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August 31
| Scritto da Gianluigi Nuzzi
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| giovedì 28 agosto 2008
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... Istantanea di fine giugno 2007: crisi di governo, il Partito democratico in embrione, Romano Prodi contestato in ogni piazza denuncia «un’aria irrespirabile» nel Paese. Ma l’allora presidente del Consiglio a Palazzo Chigi ha comunque un gran daffare. Non tanto per i grattacapi dalla sinistra radicale e per la riforma delle pensioni, quanto, verrebbe da dire, perché tiene famiglia. Il Professore cerca di soddisfare i desiderata di parenti ed ex inquisiti del pool di Mani pulite, coinvolgendo, tramite il suo staff, ministri e sottosegretari, come Livia Turco alla Sanità e Fabio Mussi all’Università. Spinte, favori, pressioni: sono decine le intercettazioni che oggi raccontano quelle lunghe settimane di crepuscolo politico. Conversazioni che la procura di Roma, con il procuratore capo Giovanni Vecchione e l’aggiunto Maria Cordova, vicario di turno, hanno ricevuto per valutarne la rilevanza penale, visto che, è bene sottolinearlo, nessuno risulterebbe iscritto nel registro degli indagati. Intercettazioni che sono destinate comunque a sollevare nuove polemiche: da una parte sugli antichi vezzi della casta, a iniziare da quelli finora sconosciuti di Prodi, dall’altra su uno strumento investigativo che ormai entra nel quotidiano di chiunque. Ma torniamo a Prodi. Gli affari dell’amato nipote Luca, gli aiuti pubblici invocati dal consuocero Pier Maria, i finanziamenti sollecitati al fidato industriale farmaceutico, già arrestato più volte durante Mani pulite, che a sua volta attende agevolazioni fiscali: le linee di Palazzo Chigi erano roventi senza che nessuno sospettasse che gli investigatori ascoltavano ogni parola. Ma per comprendere il perché di tanto interesse serve una premessa. Nell’estate scorsa i magistrati di Bolzano sono a una svolta nell’inchiesta per corruzione e riciclaggio sulla vendita dell’Italtel dell’Iri alla Siemens, avvenuta negli anni 90 con Prodi alla presidenza del colosso di Stato. E, tra i fondi neri del gruppo tedesco, hanno rintracciato un insolito bonifico da 5 milioni di euro a favore della Goldman Sachs, advisor nell’operazione e società dove hanno lavorato, oltre al Professore, molti Prodi boys come l’ex sottosegretario all’Economia Massimo Tononi che spunterà più avanti in questa storia. All’epoca braccio destro del Professore e suo vice all’Iri era Alessandro Ovi, consigliere di fiducia che porterà poi in Commissione europea e in Italia anche come candidato dell’Ulivo al cda della Rai. Così gli altoatesini decidono di mettere sotto controllo i telefoni di Ovi. Chissà che la coppia, devono essersi detti, non si lasci andare a qualche valutazione su quella compravendita in cui ebbe un ruolo decisivo. I risultati non sono ancora noti perché l’inchiesta a Bolzano è in corso. Ma sono al vaglio centinaia di telefonate, a iniziare da quelle tra Ovi, l’allora presidente del Consiglio e altri politici. La decisione, poi, di mandare un troncone d’inchiesta a Roma, con alcune di queste intercettazioni, significa che le conversazioni selezionate riguardano proprio gli affari di oggi di Ovi nella capitale come ombra del Professore, suo «writer» personale, consulente negli affari di famiglia che in quest’inchiesta si confondono con le quotidiane attività di Palazzo Chigi, visto che figure di governo sono chiamate a risolvere grane di famiglia. Ci vorrà comunque tempo. Il fascicolo, protetto in un armadio blindato, è ovviamente coperto dal massimo riserbo. È la prima volta che vengono intercettate le parole di Prodi e del suo staff quando erano a Palazzo Chigi.
Ministri e soldi pubblici per il consuocero Una vicenda dovrebbe riguardare Pier Maria Fornasari, apprezzato primario all’istituto ortopedico Rizzoli di Bologna. È consuocero di Prodi: la figlia Veronica nel 2001 ha sposato Giorgio, primogenito del Professore, al quale ha dato la prima nipotina. Nel capoluogo emiliano Fornasari è molto conosciuto: è in prima linea con la banca dell’osso della Regione Emilia-Romagna, che si occupa della lavorazione dei frammenti del tessuto muscolo-scheletrico. I registratori della procura colgono che Fornasari è in gran fermento. Vuole dare una svolta alle sue iniziative scientifiche. E chiede contributi significativi. Per questo si rivolge al consuocero Romano per poi dialogare a raffica con gli uomini (e le donne) del presidente del Consiglio. L’obiettivo: servono contributi pubblici e la parentela acquisita con il presidente è un formidabile asso. Abbatte ogni ostacolo, spiana la strada. Nei corridoi di Palazzo Chigi raccontano che Prodi è molto sensibile alle richieste del consuocero. Si mette a disposizione. «Anche i collaboratori dello staff del presidente» racconta una fonte dell’entourage di Prodi che lavorava a Palazzo Chigi «in quei giorni si erano presi in carico la vicenda. I nomi? Oltre a Ovi, l’economista Daniele De Giovanni, l’attenta segretaria del presidente Daniela Flamini, il capoufficio stampa Sandra Zampa, oggi deputato del Pd». Prodi si spinge oltre le semplici premure per Fornasari. E da quanto emerge avrebbe fatto coinvolgere in alcune riunioni ad hoc gli allora ministri Livia Turco, alla Sanità, e Fabio Mussi, all’Università e ricerca scientifica. Nulla di illegale, ma c’è da chiedersi se un simile trattamento sarebbe riservato a qualsiasi primario che cerca fondi pubblici. Ecco Ovi avvisare la segretaria di Prodi che «Romano ha fissato un appuntamento con i bolognesi per la medicina rigenerativa», mentre la donna lo aggiorna sulla riunione di «Romano con Mussi e la Turco. Dopo di loro ha passato tutto a De Giovanni». Le conversazioni sui finanziamenti sarebbero decine. Con il Professore che segue attentamente gli sviluppi. E Ovi e De Giovanni consapevoli dei rischi che potrebbero sorgere se il primario apparisse direttamente come percettore dei contributi: Ovi: «Ti avevo cercato perché ieri c’era l’incontro con la Turco…». Fornasari: «Me l’ha detto Romano, mi ha detto “Telefona alle 11” e mi ha aggiunto “con Mussi e Turco”». Ovi: «Lui dice che bisogna accelerare la costituzione del soggetto». Fornasari: «E così mi ha detto e mi ha accennato qualcosa aggiungendo che ha già fatto col Piemonte un’operazione simile». Ovi: «Sai… la convenzione è un bellissimo pezzo di carta ma perché arrivino i finanziamenti bisogna farli arrivare nel posto giusto… Mi raccomando la fretta perché a Milano sono già pronti. È evidente che Aster non ha nessuna qualifica per prendere i soldi perché non è neanche associata, l’importante è che Aster costituisca qualcosa che è medicina rigenerativa!» (Aster è il consorzio tra Regione Emilia-Romagna, università, imprese e coop per la promozione della ricerca industriale e tecnologica del territorio, ndr). Fornasari: «Facciamo l’incontro? Sai, Romano mi parlava del 4 luglio…». Ovi: «L’accordo è che si passi tramite una convenzione con la regione poi però la convenzione se non c’è dietro il soggetto che riceve i soldi non va da nessuna parte». Fornasari: «Sicuro!».
«Tiriamo via tutto quello che non hanno brevettato» In quell’esordio d’estate Prodi ha molto a cuore anche le sorti professionali del nipote Luca, imprenditore figlio del fratello Vittorio, scienziato. «Per questo giovane parente» conferma una fonte dello staff di Prodi «invoca l’intervento di Claudio Cavazza, presidente del colosso farmaceutico Sigma Tau». Cavazza è volto noto ai magistrati: nel 1993-94 è finito più volte in carcere dove collaborò dopo la scoperta di oltre 2 miliardi di tangenti pagate a politici e a Duilio Poggiolini, l’eminenza grigia della malasanità. Il problema di Luca è presto detto: forte del suo 20 per cento vuole far saltare il patto di sindacato nella Cyanagen, azienda bolognese titolare di diversi brevetti. Nata come spin off accademico dall’idea di alcuni docenti dell’Università di Bologna, ha goduto di significativi contributi ministeriali. Tutto in regola. Produce reagenti chimici per applicazioni nelle biotecnologie, affacciandosi nell’analisi di geni e proteine. È un settore dove le scoperte e i brevetti possono trasformarsi in moltiplicatori di fatturato. Ora, il giovane Prodi vuole liberarsi di un socio, la Euroclone gruppo Celbio, che detiene il 24 per cento. Luca sensibilizza zio Romano. E Palazzo Chigi si mette in moto. A dettare la strategia per mettere i soci alla porta è lo stesso presidente del Consiglio, suggerendo manovre non proprio ortodosse. Ovi: «Professore caro buona sera, hai trovato il messaggio?». Romano Prodi: «Sì perfetto… Senti, hai parlato con Cavazza di quella cosa?». Ovi: «Allora… quella cosa. Certo ho parlato, è molto, molto interessato, il problema che ho studiato i patti parasociali: si sono fatti veramente ingabbiare. Prima di far intervenire uno con le spalle forti (Cavazza, ndr) bisogna che loro si liberino di questi signori di Euroclone, perché se salta fuori che ha l’aria di un compratore, quelli chissà cosa vogliono… (Cavazza, ndr) è interessatissimo però si devono liberare di questo qua». Prodi: «L’hai detto a Luca?». Ovi: «Gliel’ho detto e ridetto… Ho parlato con il suo commercialista che ha convenuto con me: i patti sono stati fatti in un momento che si era con l’acqua alla gola perché gli hai dato tutto, quelli hanno messo 100 mila euro di aumento di capitale su un capitale di 10 mila». Prodi: «Si mette da solo e fanno la loro roba…». Ovi: «Sì, Romano». Prodi: «(Noi, ndr) Potremo fare anche un’altra società, ci sto anch’io a prestargli i soldi». Ovi: «Ma Romano, ti sto dicendo che bisogna fare una cosa… amichevole… Quelli vogliono i soldi indietro, gli si danno i soldi indietro allora il Cavazza di turno interviene e ripaga quelli di prima. Cavazza scuote le spalle ma cosa vuoi che sia, però non posso intervenire adesso significherebbe (versare, ndr) 200 milioni… Funziona così la macchina lì che loro han messo i soldi e bloccano tutto, poi se si fa vivo uno che vuole comprarglieli moltiplica per 10». Allora che fare? Prodi e Ovi pianificano e condividono la stessa strategia: Ovi: «Allora loro piano piano debbono cercare di metterci dentro tutto il know how… le conoscenze nuove…». Prodi: «Appunto è quello che dico io». Ovi: «Certo ma devono svincolarsi da questi qua perché hanno l’esclusiva su tutta una serie di cose». E a questo punto Prodi suggerisce di svuotare la società in comune all’insaputa del socio. Prodi: «Lo so, appunto, siccome loro hanno brevettato tutto, intanto tirano via tutto quello che non hanno brevettato…». Ovi: «Sì che siamo d’accordo Romano, però sai benissimo che i brevetti hanno tutti i legami (…)». Prodi: «Allora non se la cavano più… senti io purtroppo… fino a che ora sei alzato che ti leggo il discorso?». I consigli di zio Prodi e Ovi devono aver fatto presa sul giovane Luca, almeno sul fatto di non chiedere l’acquisto diretto della quota di Euroclone nell’azienda visto che in Cyanagen i soci sono sempre gli stessi. A oggi almeno.
280 mila euro per il Partito democratico Tra Prodi e Cavazza si è costruito un solido rapporto di amicizia con richieste reciproche di favori. Qundi non solo il Professore auspica l’intervento del potente industriale per aiutare il nipote, ma Cavazza gioca un ruolo anche nelle manovre studiate dal presidente del Consiglio in vista della nascita del Partito democratico. Proprio in quei giorni viene formalizzata la candidatura di Walter Veltroni a segretario del Pd con il famoso discorso al Lingotto di Torino. Da una parte Ovi chiede a Cavazza di sponsorizzare un sondaggio nazionale da affidare a Renato Mannheimer per le primarie del 14 ottobre. Da parte sua, Cavazza avrebbe sollecitato aiuti legislativi e agevolazioni fiscali per la fondazione scientifica del suo gruppo farmaceutico. Secondo gli investigatori, i fatti potrebbero essere strettamente correlati. Cavazza quindi insiste sulla defiscalizzazione per la sua fondazione. Si lamenta che nel precedente elenco hanno messo »dentro roba che fa spavento» e chiede a Ovi di fare qualcosa. Il consulente di Prodi chiama direttamente il sottosegretario all’Economia Tononi, già punto di riferimento del Professore in Goldman Sachs. Ecco stralci della telefonata. Ovi: «Tu sai da chi dipende nel vostro ministero la definizione di quali fondazioni sono esenti da fiscalità se poi fai una donazione?». Tononi: «Sono esenti da fiscalità (…) Lui (Cavazza o suoi collaboratori, ndr) è venuto a trovarmi troppo tardi. Non può mica pensare che cambia il decreto del presidente del Consiglio… Loro mi stanno simpatici… sono amici di mio fratello…se venivano un mese fa si telefonava a Visco, si diceva, guardate mi raccomando metteteli dentro, sono persone brave… io volevo aiutarli, io sarei stato il primo». A questo punto Ovi teme che gli aiuti di Cavazza (280 mila euro circa) possano sfumare. Quindi lo chiama. Ovi: «La cosa è già in Gazzetta ufficiale… Riparare il danno adesso… convincere il Tesoro non è semplice… per il prossimo anno ci lavoriamo… devi pensare che entrare adesso». Cavazza: «Se fosse possibile magari… quello sarebbe il massimo». Ovi: «Ma è necessaria una procedura che adesso… una richiesta di revisione della lista è un passaggio che si può fare ma bisogna parlare con Visco… Romano non ha problemi certamente ma…». Cavazza: «No è complicata…». Ovi: «Perché se si può fare un pacchetto… con altre… certo possono farlo ma per una sola diventerebbe un problema… hai capito?». Cavazza: «No… no non lo chiederei nemmeno». Ovi: «Un elenco di due, tre, quattro…».
