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    26 augustus

    veltroni e la ricerca di Dio

    E’ davvero interessante l’itinerario umano di Walter Veltroni…
    Una ricerca di Dio forse inconsapevole, ma appassionata. E’ questo che sta accadendo a Walter Veltroni e che traspare dalle sue incursioni nella narrativa: il prossimo libro, “La scoperta dell’alba”, uscirà il 30 agosto e già se ne parla. Incursioni che a me, lo dico subito, sembrano molto interessanti, anche letterariamente. E commoventi come sempre lo è il desiderio di Dio, il viaggio accidentato verso il senso della vita. In questo sto dalla parte di Veltroni e voglio spiegare precisamente perché mi sono fatto questa idea “religiosa” (anzi, cristiana) di lui e del suo itinerario.

    Ma prima devo fare un passo indietro. Mi presento: l’autore di questo articolo è stato per anni uno dei più feroci stroncatori del politico Walter Veltroni (secondo solo, per cattiveria, al Massimo Gramellini di “Compagni d’Italia”). Faccio questa premessa perché ciò che scrivo non sia sospetto di piaggeria. Veltroni infatti era spesso circondato da incensatori. Che forse sono pronti anche stavolta ad agitare i turiboli e tributargli “a prescindere” un entusiastico “bravooo!!!”. Alla maniera di Petrolini. Sui giornali o nei salotti. Questa corte dei miracoli è l’aspetto più indigesto del veltronismo. E anche il più vulnerabile. Così com’è facile bersagliare la sinistra cinematografica e capitolina, specie intellettuale passata in tre decenni da Amendola Giorgio all’Amendola della pubblicità dei telefonini, dai poveri ai Baricchi, dai Pasolini ai Muccini (che fa rima di nuovo con la pubblicità dei telefonini). Da Siciliano a Veronesi. Da Scalfari Eugenio a Scalfari genio. La sinistra dei “Nanni ruggenti” (nel senso di Moretti).

    Gramellini dipingeva Veltroni come “l’uomo senza qualità” (uh, quanto sbagliava). Noi l’abbiamo spernacchiato per le sue collezioni di figurine (mentre D’Alema collezionava figuracce), per la Nutella, per la riabilitazione di Totò, di Tex, perfino di “Pierino” e di Giovannona coscia lunga. Poi per il mito un po’ provinciale dei Kennedy e dell’America che lo portava a spaziare da “Furia cavallo del West” a Furio Colombo. Dava la sensazione di una sinistra volatile, facilona, diventata spensieratamente “anticomunista” (come Walter si definì su “Epoca” prendendosi gli insulti dei kompagni) senza grandi patemi.

    In realtà il tipo non era così. Non c’era solo una straordinaria capacità comunicativa e poi sotto il vestito niente. No. Sotto al bicchiere mezzo vuoto c’era il bicchiere mezzo pieno. I modi affabili ci parvero solo “paraculismo”, ma erano anche il segno di una sinistra finalmente mite, non fanatica, non settaria, che non azzanna al collo chi sta dall’altra parte. L’appropriazione di simboli altrui – da Kennedy a Don Milani – era troppo disinvolta, ma diceva anche il sano desiderio di uscire dalle cantine dell’intolleranza ideologica per riconoscere le ragioni altrui.

    L’inquietudine, l’insofferenza per la politica cinica e politicante alla D’Alema, che partorì “Veltrone l’africano” ci sembrò una sceneggiata terzomondista. Ma invece pose una questione seria e senza ideologismi – il dolore immane di un continente alla deriva – a una politichetta riunchiusa nel Transatlantico di Montecitorio.

    C’era forse un po’ di pedagogismo o sentimentalismo, io lo criticai per alcune cose che scrisse su Aids e preservativi in riferimento al Papa (non so se oggi è ancora di quell’idea). Ma mi sono trovato totalmente d’accordo con lui quando – venendo a parlare di giornalismo a Perugia – ha chiesto una Rai-tv che vada oltre i “pacchi” e i reality e spalanchi la finestra sulla realtà, com’è reale il continente della disperazione che preme alle nostre porte.

    E’ uscito dalla politica quando era al massimo del successo, leader naturale e acclamato del centrosinistra. Anche questa è stata considerata una furbizia, ma non mi pare che andare a fare il sindaco di Roma per occuparsi di fognature, di vecchietti e di tram, sia una grande astuzia (infatti nessuno dei suoi colleghi lo imita). Forse era nausea sincera della politichetta e bisogno di un’altra dimensione. Umana. Era il sintomo di un’inquietudine che andava oltre la politica. E che infatti si è espressa in forma narrativa. Il libro di racconti “Senza Patricio” mi ha sorpreso e colpito per questo. Perché (senza saperlo?) è un libro sulla nostalgia di Dio, non sulla nostalgia di Palazzo Chigi.

    Veltroni esordisce così: “Un giorno, passando per una strada di Buenos Aires, ho visto una scritta su un muro. Vernice colorata su una superfice senz’anima: ‘Patricio, te amo. Papà’. Non mi era mai capitato, in quasi cinquant’anni, di vedere un graffito dedicato da un padre a un figlio. E ho immaginato storie che possono aver prodotto il gesto di quella scritta”. I racconti sono tutti da leggere. Lievi e toccanti. La questione di fondo è la ricerca del padre, perché il dolore della sua perdita precoce è ancora vivo nell’autore e perché in fondo questo è il cuore vero dell’avventura umana.

