giuridico" che scimmiotta il matrimonio, senza
esserlo fino in fondo. Di più: il ruolo del giudice di pace, e la
creazione di appositi registri, conferma il carattere
"pubblicistico" del CUS, che fanno finta di riguardare solo il
diritto privato, creando invece un nuovo istituto giuridico
attiguo al matrimonio.

7月27日

da noi le chiese diventano moschee

Europei e caldei iracheni: cristiani gli uni, cristiani gli altri. Ma
mentre i nostri fratelli del Medioriente lottano per sopravvivere,
qui prosegue l'edificazione di Eurabia...

Viaggi alla frontiera, incontri coi politici. Così monsignor Kassarji
si fa in quattro per i profughi, «il mio gregge».

E intanto a casa nostra le chiese continuano a diventare moschee.

Viaggi alla frontiera, incontri coi politici. Così monsignor Kassarji
si fa in quattro per i profughi, «il mio gregge».

Potrebbero chiamarlo il "vescovo volante" e nessuno avrebbe niente da
ridire. Michel Kassarji, vescovo caldeo di Beirut, passa da una
distribuzione di pacchi alimentari a un colloquio col capo dello
Stato, da un'alzataccia nel mezzo della notte per correre alla
frontiera dove è stato arrestato un gruppo di profughi iracheni per
immigrazione clandestina a un appuntamento coi dirigenti dell'agenzia
dell'Onu per i rifugiati per far sì che i fuggiaschi dal massacro
iracheno ottengano lo statuto di protezione. Da un paio di anni i
profughi cristiani iracheni sono diventati la sua ossessione. Meglio:
l'urgente dovere che la Provvidenza gli ha assegnato.
«Nella tradizione orientale ogni Chiesa è responsabile delle
condizioni di vita dei suoi fedeli», spiega. «Non conta che questa
gente non appartenga alla mia diocesi: anche se presi tutti insieme i
profughi iracheni caldei sono numerosi quasi come tutto il mio gregge
in Libano, non posso sottrarmi a questa responsabilità raddoppiata».
Cinquecento pacchi alimentari al mese, 400 borse di studio per i
figli dei profughi iscritti a scuole cristiane libanesi, la
scarcerazione di decine di arrestati, l'ottenimento del
riconoscimento dello statuto di rifugiato per decine di profughi, la
gestione di un doposcuola e di un corso di recupero serale per i
ragazzi che di giorno lavorano. Per essere una Chiesa che conta 6
mila fedeli in tutto il Libano, i caldei non potrebbero fare di più
per i loro fratelli che arrivano dall'Iraq.

In fila per il cibo
Attorno al vescovo si muovono da preziosi collaboratori soprattutto
la segretaria Katy Osta, il manager Said Hakras e il tesoriere della
Società caldea di beneficenza Georges Saman, un ex direttore di banca
membro del Consiglio generale caldeo libanese che è il beniamino dei
profughi: li visita nelle loro povere case, censisce i loro casi
penosi e li riferisce al vescovo. «Ho trovato degli amici
imprenditori disposti a dar lavoro agli iracheni per 300 dollari al
mese e con orari lavorativi normali», spiega soddisfatto.
«Sa, qua nessuno dà loro più di 10 dollari al giorno, e gli fanno
fare di tutto in qualunque orario». La visita alle case in cui vivono
i profughi nei quartieri popolari di Beirut in compagnia di Georges è
un'esperienza toccante. Persone che disponevano di dimore dignitose o
addirittura facoltose adesso vivono ammassate in monolocali o
bilocali fitti di immaginette devozionali alle pareti, ma povere di
mobilio e accessori. «Purtroppo alcuni si approfittano della povertà
di questa gente», commenta amaro monsignor Kassarji. «Una signora con
una figlia e col marito malato, per esempio, ha accumulato tre mesi
di arretrati di affitto, e il padrone di casa sfrutta la situazione
per abusare di lei. Noi la aiutiamo a pagare, ma non arriviamo a
risolvere il suo problema».
I colloqui coi profughi che il martedì e il mercoledì fanno la fila
per ricevere un pacco alimentare del valore di 22 dollari Usa
(contenente olio vegetale, zucchero, té, latte condensato, ceci,
lenticchie, ecc.) terminano sempre con una richiesta da parte
loro: «Vorremmo un posto come questo più vicino a dove viviamo, dove
mandare a scuola i nostri figli e ricevere gli altri aiuti senza
rischiare di essere arrestati dalla polizia per clandestinità».
Monsignor Kassarji ci tiene tantissimo, ma la strada della fondazione
di un centro di accoglienza per i profughi iracheni, completo di
chiesa, scuola, ostello e centro ricreativo, è ancora molto lunga da
percorrere. È una causa che chi vuole aiutare fattivamente i profughi
cristiani iracheni dovrebbe far propria.
Di Rodolfo Casadei

E intanto a casa nostra le chiese continuano a diventare moschee

In un programma di al Jazeera dedicato alla decisione della regina
d'Inghilterra di insignire lo scrittore Salman Rushdie del titolo di
cavaliere, il conduttore ha detto che «la Gran Bretagna non può aver
agito per offendere i musulmani, dato che pochi giorni prima ha
autorizzato la trasformazione di una chiesa in moschea». Nelle
settimane precedenti, la stessa storia era avvenuta a Clitheroe, nel
Lancashire, una cittadina inglese con tanto di castello normanno e
una chiesa anglicana che risale al 1122, dove le autorità municipali
hanno concesso il permesso di trasformare una chiesa in una moschea.
Pare che non sia ancora chiaro a tutti che la cessione (ma anche la
vendita) da parte delle differenti denominazioni cristiane di luoghi
di culto a comunità musulmane non viene mai percepecita da queste
ultime come un'azione di generosa fraternità. Quando, qualche anno
fa, il cardinale Salvatore Pappalardo ha regalato ai musulmani
tunisini di Palermo una chiesa del Settecento non più in uso, la
stampa tunisina ha titolato: "La vittoria dell'islam sul
cristianesimo, il cardinale di Palermo obbligato a trasformare una
chiesa in moschea". L'Oriente pullula di chiese trasformate in
moschee. Basta ricordare la moschea Omayyade di Damasco e quella di
Ibn Tulun al Cairo, senza dimenticare, a Istanbul, Santa Sofia (ora
adibita a museo) e un'altra quarantina di ex chiese menzionate in un
prezioso libro da un ricercatore turco. Ma in tutti questi casi si è
trattato di una conversione forzata al culto islamico, mai di una
deliberata cessione o vendita. Detto ciò, è chiaro che se una
comunità islamica desidera costruirsi una moschea, deve poterlo fare.
A condizione, ovviamente, di disporre dei permessi e di fondi propri.

Di Camille Eid

Da Tempi n° 27 del 05/07/2007
 
7月26日

eutanasia differenze welby-Nuvoli

Concessi i funerali religosi a Giovanni Nuvoli, il malato di SLA
morto l'altro ieri.

L'opinione dell'arcivescovo Elio Sgreccia

Verranno celebrati questo pomeriggio nella chiesa di San Giuseppe
ad Alghero, in Sardegna i funerali di Giovanni Nuvoli, 53 anni da
sette ammalato di sclerosi multipla amiotrofica, attaccato ad un
respiratore artificiale, lasciatosi morire rifiutando per giorni
acqua e cibo. E prosegue dopo la sua morte nell'opinione pubblica
il dibattito acceso che ha accompagnato gli ultimi mesi di vita
di Nuvoli: qualcuno ha obiettato sulla decisione della Chiesa di
permettere le esequie religiose che invece erano state negate nel
dicembre scorso ad un altro ammalato di uguale forma di sclerosi,
Piergiorgio Welby, deceduto dopo l'interruzione da lui richiesta
della ventilazione meccanica.

Su questo aspetto particolare della vicenda, Roberta Gisotti ha
raccolto il parere dell'arcivescovo Elio Sgreccia, presidente
della Pontificia Accademia della vita:

R. - Sì, la concessione dei funerali religiosi a chi si lascia
morire o nel caso che abbiamo in considerazione o in altri casi
simili o di suicidio, viene regolata dall'autorità pastorale del
luogo in base ad alcuni criteri: quando c'è un'esplicita
opposizione alla fede cattolica, un dichiarato rifiuto dei
Sacramenti, è chiaro che non si può dare il funerale religioso
anche per rispettare la volontà del paziente stesso, per non
imporre una religiosità per forza, dall'esterno.
Quando questo non risulta e ci sono situazioni drammatiche, la
Chiesa solitamente interpreta in maniera benigna e concede il
funerale religioso.
Io penso che in questo caso sia stato applicato un criterio
pastorale comprensivo, andando incontro ad una situazione che è
stata di lunga sofferenza.
Quindi, noi dobbiamo ritenere che non solo è pienamente legittimo
ma accompagnarlo con la nostra preghiera, perché le sofferenze
affrontate da questo nostro fratello siano state incontrate dalla
misericordia e dalla ricchezza di grazia del nostro Signore Gesù
Cristo, Redentore di tutta l'umanità.

_____
Le due vicende riguardanti Giovanni Nuvoli e Piergiorgio Welby
hanno fatto levare da più parti, in Italia, la richiesta di
legiferare in materia di testamento biologico. Adriana Masotti ha
chiesto l'opinione di Vincenzo Saraceni, presidente dell'Associazione
medici cattolici:

R. - Io non sono abituato a discutere le sentenze della
magistratura. Dico che questa sentenza mi lascia perplesso,
perché crea un precedente. Ma per quanto riguarda i riflessi
sulla classe medica è una sentenza che non mi trova d'accordo,
perchè ho l'impressione che crei più vincoli alla classe medica,
che invece deve mantenere la sua autonomia e l'assunzione delle
responsabilità nei confronti della vita del paziente. Continuo a
pensare che il nostro ordinamento costituzionale preveda proprio
che il medico abbia questa funzione di garanzia della salute e
che quindi sia suo dovere intervenire quando è possibile salvare
una vita umana.

D. - Quindi, tra la professionalità del medico e la volontà del
paziente lei dice conta più la prima?

R. - Non direi più o meno: direi che tra questa determinazione e
la responsabilità del medico ci deve essere un incontro forte, ci
deve essere un'alleanza e dentro questa alleanza bisogna prendere
decisioni responsabili.

D. - Molti ritengono che a dare risposta ai tanti interrogativi
posti dalla questione delle cure terminali possa essere il
testamento biologico. Da parte cattolica ci sono delle
perplessità...

R. - Sono anch'io perplesso. Se questa legge - ammesso che si
debba fare, ma non credo che sia necessaria - si dovesse arrivare
a promulgarla, bisognerà dire che il medico tenga conto della
volontà del paziente, senza subirla. Credo che saranno sempre di
più i casi difficili ed è bene lasciarli a questa alleanza fra
medico e paziente, piuttosto che alla legge. Fermo restando che
ci deve essere un limite, che è l'indisponibilità a disporre
della vita propria e della vita altrui.

D. - C'è e ci sarà in questi giorni una certa informazione che
punta all'emotività della gente e che sottolinea la sofferenza
dei malati, cui non è concessa la morte. Sembra che sia non
"umano" lasciar soffrire delle persone...

R. - Ma le persone non devono essere lasciate soffrire. Da parte
nostra, da parte del mondo cattolico, c'è il fermo impegno ad
alleviare il dolore sempre e comunque: con le cure palliative, la
vicinanza con il malato, l'assistenza medica, infermieristica e
dei familiari.

(C) RadioVaticana, 25/07/2007 
7月24日

DICO o CUS non camba nulla

Obblighi senza reciprocità
I Cus, ipotesi bislacca. Un atto a senso unico

Dai Dico ai Cus (Contratti di Unione Solidale) cambia il nome ma
non la sostanza: proprio mentre si afferma di voler eliminare le
discriminazioni verso i conviventi, in realtà la vera
discriminazione colpisce i coniugi. Infatti essi si assumono dei
doveri inderogabili, la cui trasgressione è sanzionata, talora
anche penalmente.

Per esempio gli obblighi di curarsi reciprocamente, di educare il
figlio anche se è «solo» del coniuge e non è proprio, di
contribuire alle necessità della famiglia, di versare gli
alimenti in caso di separazione o di divorzio, di coabitare.
Per limitarci solo all'obbligo di coabitazione, i coniugi non
possono lasciarsi da un momento all'altro senza conseguenze: se
uno dei due abbandona il tetto coniugale, può essergli addebitata
la separazione, il che può precludere l'assegno di mantenimento.
Invece nei Cus i conviventi non hanno nemmeno l'obbligo della
coabitazione e viene menzionato in modo molto generico solo il
dovere di aiutarsi reciprocamente e di contribuire alle necessità
della vita, ma con la clausola che "il contratto di unione
solidale può prevedere i tempi e i modi dell'attuazione" dei
doveri.