Da: panorama.it
| August 30 IN PRIMO PIANO: http://www.totustuus.net/modules.php?name=Content&pa=showpage&pid=38Card. Bagnasco: l'errore fondamentale del socialismo non è di carattere economico Come ha ricordato il Servo di Dio Giovanni Paolo II nell'Enciclica "Centesimus Annus", l'errore fondamentale del socialismo, non era di carattere economico, ma antropologico. Non è stata la decrepitezza economica o una "modernizzazione ritardata" a causarne la fine, ma la negazione della "verità sull'uomo". L'individuo non è riducibile a "molecola" della società e dello Stato. Il bene del singolo non può essere del tutto subordinato al meccanismo economico- sociale, né è possibile pretendere che il bene economico si possa realizzare prescindendo dalla responsabilità individuale. L'uomo sarebbe ridotto ad una serie di relazioni sociali e scomparirebbe il concetto di persona come soggetto autonomo di decisione morale.
4) IN LIBRERIA: http://www.totustuus.net/modules.php?name=Forums&file=viewforum&f=24La religione e lo Stato moderno In Italia, la figura e l'opera di Christopher Dawson restano - ancora oggi - poco conosciuti, certamente assai meno di quanto meriterebbero. La pubblicazione, dunque, in lingua italiana, per la prima volta, del suo La religione e lo Stato moderno costituisce evento di sicura rilevanza. "LOBBYING ETICO" http://www.fattisentire.net/modules.php?name=invio_mail2Mai più un'altra Eluana! Dillo al tuo deputato No alla prima esecuzione capitale della storia Repubblicana italiana. No alla sentenza di morte pronunciata da alcuni giudici italiani contro Eluana Englaro. Fermare la mano di chi si appresta a togliere la vita dando attuazione alla sentenza di un tribunale è un dovere insopprimibile per tutte le coscienze libere di questo Paese. Per questo ci rivolgiamo a tutta l'opinione pubblica perché spinga il Parlamento ad emanare opportune disposizioni legislative intese ad impedire il ripetersi dell'onnipotenza di certa Magistratura. "Rino Cammilleri " http://www.rinocammilleri.it/Polonia ...Zieba, tra le altre cose, ha spiegato perché in Polonia nessuno considera l'aborto una "conquista civile" né un passo avanti sulla via del progresso e dell'emancipazione della donna, tanto che "varie organizzazioni come le Nazioni Unite o l'Unione Europea stanno facendo pressioni sulla Polonia perchè cambi la propria legge sull'aborto. Queste pressioni stanno suscitando obiezioni e disappunto da parte della popolazione, che nelle classi più anziane, ricorda come la prima legge a favore dell'aborto fu imposta dai nazisti nel 1943, e la seconda legge sull'aborto fu promulgata dalla dittatura comunista il 27 aprile 1956". 12) "DIFENDERE LA VITA" http://www.difenderelavita.totustuus.it/Brasile: l'aborto resta un reato La Commissione della Camera dei deputati brasiliana per la Costituzione con un voto a larghissima maggioranza ha dichiarato incostituzionale il progetto per l'aborto legale. 13) Radici cristiane http://www.radicicristiane.it/notizia.php/id/42/ISLAM-Ambizioni-di-un-partito-musulmano-in-Danimarca Ambizioni di un partito musulmano in Danimarca Il DAMP, il partito musulmano danese, non cela le sue ambizioni: islamizzare la Danimarca. Afferma che circa 700.000 musulmani risiedono già in Danimarca (su poco meno di cinque milioni e mezzo di abitanti) e di conseguenza sogna di avere una forte rappresentaza musulmana al Parlamento danese considerando che, se tutti i musulmani votassero per un candidato musulmano, potrebbero avere qualche decina di parlamentari. 14) Comitato verità e Vita http://www.comitatoveritaevita.it/Bufera su Scienza e Vita Il prof. Adriano Pessina si è dimesso dal Comitato "Scienza e vita" in disaccordo con i metodi dell'associazione e con la scelta di "aprire " al testamento biologico. Verità e Vita esprime solidarietà ad Adriano Pessina, che in questa occasione ha confermato le sue doti di coerenza e serietà. Un uomo con "la schiena diritta" che non si è piegato alle logiche del compromesso e del "male minore", che tanti guasti hanno prodotto in materia di legge 40/04 e di legge 194/78. Il testamento biologico è il "cavallo di troia" per legalizzare l'eutanasia: non opporsi ad esso significa arrendersi prima ancora di combattere.
15) "E' TUTTA UN'ALTRA STORIA" http://www.totustuus.biz/users/altrastoria/saggi.htmContro l'interpretazione messianico-rivoluzionaria del cristianesimo delle origini Esiste, a proposito del cristianesimo primitivo, una tesi, largamente accettata dai nostri contemporanei, sintetizzabile grosso modo in queste affermazioni: il cristianesimo, nato come fenomeno popolare e con caratteri sostanzialmente eversivi rispetto all'ordine politico- sociale in quel momento vigente, si venne accordando poi con questo stesso ordine, accettandone i presupposti culturali attraverso l'assunzione della filosofia greca e del diritto romano, e snaturò la sua origine messianico-rivoluzionaria, trasformandosi insomma da cristianesimo in cattolicesimo. Corrispondenza Romana http://www.corrispondenzaromana.it/letternew.phpLa storia "politicamente corretta" di abbazie e monasteri La storia della civiltà occidentale deve moltissimo al monachesimo... Tuttavia la cultura laicista e scristianizzante che permea i nostri tempi è arrivata a negare tutto questo. Dei molti casi che si potrebbero citare preme indicarne uno,poco noto ma assai grave perchè riguarda l'Università italiana,già tristemente nota per aver impedito al Santo Padre di recarsi in visita alla "Sapienza" di Roma (fondata da Papa Giulio II,tra l'altro). August 29 FAMIGLIA Cristiana, il settimanale dei Paolini, in questo periodo ha parlato di pericolo del reinsorgere di qualche forma di fascismo in Italia e si è espressa in chiari giudizi politici. L'Osservatore Romano ha precisato che quanto scritto da Famiglia Cristiana non manifesta la linea della Santa Sede. Qualche osservazione:
1) Con queste prese di posizione il problema del rapporto tra settimanale dei Paolini e la Santa Sede non rimane più entro gli ambiti della politica: diventa un problema ecclesiale. Don Antonio Sciortino, direttore del settimanale dei Paolini, afferma che Famiglia Cristiana «si muove in perfetta sintonia con il magistero della Chiesa e con la sua dottrina sociale». Padre Federico Lombardi assicura che Famiglia Cristiana «non ha titolo per esprimere la linea della Santa Sede e della Cei».
2) E' questo, uno dei casi di confusione provocato da organi di stampa che si dichiarano cattolici, ma intendono essere autonomi, quasi in modo assoluto. L'obbedienza ai Pastori stabiliti da Cristo, i quali guidano la Chiesa, non concerne soltanto dogmi e grandi principi morali: si estende anche alla zona delle indicazione prudenziali di direttive pratiche sulla presenza e l'attività dei cattolici nella società.
3) Sarebbe stato meglio se i vescovi, a tempo opportuno, si fossero fatti sentire, non costringendo il Vaticano a queste polemiche.
4) Bisognerà vedere se sia opportuno mettere in fondo alla Chiesa delle parrocchie copie di Famiglia Cristiana da vendere, insieme all'Osservatore Romano, che pure non sembra estraneo al cattolicesimo. Non si divide così la Chiesa?
di Alessandro Maggiolini Vescovo emerito di Como da: www.alessandromaggiolini.it
August 28
| Bondi, Bettiza, Finetti: il Pci e i conti con la storia
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| Scritto da Gianluigi Da Rold
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| lunedì 25 agosto 2008
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... Rimini, 25 ago (Velino) - Il Meeting di Rimini viene “battezzato” con una grande “lezione magistrale” dal cardinale Angelo Bagnasco, ma la prima giornata della kermesse di Comunione e Liberazione offre subito un colpo di carattere culturale significativo, con un libro e una mostra di grande spessore, che sono in grado di rivoluzionare la “vulgata”della storiografia italiana. Il libro è quello di Ugo Finetti, che uscirà settimana prossima nelle librerie: “Togliatti e Amendola. La lotta politica nel Pci dalla Resistenza al terrorismo” edito da Ares. La mostra è quella dedicata a “La primavera impossibile, Praga 1968”, a cui ha presenziato Enzo Bettiza che, nel quarantennale dell’invasione di Praga, ha scritto e pubblicato proprio quest’anno un grande libro, dove non solo si ricordano dettagliatamente i giorni della rivolta cecoslovacca e della “primavera di Praga” fino all’invasione sovietica, ma si mette a confronto il “vero ‘68” di quella realtà e quello “tutto nichilismo, irrazionalità e benessere viziato” del 1968 in versione occidentale.
Alla presentazione del libro di Ugo Finetti hanno partecipato il ministro per i Beni e le Attività culturali Sandro Bondi, l’ex presidente della Compagnia delle Opere e oggi deputato della Casa della libertà Raffaello Vignali, e il direttore di “Il Domenicale” Angelo Crespi. Il ministro Bondi ha elogiato l’ultimo testo di Finetti, dopo quello scritto due anni fa: “La Resistenza cancellata”, sempre edito da Ares. Bondi ha sottolineato l’importanza e la necessità della ricerca della verità storica di fronte alla funzione svolta da una parte della storiografia che ha dato una “visione unilaterale e di comodo”. “Una visione – ha detto Bondi – che non ha portato alcun frutto, perché la sinistra ha mancato di fare i conti fino in fondo con la propria storia. Questo è il problema che sta alla base di tutte le difficoltà della politica odierna di marchio comunista. Perché tutti i problemi hanno un origine culturale e ora il problema della sinistra sta nella incapacità di comprendere la realtà”. Questo ritardo della sinistra, aggiunge Bondi, non fa bene al Paese, non lo rende “normale”, lo priva di una “sinistra che sia in grado di svolgere un dibattito con l’altra parte del Paese”.
Il libro di Ugo Finetti è in realtà un “pugno allo stomaco” contro la vulgata oleografica di Palmiro Togliatti. Finetti, nella sua introduzione, si chiede provocatoriamente: “Perché è stato cancellato dalla storia Amendola, un personaggio, un ‘pezzo’ così importante della sinistra italiana ?”. La spiegazione sta proprio nei grandi contrasti in seno al gruppo dirigente del Pci, prima tra Amendola e Togliatti e poi, fino al 1979, tra Amendola e Longo, tra Amendola e Berlinguer. È il 1979 che segna la rottura definitiva. E la causa di questa rottura è dovuta alle critiche di Amendola alla politica berlingueriana, alle accuse che Amendola faceva contro le frange estremiste interne del Pci. Finetti spiega che si possono vedere differenze sostanziali tra la visione amendoliana e quella del gruppo dirigente comunista per lungo tempo. Alla fine, non parlare di Amendola, dimenticarlo, nasconderlo, non è solo un fatto storico, ma politico-storico. Spiega Finetti: “Nel Pci, c’è sempre stato un Ufficio di segreteria che ha affiancato il partito dal dopoguerra alla sua estinzione. Questo Ufficio partecipava al Pci svolgendo tre compiti, uno dei quali era proprio quello di organizzare l’archivio segreto. Alla fine, ne è uscita l’immagine di un partito con i “doppi fondi”, di cui non abbiamo ancora trovato tutti i tasselli. Quella del Pci diventa una sorta di romanzo giallo”. È per questa ragione che non si ritrovano in Italia, nell’archivio del Pci, documenti su Togliatti che si sono poi trovati tra le carte di Mosca, negli archivi del Kgb e del Pcus. Così è uscito fuori, recentemente, il nastro di un discorso (che era ufficialmente sconosciuto) di Togliatti dopo il XXII Congresso del Pcus, che è tutto un attacco minaccioso a Giorgio Amendola.