    Lo testimonia la letteratura di tutti i tempi, dall’Odissea all’Amleto, il cui nome in inglese è quasi l’inverso perfetto di Telemaco (Shakespeare giocava con i nomi). La ricerca del padre è la ricerca del nostro nome e del nostro volto. E’ molto di più di quel che appare. Lo scrittore Thomas Wolfe dice: “ciò che più profondamente si cerca nella vita, la cosa che in un modo o nell’altro è al centro di ogni esistenza, è la ricerca dell’uomo per trovare un padre, non soltanto il padre della propria carne, non soltanto il padre perduto della propria gioventù, ma l’immagine di una forza e di una sapienza, alle quali la fede e la forza della propria esistenza possano essere unite”.

    Infatti la ricerca di un padre che ti dice “ti amo” è la ricerca di Dio. Anzi, del Dio cristiano, perché “Padre” è il nome proprio che i cristiani hanno dato a quel Mistero ignoto che dall’antichità si dice “Dio”. Gesù ha svelato a noi la Sua identità di “Padre”. L’Islam rifiuta come una bestemmia che Dio sia da considerare “Padre”. Per loro è un despota assoluto e lontano e noi i suoi sudditi. Invece Gesù ci ha svelato la Sua identità di Padre amorevole e così anche la nostra identità di figli amatissimi. Quella scritta di Buenos Aires (“Patricio, te amo. Papà”) che ha commosso Veltroni e ha fatto scattare la felice idea dei racconti, è un fatto storico: è in realtà la “Scrittura”. E’ la Bibbia, la grande dichiarazione d’amore del Padre a Israele. Che Gesù ha rivelato essere una dichiarazione d’amore per ciascun uomo. “Padre nostro”, così comincia la preghiera che ci ha insegnato. E’ il Padre appassionato che nella Bibbia dice a te e a me: “non ti dimenticherò mai”.

    Il nuovo libro di Veltroni sembra avere ancora come tema la ricerca a ritroso di un figlio negli eventi che portarono alla morte del padre. Vedremo se il narratore avrà la mano felice, leggera e commossa, che ebbe in “Senza Patricio” (nome, peraltro, che contiene la radice di “pater”).

    La figura del “padre” era ritenuta un tempo “di destra”. Con il ’68 furono fatti fuori ad un tempo, e non a caso, il padre e Dio. La Sinistra è nata da quella stagione che ha fatto naufragio e ora è orfana. Un suo filosofo di rilievo come Gianni Vattimo lamenta che – con il crollo di Marx e del positivismo – “cadute le ragioni filosofiche dell’ateismo”, si sia rimasti atei per abitudine. Senza porsi domande. Ma le domande vere si fanno spazio in qualche modo. E nelle pagine di Veltroni dalla ricerca del padre traspare questa nostalgia di Dio, questa sua angosciosa mancanza.
    25 augustus

    ISPETTORE COLIANDRO

    da  http://www.carlolucarelli.net/ispettorecoliandro.htm

    Story editor della serie è il famoso giallista Carlo Lucarelli (infatti l'Ispettore Coliandro è nato dalla penna dello scrittore bolognese ed è il protagonista di numerosi suoi gialli); interprete della serie il giovane attore Giampaolo Morelli che sarà affiancato, per ogni singolo episodio, da una diversa protagonista femminile.

    Al centro di questi gialli urbani, c'è la figura dell'ispettore Coliandro, un investigatore con tratti molto diversi dai tradizionali poliziotti della fiction; solitario nel suo lavoro e schivo, ma anche molto ironico ed autoironico, si trova spesso nei guai ma va sempre in fondo alle sue indagini.

    Il primo episodio "Il giorno del lupo", che vede accanto a Giampaolo Morelli Nicole Grimaudo, tratta del traffico di droga e della collusione tra ambienti mafiosi e giudiziari. Sceneggiatori di questo episodio sono, oltre a Lucarelli, Giampiero Rigosi e Umberto Contarello.

    L'episodio "In trappola", con Cecilia Dazzi protagonista femminile, è ambientato nel più grande quartiere dormitorio della periferia bolognese caratterizzato da una forte presenza della criminalità. Gli sceneggiatori sono Maurizio Matrone e Giampiero Rigosi.

    In "Vendetta cinese", si parla della comunità clandestina cinese di Bologna. La protagonista femminile è Jacelyn Parry Iean (un'esordiente), mentre lo sceneggiatore è lo stesso Lucarelli.

    Con "Magia nera", infine, conosceremo la Bologna della prostituzione e della criminalità clandestina. Morelli in questo episodio viene affiancato da Youma Diakite; gli sceneggiatori sono, ancora una volta, Giampiero Rigosi e Stefano Bises.

    Oltre a Giampaolo Morelli, la serie è interpretata da Veronica Logan, nel ruolo della Dottoressa Longhi, sostituto procuratore alla Questura di Bologna, ed Enrico Silvestrin, che interpreta Trombetti, braccio destro di Coliandro.

    "L'Ispettore Coliandro" è una produzione Rai Fiction realizzata da Tommaso Dazzi per Nauta Film.

    Primo episodio: IL GIORNO DEL LUPO
    Coliandro, un giovane poliziotto messo in punizione allo spaccio della Questura di Bologna, incontra per caso, nell'ufficio del suo amico e collega Trombetti, una ragazza, Nikita, che lo sta cercando per fargli vedere qualcosa che la inquieta. Si tratta di una grossa busta che Nikita (che fa la pony express) deve consegnare e che si è aperta, dopo aver subito un incidente in motorino, mostrando il contenuto: un floppy disk e 250.000,00 euro in contanti. Coliandro pensa sia una buona occasione per riscattarsi, tornare alla Mobile e venir via dallo spaccio.
    Coliandro capisce subito: si tratta di un traffico di cocaina, e...