Quindi, non solo i coniugi hanno molti più doveri, ma hanno
inoltre degli obblighi definiti, diversamente dai conviventi che,
nei Cus mantengono un'autonomia molto ampia rispetto ai doveri.
Insomma, i conviventi, coi Cus, hanno diversi diritti, per
esempio il trasferimento di sede per i lavoratori, il diritto di
succedere nel contratto di locazione per l'alloggio comune,
quello di ereditare automaticamente (se sono passati nove anni
dalla registrazione del Cus) e quello di percepire (dopo il
riordino della normativa previdenziale) la pensione di
reversibilità.
Pertanto, se lo Stato istituisse i Cus, attuerebbe un atto
giuridico a senso unico, perché si assumerebbe degli obblighi nei
confronti dei conviventi, quando questi ultimi non se ne assumono
nessuno o quasi. E riconoscerebbe loro i diritti che abbiamo
menzionato, senza esigere in cambio i doveri che invece chiede ai
coniugi di assolvere.

Né si può parlare di discriminazione verso i conviventi in merito
ad alcuni diritti reclamati per i conviventi e contenuti nei Cus
(quello di prendere decisioni di carattere sanitario in favore
del convivente o quello di succedergli nel contratto di
locazione), dato che (Avvenire lo ha documentato varie volte)
essi sono già oggi garantiti dal nostro ordinamento.
Ma con la differenza (rispetto ai Cus) che essi sono attualmente
concessi ai singoli e non alle coppie, perché fino ad oggi lo
Stato ha conferito uno status speciale al matrimonio, laddove
invece i Cus li assegnerebbero alle coppie conviventi,
«avvicinandole» a quelle sposate.

Oltre che per quanto detto finora, contrapporsi ai Cus non
significa discriminare i conviventi: discriminare significa
trattare in modo diverso cose uguali.
Dunque è vero che ogni singolo uomo deve avere gli stessi
diritti; ma ci sono giustamente differenze nei diritti
particolari, legate alle funzioni delle persone (per esempio, un
parlamentare ha il diritto di votare le leggi, un semplice
cittadino no).
Ciò significa che le relazioni interpersonali devono essere
trattate dallo Stato in modo diverso quando sono tra loro
diverse.
Ora, la relazione dei conviventi è diversa da quella dei coniugi,
per lo meno perché i conviventi non si assumono le responsabilità
e gli obblighi a cui i coniugi si impegnano.

di Giacomo Samek Lodovici
(C) Avvenire 15 luglio 2007 
7月22日

colpa di bush?

La guerra in Iraq ha solo detonato un ordigno caricato da anni di
frustrazione musulmana.
Per padre Gheddo salvare i cristiani significa salvare la società in
tutto il Medio Oriente

Un ritornello mediaticamente azzeccato quello che ha accompagnato la
manifestazione "Salviamo i cristiani" promossa da Magdi Allam lo
scorso 4 luglio.
Oggetto degli strali il fatto che alcuni degli aderenti alla
manifestazione furono favorevoli a quella guerra voluta da Bush che
sarebbe la vera causa delle persecuzioni contro i cristiani in Iraq
e del loro esodo.
Una tesi che non convince un missionario del Pime di lungo corso
come padre Piero Gheddo.

Da dove si origina questa persecuzione?

Penso che i problemi risalgano a molto prima all'invasione dell'Iraq
nel 2003. I cristiani stanno abbandonando il Medio Oriente da
decenni.
La persecuzione contro i cristiani è uno dei fenomeni negativi che
derivano dall'incapacità dell'islam di adattarsi al mondo moderno.
Il mondo islamico è sotto shock almeno da quando nel 1789 Napoleone
ha occupato l'Egitto e ha esportato le istituzioni europee sul suolo
musulmano.
Fra tentativi di imitazione non riusciti e movimenti reazionari come
quello dei Fratelli Musulmani, che dal 1928 pretendono che la
soluzione dei problemi stia in un ritorno alle origini, l'islam vive
una profonda frustrazione per aver perduto il ruolo egemonico che ha
avuto in un certo momento della storia.
L'emarginazione sociale o la persecuzione violenta contro i
cristiani, accusati di complicità con l'Occidente neocolonialista o
con gli invasori americani, sono i prodotti di quella frustrazione,
che viene da lontano. E poi bisogna ricordare che i cristiani non
sono perseguitati solo in certi paesi musulmani, ma anche fra gli
indù, i buddhisti, ecc. e nei paesi a regime comunista.

L'altra critica alla manifestazione di Roma è che i cristiani
dovrebbero mobilitarsi per tutte le minoranze perseguitate e non
solo in difesa del proprio gruppo. Cosa ne pensa?

Quella di Roma non era affatto una manifestazione settaria, ci sono
state prese di posizione in difesa di tutte le minoranze
perseguitate e anche delle maggioranze quando sono vittime di
ingiustizie.
Certo però che un appello pubblico, ottenere qualche risultato in
termini di sensibilizzazione culturale o di iniziativa politica,
deve essere anche focalizzato. E poi c'è un altro fatto: il ruolo
dei cristiani nelle società non cristiane è prezioso.

Appunto. Lei ha visitato e realizzato réportage in tanti paesi del
mondo dove i cristiani sono piccole minoranze immerse in società
dove la cultura e la religione dominante sono altre. Qual è, in
senso generale, il loro contributo alla vita sociale?

È un contributo importante, a volte decisivo. È il contributo di chi
rende presente Cristo e tutto ciò che quella presenza significa in
termini di progresso sociale: il perdono che rende possibile la
convivenza anche dopo guerre e delitti, l'uguaglianza di tutti gli
uomini, la dignità della donna, il senso della gratuità.
Di solito si pensa che il contributo dei cristiani sia importante
soltanto nelle società povere, ma non è affatto così: il Giappone,
paese niente affatto sottosviluppato e dove i cristiani sono meno
dell'1 per cento, deve molte delle sue trasformazioni culturali
all'influenza del cristianesimo.
I missionari del Pime sono presenti nel paese da tanti anni e non
impartiscono molti battesimi, ma ci sono molti giovani giapponesi
che chiedono di andare a fare volontariato nelle nostre missioni in
Cambogia e Papua Nuova Guinea: non sono cristiani, ma sono
consapevoli che il valore della gratuità è di casa anzitutto fra i
credenti in Cristo.

Rodolfo Casadei
(C) Tempi num.28 del 12/07/2007 
7月20日

Betori: libertà senza relativismo

16/07/2007 - Libertà religiosa
Audizione del Segretario Generale della CEI
Si è svolta a Roma il 16 luglio 2007, presso la Camera dei
Deputati, l'audizione di S.E. Mons. Giuseppe Betori, Segretario
Generale della CEI, e del Prof. Venerando Marano, Coordinatore
dell'Osservatorio giuridico-legislativo della CEI, riguardante la
libertà religiosa.

CAMERA DEI DEPUTATI
I COMMISSIONE PERMANENTE
(Affari costituzionali, della Presidenza del Consiglio e interni)
Seduta di lunedì 16 luglio 2007
Audizione informale relativa alle proposte di legge C. 36 Boato e C.
134 Spini recanti "Norme sulla libertà religiosa e abrogazione della
legislazione sui culti ammessi" – Testo base adottato dalla
Commissione nella seduta del 4 luglio 2007.
__________

Desidero anzitutto esprimere al Presidente della Commissione Affari
Costituzionali, on. Violante, e al relatore, on. Zaccaria, un
ringraziamento per il cortese invito rivolto alla Conferenza
Episcopale Italiana a intervenire nell'ambito delle audizioni sui
contenuti del testo base adottato dalla Commissione nella seduta del
4 luglio 2007. Come già in passato, a questo invito aderiamo
volentieri, considerata la delicatezza dei temi in esame e
l'opportunità di un approfondimento che tenga conto anche delle
valutazioni dei soggetti confessionali, anche quando tali soggetti –
come nel caso della Chiesa cattolica e delle confessioni religiose
diverse dalla cattolica che hanno stipulato intese con lo Stato –
sono espressamente e necessariamente esclusi dall'ambito di
applicazione della normativa.

Rispetto alle originarie proposte di legge C. 36 Boato e C. 134
Spini, il testo base introduce una serie di novità assai incisive,
che finiscono per modificare sensibilmente l'impianto e i contenuti
dell'intervento legislativo.
Il doveroso apprezzamento per il notevole impegno di rielaborazione
che è all'origine di tali modifiche non può essere disgiunto da vari
rilievi, che formuliamo con animo preoccupato ma intento
costruttivo, confidando possano contribuire alla ricerca di una
soluzione condivisa.
Le disposizioni che appaiono problematiche o non condivisibili in
realtà non sono poche. Volendo limitarsi ad alcuni temi essenziali,
suscita sorpresa e contrarietà anzitutto l'introduzione del
principio di laicità addirittura quale fondamento della legge sulla
libertà religiosa, e la correlata disposizione secondo cui a tale
principio "è data attuazione nelle leggi della Repubblica" (art. 1,
comma 2). Si tratta, come è noto, di un principio di recente
acquisizione giurisprudenziale fino ad oggi estraneo al lessico
normativo, che non risulta espressamente sancito né a livello
costituzionale né a livello di legislazione ordinaria. Singolare e
forzata, pertanto, appare la sua introduzione nell'ordinamento
mediante una legge dedicata alla libertà religiosa e la sua
affermazione quale "fondamento" di una tale libertà, quando invece,
secondo il chiaro insegnamento della Corte costituzionale, è il
diritto di libertà religiosa, insieme ad altri fondamentali diritti
riconosciuti segnatamente dagli artt. 2, 3, 7, 8 e 20 della
Costituzione, che concorre a "strutturare" il principio di laicità
(Corte cost. n. 203/1989).

Analogamente, suscita perplessità e riserve la disciplina in senso
paraconcordatario del matrimonio delle confessioni acattoliche
(artt. 30 ss.), definito oggi espressamente per la prima volta
quale "matrimonio religioso con effetti civili" mentre è sempre
stato considerato e disciplinato, più correttamente, quale
matrimonio civile celebrato in forma speciale.
Risulta eccessivo l'ampliamento della disciplina del "divieto di
discriminazione" prevista dal combinato disposto degli artt. 3 e 15,
come pure della disciplina della "libertà religiosa in particolari
condizioni restrittive" (art. 14), che prevede fra l'altro una
indebita equiparazione al coniuge del soggetto convivente (comma 5).

Occorre valutare con attenzione le conseguenze in concreto della
previsione relativa al "servizio pubblico radiotelevisivo" (art.
11). Sembra richiedere ulteriori approfondimenti la previsione di
un "registro" delle confessioni e della relativa iscrizione (artt.
16 ss.), nonché dei "diritti delle confessioni" iscritte in tale
registro (artt. 22 ss.), con particolare riguardo alla disciplina in
materia di edifici di culto (art. 23) e all'equiparazione alle onlus
delle confessioni, associazioni e fondazioni religiose ai fini della
destinazione del cinque per mille e delle erogazioni liberali (art.
29).

Queste disposizioni, di cui in questa sede non interessa sviluppare
un'analisi più dettagliata, introducono per tutte le confessioni un
regime giuridico sostanzialmente analogo se non identico a quello
bilateralmente previsto per la Chiesa e per le confessioni diverse
dalla cattolica rispettivamente dal Concordato e dalle intese
stipulate ai sensi dell'art. 8, comma 3, della Costituzione, regime
che in talune ipotesi risulta persino migliorativo mediante il
recepimento della normativa di diritto comune più favorevole.

La dichiarata finalità di garantire l'eguale libertà delle
confessioni religiose si traduce così in una normativa che prevede
una sostanziale omologazione tra realtà assai differenziate e
comporta una tendenziale riconduzione al diritto comune della
disciplina del fenomeno religioso.

Questo risultato, da tempo auspicato da correnti dottrinali e gruppi
politici minoritari, da un lato non appare fondato né coerente
rispetto al disegno costituzionale delineato dagli artt. 7 e 8
Cost., né tanto meno in linea con la tradizione culturale del nostro
paese e con il sentimento religioso della maggior parte della
popolazione. Dall'altro lato, potrebbe risultare inadeguato rispetto
alle problematiche determinate dalla diffusione di nuovi movimenti
religiosi e delle sette, come pure rispetto alle questioni legate al
fenomeno della intercultura e della multietnicità. Come già
osservato nella precedente audizione del 9 gennaio di questo anno,
l'esigenza di favorire l'integrazione dei nuovi gruppi e quindi la
pacifica convivenza non deve tradursi in forme di ingiustificato
cedimento di fronte a dottrine o a pratiche che suscitano allarme
sociale e che contrastano con principi irrinunciabili della nostra
civiltà giuridica.