Quello che sostanzialmente scrive Finetti è che la rimozione di Amendola è frutto di una idealizzazione fatta da storici compiacenti secondo cui il comunismo in Italia “non ha avuto legami con il comunismo internazionale”. Per Finetti invece “Il comunismo “made in Italy” ha mantenuto sempre saldi rapporti con Stalin e i suoi successori al Cremlino, per cui l’analisi dei rapporti internazionali è fondamentale”. Alla fine, mentre Togliatti è l’unico a criticare Kruscev e la destalinizzazione, “Amendola è l’unico dirigente comunista italiano che abbia portato chiarezza nel Pci. Non a caso fu lui a proporre nel 1964 di cambiare nome al partito, dichiarando che il comunismo era fallito. Per questo Amendola oggi è rimosso anche dalla versione postcomunista del comunismo italiano”.
Nel presentare la Mostra sulla “Primavera di Praga”, Enzo Bettiza aveva detto: “I nostri comunisti ci hanno sempre fatto credere in un comunismo duale: da una parte i buoni all’opposizione, dall’altra quelli cattivi che governano, ma in realtà ci sono stati anche i comunismi nazionali, in Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Jugoslavia che hanno pagato caro il fatto di essere in posizione di mezzo. I nostri comunisti non hanno mai riconosciuto il valore dell’unico vero ‘68, quello di Praga”. (Gianluigi Da Rold)
| August 27
| Quei 24 figli di rettori seduti in cattedra
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| Scritto da Stefano Zecchi
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| domenica 03 agosto 2008
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Peccato, sarebbe stato opportuno che il ministro Gelmini bloccasse i concorsi universitari, quelli per il reclutamento dei docenti. Sono concorsi indecenti, con candidati prestabiliti commissioni prefabbricate, votate all’interno di piccoli raggruppamenti didattici che difendono a denti stretti privilegi corporativi per nulla attenti alla qualità scientifica dei candidati, con buona pace della tanto evocata ricerca.
Concorsi per candidati già stabiliti, di cui il concorso stesso sarà una semplice ratifica amministrativa. Per quello che mi riguarda, potrei fare l’elenco di tutti i prossimi vincitori dei concorsi di filosofia nelle loro diverse varianti (Morale, Storia, Estetica ecc.). Allora mi si dirà: perché Zecchi non va con quell’elenco dal magistrato? Risposta: è assolutamente inutile, come è stato dimostrato in passato. E il motivo è semplice: si può impugnare l’irregolarità delle procedure amministrative del concorso ma non la valutazione di merito sui singoli candidati, perché il parere della commissione giudicatrice è insindacabile. Insomma, tutti i nomi di quell’elenco risulterebbero i migliori candidati possibili secondo la valutazione delle singole commissioni. Un vero falso. Sarebbe sufficiente guardare i libri dei candidati per rendersene conto. Si vogliono fatti? Bene. In un recentissimo concorso di estetica nella facoltà di architettura di Milano si confrontavano due candidati. Uno di loro ha due lauree, una in architettura e una in filosofia, una serie di libri specifici che incrociano le competenze filosofiche con quelle attinenti alla cultura architettonica. Chi meglio di lui poteva diventare un ricercatore di quella facoltà? Ha vinto l’altro candidato, già stabilito, con libri di una sconsolante modestia. Questa è la vergognosa giustizia accademica. Nei giorni scorsi sul Corriere della sera il professor Luciano Canfora, che insegna all’università di Bari, ci fa la lezioncina sui tagli alla ricerca. Quattrini, come è stato dimostrato proprio dal nostro giornale, che i rettori usano non per la ricerca ma per pagare gli stipendi dei professori, reclutati in modo indecente, clientelare, nepotistico. Sarà un caso del destino o, meglio, della scienza, ma proprio nell’università di Bari insegna col professor Canfora un numero significativo di suoi parenti stretti. L’unità della famiglia è garantita, la scientificità della ricerca non lo so. E i rettori che protestano perché non hanno soldi? Ventiquattro figli di rettori sono in cattedra: amor di scienza o amor paterno? Tutto naturalmente alla luce del sole. Del caldo sole di agosto. Ma proprio adesso il ministro doveva bandire i concorsi? I trenta giorni di scadenza per presentare le domande da parte dei candidati vanno generalmente dal 15 luglio a ferragosto. Per esempio, il tempo utile per la presentazione delle domande per il concorso a cattedra di Estetica nell’università di Lecce va dal 17 luglio al 17 agosto. Io credo che il responsabile di un’azienda privata per il reclutamento del personale, cercherà di dare la massima pubblicità a un bando di concorso, all’apertura di colloqui per valutare chi dovrà assumere. Più saranno le domande e più saranno le opportunità di scelta. Questo fatto, banalmente ovvio, non riguarda l’università italiana. I bandi si fanno ad agosto: bisogna stare attenti agli infiltrati; solo gli interessati (cioè quelli indecentemente prestabiliti) devono partecipare al concorso, tutti gli altri sarebbero una minaccia e, quindi, perfino le condizioni climatiche diventano un utile deterrente. Sempre, ovviamente, a vantaggio della ricerca, non quella scientifica ma quella del posto. E poi è inutile lamentarsi dei pochi soldi destinati alla ricerca. Anche in questo caso, dati pubblicati recentemente ci dicono che l’impegno finanziario dello Stato è nella media europea. Ciò che manca clamorosamente, abbassando la quota italiana rispetto all’Europa, è la partecipazione finanziaria dei privati alla ricerca guidata dalle università di Stato. D’altra parte non si capisce perché un’azienda che vive coi propri mezzi debba buttare i soldi nel gabinetto.
il Giornale, 3 ago 2008 | August 26 IN PRIMO PIANO: http://www.totustuus.net/modules.php?name=Content&pa=showpage&pid=26Benedetto XVI: Il dono della fede di Maria Chiediamo a Maria di farci quest'oggi dono della sua fede, quella fede che ci fa vivere già in questa dimensione tra finito e infinito, quella fede che trasforma anche il sentimento del tempo e del trascorrere della nostra esistenza, quella fede nella quale sentiamo intimamente che la nostra vita non è risucchiata dal passato, ma attratta verso il futuro, verso Dio, là dove Cristo ci ha preceduto e dietro a Lui, Maria. Guardando l'Assunta in cielo comprendiamo meglio che la nostra vita di ogni giorno, pur segnata da prove e difficoltà, scorre come un fiume verso l'oceano divino, verso la pienezza della gioia e della pace. Mons. Alessandro Maggiolini http://www.totustuus.net/modules.php?name=News&file=article&sid=2390 Via Famiglia Cristiana dalle Chiese! E' questo, uno dei casi di confusione provocato da organi di stampa che si dichiarano cattolici, ma intendono essere autonomi, quasi in modo assoluto. L'obbedienza ai Pastori stabiliti da Cristo, i quali guidano la Chiesa, non concerne soltanto dogmi e grandi principi morali: si estende anche alla zona delle indicazione prudenziali di direttive pratiche sulla presenza e l'attività dei cattolici nella società.
IN LIBRERIA: http://www.totustuus.net/modules.php?name=Forums&file=viewforum&f=24 Dare bellezza per la gloria di Dio Una possibile chiave di lettura del pontificato che stiamo vivendo è quella di un rilancio della fede ripartendo dall'essenziale, come dimostrano le due encicliche Deus caritas est e Spe salvi, incentrate sul cuore del messaggio cristiano, cioè rispettivamente l'amore e la speranza - nonché sui rispettivi fraintendimenti che rischiano di renderle sterili. Un altro ritorno all'essenziale riguarda l'educazione allo «spirito della liturgia» - per riprendere il titolo di un importante testo dell'allora cardinale Joseph Ratzinger – affinché sia sempre più chiaro che in essa si consuma il supremo atto d'amore tra Cristo e la Chiesa.
Rino Cammilleri http://www.rinocammilleri.it/ Fatima … i giri in Italia della «Madonna pellegrina», cioè la statua della Vergine di Fatima … Anche di quella di Modena, dove, tuttavia, l'assessore comunale all'istruzione aveva preventivamente dichiarato che la visita della statua nelle scuole era «inopportuna» in quanto nociva alla «laicità» delle stesse. Il bello è che tutte le scuole statali della città se ne sono impipate e hanno volentieri ospitato la Madonna. L'unica a disdire l'appuntamento è stata una scuola cattolica, intimidita nientepopodimenoché da un assessore comunale. 14) Il Timone http://www.iltimone.org/ Papa e immigrazione, il problema e' la missione La tentazione di strumentalizzare le parole del Papa è sempre forte, e non ha fatto eccezione l'Angelus del 17 agosto in cui Benedetto XVI ha fatto cenno alla questione del razzismo. Immediata – anche se ingiustificata a leggere le parole del Papa – la traduzione politica riferita alle leggi sull'immigrazione e la sicurezza. Triste che siano anche esponenti cattolici a prestarsi a questo tipo di letture politiche. 15) Luci sull'Est http://www.lucisullest.it/ Spunti, il numero di agosto 2008 Ecco uno spirito da vera cattolica e santa, che non ha alcun legame con le seduzioni del mondo; che non dà alcuna importanza al fatto di essere tenuta in grande o piccola considerazione; e che, perciò, disprezza gli onori e le lusinghe mondane. Per essere fieri si deve proprio fare così. Questa era l'attitudine di Santa Bernardette Soubirous.
"LOBBYING ETICO" http://www.fattisentire.net/modules.php?name=invio_mail4 BoyKott Famiglia cristiana Il 14-8-2008 la Sala Stampa della Santa Sede ha diffuso un comunicato in cui si afferma che il noto settimanale "Famiglia cristiana" "non ha titolo per esprimere né la linea della Santa Sede né quella della Conferenza episcopale italiana" (Cfr. www.radiovaticana.org/radiogiornale/ore14/2008/agosto/08_08_14.htm). Confermando ciò, il direttore don Sciortino ha aggiunto che FC può, altresì, godere di una sua "autonomia di intervento nel dibattito politico generale". Criteri dunque che non paiono compatibili con la distribuzione largamente praticata nelle parrocchie, in occasione delle Sante Messe di precetto.
Corrispondenza Romana http://www.corrispondenzaromana.it/letternew.php OMOSESSUALITA': il Parlamento della Lettonia resiste alle pressioni UE In Lettonia il Disegno di legge Anti-Discriminazione fu presentato nel marzo 2004 allo scopo di adempiere ai requisiti imposti dall'UE per l'uguaglianza razziale e occupazionale, che comprendono un divieto esplicito della discriminazione sulla base dell'orientamento sessuale. Ma diversi membri del partito al governo, i Cristiano- democratici, hanno chiesto la cancellazione della clausola sull'orientamento sessuale, definendo l'omosessualità come "peccaminosa" e "degenere".
August 25
| Scritto da Claudio Borghi
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| sabato 23 agosto 2008
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L’esperienza della sinistra al governo nella scorsa legislatura potrebbe presto arricchirsi di un altro primato: quello del «falso in bilancio» più grande della storia, una cifra vicina ai 30 miliardi di euro (sessantamila miliardi delle vecchie lire) con i quali si sarebbero inutilmente «sporcati» i conti pubblici italiani allo scopo di far sembrare peggiore la situazione ereditata dal governo Berlusconi e accreditarsi come risanatori.