    Secondo episodio: IN TRAPPOLA
    Durante un'operazione di polizia contro la mala del Pilastro a cui Coliandro partecipa assieme agli altri agenti della Squadra Mobile, Trombetti, durante un inseguimento nei sotterranei di un palazzo, provoca la morte di un pregiudicato.
    Accusato dal sostituto procuratore Longhi di non aver agito secondo le procedure corrette, viene incriminato per omicidio volontario sulla base di alcuni elementi poco chiari.
    Per esempio, Trombetti dice di aver sparato due colpi in aria rispondendo ad un colpo esploso contro di lui dal buio, ma di proiettili sparati dalla sua pistola ce ne sono tre: due nel soffitto e uno nel corpo di Piras, che risulta invece disarmato. Inoltre, Trombetti, prima di entrare in polizia, era stato amico di Piras, che giura di non aver più incontrato da allora nonostante ci siano testimonianze e foto che li mostrano assieme qualche giorno prima.
    Davanti a questi elementi Trombetti viene sospeso dal servizio e messo agli arresti domiciliari e su di lui viene aperta un'indagine.
    Coliandro è tormentato dal dubbio sulla colpevolezza dell'amico...

    Terzo episodio: VENDETTA CINESE
    Mentre Coliandro si reca al lavoro in macchina, ha uno strano incidente. Viene speronato da una Vespa anni '50 giudata da Ho, un bambino cinese che scappando gli lascia in mano un documento di identità da cui risulta che dovrebbe avere centocinquanta anni.
    Cercando di ritrovare il bambino, Coliandro inizia un'indagine che lo porta in un universo sconosciuto, il mondo misterioso e oscuro delle comunità cinesi, tra organizzazioni che riciclano documenti di persone morte e sepolte in catacombe sotterranee, gestiscono ospedali fantasma e fabbriche clandestine nel sottosuolo di Bologna.

    Quarto episodio: MAGIA NERA
    Joy, una prostituta nigeriana, viene trovata uccisa nei dintorni di Bologna. Sembra un tipico delitto maturato nell'ambiente della prostituzione clandestina, ma c'è qualcosa che non torna. Pochi giorni prima di essere uccisa, Joy aveva detto alle amiche di avere in mano qualcosa che l'avrebbe portata via da quella vita, per poi mostrarsi, all'improvviso, terrorizzata. E c'è anche un altro delitto, un ex funzionario dell'ambasciata nigeriana trovato a Bologna in un appartamento messo a soqquadro da due uomini sconosciuti che sembravano cercare qualcosa di importante.
    La Squadra Mobile indaga e Coliandro insiste per lavorare al caso poichè conosce il mondo della prostituzione africana.

    http://www.raifiction.rai.it/raifictionarticolo/0,,1981,00.html

    Cast artistico

    Coliandro: Giampaolo Morelli
    Trombetti: Enrico Silvestrin
    Dottoressa Longhi: Veronica Logan
    Gargiulo: Giuseppe Soleri
    Nikita (per "Il giorno del lupo"): Nicole Grimaudo
    Alessia (per "In trappola"): Cecilia Dazzi
    Sui (per "Vendetta cinese"): Jacelyn Parry Iean
    N'kiru (per "Magia nera"): Youma Diakite

    Cast tecnico
    Story editor Carlo Lucarelli
    Sceneggiatura Carlo Lucarelli - Giampiero Rigosi - Umberto Contarello - Maurizio Matrone - Stefano Bises
    Regia Manetti Bros
    Aiuto regia Alessandro Trapani
    Organizzatore Alessandro Passadore
    Direttore di produzione Stefania Balduini
    Direttore della fotografia Sebastiano De Pascalis
    Operatore Emanuele Chiari
    Fonico Marco Fiumara
    Scenografia Pierluigi Manetti
    Costumi Gaia Calderone
    Trucco Francesca Lodoli
    Montaggio Federico Maneschi
    Produttore Rai Doriana Caputi
    Una produzione Rai Fiction
    Realizzata da Tommaso Dazzi per Nauta Film
    Ufficio stampa NI.CO sas
    Nicoletta Strazzieri e Vittoria De Iuliis

    Intervista
    http://guide.supereva.it/provini_ed_audizioni/interventi/2004/06/161382.shtml
    CARLO LUCARELLI - RAIFICTION
    'IL GIORNO DEL LUPO' DI CARLO LUCARELLI DIVENTA UNA SERIE TV L’AUTORE: 'SCRIVERE GIALLI, IL MIO LAVORO, IL MIO HOBBY'
    Sono appena terminate le riprese del tv movie "Il giorno del lupo" tratto dal romanzo di Carlo Lucarelli, e l’autore è già al lavoro per ideare altre storie che sempre Rai Fiction produrrà dando luogo a una collana di polizieschi imperniati sullo stesso protagonista di questo primo lavoro, l'ispettore Marco Coliandro. I cinque nuovi soggetti, attualmente in fase di scrittura e il cui editing è affidato alla cura di Lucarelli, sono "Febbre gialla" del medesimo autore, "Pilastro" di Rigosi e Matrone, "Operazione Zero" di Bises e De Mola, "Kiru" di Rigosi e Bises e "Luce rossa" di Simi e De Mola.
    Diretto dai registi Manetti Bros, i fratelli Antonio e Marco, apprezzati realizzatori di videoclip, il “Giorno del lupo”, primo film della serie destinata a Raidue, racconta una storia ricca di colpi di scena, ambientata a Bologna, nella quale l'ispettore Coliandro, interpretato da Giampaolo Morelli, ha come compagna e antagonista Nikita, una bella ragazza che fa la pony express (Nicole Grimaudo). E' una delle moltissime storie scritte da Lucarelli, autore di gialli, racconti, programmi televisivi, sceneggiature di film, testi teatrali, fumetti, soggetti per videoclip.