Tali esigenze, da più parti avvertite e condivise, non sembrano
trovare adeguata risposta nel testo in esame, che, contrariamente
alle aspettative, prevede una serie di aperture che appaiono assai
problematiche, e svela alcune criticità del punto di partenza.

Per la Chiesa non è in discussione la necessità, chiaramente
affermata dalla dichiarazione conciliare "Dignitatis humanae" e dal
successivo magistero, di assicurare il pieno rispetto della libertà
religiosa, esigenza insopprimibile della dignità di ogni uomo e
pietra angolare dell'edificio dei diritti umani. La garanzia del
fondamentale diritto di libertà religiosa in tutte le sue
dimensioni, non ultima quella propriamente istituzionale,
costituisce infatti la condizione per una pacifica convivenza e per
una corretta laicità.

Quello che pare necessario approfondire è l'impostazione
dell'intervento legislativo, che rimane auspicabile in quanto
equilibrato e puntualmente circoscritto nelle sue finalità. In
questa prospettiva sarà possibile, ove necessario anche mediante una
nuova impostazione, garantire in termini ampi e generali il
fondamentale diritto di libertà religiosa, individuare le materie
oggetto di disciplina bilaterale e precisare modalità e procedure
per la stipula di eventuali intese.
7月19日

GIU’ LE MANI DA KEROUAC. “CATTOLICO PERCHE’ PECCATORE” !!! E SULLA “BEAT GENERATION” DICEVA….

Era un 17 luglio, ma del 1947. A New York, 60 anni fa, un giovanotto bruno, dagli occhi inquieti, prese la metropolitana a Liberty Avenue, scese a Brooklyn e si diresse verso Manhattan. Poi avrebbe raggiunto la periferia e in autostop sarebbe andato verso l’Ovest, da costa a costa.

Se domenica scorsa sul “New York Times” hanno ricostruito le prime tappe newyorkesi del suo itinerario è perché quel viaggio è diventato uno dei più celebri della letteratura mondiale. Infatti dieci anni dopo, cioè 50 anni fa, uscì il romanzo dove Jack Kerouac narrò quell’avventura, “On the Road” (Sulla strada), e fu subito un mito. Oggi l’anniversario è il grande evento letterario dell’anno per gli Usa.

Fernanda Pivano, lanciandone l’edizione italiana nel 1958, già ne descriveva l’enorme successo oltreoceano: “Un’intera generazione, la beat generation, acclamò in Kerouac il suo portavoce e il suo interprete”. Giornali, tv e radio lo assediavano. Kerouac diventò un’icona della trasgressione, un simbolo degli “hippies” e della rivolta giovanile. Ma lo fu davvero? C’è qualcosa di lui che ha sempre imbarazzato: il suo cattolicesimo. In un’intervista televisiva, all’uscita del suo libro, gli fu chiesto: “Si è detto che la beat generation è una generazione alla ricerca di qualcosa. Che cosa state cercando?”. Kerouac rispose: “Dio. Voglio che Dio mi mostri il suo volto”.

La Pivano citava con perplessa fugacità queste parole strane. E l’imbarazzo continua anche oggi. E’ invece “La Civiltà Cattolica” a rendergli giustizia. L’autorevole rivista dei gesuiti, le cui bozze, si dice, sono riviste Oltretevere, ha pubblicato all’inizio di quest’anno un saggio sorprendente che si potrebbe titolare così: “I gesuiti: giù le mani dal nostro Kerouac”.

In effetti Jean-Louis Lebris de Kerouac (1922-1969), diventato celebre come Jack Kerouac (il nome Jean-Louis diventò “Jack” per l’errore di un sacerdote della sua parrocchia) era stato alunno della scuola dei gesuiti di Lowell, nel Massachusset, dove – disse – aveva ricevuto “una buona istruzione”. E oggi padre Antonio Spadaro sj “difende” il cattolicesimo del loro antico allievo. Lo fa anche in forza degli straordinari diari di Kerouac che sono stati pubblicati negli Stati Uniti solo nel 2004 e che in Italia sono usciti pochi mesi fa (che ritardo!). Riassumo il geniale saggio della rivista.

Padre Spadaro innanzitutto fa giustizia di una troppo banale identificazione con la “beat generation” di cui egli è il capostipite. “Beat” è battito, ritmo, richiamo al jazz, “Beaten” significa pure “abbattuto, alla deriva”. Il “beat” identifica “uno stile di vita senza regole e inquieto… che ha condotto ad atteggiamenti ribellistici e contestatari connotati politicamente”.

Ma Kerouac, che coniò il termine, dette poi un altro significato alla parola: “Fu da cattolico che un pomeriggio andai nella chiesa della mia infanzia (una delle tante), Santa Giovanna d’Arco a Lowell, e a un tratto, con le lacrime agli occhi, quando udii il sacro silenzio della chiesa (ero solo lì dentro, erano le cinque del pomeriggio; fuori i cani abbaiavano, i bambini strillavano, cadevano le foglie, le candele brillavano debolmente solo per me), ebbi la visione di che cosa avevo voluto dire veramente con la parola ‘Beat’, la visione che la parola Beat significava beato…”. In un articolo del 1957 Kerouac affermerà che il fenomeno beat esprime “una religiosità ancora più profonda, il desiderio di andarsene, fuori da questo mondo (che non è il nostro regno), ‘in alto’, in estasi, salvi, come se le visioni dei santi claustrali di Chartres e Clairvaux tornassero a spuntare come l’erba sui marciapiedi della Civiltà stanca e indolenzita dopo le sue ultime gesta”. L’anno successivo ripete: “Non ho mai sentito parlare più di Dio, delle Ultime Cose, dell’anima, del dove-stiamo-andando, se non fra i giovani della mia generazione: e non solo i ragazzi più intellettuali, ma tutti”.

Dunque siamo ben lontani, sottolinea il gesuita, “da un contesto fragorosamente ribellistico e contestatario”. Tuttavia Kerouac si troverà a constatare che “un sacco di opportunisti, profittatori, comunisti saltarono sul carro. Ferlinghetti saltò sul carro e trasformò l’immagine della Beat Generation che originariamente rappresentava persone che amavano la vita e la dolcezza. Ai giornali parlò di ribellione beat, di insurrezione beat, parole che io non ho mai usato, essendo cattolico (being a Catholic)”. Volle ripetere questa espressione – che nel mondo angloamericano è quanto di più trasgressivo e provocatorio – alla vigilia della sua morte, in un’intervista al New York Times che concluse così: “I’m not a beatnik. I’m a Catholic” (non sono un beatnik, sono un cattolico).

Per padre Spadaro questo “non è rinnegamento della propria parabola culturale”, ma “un’estrema lucida intuizione a difesa della propria identità artistica e umana, cioè quella mistica — cattolica sebbene ‘strana solitaria e pazza’ — che ha nutrito la sua estetica”.

Naturalmente c’è chi considera “le radici cattoliche di Kerouac una sovrastruttura pesante e bigotta, un retaggio faticoso da eliminare e di cui egli avrebbe voluto disfarsi”. Lo studioso gesuita indica invece “il cattolicesimo di Kerouac” come “una delle fonti vive della sua ispirazione”. Come mostrano i suoi diari. Si tratta di “un cristianesimo inquieto e dialettico una fonte vivace di intuizione creativa”. Che però coglie anche il cuore vero della fede: l’essere mendicanti della grazia.

Anche il suo sbandamento buddista – dovuto alla sofferenza di una delusione d’amore – fu solo un episodico tentativo di fuga dalla sofferenza, alla fine “una vicenda dialetticamente interna al suo stesso cattolicesimo”. A cui lo riporterà il suo amore alla vita, la sua stessa carnalità. Infatti il gesuita definisce Kerouac “cattolico perché peccatore”. Diviso tra la “carne” e l’infinito”, egli cerca il punto di incontro fra cielo e terra, fra eterno e tempo, fra Dio e la carne. Quel punto ha un nome solo: Gesù. E’ lui per Kerouac “the only answer”, l’unica risposta. Prega così: “Mantieni la mia carne nella Tua eternità”.

I Diari ci restituiscono il potente grido verso di lui: “Dio, devo vedere il tuo volto questa mattina, il Tuo Volto attraverso i vetri polverosi della finestra, fra il vapore e il furore; devo sentire la tua voce sopra il clangore della metropoli. Sono stanco, Dio. Non riesco a scorgere il tuo volto in questa storia”.

Proprio questo mendicare la Grazia di vedere quel volto dice la “profonda sensibilità cattolica dello scrittore” che – spiega padre Spadaro - è vera “nonostante il carattere moralmente trasgressivo che caratterizza la sua produzione più nota”. Un appunto dell’agosto 1949: “La vita non è abbastanza…Allora cosa voglio? Voglio una decisione per l’eternità, qualcosa da scegliere e da cui non mi allontanerò mai… qui sulla terra non c’è abbastanza da desiderare”.

Questa sete di infinito lo porta a desiderare la “comunione finale fra tutte le cose… È l’altro mondo, menzionato in principio come la Parola di Dio nelle Scritture e illustrato dal grande san Tommaso d’Aquino... La prospettiva di quest’altro mondo, questa forma di comprensione che non abbiamo mai immaginato, va al di là della mia capacità di capire, ma sospetto che sia molto strana e che quando finalmente ci arriveremo, diremo tutti: ‘Certo, certo, sì, sì!’ … ‘Allora è questo ciò per cui sono stato creato! Gloria a Dio’ ”.

Tutto questo non è una follia (foolishness), afferma Kerouac, “è solo quel caro e intenso amore (warm dear love) che proviamo verso la nostra difficile condizione. Con la grazia di Dio Misterioso, alla fine dei tempi, forse soltanto in quel giorno essa verrà risolta e chiarita per tutti noi… Altrimenti non posso vivere”. Senza l’eternità la vita è assurda.


7月18日

scuola: laboratorio prodiano a bologna

Dopo Festa dello sballo (Rave party), assalto alla Madonna
Patrona della città, mostra spermatica anti-mariana,
comandamenti gay e manifestazione pro amore lesbico...
ora la giunta di centro-sinistra abolisce il buono scuola.

Buoni scuola, indietro tutta.

Questa è la tendenza che, salvo qualche eccezione, è in atto nel
nostro Paese e che ha «contagiato» anche la Giunta comunale di
Bologna: cancellati dal prossimo anno scolastico i contributi
comunali per le famiglie bolognesi che iscriveranno i figli alle
scuole materne paritarie.
Introdotto dalla precedente amministrazione comunale guidata dal
Sindaco Guazzaloca (Casa delle Libertà, NdR), come strumento
complementare da affiancare alla classica convenzione tra Ente
Locale e gestori non statali, il «buono scuola» erogato dal
Comune ha permesso a molte famiglie meno abbienti di scegliere
una scuola dell'infanzia paritaria.
Con questa decisione l'attuale amministrazione comunale fa marcia
indietro, rinuncia a una scelta a favore della famiglia e
penalizza proprio quelle famiglie economicamente più deboli.
Si assume così la responsabilità politica, di fronte alle
famiglie bolognesi, di negare la possibilità di scelta, libera da
vincoli economici, tra un «servizio pubblico» promosso dallo
Stato e un «servizio pubblico» offerto alla comunità del
territorio da altri enti.
Non solo, ma nei fatti evidenzia il permanere di scelte
ideologiche che rendono Bologna indenne dal movimento culturale
in atto in alcuni settori della politica italiana.
Questa decisione, oltretutto, limitando la libera scelta della
famiglia, indirettamente la esautora del proprio ruolo educativo
che deve cominciare anche dalla Scuola dell'Infanzia. E questo
avviene proprio nel momento in cui a livello governativo si vuole
valorizzare la presenza dei genitori nel mondo della scuola e la
loro responsabilità educativa.
Sul tappeto rimane ora solo la promessa dell'attivazione di
futuri «incentivi» con i quali si vuole, forse, tacitare chi osa
contraddire le decisioni assunte.
Ma una domanda sorge spontanea: non era forse opportuno prima
definire nei contenuti e nel merito questi strumenti alternativi
e solo dopo, eventualmente abolire quanto già esisteva e
funzionava?
E poi, al tavolo della concertazione, chi rappresentava le
famiglie?

GIUSEPPE BENTIVOGLIO
Presidente regionale Associazione Genitori Scuole Cattoliche
_____

Il privato ha scuole più sane

Nel dibattito sulla scuola ritorna spesso il confronto fra scuole
statali e del privato sociale in merito a chi educa meglio.