Di questa cifra Eurostat ha già accertato l’inesistenza di quasi 15 miliardi e, secondo quanto risulta al Giornale, i conti italiani sarebbero «sotto revisione» per quanto riguarda la somma rimanente. Facciamo un passo indietro: l’indicatore più popolare per misurare la «performance» della politica economica di un governo è l’evoluzione del rapporto fra il deficit e il Prodotto interno lordo. Questa misura è importante sia in senso assoluto (perché se eccede stabilmente il 3% l’Europa apre una procedura di infrazione) sia in senso relativo perché si possono confrontare i comportamenti dei diversi Stati fra di loro e rispetto alla media europea. Ogni governo è «responsabile» degli anni per i quali firma la legge finanziaria che, come è noto, stabilisce spese e entrate per l’intero anno. Pertanto economicamente vengono per convenzione attribuiti al centrosinistra i risultati degli anni dal 1997 al 2001, al centrodestra quelli degli anni dal 2002 al 2006, di nuovo a Prodi gli anni 2007 e 2008. Ebbene, Prodi, Padoa-Schioppa e Visco si inventarono delle voci «una tantum» che pesarono sul deficit italiano del bilancio 2006 per circa due punti in modo da consegnare alle stampe e a un’imbarazzata Istat un dato pesantissimo: meno 4,4%, il risultato peggiore dal 1996 e che sarebbe rimasto alle cronache come responsabilità del governo di centrodestra. Peccato però che queste voci fossero inesistenti. La prima di queste voci fantasma, relativa a possibili rimborsi sull’Iva delle auto aziendali e pesante per ben 15 miliardi di euro, è già stata cassata da mesi (nel silenzio generale) da Eurostat che ha provveduto a classificare come «metodologicamente scorretto» il carico di spese solo eventuali e non ancora verificatesi sul bilancio 2006. La cosa è immediatamente verificabile dal sito di Eurostat dove il rapporto deficit/Pil per l’Italia nell’anno in questione appare ora ridotto al 3,4 per cento. Nella stessa nota in cui Eurostat accerta il primo falso nel bilancio statale però c’è anche una nota che indica come le voci relative a «investimenti infrastrutturali» siano sotto esame. Di cosa si tratta? È una storia incredibile, che indica con quanta spregiudicatezza si sia mosso il governo Prodi pur di poter addossare al governo precedente responsabilità non sue. L’ultimo dei 1.364 commi della legge finanziaria per il 2007 (quella famosa del «più tasse per tutti») è molto strano: dice, come da prassi, che la legge entra in vigore il 1° gennaio «tranne» quattro commi che, in modo del tutto irrituale, entrano in vigore il 27 dicembre. Tali commi prevedono l’accollo dello Stato dei debiti delle Ferrovie dello Stato per 13 miliardi che quindi, per tre soli giorni, venivano caricati totalmente sull’esercizio 2006. Un vero e proprio colpo di mano che era inoltre finanziariamente indeterminato, perché il decreto attuativo sarebbe stato emesso solo in seguito. C’è di peggio: esiste la prova che Eurostat aveva imposto sin dal 2005 un diverso criterio di imputazione del deficit. L’istituto europeo aveva classificato tale somma come debiti dello Stato nel 2005 e, secondo quanto si può leggere sul rapporto che accompagnava la riclassificazione, aveva stabilito tassativamente che fossero imputate come deficit solo e solamente le cifre relative a debiti giunti a scadenza e non onorati dalle Ferrovie e, in ogni caso, solo per gli anni in cui queste scadenze fossero avvenute. Non c’era quindi nessuna ragione per disporre l’accollo di una simile cifra e soprattutto nessuna motivazione per una così clamorosa forzatura contabile, congegnata in modo da gonfiare il deficit 2006, anzi, Eurostat aveva espressamente deciso tutt’altro. Alla luce di tutto ciò si capisce l’imbarazzo dei contabili europei nell’avere «sotto revisione» dei numeri che risultano falsati per quasi 30 miliardi con conseguente difficoltà di raccordo di cifre che impattano l’intero bilancio dell’eurozona. Se, come pare, anche l’accollo dei debiti delle Ferrovie – dato il palese artificio contabile e l’esplicita indicazione contraria del 2005 – verrà cassato da Eurostat, bisognerà riscrivere la storia economica delle ultime legislature, ammettendo che il risanamento era stato in effetti iniziato dal governo Berlusconi, dato che il centrodestra, senza il «superfalso» in bilancio della sinistra, risulta aver ricevuto un deficit/pil al 3,1% ed averlo riconsegnato migliorato al 2,5% (in controtendenza con la media dell’Europa a 15 nazioni che, nel periodo, ha al contrario leggermente peggiorato tale rapporto). Risulterebbe invece così pressoché nullo il risultato dell’ultimo governo di Prodi, Diliberto e Di Pietro, ai quali potrebbe rimanere invece il poco ambito riconoscimento come «autori del massimo falso in bilancio» in Europa: curioso destino per chi ne aveva fatto un simbolo delle malefatte del centrodestra.
il Giornale, 23 ago 2008 | August 12
| Quei 24 figli di rettori seduti in cattedra
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| Scritto da Stefano Zecchi
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| domenica 03 agosto 2008
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Peccato, sarebbe stato opportuno che il ministro Gelmini bloccasse i concorsi universitari, quelli per il reclutamento dei docenti. Sono concorsi indecenti, con candidati prestabiliti commissioni prefabbricate, votate all’interno di piccoli raggruppamenti didattici che difendono a denti stretti privilegi corporativi per nulla attenti alla qualità scientifica dei candidati, con buona pace della tanto evocata ricerca.
Concorsi per candidati già stabiliti, di cui il concorso stesso sarà una semplice ratifica amministrativa. Per quello che mi riguarda, potrei fare l’elenco di tutti i prossimi vincitori dei concorsi di filosofia nelle loro diverse varianti (Morale, Storia, Estetica ecc.). Allora mi si dirà: perché Zecchi non va con quell’elenco dal magistrato? Risposta: è assolutamente inutile, come è stato dimostrato in passato. E il motivo è semplice: si può impugnare l’irregolarità delle procedure amministrative del concorso ma non la valutazione di merito sui singoli candidati, perché il parere della commissione giudicatrice è insindacabile. Insomma, tutti i nomi di quell’elenco risulterebbero i migliori candidati possibili secondo la valutazione delle singole commissioni. Un vero falso. Sarebbe sufficiente guardare i libri dei candidati per rendersene conto. Si vogliono fatti? Bene. In un recentissimo concorso di estetica nella facoltà di architettura di Milano si confrontavano due candidati. Uno di loro ha due lauree, una in architettura e una in filosofia, una serie di libri specifici che incrociano le competenze filosofiche con quelle attinenti alla cultura architettonica. Chi meglio di lui poteva diventare un ricercatore di quella facoltà? Ha vinto l’altro candidato, già stabilito, con libri di una sconsolante modestia. Questa è la vergognosa giustizia accademica. Nei giorni scorsi sul Corriere della sera il professor Luciano Canfora, che insegna all’università di Bari, ci fa la lezioncina sui tagli alla ricerca. Quattrini, come è stato dimostrato proprio dal nostro giornale, che i rettori usano non per la ricerca ma per pagare gli stipendi dei professori, reclutati in modo indecente, clientelare, nepotistico. Sarà un caso del destino o, meglio, della scienza, ma proprio nell’università di Bari insegna col professor Canfora un numero significativo di suoi parenti stretti. L’unità della famiglia è garantita, la scientificità della ricerca non lo so. E i rettori che protestano perché non hanno soldi? Ventiquattro figli di rettori sono in cattedra: amor di scienza o amor paterno? Tutto naturalmente alla luce del sole. Del caldo sole di agosto. Ma proprio adesso il ministro doveva bandire i concorsi? I trenta giorni di scadenza per presentare le domande da parte dei candidati vanno generalmente dal 15 luglio a ferragosto. Per esempio, il tempo utile per la presentazione delle domande per il concorso a cattedra di Estetica nell’università di Lecce va dal 17 luglio al 17 agosto. Io credo che il responsabile di un’azienda privata per il reclutamento del personale, cercherà di dare la massima pubblicità a un bando di concorso, all’apertura di colloqui per valutare chi dovrà assumere. Più saranno le domande e più saranno le opportunità di scelta. Questo fatto, banalmente ovvio, non riguarda l’università italiana. I bandi si fanno ad agosto: bisogna stare attenti agli infiltrati; solo gli interessati (cioè quelli indecentemente prestabiliti) devono partecipare al concorso, tutti gli altri sarebbero una minaccia e, quindi, perfino le condizioni climatiche diventano un utile deterrente. Sempre, ovviamente, a vantaggio della ricerca, non quella scientifica ma quella del posto. E poi è inutile lamentarsi dei pochi soldi destinati alla ricerca. Anche in questo caso, dati pubblicati recentemente ci dicono che l’impegno finanziario dello Stato è nella media europea. Ciò che manca clamorosamente, abbassando la quota italiana rispetto all’Europa, è la partecipazione finanziaria dei privati alla ricerca guidata dalle università di Stato. D’altra parte non si capisce perché un’azienda che vive coi propri mezzi debba buttare i soldi nel gabinetto.
il Giornale, 3 ago 2008
| Scritto da Davide Giacalone
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| martedì 05 agosto 2008
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Andrea del Sarto: gentiluomo Dalle cose che leggo sembra che quasi nessuno ricordi cos’è la “condotta”, ovvero il condursi, il sapersi comportare. Un tempo si sarebbe detto: l’educazione. A scuola, ad esempio, si valuta quella scolastica. Lo stare in classe, il partecipare alle lezioni, il non distrarsi, il socializzare, durante le pause, senza creare problemi agli altri.
E’ giusto che la buona condotta sia premiata, senza che prevalga sull’eventuale impreparazione o stupidità, e la cattiva vada punita, senza che l’esuberanza oscuri eventuali meriti intellettuali. Ma che c’entrano il bullismo od il vandalismo? Per quelle cose lì ci sono le denunce ed il riformatorio. Non esagero affatto, perché il teppismo è pericoloso, per sé e per gli altri. Anche il ritorno del grembiule è una buona idea. Noi lo usavamo per difendere i vestiti, nell’epoca in cui non si tiravano calci al pallone se si avevano le scarpe nuove, ma che c’entra l’eguaglianza? Siamo diversi e non si vede proprio perché dovremmo faticare ad apparire uguali. Semmai è utile al decoro, dato che la mutanda in bella vista non è necessariamente funzionale all’apprendimento. Il bacchettonismo mi disturba, ma anche l’esibizionismo cafonal-style.
A tal proposito, esisteva anche una cosa chiamata “buon esempio”: non ho nulla contro le scollature, gli spacchi ed il sandalume, ma non trovo che siano adeguati all’istituzione parlamentare. Machiavelli si vestiva d’abiti “curiali e talari” per andare a scrivere, direi che per legiferare si può evitare d’esporre la balconata o mettere la maglietta del mare. L’abito non fa il monaco e, Manzoni docet, nemmeno la monaca, certamente. Ma se poi si legge che un ministro ombra, Calearo, afferma soavemente di non sapere una cippa di quel che vota, approfittando del vicino secchione per copiare (parole sue), e si sa che tale attitudine non conosce confini di schieramento, allora vien fatto di pensare che a molti l’apprendimento della condotta è proprio sfuggito. Con l’aggravante che traslocano nelle istituzioni un misto di sciatteria formale e sostanziale. E’ giusto punire lo scolaro che si comporta male, ma è giusto anche fornirgli una scena pubblica in cui non sia l’asineria furbacchiona e l’arrampicamento esibizionista a farla da padroni. Forse sono invecchiato, o forse non se ne può più.
www.davidegiacalone.it
Pubblicato da Libero | |
| Gli studenti islamici in Europa e le università dei sessantottini
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| Scritto da Fausto Carioti
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| martedì 29 luglio 2008
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... Chi ancora crede alla favola dell’islamico diventato estremista perché emarginato dalla cattiva società occidentale o perché allevato nell’odio dai tenutari di qualche madrassa è servito.
L’ultima picconata a questo mito tanto ingenuo è arrivata dal sondaggio pubblicato domenica dal Times di Londra. Dal quale si apprende che il 32% dei musulmani che frequentano le università del Regno Unito ritiene «giustificabile» uccidere qualcuno per motivi religiosi, il 40% vuole che la sharia, la legge islamica, diventi parte integrante dell’ordinamento giuridico inglese e un quarto di costoro ammette di avere un rispetto «scarso o nullo» nei confronti degli omosessuali. Simili risposte, appunto, non provengono da pakistani che dopo aver passato decenni nel loro paese sono finiti a vendere la frutta nelle bancarelle di Londra, ma da giovani musulmani cresciuti e spesso nati in Inghilterra. Benestanti, istruiti e “accettati” quanto basta da poter frequentare le università del Regno Unito. Il sondaggio, realizzato dal più affidabile istituto demoscopico inglese, YouGov, è stato commissionato dal think tank indipendente Centre for Social Cohesion (Csc), e viene preso molto sul serio dai ministri del governo laburista di Gordon Brown.
Del resto, le indagini hanno mostrato che gli autori della strage di Londra del 7 luglio del 2005, che fece oltre 50 vittime, erano tutt’altro che emarginati. E un sondaggio pubblicato due anni fa dall’emittente pubblica Channel 4 ha rivelato che i giovani musulmani inglesi desiderano la sharia più dei loro genitori, tanto il 34% di loro preferirebbe vivere sotto la legge islamica. Dallo stesso studio, peraltro, emerse che il 31% dei giovani musulmani d’Oltremanica riteneva gli attentati di Londra «giustificati» dall’appoggio che il governo britannico aveva dato alla guerra contro il terrorismo islamico.
Il problema, insomma, non sta nella capacità di accoglienza del Paese ospitante o nell’educazione ricevuta in patria, ma nel fatto che molti musulmani, anche se non sono immigrati di prima generazione e appaiono ben integrati, mostrano una propensione assai scarsa ad abbandonare la violenza. In questo, possono contare su ottimi complici: le istituzioni accademiche occidentali.
L’arrivo in cattedra della generazione sessantottina ha trasformato il volto degli atenei tanto in Europa quanto negli Stati Uniti. Corsi di studio sui quali si sono formate le classi dirigenti degli ultimi secoli hanno rapidamente perso d’importanza, mentre hanno preso quota insegnamenti figli del pensiero debole, spesso legati a triplo filo con il credo terzomondista ed ecologista dei nuovi baroni universitari. La paura di non avere una mentalità abbastanza aperta alle “diversità” e la voglia di apparire progressisti a tutti i costi ha portato le direzioni degli atenei a lasciare libertà di espressione all’interno dei campus a ogni pensiero, anche il più abietto. L’unico divieto di parola, riguardante le idee filo-naziste, si è rivelato inutile, come conferma lo stesso studio svolto dal Csc: negli atenei inglesi le tesi razziste, infatti, sono propagandate in modo esplicito. Nessuno però si azzarda a muovere un dito, perché a gridare certe frasi non sono giovanotti biondi in camicia bruna, ma uomini con la barba che quasi sempre si chiamano Mohammed.