    L'ispettore Coliandro è un personaggio nuovo?
    «No, già esisteva. Io l'avevo creato come protagonista di un racconto che si chiamava proprio "Nikita", un racconto poliziesco all'americana, ma ambientato in Italia. Volevo farne un personaggio un po' irreale, sul tipo dell'ispettore Callaghan. Gli ho attribuito tutti i difetti della polizia italiana, ma anche tutti i pregi e ne è venuto fuori un tipo onesto, ma abbastanza pasticcione, un personaggio ironico, tutto sommato. Mi è piaciuto e ne ho fatto uno dei protagonisti di un altro romanzo, intitolato "Falange armata", e poi l'ho fatto tornare ne "Il giorno del lupo", la terza volta. E adesso diventa protagonista di una collana di sei fiction».

    Che tipo è, ce lo può descrivere?
    «E' un personaggio abbastanza forte, divertente, un po' strano, pieno di lati positivi, essendo un poliziotto che si batte per la giustizia, però contemporaneamente anche di lati negativi. Direi che è un personaggio simpatico, molto ben definito».

    I nuovi soggetti di che parlano?
    «Sono molto diversi. "Febbre gialla", è una storia sulla comunità clandestina cinese; "Pilastro" racconta del più grande quartiere dormitorio della periferia bolognese che ha la più alta densità di criminalità; "Operazione Zero" si svolge nell'ambiente sommerso delle corse e delle scommesse clandestine che prospera tra le ville della buona borghesia bolognese; il tema affrontato da "Kiru" è la Bologna della prostituzione e della criminalità di colore; infine "Luce rossa" si occupa del giro del porno e dei video amatoriali sullo sfondo di un Appennino fuori dal tempo».

    Oltre a Coliandro, protagonista fisso, tornerà anche la ragazza, Nikita?
    «No, ce ne saranno altre. Coliandro ha sempre a che fare con una ragazza, di solito un personaggio che entra in scena in circostanze sfortunate, quindi in ogni storia avrà accanto una ragazza diversa. Però sarà sempre una personalità femminile molto forte, con la quale l'ispettore avrà un rapporto conflittuale perché lei gli sarà immancabilmente contro».

    Nello scrivere le sue storie come si muove tra giallo, noir e poliziesco?
    «Penso che ormai ci sia una tale contaminazione tra le varie forme di questo genere che non c'è bisogno di scegliere. Uno segue una storia e poi questa assume le caratteristiche più giuste per essere raccontata».

    Lei punta tutto sulla parola: quella scritta ma anche quella parlata. I suoi testi però sono diventati cinema, televisione, radio, teatro…
    «Il fatto che ci siano altre forme di espressione dipende dagli altri, non è una mia scelta. E infatti, la mia storia tradotta in immagini diventa un'altra storia, diversa da come la vedevo mentre la scrivevo. Quel che è certo è che io sono uno scrittore di libri e resto uno scrittore di libri. Se dovesse venire una legge che obbliga ciascuno a fare una cosa sola, io farei il romanziere».

    Quando ha scoperto di essere uno scrittore?
    «Da ragazzino. A un certo punto un ragazzo ha voglia di raccontare una storia, ha voglia di sentirsela raccontare: questa storia non c'è, la sa soltanto lui e allora comincia a raccontarla. Questo è l'inizio, poi ognuno sceglie il suo metodo, quello che ritiene migliore. Se è un appassionato di lettura come ero io, di italiano, di parole, di libri, comincia a scriverla, come ho fatto io».

    E quando ha capito d'aver imboccato la strada giusta?
    «Quando ci ho provato avevo quattordici anni, mi ricordo, ma ho capito d'avere azzeccato la scelta della vita quando mi hanno pubblicato il primo libro, quindici anni dopo».

    Qual è stato il primo libro?
    «E' stato "Carta bianca", pubblicato nel '90 da Sellerio».

    Lei aveva trent'anni precisi, quel libro era un giallo?
    «Sì era un giallo, ambientato nel 1945, con un poliziotto per protagonista».

    Nel privato si comporta come un personaggio dei suoi thriller, o è completamente diverso?
    «In verità sono molto allegro. Poi vivo in una regione che è particolarmente ricca di occasioni di divertimento. A me piace stare con la gente, con gli amici e mangiare, bere, andare al cinema, sentire musica».

    Qualche hobby?
    «No, a parte la scrittura e tutto quello che vi sta attorno, come leggere tantissimi libri».

    Questo è il suo lavoro però.
    «E' vero, ma essendo un lavoro che mi piace moltissimo è come se fosse un hobby».