Certamente è difficile generalizzare.
Molto dipende dalle situazioni locali.
Però una recente ricerca ha cercato di valutare la situazione a
Bologna e il risultato è stato quello di constatare che le scuole
del privato sociale (non quello mercantile) educano i ragazzi
meglio delle scuole statali, se per educazione non si intende
solo l'istruzione ma il fatto di dare un ambiente sano e un
progetto di vita sensata (i risultati sono pubblicati in
«Capitale sociale delle famiglie e processi di socializzazione:
un confronto fra scuole statali e di privato sociale, a cura di
Pierpaolo Donati ed Ivo Colozzi, Franco Angeli, Milano, 2006).
Qual è la ragione?

L'originalità dell'indagine consiste nell'aver esplorato i
processi educativi alla luce del capitale sociale.
Le scuole che generano più capitale sociale assieme alle famiglie
sono anche quelle che riescono a fornire agli alunni un ambiente
di vita in cui possono crescere meglio.

La ricerca è partita da una domanda: chi, fra scuole statali e di
privato sociale, educa i ragazzi valorizzando di più, e meglio,
il capitale sociale come risorsa per una buona socializzazione
educativa?
I risultati dell'indagine, condotta su due campioni di genitori
bolognesi con figli 6-18 anni iscritti in scuole statali e di
privato sociale, rivelano come queste ultime siano capaci di
valorizzare il capitale sociale nei processi di socializzazione
educativa più delle scuole statali.
Nella percezione dei genitori questo avviene perché le scuole di
privato sociale hanno una concezione dell'educazione più
«globale»: danno più attenzione alle relazioni umane, aiutano di
più gli studenti svantaggiati, coinvolgono maggiormente le
famiglie nella vita della scuola, sono più capaci di creare una
collaborazione fra genitori con orientamenti culturali differenti
e li aiutano di più nel loro compito educativo.
Per questo le famiglie con un capitale sociale familiare più
alto, dove più diffuse sono le relazioni di aiuto fra i membri,
tendono a preferire le scuole di privato sociale, che si
preoccupano di sviluppare, oltre alla dimensione civica ed a
quella professionale, la dimensione valoriale e quella
relazionale, cui le famiglie annettono pari importanza e
improntano il proprio stile di vita.

Nonostante le difficoltà (problemi di costo, di distanza dal
luogo di residenza, le scelte degli amici/amiche dei figli, ecc.)
la propensione delle famiglie a scegliere le scuole di privato
sociale resta alta e potrebbe ulteriormente rafforzarsi se si
riducessero le barriere all'accesso.
Le scuole di privato sociale producono inoltre un maggior
capitale sociale comunitario.
Hanno un'utenza più omogenea di quelle statali e il loro successo
si misura nel rafforzare legami che in molti casi esistevano già
in partenza. I risultati mostrano che reti sociali più omogenee e
connesse non equivalgono a reti chiuse nei confronti di chi è
diverso o non appartiene alla rete.
Al contrario spronano a farsi carico direttamente dei problemi,
contando meno sull'intervento dello Stato, dando più fiducia alla
capacità dei cittadini associati di individuare le soluzioni ai
problemi e di metterle in atto.
Non mettono in atto forme di impegno e mobilitazione che hanno
come obiettivo primario la sollecitazione alle istituzioni perché
si facciano carico della soluzione del problema.

Il privato sociale costituisce, quindi, un fattore importante di
valorizzazione del capitale sociale.
Un sistema politico che abbia a cuore la coesione sociale del
paese, che non può essere perseguita se i beni relazionali
diventano beni scarsi, deve perciò impegnarsi a regolarlo in modo
«promozionale».
Per il sistema formativo questo richiede vengano eliminate o,
almeno, ridotte le barriere all'accesso, ancora elevate, che
rischiano di produrre una discriminazione nei confronti delle
famiglie meno agiate economicamente.

Richiede, poi, vengano garantite condizioni di autonomia: le
organizzazioni formative siano libere di prestare attenzione alle
condizioni reali del contesto umano e sociale in cui sono
inserite e di adattare ad esse il proprio progetto educativo, le
proprie prestazioni e le modalità di organizzazione.
Questa indagine smentisce coloro che affermano che la famiglia e
le relazioni primarie di vita quotidiana non siano capitale
sociale: lo sono, anzi sono proprio queste relazioni che creano
buoni cittadini.

PIERPAOLO DONATI, Università di Bologna
(C) Avvenire-Bo7, 15-7-2007

7月17日

Venezuela: i cardinali sfidano il socialismo

Dure le reazioni del governo alle critiche. Il presidente parla
di "bugiardi" e "manipolatori" Ma cresce il timore tra la gente

Caracas, i vescovi sfidano Chavez e la "rivoluzione"
I presuli sono preoccupati della deriva dittatoriale che il
leader sta imponendo con le riforme costituzionali, prima fra
tutte la possibilità di prolungare il suo mandato.

Hugo Chavez ha avviato il Venezuela verso una "dittatura". La
drammatica denuncia dell'arcivescovo di Mérida, monsignor
Baltazar Porras, era arrivata da Cuba, dove si è svolta la XXXI
Assemblea generale del Celam (il Consiglio episcopale
latinoamericano).
Particolarmente significative le parole di Porras, che giungono
da un'isola comunista continuamente invocata da Chavez come
esempio.
In Venezuela è un refrain costante: si ripete continuamente che
"la società verso la quale camminare è la cubana, o quella della
Corea del Nord o l'Iran", ricorda l'arcivescovo.
"Tutti modelli molto criticati dalla società internazionale,
oggi", ma non da Caracas. "A partire dalle elezioni di dicembre è
stato accelerato il processo rivoluzionario", attraverso "il
sequestro di tutti i poteri pubblici da parte dell'esecutivo".
Attualmente, in Venezuela, "tutte le istituzioni o le persone che
non sono inquadrate nel processo rivoluzionario sono considerate
nemiche".
Questa svolta ha portato un "clima di enorme tensione e di
esclusione, nel quale rientra anche la Chiesa".
Verso chi la pensa differentemente, non ci sono "solo critiche,
ma anche insulti".
Non basta.
Chavez sta anche cercando di "sequestrare il linguaggio religioso
comune", parlando della sua fede cristiana e citando le frasi del
Vangelo.
Negli ultimi giorni le relazioni fra Chavez e la Conferenza
episcopale venezuelana (Cev) sono nuovamente molto tese.

Il dialogo non è mai stato particolarmente fluido: fin dalla
prima elezione dell'ex paracadutista, nel 1999, il rapporto è
sempre stato difficile.
Nell'ultimo anno la relazione era migliorata, ma il disgelo è
durato ben poco.
Al governo non è piaciuto affatto il documento pubblicato dalla
Conferenza episcopale sabato scorso, al termine della plenaria.
I vescovi venezuelani accusano il governo di dirigersi verso "un
sistema socialista fondato sulla teoria e la pratica del
marxismo-leninismo" e criticano lo slogan "patria, socialismo o
morte" scelto da Chavez.
Ma soprattutto la Cev boccia la prossima modifica della
Costituzione che il presidente ha avviato senza coinvolgere tutta
la società venezuelana, in nome di quello che definisce
"socialismo del XXI secolo".

Con la riforma della Carta Magna, Chavez punta alla possibile
rielezione presidenziale indefinita (l'incarico oggi è permesso
un massimo di due volte), alla ristrutturazione del modello
territoriale e alla trasformazione socialista del paese
sudamericano.
Ma per ora nessuno sa realmente cos'altro contiene la riforma,
perché la sua elaborazione è stata affidata ad una commissione ad
hoc che ha lavorato in modo "confidenziale" (ovvero ermetico).
La prima bozza è stata consegnata a Chavez, che potrebbe
presentarla al Parlamento nei prossimi giorni, una volta conclusa
la Coppa America di calcio.

Dopo il documento della Cev, il ministro degli Esteri Nicolás
Maduro ha accusato i vescovi di comportarsi come "inquisitori
politici", seguendo un "manuale da Guerra fredda".
Durissime anche le parole di Chavez, che ha definito i membri
della Conferenza dei "bugiardi" e dei "manipolatori".
Ma le critiche dei vescovi - fanno notare molti osservatori -
riflettono pienamente le inquietudini e i timori di buona parte
della società venezuelana.

Michela Coricelli
Avvenire 14 luglio 2007
7月16日

riflessioni

IN PRIMO PIANO
http://www.totustuus.net/modules.php?name=Forums&file=viewforum&f=1
Benedetto XVI: il dramma di divorzio, aborto e unioni di fatto
La nuova evangelizzazione ha anche come obiettivo principale la
famiglia. Perciò, è auspicabile che le Autorità del vostro amato
Paese collaborino sempre più a questo irrinunciabile compito di
lavorare a favore delle famiglie. Così lo ha messo in evidenza il
mio Predecessore nel Messaggio per la Giornata Mondiale della
Pace del 1994: "La famiglia ha diritto a tutto il sostegno dello
Stato per svolgere appieno la propria peculiare missione" (n. 5).
Non ignoro tuttavia le difficoltà che l'istituzione familiare
incontra nella vostra Nazione, in particolare con il dramma del
divorzio e le pressioni per legalizzare l'aborto, e anche per la
diffusione di unioni non conformi al disegno del Creatore sul
matrimonio.
IN LIBRERIA:
http://www.totustuus.net/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&p=5074
La guerra dei "dico"
Chi sostiene la necessità di una normativa che, anche in Italia,
consenta il riconoscimento pubblico delle coppie di fatto, fa
appello in genere a due diversi argomenti. Il primo, molto in
voga anche quando si discuteva di legge 40, è che in Europa "così
fan tutti". Il secondo, essenziale per dare un minimo di sostanza
al primo, è che non procedere a quel riconoscimento perpetuerebbe
una situazione di discriminazione a danno di alcuni diritti
elementari degli individui.
Il libro di Alfredo Mantovano, senatore di An ed ex magistrato,
vuole dimostrare, e ci riesce, che la quasi totalità delle lacune
denunciate da chi propone i "dico" è già largamente colmata dalla
legge ordinaria vigente.

5) UN SACERDOTE RISPONDE
http://www.totustuus.net/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&p=5075
Che differenza c'è tra "est" e "subsistit"?
Innanzi tutto dobbiamo dire che le due frasi "la Chiesa di Cristo
è la Chiesa cattolica", e "la Chiesa di Cristo sussiste nella
Chiesa cattolica", non sono contraddittorie, (cioè o è vera l'una
o e vera l'altra), ma la seconda dice qualcosa "in più" della
prima. E, in base ad una lettura della costituzione dogmatica
Lumen Gentium, si evince. che l'espressione "subsistit"
(sussiste) indica che la Chiesa di Cristo è, in modo perfetto e
totale, la Santa Chiesa Cattolica. Non solo "è", ma "lo è in
massimo grado": per usare le parole del documento appena citato,
l'uso dell'espressione "sussiste" indica "la piena identità della
Chiesa di Cristo con la Chiesa cattolica".

LOBBING ETICO
http://www.fattisentire.net/
Coppie di fatto: a Formia ferita la famiglia
«Profondo rammarico», ma anche «disappunto addolorato»: sono i
sentimenti con i quali l'arcivescovo Pierluigi Mazzoni e i
parroci della città di Formia prendono posizione di fronte
all'istituzione del registro per le coppie di fatto, anche
omosessuali, approvata dall'amministrazione comunale della città
del litorale pontino. E' stato anche il modo in cui è maturata la
votazione (con soli sei consiglieri favorevoli su un totale di
trentuno), a far montare la polemica: l'intera opposizione di
centrodestra ha fortemente criticato il provvedimento,
abbandonando l'aula in segno di protesta al momento del voto. I
sei voti favorevoli sono emersi tra Ds, Rifondazione comunista,
Rinascita per la Sinistra e dall'unico consigliere di Lavoratori
Cristiani per Formia, caso, quest'ultimo, che lascia più
perplessi e che attende delucidazioni, specie dopo l'intervento
della Chiesa di Formia.

 Amici di Joseph Ratzinger
http://www.ratzinger.it/
Nella Chiesa cattolica la Chiesa di Cristo
Il testo integrale dei chiarimenti pubblicati dalla Congregazione
per la Dottrina della Fede «Risposte a quesiti riguardanti alcuni
aspetti circa la dottrina sulla Chiesa». Cinque domande e
altrettante risposte: «Gesù ha costituito sulla terra un'unica
Chiesa. Ed essa concretamente sussiste intorno al successore di
Pietro e ai vescovi che sono in comunione con lui». Nelle Chiese
e nelle comunità non ancora in comunione con il Papa «elementi di
santificazione e di verità», ma non lo stesso rapporto con l'origine.