I ricercatori, che hanno visitato una ventina di università e intervistato 1.400 studenti, islamici e non, hanno scoperto che all’interno di questi atenei i predicatori estremisti incitano regolarmente alla violenza, all’omofobia e all’antisemitismo. Nel Queen Mary College, che fa parte della London University e si vanta di essere una delle scuole più prestigiose del Regno Unito, lo scorso dicembre un predicatore islamico ha invitato gli studenti a condannare i gay, poiché «Allah odia» l’omosessualità. Poche settimane prima la stessa istituzione aveva dato libero sfogo a un supporter dell’organizzazione terroristica palestinese Hamas, il quale aveva colto l’occasione per definire Israele «il progetto più disumano della storia moderna». Il portavoce dell’università non ha trovato nulla di meglio da dire che «la libertà di parola è parte integrante dello spirito della vita universitaria, e può succedere che gli oratori facciano dichiarazioni ritenute offensive». Ovviamente, se gli stessi concetti razzisti fossero stati espressi all’ombra di una svastica la direzione dell’istituto avrebbe subito avvertito la polizia di Sua Maestà.
Intanto la lista delle vittime è già stata aperta: Kafeel Ahmed, l’attentatore suicida che nel giugno del 2007 fece esplodere una macchina-bomba nell’aeroporto di Glasgow, era un ingegnere entrato alla Anglia Ruskin University di Cambridge per specializzarsi in dinamica dei fluidi, e che proprio all’interno dell’ateneo inglese, secondo gli investigatori, venne indottrinato dai fondamentalisti.
Per dirla con le parole del professor Anthony Glees, che insegna Security and Intelligence alla Buckingham University ed è stato uno dei primi a commentare il lavoro pubblicato dal Csc: «C’è un grande divario di cultura tra gli studenti islamici e quelli non islamici. La soluzione consiste nello smettere di celebrare la diversità e focalizzarsi sull’integrazione e l’assimilazione». L’esatto opposto del precetto relativista, per il quale nessun paradigma culturale può ritenersi migliore degli altri.
Da:Libero
| Le ragioni dell'abbraccio tra l'Islam e la sinistra
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| Scritto da Fausto Carioti
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| giovedì 03 luglio 2008
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... L'unione - ormai non più solo "di fatto" - tra la sinistra di matrice marxista e l'islam radicale è uno dei grandi misteri del nostro tempo.
Giacché la sinistra ha trascorso le ultime quattro decadi «battendosi per quelle stesse libertà contro cui l'Islam si oppone: la libertà sessuale, i diritti degli omosessuali, la libertà dalla religione, la pornografia e varie forme di trasgressione artistica, pacifismo e così via». Eppure, a saldare questa alleanza, ognuno a modo suo, ci sono nomi di primissimo piano e di varia estrazione, quali Hugo Chávez, il terrorista Ilich Ramírez Sánchez, Ken Livingstone, Noam Chomsky, il ministro olandese Ella Vogelaar, Michel Foucault, Jean Baudrillard, Oskar Lafontaine...
Daniel Pipes, in un pezzo scritto per la National Review, spiega il mistero con quattro ragioni. Primo: la sinistra anticapitalista e l'islam radicale, anche se per ragioni diverse, hanno gli stessi nemici, cioè la civiltà occidentale e in particolare gli Stati Uniti. Secondo: hanno alcuni obiettivi politici comuni, quali la fine di Israele e l'apertura più ampia possibile delle frontiere occidentali all'arrivo di nuovi immigrati. Terzo: nonostante la loro apparente inconciliabilità, islam e sinistra hanno alcuni legami storici e filosofici. Quarto: hanno capito che, insieme, possono ottenere risultati impossibili da raggiungere se marciano separati.
Spiega tutto in dettaglio, alquanto bene, Daniel Pipes.
Da:http://aconservativemind.blogspot.com/ | | August 10
| Scritto da Fausto Carioti
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| sabato 21 giugno 2008
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... «Come mai uomini di Chiesa, laici o chierici che siano, hanno per tutti questi anni ostentato la bandiera arcobaleno e non la croce, come simbolo di pace?». Bella domanda. Il logo con i colori dell'arcobaleno e la scritta "Pace" lo abbiamo visto dappertutto, non solo sulle schede elettorali dei partiti di sinistra.
Ma anche «sugli altari, ingressi e campanili delle chiese». Ha diritto quel simbolo di stare nelle chiese? Ci azzecca qualcosa con il messaggio di Cristo? Io, cari compagni cattocomunisti, di dottrina delle fede non capisco molto. Propaganda Fide, ovvero la Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli, qualcosina però ne mastica. E ha appena deciso (meglio tardi che mai) di esprimersi sulla bandiera arcobaleno. Ripercorrendo la storia del simbolo, senza dubbio ignota al 99,9% dei pacifisti, e spiegandone la simbologia sincretista e new age - e quindi pagana - nonché la valenza intrisa di relativismo etico. Le conclusioni sono ovvie. Peccato che nelle parrocchie italiane non lo leggerà nessuno.
Da: http://aconservativemind.blogspot.com/ | August 09 
| IL ’68 E L’ETERNA GIOVINEZZA…
| 28.07.2008 |
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| A proposito di don Giussani, di un suo libro appena uscito e del prossimo Meeting…Qualcosa che ha a che fare col nostro desiderio inappagato di felicità prendendo spunto dai 40 anni del ‘68
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Il fatto è clamoroso, ma nessuno lo nota. Eppure non si fa che parlare del quarantennale del ‘68. C’è un solo movimento, nato nel ’68, che sia tuttora vivo (e tuttora un movimento di giovani). E’ Comunione e liberazione, cioè quello che era considerato “strano”: quello “disarmato”, odiato e aggredito (120 attentati nel volgere di alcuni mesi, pestaggi e fiumi di calunnie).
Nessuno degli altri movimenti giovanili che infiammarono una generazione e avevano dalla loro parte i media e il pensiero dominante è sopravvissuto. Estinti come i dinosauri, che sparirono perché erano troppo forti di potenza mondana, terrena.
Oggi che si rievoca quel sommovimento, con i miti e i riti di allora, bisogna interrogarsi sul “segreto” di don Giussani che attraversa i decenni, sulla sua vera forza, su quell’ “eterna giovinezza” che infiamma il cuore dei figli, nel 2008, come infiammò i cuori dei loro padri nei lontani anni Settanta. Ma giornali e cattedre sono perlopiù in mano a ex sessantottini che – pur brillanti e trasgressivi – hanno paura di spingere la riflessione su se stessi così a fondo. Anche perché riflettere (oltre le solite riduzioni alla politica e alle banalità dei giornali) su un fenomeno come quello nato da Giussani costringerebbe a mettersi in gioco, a dire “io”, a guardare dentro di sé, il proprio inappagato desiderio di felicità, la propria povertà individuale e generazionale. Perciò non si è mai capito dove stava davvero la forza e la “giovinezza” di Giussani e di quello che è nato da lui. Nessuno lo capì anche allora. I cronisti andavano nei porticati della “Cattolica” di Milano in quei concitati mesi del ’68 e raccontavano la “forza” del movimento studentesco. Quei capetti e le masse urlanti parevano destinati a cambiare il mondo.
Nessuno degnò di attenzione quella cosa diversa che stava nascendo, che era come un filo di stupore destato nel cuore di alcuni giovani da un prete brianzolo che parlava loro di Gesù e ne parlava in un modo così travolgente che quelli si sentivano trafiggere e sentivano un’eco profonda dentro e una specie di commozione per le proprie persone e il proprio destino e un desiderio di seguirlo e si sentivano più se stessi, più autentici, desiderosi di abbracciare il mondo.
Del resto anche gli storici dell’epoca di Augusto scrivevano dell’imperatore e pensavano che fosse lui il padrone del mondo. Non si interessavano certo di una giovane e “irrilevante” ragazzina, alla periferia dell’impero, nella sperduta Nazaret. Eppure sarebbe stata lei, col suo sì, a cambiare il mondo e a diventarne la regina per sempre. Spazzando via anche l’impero. E il cronista che fosse stato a Gerusalemme quel 7 aprile dell’anno 30, avrebbe parlato del potere di Pilato, emanazione di Roma, e della casta sadducea capeggiata da Caifa e di Erode: questi erano quelli che contavano, che facevano la storia, non certo quel Gesù di Nazaret, condannato a morte, che stava agonizzando su un patibolo. Eppure quei poteri mondani sono passati, spazzati via come i più potenti faraoni d’Egitto. E quell’uomo inchiodato a una croce ha travolto e capovolto la storia. E’ lui che ha vinto e continua a vincere fino alla fine dei tempi.
Anche oggi si fa lo stesso errore. Si ritiene che contino davvero, e facciano la storia, i politici o la grande finanza o gli americani o i cinesi. Invece sono i “mendicanti”. Disse precisamente così Giussani, in piazza San Pietro, il 30 maggio ’98, davanti a Giovanni Paolo II e a migliaia di giovani: “Il protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante il cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante Cristo”. Non era una provocazione. Citando san Paolo all’Areopago di Atene, spiegava: “Cristo è il motivo per cui tutti i popoli si muovono, per cui tutto il mondo si muove”. Senza saperlo.
Sui giornali si parlerà del prossimo Meeting per i politici che ci sono o che non ci sono. O per la forza organizzativa di CL. Come si parla della Chiesa per la forza della sua istituzione, per la sua diffusione planetaria, la sua imponente tradizione, la cultura e i valori che promuove. Anche un ammiratore laico come Giuliano Ferrara ne parla così. E nessuno capisce che la sua vera forza – per usare un’immagine di Péguy – non è l’imponenza del tronco della quercia millenaria, ma è la piccola gemma che sboccia ad aprile, apparentemente la cosa più fragile e trascurabile. Quando vedi la forza di quel tronco, spiegava Péguy, ti sembra che quella piccola gemma non sia nulla, “eppure è da lei che tutto viene/ ogni vita nasce dalla tenerezza”. E senza quella gemma, quel grande tronco non sarebbe che legna secca da ardere.
Quella gemma è lo stupore dell’incontro personale con Gesù che avviene oggi come 2000 anni fa. La sorpresa di accorgersi di quel volto presente, di lui che è il senso della vita e dell’universo, di sentirsi da lui chiamati per nome. Una volta, davanti ad alcune migliaia di studenti, don Giussani lesse la lettera di un giovane malato terminale di Aids. Dopo una vita distrutta aveva conosciuto un nuovo amico, un ragazzo che partecipava alla vita di CL e in lui aveva scoperto un mondo totalmente nuovo, soprattutto, per la prima volta, uno sguardo totalmente diverso su di sé. E quindi Gesù. Quel giovane, che sarebbe morto di lì a pochi giorni, scriveva a Giussani la gratitudine e la commozione di aver finalmente trovato la gioia, il senso della sua esistenza e si diceva pronto a quel “passaggio” che prima considerava la fine e che ora gli appariva come il grande incontro.
Migliaia di giovani lo ascoltavano col groppo in gola e Giussani – commosso – finì dicendo che era come se 2000 anni non esistessero, Gesù era lì, vivo e continuava a salvare e a vincere: “la lotta contro il nichilismo” concluse “è questa commozione vissuta”.
Avrei voluto che ci fosse stato il mio amico Ferrara, di cui ammiro le battaglie, ma che sembra pensare che la cultura nichilista si vinca con una cultura umanista o cattolica. Non è così. Non è un’opera umana, culturale, politica o organizzativa che salva davvero. E’ solo la gemma di quella commozione per Cristo (che col tempo germina una civiltà nuova, ma innanzitutto salva te). Giussani talora ha dovuto ripeterlo anche ai suoi. Lo testimonia il bel libro appena uscito, “Uomini senza patria”. Diceva nel 1982: “è come se CL dal ’70 in poi avesse lavorato, costruito e lottato sui valori che Cristo ha portato senza riconoscere veramente Cristo (…). Fino a quando il cristianesimo è sostenere valori cristiani, esso trova spazio e accoglienza dovunque”, invece “non ha patria da nessuna parte nella società, colui che riconosce la presenza di Cristo - una presenza diversa da tutte le altre – nella propria vita”.
Ma l’amicizia di Cristo: come posso parlarne? “Intender non la può chi non la prova”, perché è la felicità. S. Agostino la descriveva così: “occorre dire che si è attirati dal piacere. Ma che cosa significa essere attirati dal piacere? ‘Godi nel Signore, ed Egli soddisferà i desideri del tuo cuore’… Del resto se Virgilio ha potuto dire: ‘Ciascuno è attratto dal proprio piacere’ (…) quanto più noi dobbiamo dire che è attratto a Cristo l’uomo che gode della verità, gode della felicità, gode della giustizia, della vita eterna, dal momento che Cristo è proprio tutto questo…. Che senso hanno queste parole: ‘I figli degli uomini porranno la loro speranza all’ombra delle tue ali/ si inebrieranno dell’abbondanza della tua casa/ e tu li disseterai col torrente del tuo piacere;/ poiché è presso di te la fonte della vita, e alla tua luce vedremo la luce’ ? Un uomo innamorato comprende quello che dico. Un uomo che abbia desideri, che abbia fame, uno che cammini in questo deserto e sia assetato, che aneli alla sorgente della patria eterna, un uomo così sa di cosa sto parlando. Se mi rivolgo invece a un uomo freddo, costui non capisce neppure di che cosa parlo”.