    Il programma "Blu notte" che lei ha realizzato per Raitre è stato accolto con grande favore. Qual è il segreto del successo?
    «Credo che funzioni il fatto che noi siamo molto seri e molto documentati, e penso che questo si senta. Non diciamo niente che non sia documentato e che non riferisca un'ipotesi contraria se si tratta di qualcosa non del tutto certo. Poi credo che funzioni anche la sua dimensione narrativa. Io sono uno scrittore e quindi racconto fatti veri confezionandoli con il montaggio e il taglio del romanzo. La narrativa è sempre accattivante, dà sempre delle emozioni».

    Da cosa trae ispirazione per le sue storie?
    «Soprattutto dalla realtà. Bisogna stare attenti a quello che succede e poi farsi la domanda fondamentale: che cosa accadrebbe se...»

    Ora cosa sta preparando?
    «Oltre al “Giorno del lupo” e alle successive storie della serie dell’Ispettore Coliandro ho appena cominciato a scrivere un altro libro. Mi ci vorrà un bel po' per portarlo a termine. Non so se sarà un giallo o semplicemente un romanzo tenebroso. E' ambientato in Eritrea nel 1895, la battaglia di Adua. Avevo già scritto qualcosa in passato su quelle vicende e adesso mi è piaciuta l'idea di andare a rileggere e a raccontare quel periodo coloniale ormai tanto lontano».

    www.giulivo.com

    Si, sa morto un Papa se ne fa un altro. E le emittenze televisive non fanno eccezione. Dai dati forniti dal Centro d'Ascolto dell'Informazione Radiotelevisiva, ente che dal 1994 effettua per conto del Garante per l’editoria il monitoraggio sulle campagne elettorali, emerge un quadro di presenze schiaccianti dell'Ulivo nei Tg nostrani. In buona sostanza nelle analisi per coalizione del mese di luglio 2006, se si esclude il Tg4 e in parte il Tg2, sia sulle reti Rai che sulle reti Mediaset lo spazio dedicato dalle testate al centrosinistra è di 2/3, contro 1/3 al
    centrodestra. Il Tg4 fa parlare gli esponenti del centrodestra per il 65,53% del tempo, contro il
    32,57% dedicato agli esponenti del centrosinistra. Il Tg2 ha dedicato il 60,76% al centrosinistra e il
    35,83% al centrodestra. Il Tg di La7 è la testata maggiormente sbilanciata (77,17% al centrosinistra,
    22,83% al centrodestra). Perfino i TG mediaset, se si esclude il fido Emilio, riservano spazi schiaccianti alla compagine di governo.
    Per carita' niente di cui meravigliarsi, la pagnotta a casa bisogna portarla tutti e nel mondo della comunicazione sono pochi i bastian contrari, spesso emarginati come la peste. Questa, comunque, e' la palese dimostrazione della pretestuosita' delle lamentele di sinistra sulla par condicio e il motivo per cui non e' stato necessario per il nuovo governo fare ribaltoni di poltrone nelle testate Rai.
    C'e' dell'altro: la scomparsa dal video (in molti saranno felici) di Berlusconi e dei leader del Centro destra non sono motivate solo da partigianeria. Saranno le ferie, sara' che si stanno riorganizzando le forze per l'inverno, ma ultimamente sembra che ci sia un vuoto di potere. Cielo sereno prima della tempesta?
    23 augustus

    E' SEMPRE GRANDE ITALIA AI MONDIALI DI BASKET

     
     
     
     
     
     
    anche il dreamteam americano ha capito che bisogna darci rispetto.
     
     

    PACIFISTI.... SOLO SE NON GOVERNANO, MA LE REGOLE SONO + AGGRESSIVE IN LIBANO CHE IN IRAQ E AFGHANISTAN

    NUOVE REGOLE di INGAGGIO
    PERMETTONO USO DELLA FORZA
    (AGI) - New York, 23 ago. - I caschi blu in Libano potranno sparare per proteggersi e proteggere i civili, ma anche per far rispettare il proprio mandato. Lo stabiliscono le nuove regole di ingaggio che l'Onu ha messo a punto e illustrato in un documento di 21 pagine. Non e' comunque previsto che sia l'Unifil a disarmare la guerriglia Hezbollah nella zona cuscinetto creata nel sud del Libano. Vijay Nambiar, consigliere particolare di Kofi Annan, ha detto che le regole, illustrate ai Paesi che si sono candidati a partecipare alla missione, sono state in linea generale accettate. "Non abbiamo ricevuto alcuna particolare richiesta di cambiamento" ha detto durante una conferenza stampa a Gerusalemme, "e questo ci lascia supporre che potremo completarle a breve". Piu' in dettaglio, le nuove regole di ingaggio autorizzano l'autodifesa, ma anche "l'autodifesa preventiva" contro un'aggressione prevedibile. Ma in molti casi, se le forze Onu non sono sotto attacco, l'uso della forza deve essere autorizzato da un ufficiale alto in grado. I soldati possono sparare anche contro chiunque ostacoli i loro doveri di garantire la sicurezza; la liberta' di movimento del personale Onu e di quello umanitario e per proteggere i civili da qualunque attacco imminente. E' incluso l'uso di "forza letale" per difendere le forza armate libanesi messe sotto scorta Onu, ma solo se la minaccia e' armata. L'uso della forza deve essere comunque commisurato al livello del pericolo, ma puo' essere maggiore se necessario a ridurre al minimo in numero delle vittime tra i civili o tra il personale Onu. Il mandato stabilisce che l'Unifil assista le forze armate libanesi nel creare una zona cuscinetto libera dalle armi, ma, come ha sottrolineato il vice di Annan, Mark Malloch Brown, non si chiede ai caschi blu di portare avanti un programma di disarmo di ampia portata. Tuttavia, se i soldati dell'Onu dovessero trovarsi ad avere a che fare con piccoli gruppi che non vogliono consegnare le armi di propria volonta', sono autorizzati a usare la forza. Per far rispettare la risoluzione 1701 che stabilisce la tregua tra Hezbollah e Israele, le Nazioni Unite chiedono l'invio di 3.500 caschi blu entro il 2 settembre e di altri 9.500 entro novembre, che con i 2.000 gia' sul campo andranno a completare la forza di 15mila uomini stabilita dal Consiglio di sicurezza.
    230913 AGO 06