 Mons. Luigi Negri
http://www.libertas.sm/San_Marino_Religione/Rel_6_4.htm
Lettera ai sammarinesi per le elezioni
Il grande filosofo George Weigel ha scritto che "le correnti più
profonde della storia sono spirituali e culturali, piuttosto che
politiche ed economiche. La storia è mossa, a lungo termine,
dalla cultura, vale a dire da ciò che gli uomini e le donne
onorano, adorano e venerano; da ciò che le società considerano
essere vero, buono e nobile; dalle espressioni che esse danno a
queste convinzioni nel linguaggio, nella letteratura e nelle
arti; da ciò per cui individui e società sono disposti a
sacrificarsi".

Mons. Alessandro Maggiolini
http://www.alessandromaggiolini.it/bin/servlet/mediabox.servlets.prese
ntation.DettaglioInfo?idInfo=37949&url=dettaglioRassegna.jsp
I baby depressi, imbottiti di pillole
Ricordo un colloquio con alcuni adolescenti i quali, davanti
alla proposta dei docenti di lasciare loro qualche giorno di
vacanza in più e, dunque di toglierli dal fastidio di una
programmazione, quasi si ribellavano, o comunque sbuffavano
perché erano richiamati ad una responsabilità, pur liberissima,
come l'elaborazione di un programma del tempo libero.
Preferiscono il tempo schiavo. Così hanno modo di esprimere la
ribellione nei confronti di chi dovrebbe dare delle indicazioni
di pensiero e di vita. Meglio, molto meglio divertirsi
contestando ordini o orientamenti. La vita andrebbe inventata sul
momento e a un certo punto non si riesce più a trovare materia di
invenzione.

16) Rino Cammilleri
http://www.rinocammilleri.it/
Messa
Per decenni hanno chiesto a gran voce maggior democrazia nella
Chiesa ma, alla prima liberalizzazione, eccoli storcere il naso
acidini. Benedetto XVI permette la messa in latino a chi la
vuole, affiancando questo particolare rito ai molteplici già in
atto: se a uno non piace, non deve fare altro che continuare a
seguire il rito maggioritario, senza neanche l'incomodo di
doversi cercare una cappella e un prete ad hoc. Ahimé, la «grande
stagione del Concilio» (quella che ha ridotto il cattolicesimo
alla sola dimensione della Caritas, per intenderci) pare proprio
finita: i progressisti non comandano più, le loro espressioni
politiche sono state sconfessate dal fallimento del referendum
sulla legge 40 e dal Family Day, e anche la loro lettura del
Vaticano II è stata rigettata (dal papa, più volte)

Vittorio Messori
http://www.et-et.it/articoli2007/a07g12.htm
Lourdes. Era un "feudo" di Maria
Il prossimo 8 dicembre si aprirà a Lourdes l'anno giubilare per
la ricorrenza, l'11 febbraio del 2008, dei 150 anni dalla prima
delle 18 apparizioni a santa Bernadette Soubirous. Ma tra gli
oltre cinque milioni annui di pellegrini, forse nessuno sospetta
perché il Cielo, in cui ovviamente credono, abbia deciso di far
sorgere proprio qui questo straordinario luogo di devozione
mariana. gli inizi raccontano di Carlo Magno che, ritornando
dalla Spagna dove aveva affrontato i mori, pose l'assedio al
monte su cui sorgeva la fortezza saracena di Mirambel, l'antico
nome di Lourdes. L'emiro che la teneva, Mirat, aveva giurato ad
Allah che non avrebbe mai ceduto ad alcun uomo. Ridotto però allo
stremo, accolse con sollievo il vescovo che seguiva re Carlo, che
gli propose di rispettare il giuramento pur arrendendosi: non ad
un uomo, bensì a una Donna. Questa era Nostra Signora di Le Puy,
nel Massiccio Centrale, il maggior santuario delle Gallie. Mirat
accettò e, seguito dai suoi dignitari, cavalcò sino a Le Puy. I
saraceni portavano legati alle lance mazzi di fiori raccolti nel
prato davanti al castello. Nel prato, cioè (lo anticipiamo) dove
sorgerà poi l'Esplanade per le processioni con le fiaccole dei
pellegrini di Lourdes. I fiori dell'emiro furono deposti
sull'altare della Vergine, in segno di vassallaggio.

19) ARMAGHEDDON (Padre Piero Gheddo del PIME)
http://www.tempi.it/archivio_dett.aspx?idarchivio=12761
La guerra in Iraq ha solo detonato un ordigno caricato da anni di
frustrazione musulmana
Oggetto degli strali il fatto che. quella guerra voluta da Bush
che sarebbe la vera causa delle persecuzioni contro i cristiani
in Iraq e del loro esodo. Una tesi che non convince. i problemi
risalgono a molto prima all'invasione dell'Iraq nel 2003. I
cristiani stanno abbandonando il Medio Oriente da decenni. La
persecuzione contro i cristiani è uno dei fenomeni negativi che
derivano dall'incapacità dell'islam di adattarsi al mondo
moderno. Il mondo islamico è sotto shock almeno da quando nel
1789 Napoleone ha occupato l'Egitto e ha esportato le istituzioni
europee sul suolo musulmano.

20) CORRISPONDENZA ROMANA
http://www.corrispondenzaromana.it/fondo.php?ref=201
Piena libertà al Rito romano antico
Il Motu proprio Summorum Pontificum, promulgato da Benedetto XVI
il 7 luglio 2007, è un evento storico di cui solo il futuro potrà
rivelare la reale portata.
Il Rito romano antico della Santa Messa, peraltro mai
giuridicamente abrogato, ritrova la sua piena cittadinanza. Con
questo atto Benedetto XVI ha riaffermato il primato e l'autorevolezza
del Romano pontefice, responsabile del suo potere solo dinnanzi a
Dio, a differenza di tutti gli altri vescovi, responsabili anche
dinanzi al Papa. Nella situazione di confusione in cui versa oggi
il mondo, bisogna essere profondamente grati a Benedetto XVI non
solo per aver restituito alla Chiesa il tesoro liturgico del Rito
antico, ma per aver riaffermato l'autorità del Papa, l'unico a
cui Gesù Cristo abbia trasmesso il pieno potere di pascere,
reggere e governare la Chiesa universale

7月13日

non cancellare le differenze

Nuovo colpo al progressismo cattolico:
il dialogo non è cancellare le differenze

Cercasi Voltaire anche usato.
Almeno a parole il mangiapreti francese formulò il principio
giusto: "Non sono affatto d'accordo con ciò che dite, ma mi
batterò fino alla morte perché nessuno vi impedisca di dirlo".
Lo citava anche di recente Jean Daniel sulla Repubblica.
Ma purtroppo mai principio fu più citato e meno applicato.
Almeno nei confronti della Chiesa cattolica, perché per tutti gli
altri la libertà dev'essere totale, a volte fino al dileggio.
La Chiesa invece no.
Prima si è messa in discussione la sua libertà di parola sui temi
etico-politici sostenendo che non doveva immischiarsi nella vita
pubblica (strana idea del liberalismo!).
C'è da sperare che adesso non si metta in discussione pure il
diritto della Chiesa di insegnare ai suoi fedeli la sua teologia
bimillenaria, di canonizzare i suoi santi e recitare le sue
preghiere.

L'ultima occasione di polemica è di ieri, è un documento della
Congregazione per la dottrina della fede dove si ribadisce la
corretta interpretazione di alcuni testi del Concilio.
Sul Corriere.it un articolo cominciava così: "Un documento che
farà discutere".
Intendeva preannunciare un gran vespaio di polemiche.
Ma perché la Congregazione vaticana ha voluto precisare qual è
l'interpretazione corretta dei testi promulgati dalla Chiesa al
Concilio?
Perché c'è una fazione di cattolici progressisti (ben inseriti
nell'establishment teologico e clericale) che da 40 anni cercano
di presentare il Concilio Vaticano II come una "rottura" della
tradizione della Chiesa, come il momento di nascita di una nuova
Chiesa.
Diversa da quella vissuta per 19 secoli.
Curiosamente, la stessa idea è condivisa dagli ultras del
tradizionalismo più conservatore che vedono nel Concilio la
stessa frattura storica.
In realtà il Vaticano II ebbe un senso pastorale non dogmatico.
La Chiesa volle riflettere sui modi nuovi per annunciare Cristo
al mondo moderno, non per cambiare il suo Credo.
A più riprese sia Paolo VI che Giovanni Paolo II si sono opposti
alla devastante interpretazione che contrappone il Vaticano II a
tutti gli altri Concili, perché segnerebbe la fine del
cattolicesimo.
Il documento attuale richiama questi interventi pontifici e il
Concilio stesso.
Cita in particolare Giovanni XXIII, oggi a sproposito trasformato
in bandiera progressista.
In realtà Papa Roncalli, aprendo il Vaticano II, affermò che "il
Concilio vuole trasmettere pura e integra la dottrina cattolica,
senza attenuazioni o travisamenti" e si tratta di "dottrina certa
e immutabile".
Anche Paolo VI, promulgando la Costituzione conciliare "Lumen
Gentium", dichiarava: "Questa promulgazione nulla veramente
cambia della dottrina tradizionale. Ciò che Cristo volle,
vogliamo noi pure. Ciò che era resta. Ciò che la Chiesa per
secoli insegnò, noi insegniamo parimenti".

IL VERO TESORO
Il tesoro della Chiesa infatti è il suo "depositum fidei", la
rivelazione portata da Cristo, Dio fatto uomo, e il compito
assoluto dei pastori è conservare quel "deposito".
Non possono disporne a piacimento o cambiarlo, ma devono
custodirlo intatto a costo della propria stessa vita.
La conseguenza è questa: il Concilio non ha mutato affatto la
definizione teologica della Chiesa.

C'è in particolare un passo della "Lumen Gentium" su cui divampa
la polemica perché è stato interpretato (da Destra e da Sinistra)
come se equiparasse la Chiesa cattolica a qualunque altra setta
protestante.
Secondo i progressisti e certi tradizionalisti dire che "l'unica
Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica" ("sussiste"
anziché "è la Chiesa Cattolica") significherebbe che non c'è
differenza teologica tra un gruppo protestante e la Chiesa.
La Santa Sede, ovviamente, ribadisce che non è affatto così.

La " Lumen Gentium" proclama che Cristo ha costituito sulla terra
un'unica Chiesa che si identifica con "la Chiesa Cattolica,
governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con
lui", perché solo in essa si ha la perenne continuità storica e
si sono concretamente conservati "tutti gli elementi da Cristo
stessi istituiti" (i sacramenti, la continuità apostolica e il
primato di Pietro con i dogmi).
Il fatto che la Lumen Gentium usi l'espressione "sussiste nella"
anziché la parola "è" - afferma la Santa Sede - "non cambia
dottrina sulla Chiesa", ma vuol far capire che fuori della Chiesa
non c'è il vuoto ecclesiale, ma ci sono "numerosi elementi di
santificazione e di verità" che si trovano in altre Chiese (come
quella ortodossa) e comunità separate, elementi che "in quanto
doni propri della Chiesa di Cristo, spingono all'unità
cattolica".
Fra l'altro l'attuale papa, al Concilio, dette un particolare
contributo proprio a questa formulazione ("sussiste nella") e
dunque è particolarmente sensibile alla sua corretta
interpretazione.

Come si vede nel documento non ci sarebbe nulla di nuovo, visto
che da sempre la Chiesa proclama queste verità e da ultimo nella
"Dominus Iesus" del 2000.
Senonché si è scatenata la solita sarabanda.
Qualche dichiarazione irritata di parte ortodossa e protestante.
È uno strano destino quello della Chiesa cattolica.
Parla con rispetto e stima di tutti ed è ripagata spesso con
asprezza.
Ma la stampa laica accusa la Santa Sede di non volere il dialogo.
La Chiesa ortodossa russa per esempio letteralmente non tollera
la Chiesa cattolica sul "suo" suolo.
Immaginiamo cosa accadrebbe se si esprimesse così il Vaticano per
l'Italia.
Eppure oggi Mosca accusa Roma di non aiutare "il dialogo".
E i protestanti?
C'è una diffusa pubblicistica protestante americana, per esempio,
dove da tempo si scagliano sulla Chiesa accuse terrificanti.

Ma non solo.
Prendiamo il recente annuncio sulla conversione di Tony Blair al
cattolicesimo, risaputa, ma rimandata per la sua carica di Primo
Ministro di Sua Maestà. Possibile che nessuno si stupisca quando
si scopre che ancora oggi, nel 2007, non è possibile a un
cattolico ricoprire la più alta carica di governo in Gran
Bretagna?
Non è inaccettabile?

PARADOSSI
Oltretutto è il Paese che viene celebrato come la culla della
democrazia, salvo dimenticare che non fu la corona inglese a
volere la "Magna Charta", la Carta delle libertà, nel 1215, ma -
tre secoli prima della riforma protestante - fu la Chiesa
cattolica, coalizzando i nobili e i cavalieri, a strappare a re
Giovanni quella limitazione del potere reale su cui sarebbero
sbocciate le varie libertà politiche e civili che si chiamano
democrazia (e pure le libertà economiche come i sicuri diritti di
proprietà).