Antonio Socci
Da “Libero”, 27 luglio 2008
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| IL RE DEI CIELI E’ FRA NOI… E I MASS MEDIA PARLANO D’ALTRO (PERLOPIU’ DI STRONZATE)
| 07.08.2008 |
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| I mass media parlano solo di politica, pettegolezzi, porcate, idiozie. Come la gente di duemila anni fa. E noi non ci accorgiamo che intanto nel mondo c’è Lui, con i suoi amici…
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E’ un milanese l’uomo che ha affascinato il cuore di uno dei paesi più poveri del Sud America, il Perù. Soprattutto nelle baraccopoli più misere di Lima, “Andrés” era considerato un angelo. Mercoledì scorso il suo cuore ancora giovane (55 anni) - che ardeva per questa gente – si è spezzato. E sabato, in una grande basilica di Lima affacciata sull’Oceano Pacifico, davanti a migliaia di persone in lacrime, si è celebrata la sua “nascita al cielo”. Nella stessa mattina di sabato, commosso, il cardinal Cipriani, arcivescovo di Lima, ha parlato di lui alla radio nazionale.
Ma in Italia uomini come Andrea Aziani restano sconosciuti. Instancabile e radioso, Andrés, in quella megalopoli sull’oceano che è la capitale peruviana, viveva da 20 anni, mandato da don Giussani. Lo conoscevano tutti: dal presidente della Repubblica fino al venditore ambulante di “emolliente” che è venuto a dargli l’ultimo saluto in chiesa e fra la folla ripeteva piangendo: “gli volevo tanto bene”.
Poteva discutere nella sua università con i ministri o con i maggiori intellettuali del Paese e subito dopo trascorrere ore nei pueblos più malfamati ad aiutare la povera gente delle baracche, a giocare con i bambini nella polvere delle strade, insegnando loro dei canti o delle preghiere. O portando loro di che vivere. Ce n’era una folla sabato in chiesa di questi suoi “figli”, di cui spesso era “padrino” di battesimo o della comunione o della cresima. Sebastiana é una di queste bambine. Giovedì sera, dopo la veglia, alcuni amici di Andrés, di Comunione e liberazione, sono andati ad accommpagnarla a “casa”. Hanno scoperto che vive in una poverissima capanna in cima a una collina di casupole. La fanciulla ha mostrato loro una cappellina mezza costruita fra le baracche: “il mio padrino ha aiutato tanto a farla...”. Ed è facile immaginare – per chi conosceva Andrés – che il suo è stato anche un aiuto materiale, da muratore improvvisato o manovale. Perché quella povera gente sentisse che Gesù è fra di loro.
Pochi, anche fra i suoi amici, sapevano della gran quantità di persone che aiutava. Il cardinal Cipriani, andando a benedire il corpo, giovedì, lo ha detto: “vi accorgerete con il tempo di tutto il bene che umilmente faceva quest’uomo. Lui mi cercava per ripetermi che lui e il movimento di CL volevano servire la Chiesa e mi chiedeva sempre di dargli una missione”.
Era uno dei figli di don Giussani. La sua è una storia da film: la storia di una compagnia di giovani che è la vera “meglio gioventù”, quella su cui nessuno farà un film. Andrea aveva partecipato alla nascita di Comunione e liberazione nelle università di Milano. Alla Statale, dove si iscrisse nel 1972 (facoltà di Filosofia), diventò presto il responsabile. Erano anni durissimi. Aggressioni, odio e calunnie dei giornali contro i ciellini che erano gli unici a esserci con una identità cristiana, come agnelli in mezzo ai lupi di ogni estremismo.
Anche Andrea si sentiva dare del “fascista” lui che era cresciuto con un nonno, Emanuele Samek Lodovici, che era stato discriminato dal fascismo perché militante del Partito popolare di Sturzo e poi perseguitato a causa delle leggi razziali perché ebreo. Lui era di quella tempra lì. Malmenati nelle università i ciellini erano cacciati anche dai seminari perché i vescovi progressisti del post concilio li ritenevano “integralisti”. Andrea entrò nei Memores Domini, il gruppo dei consacrati laici di CL. Nel 1976 fu mandato da Giussani a Siena. Lì con tre amici iniziò una presenza cattolica nell’ateneo di una delle città più rosse d’Italia. Fu un ciclone. Non si era visto niente di simile dai tempi di santa Caterina.
In Università quella ciellina diventò subito la presenza più forte (alle prime elezioni studentesche la lista cattolica prese più del 50 per cento mettendo in allarme tutto il locale apparato del Pci). Ma ad infiammare i cuori di tutti quei giovani non era la politica, era quell’amicizia con Gesù che Andrea proponeva con la sua stessa persona, così affascinante ed entusiasmante.
Andrea si faceva in quattro per tutti, senza mai riposare, spesso saltando i pasti. Quando si laureò gli amici della comunità gli regalarono un po’ di vestiti (ne aveva davvero bisogno) e il giorno dopo erano già finiti a dei profughi cambogiani che erano scappati dall’inferno dei Khmer rossi e che – attraverso la Caritas – lui era riuscito a ospitare a Siena.
Nel 1989, a 36 anni, ottenne finalmente – come desiderava da sempre - di essere mandato in una delle missioni di CL in Sud America, il Perù. Prima insegnò in alcuni atenei di Lima, poi, con alcuni amici e l’appoggio della Chiesa, fondò l’università “Sedes Sapientiae”. Una università che cerca di far accedere agli studi i più poveri e che è diventata già un modello contagioso per tutto il Sud America.
Che senso ha fondare una università in un paese del terzo mondo? Andrea rispondeva: “la peggiore povertà non è quella economica, ma quella umana. Da lì viene la miseria, il degrado e la fame. Educare uomini nuovi significa far crescere una generazione capace di costruire e quindi di dare un futuro a questo povero paese”. E’ esattamente quello che sostiene il decano dei missionari, padre Piero Gheddo. Ed è così che la Chiesa è diventata dovunque una straordinaria sorgente di sviluppo umano. A leggere su un blog le centinaia di messaggi di studenti di Lima, sconvolti dalla morte del professor Aziani, sembra davvero che questa grande avventura sia vincente. E’ impressionante il segno che ha lasciato quest’uomo. Cito qualche espressione dei ragazzi: “che persona straordinaria!”, “gran hombre sabio”, “la passione che irradiava in tutto non lasciava indifferente nessuno”, “donava se stesso attraverso ciò che insegnava”, “la sua sapienza ci affascinava, ma soprattutto la sua grande umanità e la sua purezza di cuore”, “il suo sorriso caldo e amabile”, “un uomo senza paragoni, differente da tutti quelli che incontriamo”, “un vero Maestro, un padre, un amico… que vive en todos nosotros”, “ci dava sempre speranza guardandoci come figli”, “ringrazio Dio: che fortuna averti conosciuto!”, “sei stato un Maestro eccezionale, grazie per l’esempio della tua vita!”, “era entusiasmante”, “trasmetteva una passione per la vita e per gli altri impressionante”, “amico fedele di Gesù, un cuore semplice e puro”, “ricorderò sempre la sua immensa bontà, il suo amore verso tutte le cose”, “che modo straordinario di amare la vita e tutti quelli che incrociavano la sua strada”, “era sempre disponibile, soprattutto per chi aveva bisogno”, “la sua felicità ci ha segnati per sempre: caro amico, grazie per aver avuto fiducia in me”, “un grande uomo che ci ha insegnato a essere uomini”.
Al funerale, sabato, il vescovo monsignor Panizza non é riuscito a terminare l’omelia per la commozione. C’erano 1500 persone in chiesa, altre mille all’universita dove gli studenti dalle finestre hanno lanciato una pioggia di petali di fiori. Avevano fatto cartelli con le sue frasi tipiche, come “Febbre di vita”. Il ragazzo che ha parlato ha riferito che Andrea ha terminato la sua ultima lezione dicendo: “ricordatevi sempre: l’amore é piú forte della morte”. Era sconvolgente vedere centinaia di giovani silenziosi in lacrime. Al cimitero altre mille persone. La sua tomba è già meta di pellegrinaggio. Ha un popolo che ora aiuta dal cielo.
In una lettera del 1993 a un amico, Andrea ricordava una frase di santa Caterina e scriveva: “Che qualcuno si innamori di ciò che ha innamorato noi. Ma perché sia così, noi dobbiamo bruciare, letteralmente, ardere di passione perché Cristo lo raggiunga. Perché attraverso questo bruciare sia Cristo a raggiungerlo”. Don Giussani un giorno lesse queste righe davanti a centinaia di persone e, commosso, commentò: “vi sfido a trovare una testimonianza simile. Dovunque!”.
Antonio Socci
Da “Libero”, 7 agosto 2008
| August 08
| Scritto da JimMomo
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| sabato 02 agosto 2008
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... Di fronte alle proteste internazionali e dopo febbrili negoziati nella notte con un imbarazzatissimo Cio, Pechino ha compiuto un gesto di buona volontà, accettando di ammorbidire la morsa della censura su internet in occasione delle Olimpiadi.
Privilegio comunque ristretto alla stampa accreditata. Il presidente Hu Jintao ha invitato i giornalisti stranieri a «rispettare le leggi cinesi» e a «realizzare reportage obiettivi»: «Popoli diversi hanno percezioni differenti su diverse questioni», ma «politicizzare» i Giochi «non sarà d'aiuto».Già, «politicizzare». I politici occidentali ripetono che non bisogna «politicizzare» i Giochi, riferendosi a un'eventuale politicizzazione di segno critico nei confronti del governo cinese. Ma mai mostrano di preoccuparsi della politicizzazione di segno opposto, cioè di contribuire con la loro sola presenza alla gigantesca operazione che Pechino ha preparato sull'evento sportivo, una macchina propagandistica messa in moto per trasformarlo in una trionfalistica celebrazione politica del regime.
Ad aver ben presente la mentalità con la quale la dirigenza cinese si è accostata alla grande opportunità delle Olimpiadi è Bao Tong, 75 anni, dissidente democratico e nonviolento. Da ex membro del Comitato centrale comunista, segretario personale ed amico dell'ex segretario Zhao Ziyang, nell'89 contrario all'intervento dell'esercito in Piazza Tienanmen, in un articolo tradotto dal sito Asianews spiega che la leadership cinese ha bisogno dei Giochi per legittimarsi agli occhi del mondo, mostrare i suoi successi e la stabilità raggiunta dopo il massacro di Tienanmen.
«Lo splendore che si vuole dimostrare è quello della stabilità che ha schiacciato tutto, da cui sono emerse la grandezza e l'armonia attuali. Tutti devono capire che questo è il risultato del massacro. Senza massacro, non ci sarebbe stato l'innalzamento del Paese, non ci sarebbe stata l'armonia attuale. Ospitare le Olimpiadi è la legittimazione che il sistema di leadership con caratteristiche cinesi è il migliore, testimoniato anche dalla pratica». "Stranieri: glorificateci! Patrioti: siate orgogliosi!", è la politicizzazione operata da Pechino. «Se penso a questo, il sangue mi bolle nelle vene», confida Bao Tong.
Quali sono queste «caratteristiche cinesi»? Esse hanno a che fare con «il problema della faccia» e con «il problema della verità (dietro la faccia)». Atleti, amanti dello sport e turisti non andranno in Cina per creare incidenti ma per partecipare alle competizioni, godere dello spettacolo e dei luoghi. Non si porranno questi problemi, dice Bao Tong.
«Da lungo tempo conoscere la verità in Cina è un problema difficile e imbarazzante», perché «i giornalisti cinesi devono ubbidire in modo assoluto, passo dopo passo, alla guida del Dipartimento centrale di propaganda del partito comunista cinese: cosa possono pubblicare, cosa non, seguendo sempre il tono stabilito». Anche i media stranieri devono sottostare a delle regole: dove è permesso andare, quale avvenimento coprire, chi intervistare. Dal gennaio 2007, come segno d'apertura con l'avvicinarsi delle Olimpiadi, ai media stranieri è stato concesso il «diritto di libera intervista». Un «privilegio» piuttosto, perché ai giornalisti cinesi non è concesso.
La traduzione della parola "armonia" dalla lingua del regime cinese è "ciò che è conforme ai voleri del Partito comunista". Quella concessa dal regime alla stampa è uno strano tipo di "libertà", è «limitata solo a ciò che è armonioso. Dove non c'è armonia, non si dà libertà. Allo stesso modo, la libertà di parola è data solo ai cittadini armoniosi, non a quelli non armoniosi. Per questo, conoscere la verità in Cina non è cosa facile, nemmeno per chi vive qui da lungo tempo. Figuriamoci per chi viene soltanto per uno sguardo rapido e poco profondo», osserva Bao Tong.