    CL e i sinistri cuor di leone

    LETTERA AL GIORNALE DEL 15 agosto 2006


    Signor Direttore,
    come lei sa, per antica amicizia, non replico mai ad attacchi volgari e conditi di falsità. Così farò anche nel caso dell'articolo di Luigi Amicone uscito sul Giornale di domenica. Mi permetta solo di informare i suoi lettori, per il rispetto che meritano, di un particolare perché possano valutare chi è l'autore di quell'invettiva e chi è il sottoscritto. Dunque il suddetto Amicone, direttore di Tempi, a un certo punto, con la sua tipica "eleganza" mi sfida ("voglio vedere se hai le palle") a un "duello rusticano davanti al popolo del Meeting", cioè a una disputa pubblica a Rimini sulle critiche che io ho rivolto al Meeting. Ovviamente mi sono subito detto disponibile, ma il suddetto Amicone, dopo aver lanciato la sfida pubblica, su un giornale nazionale, mi ha fatto sapere in privato che no, ovviamente mai e poi mai lui può proporre al Meeting una cosa simile, né il Meeting accetterebbe un dibattito finalmente libero su questi argomenti. Naturalmente il direttore di Tempi avrebbe potuto, col suo giornale, organizzare lui, a margine del Meeting, tale dibattito, ma non ritiene evidentemente di potersi permettere i "lusso" di essere un uomo libero e nemmeno una persona seria. Con ciò il "caso Amicone" per me è chiuso, resta invece aperta la questione importante: il "problema Meeting", anzi il "caso CL".

    Quindi il tracimare della Compagnia delle opere sulla natura ecclesiale del movimento e la necessità di un clima di cordiale libertà al suo interno. Non c'è solo il "dialogo" con i lontani (come il ministro Bersani che si "incorona" come teologo sul palco del Meeting), ma sarebbe auspicabile anche il dialogo libero in casa propria, con i familiari. Che oggi sembra assolutamente vietato.
    Con i più cordiali saluti,

    Antonio Socci
    22 augustus

    repubblica: domanda breve e di interesse generle

     

    MA QUANDO TE NE VAI?!!

    (così la smetti di rovinare 5 anni di buon lavoro)

     

    LA PARABOLA DEL GIOVANE BARICCO (CITATO DA CITATI)

    Noi intellettuali italiani siamo divertenti e strani. Sguardo autocritico ed evoluzioni recenti: dall’asilo politico all’asilo infantile…
    Un giorno Alberto Arbasino spiegò: “La carriera di uno scrittore italiano ha tre tempi: a 25 anni è una giovane promessa, a 50 è il solito stronzo e a 65 è un grande maestro”. A leggere la prima pagina della Repubblica di ieri s’intuisce in quale, di queste tre fasi, Pietro Citati collocherebbe lo scrittore Alessandro Baricco. La lite da ballatoio fra i due va avanti da tempo, ma ora coinvolge pure lo stato maggiore della Repubblica e il Parnaso delle patrie lettere.

    C’è un antefatto da raccontare. Il 1° marzo scorso esce sulla Repubblica un alto lamento di Baricco sofferente. E’ intitolato: “Cari critici, ho diritto a una vera stroncatura”. Lo scrittore aveva vissuto due esperienze traumatiche nello spazio di pochi giorni. Sulla Repubblica era uscito un articolo di Pietro Citati che descriveva il suo godimento nel guardare in tv i pattinatori delle Olimpiadi invernali, osservando i quali – spiegava - “dimenticavo tutto: le noie, le mediocrità, gli errori della mia vita; dimenticavo perfino ‘L’Iliade’ di Baricco, e la vasta e incomprensibile ottusità dei volti di Roberto Calderoli e di Alfonso Pecoraro Scanio”. Dolente Baricco racconta il suo choc: “io ero lì, innocente, che mi leggevo con piacere l’esercizio di stile sull’argomento del giorno e, trac, mi arriva la coltellata”.

    Qualche giorno dopo stessa tragedia. Baricco apre L’Unità e legge un altro critico, Giulio Ferroni che pur parlando dell’ultimo libro di Vassalli a un certo punto se ne esce con questa frase: “che distanza abissale dalla stucchevole e ammiccante epica automobilistica dell’ultimo Baricco!”. Il quale dev’essere stramazzato al suolo: l’orgoglio ferito e languente sotto i piedi. Per giorni ha evitato con terrore di aprire altri giornali. Si logora, rimugina, si tormenta: che fare? C’è chi gli consiglia di “ripassare” il suo estratto conto consolandosi con i cospicui diritti d’autore dei suoi libri e fregandosene dell’invidia dei “mandarini” delle patrie lettere. Ma non ce la fa. Medita di vendicarsi restituendo la pariglia. Per esempio “facendo un reportage sul Kansas e lì staccare una frasetta tipo ‘questi rettilinei nella pianura, interminabili e pallosi come un articolo di Citati’ ”. Oppure progetta di scrivere un articolo sulla birra analcolica definendola a un certo punto “triste e inutile come una recensione di Ferroni”.