E l'altra grande potenza protestante, gli Stati Uniti?
Non è incredibile che si sia dovuto aspettare il 35° presidente,
nel 1960, per avere finalmente un presidente cattolico?
Kennedy fu il primo presidente non Wasp (White Anglo-Saxon
Protestant). Teniamo conto che attualmente la Chiesa cattolica
negli Stati Uniti è il gruppo cristiano più numeroso.
Eppure proprio Kennedy - per essere accettato - dovette fare
dichiarazione di indipendenza dalla Santa Sede.
Come se un cattolico fosse di per sé un cittadino sospetto di
tradimento.
Recentemente quella dichiarazione di Kennedy è stata riesumata ed
esaltata in Italia come un esempio di "laicità" a cui i cattolici
italiani dovrebbero ispirarsi.
Mentre a me sembra un avvilente segno di discriminazione.

Dire che i cattolici devono dimostrare la loro "indipendenza" dal
Vaticano (come dire: da uno stato straniero) non somiglia un po'
all'accusa di "cosmopolitismo" che è sempre stata fatta agli
ebrei?
Ricordate il caso Dreyfus?
Tutti oggi scriveranno che il dialogo ecumenico arretra.
In realtà - per l'incontro fra cattolici e protestanti in
America - è stata più importante la comune battaglia in difesa
della vita o, ad esempio, in difesa dei cristiani perseguitati
nei paesi islamici, che mille convegni sul "dialogo".

ANTONIO SOCCI
LIBERO 11 luglio 2007
7月12日

viva il Papa

Ratzinger, da cardinale, più di ogni altro si è reso conto del colossale che fu la proibizione della liturgia tridentina. Scrisse: “Nel corso della sua storia la Chiesa non ha mai abolito o proibito forme ortodosse di liturgia, perché ciò sarebbe estraneo allo spirito stesso della Chiesa…Rimasi sbigottito (nel 1970, ndr) per il divieto del messale antico, dal momento che una cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia. Si diede l’impressione che questo fosse del tutto normale”, ma, spiegava Ratzinger “la promulgazione del divieto del messale che si era sviluppato nel corso dei secoli, fin dal tempo dei sacramentali dell’antica Chiesa, ha comportato una rottura nella storia della liturgia, le cui conseguenze potevano essere solo tragiche”.

E a proposito delle conseguenze osservò: “Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita ‘etsi Deus non daretur’: come se in essa non importasse più se Dio c’è e se ci parla e ci ascolta. Ma se nella liturgia non appare più la comunione della fede, l’unità universale della Chiesa e della sua storia, il mistero di Cristo vivente, dov’è che la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale?”.

Oggi ridare cittadinanza nella Chiesa alla sua millenaria liturgia non toglie nulla a nessuno. Le messe, ordinariament,e resteranno in lingua volgare. Semplicemente si riconosce la libertà di quei fedeli che intendono celebrare secondo la tradizione. Perché a questa libertà si oppongono i cosiddetti “progressisti”? Perché tanta intolleranza?

Con un documento uscito sul Figaro, 60 intellettuali (a partire da due accademici di Francia come il filosofo René Girard e Michel Déon) intendono “testimoniare pubblicamente la nostra fedeltà e il nostro affetto al Santo Padre, Benedetto XVI”. Citano la costituzione conciliare “Sacrosantum Concilium” che riconosce il diritto e la dignità della liturgia latina, esaltano “la diversità di riti dentro la Chiesa” e accolgono “con gioia la liberalizzazione del rito che fu quello ufficiale della Chiesa, quello dei nostri padri e avi e che ha nutrito la vita spirituale di tanti santi”. Inoltre, proprio nello spirito del Concilio approvano la riconciliazione fra tutti i cristiani, anche tradizionalisti e concludono: “siamo feriti dall’idea che un cattolico possa essere inquieto perché si celebra la messa che fu quella che celebrarono padre Pio e san Massimiliano Kolbe. Quella che ha nutrito la pietà di Santa Teresina di Lisiuex e del beneamato papa Giovanni XXIII”.
7月10日

Dio: pace o dominio, sta sera ultima puntata

VATICANO - "Dio: Pace o dominio" in onda martedì prossimo, 10
luglio, su RAIUNO alle 23.30.
Quinta e ultima puntata: "Dio…chi…".

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Dio. Nel Suo Nome si
attraversano mari, fiumi, distanze, dolori, sacrifici
incommensurabili. Si accetta la morte. Nel Suo Nome si giura, si
lega e si slega. Nel Suo Nome si vive la vita nei suoi intrecci,
nelle sue passioni, nelle sue ansie, nelle sue gioie. Nel Suo Nome
si giudica, si perdona e si condanna, qui, lì, ovunque! da Nord a
Sud! Nel Suo Nome si cerca, si invoca la Pace! E si nega la Pace!

A lui miliardi di credenti si stringono nell'eternità, ed i Suoi
segni li vogliono nell'eternità. Credenti, miliardi, aspirano alla
Sua eternità, alla Sua pace, alla Sua giustizia, alla Sua speranza,
alla Sua carità…questa è poi, la Fede in Dio! Quale esso sia. Il mio
Dio, il tuo Dio, il nostro Dio. Dio, chi sei? Chi sei Signore del
cielo e della terra? Chi sei fonte e origine di tutte le cose?

La risposta, per i cattolici, è una sola: Gesù Cristo, il Salvatore.
Lo dice bene la dichiarazione "Dominus Iesus", firmata da Joseph
Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede,
oggi Papa Benedetto XVI, che la salvezza dell'uomo per il cattolico
è tutta e solo nella persona di Gesù Cristo, il Salvatore del mondo.

Certo, per dialogare con le altre fedi, con chi crede in un altro
dio, è necessaria «la parità», che è presupposto del dialogo. Ma la
parità che la Dominus Iesus presuppone si riferisce alla pari
dignità personale delle parti, non ai contenuti dottrinali né tanto
meno a Gesù Cristo, che è Dio stesso fatto Uomo, in confronto con i
fondatori delle altre religioni.

«La Chiesa infatti - spiega Ratzinger nella Dominus Iesus -, guidata
dalla carità e dal rispetto della libertà, dev'essere impegnata
primariamente ad annunciare a tutti gli uomini la verità,
definitivamente rivelata dal Signore, e a proclamare la necessità
della conversione a Gesù Cristo e dell'adesione alla Chiesa
attraverso il Battesimo e gli altri sacramenti, per partecipare in
modo pieno alla comunione con Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.
D'altronde la certezza della volontà salvifica universale di Dio non
allenta, ma aumenta il dovere e l'urgenza dell'annuncio della
salvezza e della conversione al Signore Gesù Cristo».

Il lungo viaggio attraverso tutti i continenti e le religioni del
mondo di "Dio: pace o dominio" è giunto alla sua puntata finale.
Dopo aver ascoltato la volontà di pace di tanti leader religiosi, la
volontà di camminare su terreni di convivenza e concordia di tanti
uomini e di tante donne appartenenti ai più disparati credo, ecco la
risposta che la Chiesa cattolica vuole dare al problema della
convivenza.

Per la Chiesa la pace può esserci solo e soltanto nel pieno rispetto
della dignità dell'altro ma, insieme, la Chiesa non può dimenticare
che la dignità dell'altro trova il suo senso più pieno, più
compiuto, nella persona di Gesù Cristo. Ciò non significa
assolutamente imporre con violenza il proprio credo, imporre agli
altri la salvezza di Cristo, ma significa amare e rispettare tutti e
tutto nel nome di Cristo, avendo cioè la consapevolezza che è Lui il
senso di tutto. Cristo troverà insomma le strade per entrare nel
cuore di ogni uomo solo e soltanto se Egli vive nel mio cuore. Se il
cattolico ha Cristo in sé non ha bisogno di imporre nulla a chi gli
sta di fronte, solo ha bisogno di amare chi gli sta di fronte e
tutto il resto sarà nella mani di Dio.

Dice don Salvatore Vitiello, dell'Università Cattolica del Sacro
Cuore, a Roma: "Il coraggio della pace è proprio la chiamata più
grande delle religioni. Su questo valore, sulla pace, le religioni
saranno chiamate a verificare la verità delle proprie affermazioni.
Può mai un uomo andare contro ragione, può mai una religione essere
contro la ragione umana e contro la natura di Dio, agire contro
ragione. A volte ci capita, in confessionale, che ci consegnino
addirittura le armi e c'è qualcuno che pretende di usarle nel nome
di Dio. Dio, la Pace, non sono un'idea, altrimenti diventerebbero
subito ideologia, ideologia e dunque violenza, violenza e dunque
dominio...no! Per noi Cristiani la pace è una persona, Gesù di
Nazareth, Signore e Cristo, Signore della storia, vero Dio e vero
Uomo in nome del quale è possibile la pace e noi Cristiani per amor
Suo abbiamo imparato nei secoli, a rispettare ogni uomo che ama la
pace. Noi dialoghiamo con tutti, noi vogliamo dialogare con tutti,
indipendentemente dal credo religioso indipendentemente dalle
convinzioni personali, perché ogni uomo che desidera la pace in
fondo desidera semplicemente andare al fondo della propria
umanità ".

Insomma, il coraggio della pace, il coraggio di abbandonare il Dio
del dominio per offrire il tuo Dio nella dimensione della pace,
purtroppo non è solo una questione, oggi, di questo o quella
nazione, ma drammaticamente di tutti noi. Donne uomini bambini, a
miliardi credono ad un Dio! Anche chi ne nega l'esistenza, chi si
professa ateo, non può non interrogarsi su Dio.

Siamo arrivati alla conclusione di queste nostre puntate cercando
una risposta se Dio è pace o dominio… Più probabilmente la risposta
dobbiamo cercarla dentro di noi. I nostri interessi egoistici, i
nostri fanatismi, i nostri fantasmi sono i veri nemici della pace
tra i popoli, della tolleranza, della convivenza, del diritto alla
libertà! Libertà di credere o non credere in Lui, e non per questo
nel Suo Nome o contro il Suo Nome qualcuno mi ammazzi, perché, Dio,
Tu mi hai fatto a Tua somiglianza libera creatura nel Tuo Creato.
(P.L.R.) (Agenzia Fides 9/7/2007; righe 58, parole 922

I soliti cattoregressisti contro Benedetto XVI

È un grande Pontefice, Papa Benedetto, e avrà un'importanza storica
per la Chiesa. E da oggi, col ritorno alla libertà di celebrare
anche la Messa in latino, certi "progressisti" scateneranno una
guerra feroce contro di lui. Magari inventandosi falsamente il
ripristino della controversa preghiera sugli ebrei, che invece non
c'è affatto.
Sono tanti i segni del coraggio di quest'uomo, che è mite e gentile,
ma anche deciso a «non anteporre nulla a Dio» e a «non fuggire
davanti ai lupi». Di recente la lettera ai cattolici cinesi (per
riunire le due chiese e reclamare libertà dal regime) e l'altro ieri
il simbolico riconoscimento del "martirio" degli ottocento abitanti
di Otranto che furono decapitati nel 1480 dai musulmani invasori
perché non vollero rinnegare Gesù Cristo.
Ma soprattutto ha un grande peso questo Motu proprio con cui il Papa
restituisce alla Chiesa, accanto alla messa in italiano, la sua
bimillenaria liturgia latina che con un colpo di mano era stata
spazzata via nel 1969 contravvenendo alle regole della Chiesa
stessa. La liturgia per la Chiesa racchiude tutto il suo tesoro,
cioè «l'integrità della fede, perché la legge della preghiera della
Chiesa corrisponde alla sua legge di fede». E dunque il Messale
latino non poteva essere messo fuorilegge (infatti giuridicamente è
sempre stata valido).
Nel delirio post-conciliare l'intolleranza progressista riuscì a far
credere che fosse stato messo al bando. Fu quello il tempo di una
spaventosa apostasia di fedeli e un'apocalittica crisi del clero:
dal 1965 circa 100 mila sacerdoti abbandonarono l'abito e 107.600
monache e suore lasciarono le loro congregazioni fra 1966 e 1988.
Una tragedia senza eguali nella storia della Chiesa. Segno, per una
mente cristiana, che Dio non aveva benedetto certi "rinnovamenti"
che si dicevano "conciliari", ma anzi ne era disgustato (Benedetto
XVI infatti denuncia «deformazioni della Liturgia al limite del
sopportabile»).