«E' importante conoscere queste verità. Nell'oceano di incidenti nello sfruttamento delle miniere e delle risorse, nel trattamento dei migranti, nelle demolizioni forzate, si sono verificate migliaia e migliaia di rivolte di massa. Nel 2004, ve ne sono stati oltre 80 mila, quasi un incidente ogni 5 minuti. Dal 2005, per salvaguardare l'armonia, i dati non sono stati pubblicati».
«Di sicuro questo sistema non porta né sicurezza, né pace duratura», scrive Bao Tong. «Se non cambia questo sistema basato sui due principi - violazione dei diritti della popolazione e utilizzo disinvolto della forza di polizia - non ci sarà mai pace... Dalla provincia al distretto, i segretari del Partito e i loro compagni sono nominati dall'alto e guidano tutto - spiega Bao Tong - Il loro potere è senza confini». «I pericoli alla pace provengono da questo sistema, dall'interno del sistema di potere e non dall'esterno, dalla popolazione».
Secondo la Basic Law, la "mini-costituzione" stilata congiuntamente da Cina e Gran Bretagna, Pechino dovrebbe occuparsi solo della difesa e della diplomazia e per il resto lasciare tutta l'amministrazione di Hong Kong alla gente di Hong Kong. Ma il governo di Pechino - spiega l'ex membro del Comitato centrale - non permette elezioni dirette e universali ad Hong Kong perché teme che esse possano influenzare il continente, provocando «un'infezione reciproca di democrazia».
«Il sistema comunista guida tutto e la democrazia e la legge non possono farci niente; questo sistema trasforma l'essere umano al potere in un dio, mentre l'essere umano comune non diventerà mai cittadino a pieno titolo», conclude Bao Tong, che ricorda un aneddoto legato a Mao. Era il 1945 quando Huang Yanpei, uno dei ministri, chiese al suo leader: «Come evitare la corruzione, dopo che il Partito avrà preso il potere?» Mao non gli rispose affatto qualcosa come "Abbiamo la Commissione di controllo disciplinare". Mao gli risposse: «Abbiamo la democrazia».
«Ma il problema è: abbiamo la democrazia? Quando l'abbiamo avuta? Voi, signori che sbandierate l'effige di Mao, potete dire apertamente quando? Quando uno dà importanza più alla faccia che alla verità che sta dietro la faccia; più importanza allo slogan "servire il popolo" che al popolo stesso, al massimo saprà solo che sopra di lui esiste il Partito, esiste la Commissione di controllo disciplinare. Ma non ci sarà mai posto per il minimo concetto di "popolo" e "legge"». Ecco perché quando Zhao Ziyang, nel 1989, voleva risolvere il problema Tienanmen «sul binario della democrazia e della legge» è stato subito accusato di voler provocare uno «scisma nel Partito» e di «appoggiare la rivolta». E' questa, conclude Bao Tong, la «verità con caratteristiche cinesi».
Da:http://jimmomo.blogspot.com/ | August 07
| Scritto da Marcello Foa
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| sabato 02 agosto 2008
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Arthur C. Brooks Negli Stati Uniti diverse inchieste sociologiche dimostrano che i conservatori sono più felici dei progressisti.
Le ragioni sono diverse: il matrimonio, la fede, una visione più ottimistica della vita. Uno degli intellettuali emergenti americani Arthur C. Brooks ha analizzato il fenomeno in un libro di grande successo e ora lo stesso Brooks è stato nominato alla guida dell’American Enterprise Institute.La svolta è epocale, perché questo centro studi era il feudo dei neoconservatori, che ora invece sono spariti di scena. In America sta nascendo una nuova destra, moderata persino spirituale che riscopre i valori della libertà e il perseguimento della felicità e non è più ossessionata dalla sicurezza e dal terrorismo . Lo stesso Brooks spiega questa nuova filosofia nell’ intervista che mia ha concesso; più in generale gli intellettuali conservatori cercano nuove risposte ai problemi della società sull’ambiente, sui diritti degli omosessuali, sull’energia, oltre Reagan, oltre i teo e i neo con, come scrivo in un altro articolo.
Rilancio e mi chiedo: la destra liberal-conservatrice italiana sarà capace di cogliere e rilanciare questo nuovo corso? E soprattutto: anche in Italia chi è di centrodestra è più felice di chi è progressista? | August 06
| Scritto da JimMomo
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| venerdì 01 agosto 2008
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... Per mesi il Cio ha continuato a ripetere che le Olimpiadi in Cina sarebbero state «censure-free».
Quando nei giorni scorsi i primi giornalisti giunti a Pechino hanno potuto verificare che non era vero, ed è persino trapelata la notizia di un accordo con il governo cinese sui siti internet da mantenere bloccati, il Comitato olimpico è stato subissato di critiche e accuse di connivenza con il regime.Si è visto così costretto a riaprire le trattative con le autorità cinesi. I funzionari sembravano ormai rassegnati («Qui si ha a che fare con un Paese comunista che applica la censura. Si ottiene quello che secondo loro si può avere»), ma di fronte alle proteste internazionali e dopo febbrili negoziati nella notte, Pechino ha compiuto un gesto di buona volontà, accettando di ammorbidire la morsa della censura su internet.
Sono tornati accessibili i siti di Amnesty International, Reporters sans frontières e Human Rights Watch, della Bbc, di Wikipedia, di Radio Free Asia e del quotidiano di Hong Kong Apple Daily, critico nei confronti di Pechino, anche se il Cio non ha potuto divulgare quante e quali pagine precisamente siano state sbloccate. Un portavoce del Bogoc, il comitato organizzativo cinese, ha assicurato che «l'uso di internet da parte di giornalisti cinesi e internazionali per il loro lavoro di informazione è libero».
Ma in realtà l'apertura è solo parziale, sia perché molti altri siti rimangono irraggiungibili (quelli dei Falun Gong e dei gruppi tibetani o uiguri, ma anche l'italiano Asianews), sia perché si tratta di un privilegio che rimane comunque circoscritto alla stampa accreditata. Al di fuori del media center e del villagio olimpico, e di poche postazioni nella capitale, resta il blocco totale sui siti considerati "illegali" dal regime e alle parole Falun Gong e Tiananmen i motori di ricerca non danno alcun risultato. Diversi giornalisti cinesi, ricorda inoltre Amnesty, sono ancora in carcere per aver pubblicato o cercato su internet informazioni su temi ritenuti politicamente sensibili.
Proseguono poi le polemiche riguardo la massima sorveglianza su atleti e giornalisti, e sulle regole ferree imposte alle delegazioni. C'è chi addirittura parla di pedinamenti e cimici nelle stanze. Il personale per un controllo capillare non manca. Circa 34mila soldati saranno dispiegati per proteggere Pechino da eventuali attacchi terroristici da parte delle minoranze musulmane e tibetane. Ah già, il Tibet, dove non gira più neanche un monaco...
Da:http://jimmomo.blogspot.com/ | August 05
| Scritto da JimMomo
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| giovedì 31 luglio 2008
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... Medaglia d'oro già assegnata... Oggi nel corso di una conferenza stampa congiunta con il ministro degli Esteri britannico Miliband, tra le altre cose, Frattini ha confermato la sua presenza alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi in Cina.
«Temo che per un giornetto o due e miei diritti umani (le ferie!) siano a rischio in agosto», confidava ieri con infelice ironia. Oggi ha spiegato che l'Italia «non intende politicizzare un grande evento sportivo, che deve essere motivo di riconciliazione». Anche per questo a Pechino non avrà incontri politici, «proprio perché a mio avviso lo sport è sport, un'occasione di pacificazione, non un momento in cui si rappresentano posizioni». «Altra cosa è mantenere una politica molto chiara sul dialogo con la Cina, non solo sui temi economici ma anche sui diritti umani» e «il rispetto per le legittime aspirazioni del Tibet a dialogare con le autorità cinesi». Questo mentre i giornalisti occidentali si accorgono che in Tibet la repressione è ancora in corso, con migliaia di monaci segregati, e che su internet continuerà ad abbattersi la censura del regime anche durante le Olimpiadi, in patente violazione degli impegni che Pechino aveva preso con il Cio per garantirsi l'assegnazione dei Giochi, tra cui, appunto, l'accesso completo alla rete almeno durante tutto l'evento. Neanche alla stampa straniera, invece, verrà garantito un accesso alla rete senza censure. E il Cio, naturalmente, abbozza. Il responsabile della Commissione stampa, Kevin Gosper, si è detto «deluso» dalle limitazioni, ammettendo che il Cio ha negoziato con i cinesi il blocco di alcuni siti considerati non collegati ai Giochi. «Qui si ha a che fare con un Paese comunista che applica la censura. Si ottiene quello che secondo loro si può avere». Se ne accorgono a una settimana dall'apertura... «La nostra promessa era di permettere ai giornalisti di usare internet per il loro lavoro durante le Olimpiadi e noi abbiamo assicurato questa possibilità a sufficienza», ha spiegato un portavoce del comitato organizzativo cinese. Caso chiuso, oro alla Cina.
Da:http://jimmomo.blogspot.com/ | August 04 IN PRIMO PIANO: http://www.totustuus.net/modules.php?name=Content&pa=showpage&pid=33Card. Bagnasco:l'individualismo proprio di una società che tende a vivere i vincoli come limitazioni Ci si adagia dentro un'ottica prevalentemente consumista, in cui ci si lascia scegliere più che scegliere e si finisce per compensare con la moltiplicazione delle cose il vuoto desolante dei significati. Tale constatazione è ancor più evidente tra le giovani generazioni e richiede per essere smentita un investimento educativo di lungo periodo, che ridia al tempo prima ancor che al denaro la priorità nelle evidenze etiche. Solo ritrovando il gusto per il tempo che ci è donato si riuscirà ad evitare una pura logica delle cose da possedere, aprendosi piuttosto ad esperienze che facciano lievitare i beni relazionali da condividere.
IN LIBRERIA: http://www.totustuus.net/modules.php?name=Forums&file=viewforum&f=24L'anti-codice da VinciAl tempo in cui furoreggiava nelle classifiche librarie il romanzo Il Codice da Vinci, di fronte all'ampiezza incredibile del fenomeno (una settantina di milioni di copie vendute, seguite dall'ovvio film) mi è capitato più volte di discutere con amici e conoscenti cattolici sulle cause di tale spropositato evento... Ma via, in fondo è solo un romanzo! -fu detto. Epperò settanta milioni di copie costituiscono un fenomeno sociale la cui importanza non è forse da sottovalutare. Non solo. La tesi di fondo, il "tesoro" da ritrovare, era ripresa pari pari da un libro che non era affatto un romanzo ma aveva pretese assolutamente serie. Cioè, Il Santo Graal di Baigent, Lincoln e Leigh, che diversi anni prima aveva venduto la non piccola cifra di un milione di copie. "MONS. ALESSANDRO MAGGIOLINI" http://www.alessandromaggiolini.it/bin/servlet/mediabox.servlets.presentation.DettaglioInfo?idInfo=46365&url=dettaglioRassegna.jsp Tragedie di esistenze senza Dio Non si fatica molto a raccogliere le numerose notizie dove i giornali parlano di suicidi. In secoli passati questo gesto di auto- soppressione, poteva presentarsi con la pretesa di qualche dignità. C'è bisogno di ricordare Seneca che si taglia le vene per una ingiusta accusa subita?... Di recente siamo di fronte a un fenomeno che sembra nuovo: né valori morali da proclamare con la propria morte, né grida assurde che si perdono nel nulla dove l'uomo è privo di senso. 12) "Rino Cammilleri " http://www.rinocammilleri.it/Shakespeare Insomma, è sicuro: il maggiore poeta e drammaturgo di lingua inglese di tutti i tempi (e che nella cultura anglosassone occupa il posto che ha per noi Dante) era cattolico... Ma la sua fede è rimasta nascosta per il semplice motivo che il cattolicesimo ai suoi tempi era fuorilegge. E lo fu praticamente fino al XIX secolo. Furono oltre settantamila i cattolici uccisi in Inghilterra per la loro fedeltà al papa.13) Comitato verità e Vita http://www.comitatoveritaevita.it/Caso Englaro: esistono giudici seri La Procura Generale di Milano ha deciso di ricorrere contro il decreto con il quale la Corte d'Appello Civile aveva autorizzato la soppressione di Eluana Englaro mediante la sospensione di cibo e acqua. Contemporaneamente sempre la Procura Generale ha chiesto alla Corte civile di sospendere il decreto emesso che, altrimenti, sarebbe esecutivo in qualsiasi momento. Il sostituto pg Maria Antonietta Pezza, in accordo con il Procuratore Generale di Milano Mario Blandini, ha firmato e depositato il ricorso contro la decisione dei giudici. Secondo la procura non e' stata accertata con sufficiente... 14) Radici cristiane http://www.radicicristiane.it/Lo scempio amorale di un Occidente infedele La notizia dell'approvazione da parte del Parlamento spagnolo (il 26 giugno 2008), di una legge che estende alle "Grandi scimmie" (gorilla, scimpanzé, oranghi) alcuni diritti umani, a cominciare da quello alla vita, deve essere accolta con tutta la repulsione che merita una norma profondamente innaturale e immorale. 15) "E' TUTTA UN'ALTRA STORIA" http://www.totustuus.biz/users/altrastoria/movcatto.htmPietro Balan, I clericali, i liberali e l'enciclica del 8-12-1864 Documento storico "Con permissione dell'Autorità Ecclesiastica " edito solo a Padova nel 1865 - Tipografia del Seminario. "Col nome Liberali l'autore non intende già i fautori delle oneste e lecite libertà, ma sì quei settarii che sotto la maschera di libertà avversano la Chiesa e lo Stato. Era forse inutile avvisare di questo, poiché comparisce chiaro da tutto lo scritto, ma i maligni sono tanti e sanno così bene storcere il senso alle parole, che per ogni ragione abbiamo creduto bene spiegarci fin dal principio. P. Balan" August 03
30 Luglio 2008
Con il suo recente intervento sul rapporto tra la lentezza della magistratura e la crisi economica, Giuseppe Pennisi ha richiamato l’attenzione su una questione veramente cruciale per il nostro futuro. Il disastro italiano è figlio infatti di una progressiva crisi delle istituzioni, così che se le nostre imprese arrancano non è tanto per un difetto dei responsabili di marketing o per una scarsa qualità dei nostri tecnici impegnati a fondere tondini o costruire calzature, ma invece perché il quadro giuridico entro cui si colloca il sistema produttivo italiano fa acqua da tutte le parti.