    Ma non basta. Troppo poco per ripagare due così sanguinose offese. Baricco rosica, ah come rosica: “Potrei dire che non me ne frega niente. Ma non è vero”. Perciò – rosicando – fa quello che non avrebbe mai dovuto fare: lo sventurato rispose. Facendo sapere che rosicava e quindi amplificando il godimento dei nemici. Nel vergare le sue 8.500 battute, Baricco sa di cacciarsi in un guaio. Ma l’Ego arroventato e ferito dello scrittore reclama soddisfazione. Piuttosto che sentirsi trascurato, preferisce immolarsi.

    Egli spiega che il naturale narcisismo dell’artista preferisce di gran lunga essere massacrato, con odio lucido e deliberato, da critici che almeno facciano la fatica di dedicare alla loro vittima libri e articoli, che essere snobbato e distrattamente sputazzato mentre si parla d’altro. Con un inciso galeotto. Quasi che il giudizio pessimo su Baricco fosse proverbiale, ovvio, generale, dato per scontato, non meritevole neanche di ragioni. Lo scrittore lancia la sua legittima sfida: se avete argomenti (e attributi) stroncatemi, con una paginata di bastonate, ma buttar là una frasetta sprezzante e gratuita in articoli dedicati a tutt’altro, è un’ingiustizia così orrenda che difficilmente l’umanità potrà farsene una ragione. La parabola del giovane Baricco così ha imboccato una china pericolosa, anche perché è scrittore di successo e di vasta autostima (si ritiene in condizione di riscrivere Omero…). Dunque la dispettosa pernacchia allo scrittore-Narciso è diventata un crudele sport collettivo. Il giorno dopo, 2 marzo, quei goliardi del Foglio, nella loro irriverente caciara anti-intellettualistica, hanno infarcito tutti gli articoli con una frasetta tra parentesi che tirava un’allegra pedata a Baricco scimmiottando Citati e Ferroni. C’era l’articolo di cronaca dall’Emilia dove si leggeva: “Quella di Sassuolo è una storia di eccessi (altro che la noia di leggere Baricco)”. Poi c’era il reportage dal Medio Oriente: “le trattative interne con il governo di Hamas non aiutano a distendere il clima (e certo che però Ferroni è proprio un bravo critico)”. Quindi l’articolo di politica: “Berlusconi visibilmente sorpreso dall’accoglienza che gli hanno riservato senatori e deputati americani (e che mai uno come Baricco riuscirebbe ad avere)…”. Pure l’articolo di costume: “Si registra un permissivismo sfrenato (Baricco inizia a scrivere libri)”. Anche la politica estera vedeva spuntare il perfido inciso: “Putin piace sempre meno (ma la scrittura di Baricco irrita di più)”. Non è sfuggita neanche la rubrica di previsioni del tempo: “Variabile e ventoso su tutte le regioni (per favore, fermate Baricco)”.

    Cionondimeno la sortita di Baricco gli ha guadagnato pure i sospirati articoli. Uno dei quali – del sopra citato Giulio Ferroni – lamenta di aver recensito Baricco, ma evidentemente di non essere stato da lui letto. E giù una sua geremiade sulla sventurata sorte dei critici letterari che sudano sulle carte e nessuno si “caga”. Ferroni afferma di essere più infelice di Baricco con questo ferreo argomento: “io la leggo, ahimé, senza ricavarne molto, e lei non legge me e ne ottiene un successo planetario”.

    Come se non bastasse il povero Ferroni ha dovuto subire un altro orribile affronto che rinfaccia a Baricco: “ulteriore motivo di depressione è stato per me sapere che in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico della mia università si è esibito il degnissimo cantante Claudio Baglioni, ma non per cantare, sì invece per leggere brani di Aristotele e del suo (di Baricco, ndr) ‘Novecento’: lo vede che le parole dei critici non contano nulla nemmeno nelle università dove essi insegnano?”.

    Per Baricco è l’apoteosi. Come se non bastasse essere accostato ad Aristotele e addirittura a Claudio Baglioni, il grande scrittore ha avuto la gratificazione di veder pubblicato a puntate, sulla Repubblica, un suo libro, “I barbari”, quasi ogni giorno una paginata per tutta l’estate. E’ la gloria. A mezza bocca, sulle spiagge, il giudizio più diffuso ricalca quello di Fantozzi sulla “Corazzata Potemkin”. Ma ormai Baricco è l’unico scrittore a cui è concesso tanto. Come è l’unico a cui “viene concesso da un importantissimo giornale come la Repubblica di scrivere in prima pagina un articolo di critica letteraria, in cui non si parla né di letteratura né di critica, si parla del fatto che i critici trattano male Baricco, autore dell’articolo” (Berardinelli).

    Sennonché ieri sulla prima pagina di Repubblica è uscito un articolo di Pietro Citati (sì, proprio lui) sui pomodori: “Quando i pomodori avevano un sapore”. Il mondo è in fiamme, l’Italia in subbuglio, ma il grande Citati si occupa di pomodori e si dilunga a tessere l’elogio di quelli di un tempo. Per migliaia di battute. Ti chiedi come si fa a scrivere (e pubblicare in prima pagina) una tale apologia del pomodoro. Ma alla fine si capisce. Per la sciabolata di una sola riga: “I veri pomodori hanno un grande pubblico: quasi come i libri di Alessandro Baricco”.