«Una tragica rottura»

Da cardinale, Ratzinger definì il colpo di mano contro la liturgia
tradizionale come «una rottura» dalle conseguenze «tragiche».
Un grande laico come Giuseppe Prezzolini, nel 1969 - l'anno della
riforma liturgica - scrisse un editoriale intitolato: "La
liquidazione della Chiesa". Pur essendo agnostico, constatava
amaramente la febbre rivoluzionaria che aveva fatto irruzione nella
Chiesa riducendola a una caricatura delle «sette protestanti» e
della «civiltà moderna».
Fu soprattutto la grande cultura laica a denunciare l'immensa
perdita rappresentata dalla cancellazione dell'antica liturgia
cattolica che aveva letteralmente dato forma alla cultura europea.
Due appelli pubbici, nel 1966 e nel 1971, uscirono in difesa della
Messa di s. Pio V, come grande patrimonio spirituale e culturale. E
furono firmati dalle più grandi personalità della cultura come
Borges, De Chirico, Elena Croce, W. H. Auden, Bresson, Dreyer, Del
Noce, Julien Green, Maritain, Montale, Cristina Campo, Mauriac,
Quasimodo, Evelyn Waugh, Maria Zambrano, Elémire Zolla, Gabriel
Marcel, Salvador De Madariaga, Contini, Devoto, Macchia, Pallottino,
Paratore, Bassani, Luzi, Piovene, Andrés Segovia, Harold Acton,
Agatha Christie, Graham Greene e il pure direttore del Times,
William Rees-Mogg.
Fu inutile.
Ormai la sbornia progressista (o meglio: "la dittatura del
relativismo") dilagava nella Chiesa e pretendeva di fare a pezzi la
sua tradizione.
Anni dopo fu boicottato perfino Giovanni Paolo II quando varò uno
speciale indulto, addirittura con due documenti, nel 1984 e nel
1988, affermando che la Messa di san Pio V non era mai stata abolita
e la si poteva celebrare col permesso del vescovo. Il Papa aveva
esortato «i Vescovi ad usare largamente e generosamente tale facoltà
in favore di tutti i fedeli che lo richiedessero», ma parte dei
vescovi fece il contrario e di fatto annullò l'importante atto
pontificio.
Certi vescovi hanno dato locali per pregare ai musulmani, ma li
hanno negati per le messe tradizionali.
Dunque oggi, alla luce di questi abusi d'autorità, Benedetto XVI
vara un Motu proprio dove i diritti del popolo cristiano sono
protetti da Pietro stesso e non rimessi all'arbitrio dell'episcopato.

Alberto Melloni, due giorni fa, sul Corriere della Sera, ha dato
sfogo alla rabbia della fazione progressista, arrivando addirittura
a definire il Motu proprio come «uno sberleffo villano al Vaticano
II».
È buffo.
Uno "storico del Concilio" come Melloni ignora che durante il
Concilio si celebrava proprio la liturgia a cui oggi il Papa ridà
cittadinanza. E ignora che mai il Concilio Vaticano II ha messo
fuorilegge questa liturgia: semmai fu l'atto dispotico del 1969 che
andava contro il Concilio.
Un altro buffo paradosso: questo gruppo di storici "progressisti"
che hanno fatto di Giovanni XXIII il loro simbolo, oggi si oppongono
proprio al Motu proprio che riconosce la validità del "Messale
Romano di Giovanni XXIII" (infatti è l'edizione del 1962 che il Papa
restituisce alla Chiesa). E sembrano ignorare il discorso di Papa
Roncalli del 22 febbraio 1962, alla firma della "Veterum Sapientia",
dove fra l'altro, esaltando la liturgia in latino, spiegò che essa
aveva un legame profondo con "la Cattedra di Pietro".
Il Papa aggiunse che la lingua latina «fu strumento di diffusione
del Vangelo, portata sulle vie consolari quasi a simbolo della più
alta Unità del Corpo Mistico. (...) E anche quando le nuove lingue
delle singole individualità nazionali europee si fecero strada fino
a sostituire l'unica lingua di Roma, questa è rimasta nell'uso della
Chiesa Romana, nelle saporose espressioni della liturgia, nei
documenti solenni della Sede Apostolica, strumento di comunicazione
col centro augusto della cristianità».
Infine riaffermò la sua validità non solo per «motivi storici ed
affettivi» ma anche perché «nel presente momento storico» è segno di
unità fra i popoli e serve «all'opera di pacificazione e di
unificazione». Anche per «i nuovi popoli che si affacciano fiduciosi
alla vita internazionale. Essa infatti non è legata agli interessi
di alcuna nazione, è fonte di chiarezza e sicurezza dottrinale, è
accessibile a quanti abbiano compiuti studi medi superiori; e
soprattutto è veicolo di reciproca comprensione».
Cinque anni dopo la liturgia latina fu in pratica messa al bando.
Melloni accusa oggi Benedetto XVI di aver «spezzato» una continuità
ed aver esautorato i vescovi.
Ma è vero l'esatto contrario: proprio il Novus ordo fu imposto
nonostante la bocciatura della maggioranza dei vescovi. E fu
la "proibizione" del Messale latino a "spezzare" la continuità
millenaria della liturgia.

Oggi questi strani progressisti si oppongono alla libertà che invece
il Papa difende (dà la possibilità di celebrare in «due usi
dell'unico rito romano»). E si oppongono ai diritti del popolo
cristiano (difesi dal Papa). Essi rivendicano l'arbitrio di potere
del ceto clericale. E poi parlano di democrazia nella Chiesa!

Infine sono oscurantisti perché disprezzano un patrimonio che tutta
la migliore cultura esalta. Benedetto XVI ha affidato le nuove norme
alla «potente intercessione di Maria». E le ha pubblicate nel
novantesimo anniversario delle apparizioni di Fatima, in uno dei
primi sabati del mese (giorno della Madonna di Fatima), un 7 luglio,
lo stesso giorno in cui Pio XII, nel 1952, promulgò la "Sacro
vergente anno", dove finalmente consacrò la Russia al Cuore
Immacolato di Maria come richiesto da lei a Fatima.
Infine Benedetto XVI vara il suo Motu proprio dal 14 settembre,
festa dell'Esaltazione della S. Croce, a ricordare la
natura "sacrificale" della Messa che proprio nella riforma del 1969
era stata messa in ombra per avvicinarsi ai protestanti. Col rischio
di perdere l'essenziale.
Questo atto non è una concessione ai "lefebvriani", ma il
ritrovamento di un tesoro da parte di tutta la Chiesa.

Antonio Socci
(C) Libero, 8 luglio 2007
7月9日

riflessioni

IN PRIMO PIANO
http://www.totustuus.net/modules.php?name=Content&pa=showpage&pid=39
Benedetto XVI: hanno reso feconda la Chiesa con il proprio sangue
Molti membri dell'Episcopato cinese. hanno offerto, e offrono,
alle proprie comunità e alla Chiesa universale una luminosa
testimonianza. non si può infatti dimenticare che molti di loro
hanno subito la persecuzione e sono stati impediti nell'esercizio
del loro ministero, e alcuni di loro hanno reso feconda la Chiesa
con l'effusione del proprio sangue. Di fronte al relativismo e al
soggettivismo che inquinano tanta parte della cultura
contemporanea, i Vescovi sono chiamati a difendere e promuovere
l'unità dottrinale dei loro fedeli..

QUESTIONI DI BIOETICA
http://www.totustuus.net/modules.php?name=Forums&file=viewforum&f=26
Risposta alla domanda: "Bisogna curarsi ad ogni costo?"
LOBBYING ETICO.
http://www.fattisentire.net/modules.php?
name=News&file=article&sid=2601
Ma siamo sicuri che Blair è cattolico?
Un uomo politico, e che ha governato una nazione importante, va
giudicato in ragione della casacca che indossa, o piuttosto sulla
base di ciò che fa?. Ora, qui bisognerà intendersi una volta per
tutte: Tony Blair o Angela Merkel, Romano Prodi o Luis Zapatero,
non meritano dieci con lode o quattro in pagella in ragione della
fede che professano, o che non professano. Il voto dovranno
guadagnarselo sul campo. Ora, si dà il caso che la Gran Bretagna
del «convertito» Tony Blair sia oggi uno dei Paesi più permissivi
al mondo in materia di manipolazioni sulla vita umana. non
risulta che Blair abbia mostrato segni di un pur pallido
ripensamento su questa linea, che è lontana anni luce dalla
dottrina sociale della Chiesa in campo bioetico.

Mons. Luigi Negri
http://www.diocesi-sanmarino-montefeltro.it/template/detailNews.asp?
IDFolder=204&IDSezione=&IDOggetto=2416
La nostra Chiesa ha vissuto da secoli la Dottrina Sociale
La nostra Chiesa ha vissuto da secoli la Dottrina Sociale, l'ha
praticata nella famiglia cristiana, l'ha vissuta nella capacità
di solidarietà nei bisogni della vita materiale: penso alle opere
non solo caritative, alle banche, alle casse, a quella capacità
di rendere la carità, solidarietà viva fra cristiani e non
cristiani.

13) Mons. Alessandro Maggiolini
http://www.alessandromaggiolini.it/bin/servlet/mediabox.servlets.prese
ntation.DettaglioInfo?idInfo=37748&url=dettaglioRassegna.jsp
Contro la droga la terapia sono gli ideali
Continuano le comunità terapeutiche dei drogati, ma sembra che
abbiano mutato natura e finalità. ci si interroga se queste
opere sono state fatte contro la droga o per qualcosa o qualcuno.
I responsabili più avveduti e sensibili non si lasciano prendere
dall'impeto della condanna della "roba" nelle sue varie edizioni.
Certo, si impone l'uso di terapie che gradualmente liberino da
una schiavitù farmacologia che esalta in maniera mantica o
abbatte in maniera debilitante come in certi case di cura che
hanno quasi soltanto il fine di attutire le scalmane di certi
momenti incontrollati. Ma c'è ben altro. C'è il fatto che i
ragazzi, ospiti strani e bisognosi di aiuto, chiedono soprattutto
degli ideali per cui vivere.
CORRISPONDENZA ROMANA
http://www.corrispondenzaromana.it/fondo.php?ref=223
ABORTO: condanna dei Cardinali britannici
In Gran Bretagna, il movimento in difesa della vita
dell'innocente
si appresta ad una campagna estiva di intensa attività di
protesta, in preparazione, nell'autunno prossimo, del 40mo
anniversario della legge del 1967 che legalizzò la terminazione
artificiale della gravidanza. Molto a proposito quindi, il
Cardinale O'Brian, Primate di Scozia, ha levato la voce per
condannare con fermezza, dignità e chiarezza «la pratica
mostruosa» dell'aborto. Facendo seguito alle sue parole, la
stessa condanna è stata ribadita dall'Arcivescovo di Westminster,
Cardinale Murphy O'Connor, Primate d'Inghilterra.

7月7日

LA MADONNA CI STA PREPARANDO AI TEMPI DELLA GRANDE PROVA IMMINENTE ?

Ecco il messaggio che la Madonna ha dato a Mirjana, a Medjugorje, nell’apparizione del 2 luglio:


"Cari figli ! Nel grande amore di Dio oggi vengo a voi per condurvi sulla via dell'umiltà e della mitezza. Prima stazione su questa via, figli miei, è la confessione. Rinunciate al vostro orgoglio e inginocchiatevi davanti al mio Figlio. Comprendete, figli miei, che non avete niente e non potete niente. L'unica cosa vostra e quello che possedete è il peccato. Purificatevi e accettate la mitezza e l'umiltà. Mio Figlio avrebbe potuto vincere con la forza, ma ha scelto la mitezza, l'umiltà e l'amore. Seguite mio Figlio e datemi le vostre mani, affinché insieme saliamo sul monte e vinciamo. Vi ringrazio".

Poi la Madonna di nuovo ha parlato dell'importanza dei sacerdoti e della loro benedizione.

Un piccolo commento. Dove la Madonna dice “Mio Figlio avrebbe potuto vincere con la forza, ma ha scelto la mitezza, l’umiltà e l’amore”, sembra riecheggiare in modo meraviglioso ciò che papa Benedetto XVI ripete spesso e che già da cardinale disse nella famosa Via Crucis del 2005 (di cui parla l’articolo qua sotto): “Lui, il vero re, non regna tramite la violenza, ma tramite l’amore che soffre per noi e con noi” (seconda stazione). Infine l’espressione “insieme saliamo sul monte e vinciamo” è straordinariamente evocativa della visione del “terzo segreto” di Fatima, dove a “salire sul monte” sono i cristiani con i loro pastori (e il papa) per andare verso un immane martirio e conseguire la palma della vittoria che comporta il martirio:

“E vedemmo… vari altri Vescovi, Sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c'era una grande Croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia”.