Pennisi ha ragione quando ricorda i terribili ritardi di sentenze che si sarebbe dovuto pronunciare decenni fa, poiché una giustizia tardiva è una giustizia negata. Com’è ben noto, se l’economia non è completamente crollata e se ancora oggi vi sono fornitori corretti e partner che mantengono la parola data, ciò non è certo dovuto al timore di essere portati in tribunale, ma invece perché non si riesce a stare sul mercato se viene meno la propria reputazione. In altre parole, nell’Italia di oggi non è certo una sanzione di tipo giuridico (la condanna espressa da un giudice) a spingere le imprese a comportarsi correttamente, ma è semmai una sanzione di tipo sociale (la riprovazione generale, il discredito, il boicottaggio). L’assenza di punizioni formali per quanti non rispettano le regole del gioco, quanto meno in tempi ragionevoli, finisce però per danneggiare oltre modo la nostra economia.
Qualche soluzione vi sarebbe. Già nella Ricchezza delle nazioni, Adam Smith sottolineava come il prestigio della giustizia britannica fosse in larga misura una conseguenza della facilità con cui, a quei tempi, chiunque poteva scegliere il tribunale civile dal quale farsi giudicare: tanto più che le corti si finanziavano grazie alla riscossione delle spese processuali. In tal modo, ogni giudice aveva un vero incentivo a costruirsi una fama di correttezza, equità e incorruttibilità, ed era anche stimolato a chiudere in tempi brevi ogni controversia.
Nel mondo di oggi, la soluzione può venire dal diffondersi delle cosiddette ADR (Alternative Disputes Resolutions, che in italiano si traduce con “risoluzioni alternative delle controversie”), e quindi della mediazione e dell’arbitrato. Il secondo è un processo di tipo privato, in cui i due attori decidono di accettare come vincolante la decisione del giudice-arbitro che essi hanno scelto consensualmente, mentre la prima è una pratica che cerca di evitare lo stesso giudizio, sforzandosi di negoziare le differenti esigenze e trovare un compromesso in grado di soddisfare tutti.
In America – dove queste realtà negli ultimi decenni hanno trovato una grande accoglienza tanto nel mondo degli affari quanto all’interno dei professionisti del diritto – arbitrato e mediazione rappresentano ormai due pilastri fondamentali della cultura e della pratica giuridiche. Purtroppo da noi (dove pure ci sarebbe un grande bisogno di liberare gli uffici giudiziari dal numero abnorme di controversie irrisolte) c’è un connubbio di fatto tra l’ignoranza e la malafede, tra il persistere di un provincialismo che tende a perpetuare l’eterno ieri dei tribunali di provincia e il corporativismo di quanti sanno bene che aprire a soluzioni privatistiche nel campo della giustizia metterebbe in luce quanto sia scarsa la qualità della magistratura nazionale.
La conseguenza è che il pur più che meritevole lavoro di quanti si battono per innovare la giustizia (basti pensare agli importanti lavori di Giovanni Cosi proprio sull’ADR) rimane spesso quasi sconosciuto ai più. È però egualmente vero che la salvezza del nostro sistema legale non è legata soltanto al superamento delle procedure di una giustizia lenta e farragginosa. Purtroppo, la radice del male è più profonda, dal momento che il trionfo quasi del tutto coevo del legalismo positivista e dell’egualitarismo socialista ha finito per modificare nella sua essenza il diritto e la sua stessa funzione sociale.
Perché mentre l’ordine giuridico liberale, pur tra mille deviazioni ed errori, si proponeva essenzialmente di tutelare l’individuo e le sue proprietà di fronte al rischio di aggressioni o truffe, nelle società odierne la vecchia libertà “negativa” non basta più. Lo Stato vuole dare all’uomo la felicità, o almeno quella sua versione un po’ parodistica che va sotto il nome di “welfare” (benessere). Se Karl Marx ci ha insegnato che la libertà di mercato non sarebbe altro che la possibilità per gli sfruttatori di fare i soldi sulla pelle dei proletari, è evidente che i suoi allievi odierni (del tutto ignari del Capitale, ma pervasi da ogni sorta di sociologismo) vedono nel diritto un apparato impegnato a proteggerci di fronte alle imprese e a limitare la nostra libertà contrattuale. Solo otto anni fa, uno tra gli ultimi parti dello statalismo imperante, l’Antitrust, è giunto a condannare 38 assicurazioni in quanto “colpevoli” di essersi scambiate informazioni (i prezzi dei prodotti, nello specifico) e quindi di aver dato vita ad una qualche forma di integrazione tra le loro iniziative.
La cosa non deve stupire, perché ormai le norme positive non incarnano più il tentativo (sempre imperfetto e perfettibile) di proteggere i diritti naturali dei singoli e in primo luogo la proprietà, ma sono invece un duttile quanto potentissimo strumento nelle mani del ceto dirigente e dei suoi consiglieri: quell’arma grazie alla quale l’umanità può essere affrancata dalla barbarie, dalle superstizioni e anche da ogni sorta di meschinità, in modo tale da poter progressivamente “incivilirsi”.
Riflettere sulla natura dell’ordine giuridico e sulla necessità di superare la cultura positivistica che ha fatto del diritto nient’altro che la volontà del ceto politico (secondo l’antica lezione di Thomas Hobbes, per il quale non la verità, ma l’autorità fa il diritto) significa anche scoprire la ragione vera del moltiplicarsi di norme, leggi, direttive. Nel Leviatano socialista dei nostri tempi, non è sorprendente che gli italiani debbano obbedire a più di 200 mila leggi, quasi sempre ignorate e trascurate. Ma in un tale ginepraio di regole è difficile immaginare una giustizia ordinata, equa, rapida, amministrata con ragionevolezza e buon senso.
Pennisi ha quindi perfettamente ragione quando rileva (anche sulla scorta degli studi di Williamson e North) che il problema economico è in larga misura un problema giuridico. Alla stessa conclusione è arrivato pure Hernando de Soto, che nei suoi studi sul sottosviluppo ha evidenziato come il discrimine principale tra America del Nord e del Sud, ad esempio, stia proprio nella diversa concezione del diritto.
Proprio per tale ragione quando qualche anno fa, con un paio di amici, si è deciso di dar vita ad un think-tank che si sforzasse di portare al centro del dibattito economico le tesi del liberalismo classico, la scelta è stata di puntare su un grande giurista italiano, Bruno Leoni, e l’eccezionale statura intellettuale di quell’uomo non è stato l’unico motivo alla base di tale scelta.
È invece proprio quel tipo di considerazione sul rapporto tra diritto ed economia, in un certo senso, che ci ha condotto fino a Leoni e ci ha convinto che soltanto se sapremo riscoprire il diritto, e in primo luogo se torneremo a rispettare davvero il diritto di proprietà, potremo uscire dalle secche del parassitismo e del dirigismo statalista.
http://www.loccidentale.it August 02
| Scritto da Carlo Panella
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| sabato 02 agosto 2008
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... Hamas minaccia ora “una nuova Intifada interpalestinese” e continua gli arresti di militanti di al Fatah a Gaza mentre i suoi militanti sono arrestati da al Fatah in Cisgiordania.
Tanto che Human Rights Watch, sospende le consuete denunce contro l’esercito israeliano e apre uno spiraglio di verità sui metodi barbari che i palestinesi infliggono a palestinesi. Hamas è accusata di avere effettuato a Gaza “arresti arbitrari di avversari politici, torture di detenuti, di avere soffocato la libertà di espressione e di raduno e avere violato diritti processuali di attivisti di al Fatah”. Identici crimini vengono denunciati in Cisgiordania ad opera del governo di al Fatah a danno dei militanti di Hamas. Non è una novità, è dal 1936 che stragi e omicidi mirati di palestinesi ad opera di palestinesi, si susseguono (1.600 nel triennio 1936-1939). La novità è che finalmente anche le anime belle si rendono conto che la società palestinese si concede un tasso intollerabile di violenza e abusi. Purtroppo questi umanitari non fanno il passo successivo e non comprendono che non è una reazione all’occupazione israeliana, ma espressione dello jihadismo, della cultura del “proselitismo attraverso la spada”, di tanta parte dell’Islam.
http://www.carlopanella.it/ (Il Foglio del 1 agosto) | August 01 E’ stato un grande dono poter vedere l’Australia: la meravigliosa baia di Sydney, i canguri, le (o gli) echidna e i koala. Sono un dono le parole del Santo Padre che ha invitato i giovani e tutti noi ad una missione grande ed entusiasmante: essere “costruttori di una nuova era”. E’ stato un dono accostarmi al Sacramento della Riconciliazione in Hyde Park e sentire le parole di incoraggiamento di un confratello polacco molto fervoroso. Una sera mi sono ritrovato ad avere fame e dover chiedere qualcosa da mangiare a un pellegrino; inizialmente mi vergognavo, stavo per dirigermi verso il McDonald’s; ho resistito ed un giovane messicano mi ha regalato un panino ed uno splendido sorriso. È stato un dono il freddo della notte all’addiaccio a Randwich; mi ha ricordato che abbiamo paura di tante cose che in fondo poi non sono così pericolose. Sono un dono i confratelli che mi hanno messo di fronte ad alcuni errori e comportamenti che ho compiuto; senza queste correzioni fraterne è più difficile crescere. Sono un dono gli imprevisti, i cambiamenti di programma; in essi la Provvidenza può operare; ho trascorso una mattinata intera all’Opera House a ritirare dei pass; ero arrabbiato perché ho dovuto rinunciare ad andare ad una catechesi italiana; all’Opera House, alle 11.00 ho partecipato ad una catechesi e ad una S. Messa latinoamericana straordinaria… se tutto fosse perfettamente programmato non sarebbe “Gmg” e molte situazioni risulterebbero più noiose. Sono stati un dono i volontari australiani, le persone che ci hanno aiutato con una generosità grandissima. Sono state un dono anche le parole decise che ho dovuto dire, i “no”. Grazie Signore per le situazioni che mi hanno obbligato ad essere sincero e fermo, a non cedere all’ambiguità, alle scorciatoie, alle preferenze per qualcuno. Un grande dono sono stati i minuti di silenzio totale dei 400.000 giovani di Randwich raccolti in Adorazione di fronte all’Eucaristia. Sono dispiaciuto ma ringrazio Dio per avermi fatto comprendere, attraverso gli occhi umidi e lo sguardo sconsolato di Rachel, una componente del Comitato australiano, che le persone sono più importanti di ogni organizzazione! L’ho trattata esageratamente male, sapendo di avere ragione, per un pasticcio organizzativo tutto sommato facilmente risolvibile. Ringrazio il Signore per la gioia di una mia alunna che a Sydney ha riscoperto la Fede e per Andrea che un anno fa ha perso la moglie, si era allontanato da Dio e, grazie alla Gmg, ha ricominciato a pregare. Sono stati un dono tutti gli altri pellegrini: molti di loro hanno testimoniato una fede più gioiosa della mia. Sono un dono le famiglie che ci hanno accolto e i giornalisti che hanno permesso al mondo di partecipare alla Gmg. Sono state un dono le persone che non sono riuscite a venire a Sydney, ma che hanno offerto una parte del viaggio a qualcuno e hanno pregato, dall’Italia, per tutti. Grazie, Signore per il dono della presenza dei nostri Vescovi, per la semplicità e autenticità che dimostrano quando sono in mezzo a noi. Chiedo perdono per quando mi sono lamentato, anche solo per un attimo, della Gmg e non ho saputo vedere l’Amore e lo Spirito di Dio: tutto è un suo dono.
Don Nicolò Anselmi
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