    Questo è lo stato attuale della nostra cultura. Fino a ieri in procinto di chiedere l’asilo politico all’estero (causa Berlusconi) e oggi presa da innocenti giochi da asilo d’infanzia.

    © “Libero”, 19 agosto 2006
    21 augustus

    è tutta un'altra storia...

    http://www.totustuus.biz/users/altrastoria/medioevo.htm
    L'organizzazione sociale del medioevo, di Regine Pernoud
    Per capire veramente la società medievale bisogna studiare
    l'organizzazione della famiglia: è questa la "chiave" del
    Medioevo, ed è la sua caratteristica più originale. E'
    un'epoca in cui tutti i rapporti si rifanno al modello
    familiare; quelli del feudatario con il suo vassallo, o
    quelli dell'artigiano con il suo apprendista. La vita dei
    campi, la storia della nostra terra si spiega soltanto con
    l'ordinamento delle famiglie che vi sono vissute.
    L'importanza di un paese si valutava dal numero dei
    "focolari" e non dall'ammontare della popolazione. Nelle
    leggi e nei costumi, ogni disposizione è rivolta al bene
    della famiglia o all'interesse della casata, oppure,
    ampliando tale concetto di famiglia ad una cerchia più
    vasta, all'interesse del gruppo o della corporazione, la
    quale non è che una famiglia più grande, basata sul medesimo
    modello del nucleo familiare propriamente detto. I grandi
    baroni sono anzitutto dei padri di famiglia, che raccolgono
    intorno a sé tutti coloro ! che, per nascita, fanno parte
    del patrimonio feudale; le loro contese sono principalmente
    lotte familiari, alle quali partecipa tutta la mesnie, che
    essi hanno il dovere di difendere e di amministrare

    i vescovi spagnoli

    http://primopiano.totustuus.info/
    Vescovi di Spagna: la secolarizzazione nella Chiesa
    Non sono pochi coloro che all'ombra di un Concilio
    inesistente, tanto nella lettera quanto nello spirito, hanno
    seminato agitazione e inquietudine nel cuore di molti
    fedeli. All'origine della secolarizzazione vi è la perdita
    della fede e dell'intelligenza della fede. In questo
    giocano, senza dubbio, un ruolo importante alcune proposte
    teologiche non sufficientemente fondate relative alla
    confessione di fede cristologica... Gli aspetti della crisi
    possono riassumersi in quattro punti: concezione
    razionalista della fede e della rivelazione; umanesimo
    immanentista applicato a Gesù Cristo; interpretazione
    meramente sociologica della Chiesa e
    soggettivismo-relativismo secolarizzato nella morale
    cattolica... La presente istruzione pastorale si articola
    intorno a questi quattro punti, segnalando, a partire dalla
    confessione di fede di Pietro, alcuni insegnamenti che
    mettono in pericolo la professione di fede e la comunione
    ecclesiale, che causano confusione tra i fedeli e sono d! 'ostacolo
    allo sviluppo dell'evangelizzazione
    08 augustus

    Benedetto XVI: La Chiesa soffre anche oggi. In essa Cristo viene sempre di nuovo schernito e colpito

    La Chiesa – ed in essa Cristo – soffre anche oggi. In essa Cristo viene sempre di nuovo schernito e colpito; sempre di nuovo si cerca di spingerlo fuori del mondo. Sempre di nuovo la piccola barca della Chiesa è squassata dal vento delle ideologie, che con le loro acque penetrano in essa e sembrano condannarla all'affondamento. E tuttavia, proprio nella Chiesa sofferente Cristo è vittorioso... Egli resta nella sua barca, nella navicella della Chiesa. Così anche nel ministero di Pietro si rivela, da una parte, la debolezza di ciò che è proprio dell'uomo, ma insieme anche la forza di Dio: proprio nella debolezza degli uomini il Signore manifesta la sua forza; dimostra che è Lui stesso a costruire, mediante uomini deboli, la sua Chiesa
    07 augustus

    dal nuoto alla'atletica un estate a tutto sport

    LAURE MANAUDAOU reginetta degli europei di nuoto

    CAROLINA KLUFT nella sua Goteborg a caccia di successi

    01 augustus

    aggiunte foto

    Sono state aggiunte 4 foto della partita di world league giocata domenica dalla nazionale di Montali.

    Anche x questo non li ho votati....

     

    (AGI) - Roma, 31 lug. - "In questi due mesi non ho visto un solo reale sforzo di riduzione della spesa. E allo stesso tempo le tasse sulle imprese sono aumentate".
       E' un bilancio "magro", quello sui primi mesi del governo Prodi, tracciato dal leader degli industriali italiani, Luca Cordero di Montezemolo, in un'intervista al Wall Street Journal. Il numero uno di Confindustria non ha nascosto le sue perplessita'.
       "Il crescente disincanto all'interno della comunita' degli affari per i primi mesi di governo del premier Romano Prodi sta sollevando dubbi sul fatto che Roma sia capace di portare a termine i suoi due principali obiettivi di promuovere la crescita economica e di tagliare allo stesso tempo la spesa pubblica".
       Montezemolo ha richiamato il governo ai suoi impegni.
     
    *