7月6日

la messa in latino: le supposizioni di Socci

I DUE PAPI E IL RITORNO DELLA MESSA IN LATINO

di Antonio Socci e Solideo Paolini

Cosa c’è dietro la storica decisione di Benedetto XVI di restituire alla Chiesa il suo tradizionale rito millenario? E’ una scelta di portata epocale, contro la quale il papa ha subito pressioni pesanti da vescovi progressisti (pochi giorni fa Enzo Bianchi, con sicumera, annunciava alla Stampa: “Ratzinger non lo farà”. In effetti il Motu proprio è di Benedetto XVI). La scelta era già stata prefigurata e legittimata da Giovanni Paolo II con i primi passi degli anni Ottanta. E proprio nello stretto rapporto fra questi due papi bisogna indagare per capire. Bisogna scoprire i retroscena degli ultimi mesi di pontificato di papa Wojtyla.

L’8 gennaio 2005, sentendo ormai avvicinarsi la fine, Giovanni Paolo II, durante un pranzo con alcuni prelati di Curia (Herranz, Castrillon Hoyos, Lopez Trujillo e lo stesso Ratzinger), esprime la sua preferenza, come successore, proprio per il suo braccio destro bavarese. Vede in lui non solo l’amico fedele e prezioso (anche per le valutazioni critiche da lui espresse), ma l’unico che può tentare di riportare la barca di Pietro fuori dalla tempesta del post Concilio.

Un segreto da svelare

Il mese successivo, il 13 febbraio, muore a Coimbra suor Lucia, l’ultima veggente di Fatima, la depositaria del messaggio profetico della Madonna sui nostri anni, messaggio che – secondo Giovanni Paolo II – va accostato addirittura alle profezie bibliche, il cui valore non è affatto “facoltativo” riconoscere se lo stesso papa Wojtyla affermò solennemente che bisogna “ascoltare il comando che fu dato (a Fatima, ndr) da Nostra Madre, preoccupata per i suoi figli. Ora questi comandi sono più importanti e vitali che mai”. Anzi, disse il Papa, “l’appello fatto da Maria, nostra Madre, a Fatima

è più attuale di allora e persino più urgente… fa sì che tutta la Chiesa si senta obbligata a rispondere alle richieste di Nostra Signora. Il Messaggio impone un impegno su di essa”. Espressioni decisamente gravi, che impediscono di declassare il “segreto” a semplice e non-vincolante materia per appassionati. E fanno capire perché, per 40 anni, senza che ciò trapelasse, dentro le mura vaticane quel messaggio è stato un’autentica ossessione, oggetto di mille riunioni, timori e inquiete considerazioni. Ebbene, la morte di suor Lucia nel febbraio 2005 pone a papa Wojtyla un problema di coscienza. Suor Lucia infatti aveva consegnato alle autorità ecclesiastiche il testo del “terzo segreto” nel 1944 esigendo da loro l’impegno a rivelarlo nel 1960 (secondo quanto le aveva detto la Madonna) o al momento della sua morte. Nel 1960 non fu rivelato per decisione di Giovanni XXIII che – atterrito dal suo contenuto – espresse il dubbio se fosse di origine soprannaturale o un pensiero di suor Lucia. Contiene, per quanto si è capito, una profezia sull’apostasia nella Chiesa e, collegata, un’altra profezia agghiacciante sul mondo, come il papa svelò a Fulda. In un recente colloquio monsignor Capovilla – che da segretario di Giovanni XXIII ha conosciuto quel testo – ci ha confidato che lì la suora (perché lui non lo attribuisce alla Madonna, ma alla veggente) avrebbe “scritto le sue riflessioni sul vescovo vestito di bianco”.

Un commento alla visione? O sulla strana e ambigua espressione “vescovo vestito di bianco”? Quando Giovanni Paolo II si recò a Fatima nel 1982 suor Lucia tornò a chiedergli la pubblicazione del Terzo Segreto e il papa le rispose di no perché “potrebbe essere male interpretato”. Evidentemente una simile espressione si riferiva a qualcosa che imbarazzava la Chiesa, come poi confermarono la parole di Ratzinger del 1996 sui “dettagli” di quel testo che potevano nuocere.

Nel 2000 fu svelata la parte della visione, come si è detto, ma non quelle impressionanti parole pronunciate dalla Madonna di cui conosciamo l’incipit che suor Lucia aveva già rivelato (“In Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede ecc”). Alla morte di Lucia il papa si sentì in dovere di tener fede all’impegno assunto con la veggente che quel 13 maggio 2000, davanti alle telecamere di tutto il mondo, gli consegnò una lettera il cui contenuto resta tuttora misterioso (come molti suoi scritti e memorie segretati). Ma come rendere nota quella parte del terzo segreto che ha atterrito tutti i papi che l’hanno letta? Questo era il problema.

Indiscrezioni vaticane

Da notizie riservate in nostro possesso, confermate da tre autorevoli fonti vaticane, risulta che papa Wojtyla e il cardinale Ratzinger decisero di tener fede all’impegno rivelando quel contenuto in una forma velata, cioè nei contenuti essenziali, ma senza dichiararne la fonte. L’occasione scelta fu la Via Crucis del venerdì santo che nel 2005 cadeva il 25 marzo. Fu infatti una Via Crucis molto insolita non solo perché, stranamente, a scriverne il testo fu il card. Ratzinger, ma anche perché segnò il passaggio di consegne fra papa Wojtyla (che sarebbe morto una settimana dopo) e lo stesso prelato. Sicuramente quel drammatico testo fu scritto o riveduto a quattro mani, una sorta di testamento comune dei due pastori. I passaggi che fecero più impressione furono proprio quelli dov’era racchiuso il “quarto segreto”. Fin dalla prima stazione c’è un riferimento penitenziale all’infedeltà di Pietro: “Quante volte abbiamo, anche noi, preferito il successo alla verità, la nostra reputazione alla giustizia. Dona forza, nella nostra vita, alla voce sottile della coscienza, alla tua voce. Guardami come hai guardato Pietro dopo il rinnegamento”.

Quindi viene “alla storia più recente”, a riconoscere “come la cristianità, stancatasi della fede, abbia abbandonato il Signore”. Denuncia “il potere delle ideologie, intessute di menzogne” che “hanno costruito un nuovo paganesimo” e per eliminare Dio, hanno eliminato l’uomo. Ma, aggiungono i due autori, “non dobbiamo pensare anche a quanto Cristo debba soffrire nella sua stessa Chiesa? A quante volte si abusa del santo sacramento della sua presenza, in quale vuoto e cattiveria del cuore spesso egli entra! Quante volte celebriamo soltanto noi stessi senza neanche renderci conto di lui! Quante volte la sua Parola viene distorta e abusata! Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!... Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna del suo Corpo e del suo Sangue, è certamente il più grande dolore del Redentore”. E ancora: “Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti… Con la nostra caduta ti trasciniamo a terra e Satana se la ride, perché spera che non riuscirai più a rialzarti. Tu però ti rialzerai”. Il senso del Motu proprio

Come si deduce anche da queste parole, qualcosa di grave dev’esserci, nel messaggio di Fatima, che si riferisce alla liturgia e alla crisi del clero (a migliaia lasciarono l’abito dopo il Concilio). Non è un caso se il cardinal Ratzinger – sempre molto misurato – sul colpo di mano della riforma liturgica del 1969 è stato durissimo: “Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita ‘etsi Deus non daretur’: come se in essa non importasse più se Dio c’è e se ci parla e ci ascolta. Ma se nella liturgia non appare più la comunione della fede, l’unità universale della Chiesa e della sua storia, il mistero di Cristo vivente, dov’è che la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale?”.

Dunque l’attuale Motu proprio rappresenta un grande tentativo di riparazione e un grido di aiuto al Cielo. I due autori della Via Crucis del 2005, confessavano che “proprio in quest’ora della storia viviamo nell’oscurità di Dio” e poi citavano quello stesso apocalittico versetto del Vangelo di Luca che citò Paolo VI in riferimento al nostro tempo, laddove Gesù si chiede: “Ma il Figlio dell’Uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. Il testo della Via Crucis faceva un chiaro riferimento alle parole della Madonna a Fatima (“Alla fine il Mio Cuore Immacolato trionferà”). Infatti sotto la croce “i discepoli sono fuggiti, ella non fugge. Ella sta lì, con il coraggio della madre, con la fedeltà della madre, con la bontà della madre e con la sua fede che resiste nell’oscurità… Sì, in questo momento Gesù lo sa: troverà la fede”. C’è l’eco delle parole che la Madonna disse a S. Caterina Labouré nel 1830 parlando del nostro tempo: “Il momento verrà, il pericolo sarà grande, si crederà tutto perduto. Allora io sarò con voi”. Come si vede la successione fra i due pontefici avviene nel segno di Fatima. Lo fa pensare anche l’inquietante frase pronunciata dal nuovo papa nella messa di insediamento, il 24 aprile 2005 (“pregate per me, perché io non fugga per paura davanti ai lupi”) che ricorda il papa martirizzato del terzo segreto.

Da “Libero” del 1° luglio 2007


7月5日

Cei prudente sul PD

Cautela invece su Veltroni
in attesa che nasca il Partito democratico

Su Walter Veltroni l'atteggiamento è di cautela. Un po' perché la
sua leadership del Partito democratico è ancora virtuale; un po'
perché il Vaticano e la Cei hanno imparato a conoscerne l'abilità e
il tatto come sindaco di Roma. Prima di esprimersi, si aspetta che
il Pd e la sua segreteria prendano corpo. Ma sul tandem Veltroni-
Dario Franceschini e sulle manovre degli spezzoni cattolici intorno
al nuovo partito, i giudizi fanno emergere freddezza.

In particolare, l'impressione è che le gerarchie seguano con
scetticismo le iniziative di quanti nella Margherita rivendicano un
ruolo in nome dell'appartenenza religiosa: di solito, tendono a
vederle più come operazioni congressuali e correntizie. Viene
registrato come un fatto sul quale meditare il rovesciamento dei
ruoli rispetto al 1996, al 2001 e al 2006: il numero uno adesso è un
diessino, non Romano Prodi o Francesco Rutelli.

Ma a leggere i commenti di Avvenire, pesa in negativo ancora di più
la storia recente dei rapporti fra Conferenza episcopale italiana e
cattolici del centrosinistra: in particolare i lividi lasciati dallo
scontro sulle unioni di fatto, i Dico. Si evita di chiamare in causa
direttamente il premier, al quale pure si imputa di avere voluto il
provvedimento. In compenso, si attacca Franceschini per essere stato
uno dei sostenitori della «lettera dei Sessanta» che mesi fa
rivendicava l'autonomia dei parlamentari cattolici dell'Unione
rispetto alle indicazioni della Chiesa.

Quel documento di deputati e senatori della Margherita è visto
tuttora come un cedimento a quello che la Cei considera un
anticlericalismo fuori tempo; ed uno spartiacque che rimane tale
anche dopo l'arrivo al vertice episcopale di Angelo Bagnasco al
posto del cardinale Camillo Ruini. Eppure, ieri, sulla prima pagina
di Europa, Pierluigi Castagnetti ha riconosciuto che i Dico non
passano alle Camere perché «mancano i numeri»; dunque, per «un
diktat interno, non esterno (della Chiesa)». E ammette che «al Pd
serve una politica ecclesiale».

L'impressione, tuttavia, è che la Cei registri queste larvate
autocritiche senza modificare la sua opinione di fondo. Per questo,
la fioritura di convegni ed iniziative nelle quali si parla di un Pd
difettoso quanto a radici e valori cristiani viene osservata a
distanza. A torto o a ragione, è percepita come un tentativo di
ottenere visibilità nel nuovo partito, e raccogliere consensi in un
mondo evocato in modo strumentale: un arcipelago nel quale si
vogliono pescare voti, ma senza prendere impegni quando confliggono
con gli equilibri del centrosinistra.

Si tratta di una diffidenza radicale, che contesta la separazione
tra sfera politica e religiosa proposta da una parte dell'Unione. I
vertici ecclesiastici non sembrano fare differenze fra esponenti del
governo che si definiscono cattolici; né fra prodiani e non
prodiani. A fotografare il distacco, più ancora che l'ostilità verso
il Pd, può servire l'atteggiamento di Savino Pezzotta. L'ex
segretario della Cisl che è stato uno dei portavoce del «Family day»
cattolico a piazza San Giovanni ha ammesso di non avere ancora
capito cos'è il nuovo partito. «Non mi piace e non mi emoziona
questa fusione a freddo», dichiara dopo avere incontrato Veltroni.
Ormai anche Pezzotta, però, si rende conto che l'ipotesi di creare
una sorta di nuova Dc è velleitaria: la Chiesa sembra la prima a
rendersene conto e a non volerlo. Per questo si smarca da qualunque
operazione del genere, tanto più se minoritaria. E poi, parlare in
prima persona ultimamente non l'ha indebolita.

Massimo Franco
(C) Corriere.it, 04 luglio 2007