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9月27日

messa in latino

La messa in latino,
ritorno al sacro contro i sacerdoti del finto progresso

Se qualcuno pensa che i cattolici affezionati alla messa di San Pio
V, quella in latino, siano un plotoncino sparuto di generali in
pensione e di duchesse svanite faccia un esperimento.
Vada sul web: si troverà al cospetto di giovanotti in grado di
maneggiare il computer come pochi, pieni di energie, con lo sguardo
rivolto al futuro.
Gente che ama la tradizione, ma che vive con i piedi piantati nel
presente. E che proprio per questo ha già fiutato il clima vagamente
censorio che si respira in molte parrocchie italiane in questi giorni.

È entrato in vigore il motu proprio con cui Papa Benedetto XVI
liberalizza la messa di san Pio V, ma una fetta dell'episcopato
italiano si appresta a mettere la sordina al documento.
Il caso della diocesi di Milano, opportunamente sollevato dal
Giornale, ne è l'esempio più vistoso: siamo ambrosiani - hanno fatto
sapere dalla curia - dunque niente Messa di San Pio V.
Un cavillo che ha il solo scopo di disattendere il documento del
Papa.
Del resto, quanti vescovi hanno parlato pubblicamente e liberamente
di ciò che sta avvenendo? Quanti parroci?
Uno solo, che ci risulti, si è assunto questa responsabilità
apertamente, applicando subito il motu proprio e ha riempito la
chiesa di fedeli, suscitando la reazione dell'apparato di curia.

Anche questo un caso che ha sollevato Il Giornale.
Un giornale laico.
Come laica è La Stampa, sulla quale Massimo Gramellini, all'indomani
della pubblicazione del motu proprio mise nero su bianco il seguente
ragionamento: era ora che si suonasse nuovamente la campana del senso
del sacro.
Era ora di finirla con quei sacerdoti in jeans e chitarra che
pensavano di essere più vicini ai loro fedeli e, invece, erano solo
più lontani dal Cielo.

Laico Il Giornale, laica La Stampa: forse vorrà dire qualche cosa.
Vuol dire che un atto come quello di Benedetto XVI non può essere
letto con il paraocchi.
E tanto meno con il paraocchi del cosiddetto spirito del Concilio
Vaticano II che ha permeato la quasi totalità del mondo cattolico.
Per un certo tipo umano da sagrestia, tutto deve essere letto in
funzione del Vaticano II, e ciò che non rientra in quei canoni va
silenziato.
Siccome negli ambienti progressisti cattolici è stato stabilito che
il motu proprio del Papa non è conforme allo spirito del Concilio,
ecco pagato il Pontefice con la stessa moneta usata per l'ultimo dei
reazionari.

Intanto il popolo non capisce come mai, pur in presenza di un atto
del successore di Pietro, preti, arcipreti e vescovi dicano
pubblicamente che non è cambiato niente, che si continua come prima.
Non capisce come mai ci si permetta di non obbedire al Papa.
Non capisce come mai sacerdoti e fedeli che manifestano interesse per
la liturgia tradizionale vengano messi al bando e perseguitati: avete
capito bene, perseguitati.
Ci sono giovani che sono costretti ad abbandonare il seminario della
propria diocesi per aver manifestato simpatie per l'antico rito.

Purtroppo, c'è un'evidente scollatura fra la gente comune, i fedeli,
e un gruppo limitato, ma potente di intellettuali che hanno preso in
mano le redini di non poche diocesi e facoltà teologiche.
Sono quegli stessi che chiamano la Chiesa «popolo di Dio» ma sotto
sotto considerano la gente solo una massa incolta lontana anni luce
dalla famosa «fede adulta».
Ma questo popolo, in realtà è formato da cattolici ordinari che per
anni hanno subìto, mugugnando, tutti gli orrori liturgici perpetrati
in nome di un'ideologia ecclesiale che ha avuto le caratteristiche di
una vera e propria rivoluzione culturale.
Nella quale, la degenerazione liturgica è preceduta, accompagnata e
seguita da un errore dottrinale.
Molti pastori e intellettuali non riescono o non vogliono capirlo. E
vengono scavalcati da questo Papa teologo nel rapporto con il popolo.
Mentre loro si attardano in sacrestia a capire chi si gioverà della
ricaduta ecclesiologica del motu proprio, Benedetto XVI è già in
chiesa a parlare con il suo gregge. E più parla chiaro, più il suo
gregge lo comprende e lo ama.
Come quando discute dei principi non negoziabili. Che cosa vogliono
dire le sue prese di posizione sulle questioni etiche se non un non
negoziabile «Basta»?

Lo stesso accade per la riconsegna della piena cittadinanza nella
Chiesa a una liturgia millenaria come quella della messa
tradizionale.
In questo caso, Papa Benedetto ha preso una posizione anche più
forte.
Ha scoperto un nervo che molti cattolici avrebbero preferito lasciare
sottopelle: ha detto che un'intelligente fedeltà alla propria storia
è più forte e più cattolica dell'infatuazione per un concetto
utopistico di progresso.
Ha detto che la tradizione è connaturale al cattolicesimo mentre
l'ideologia è il suo esatto contrario.


di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro
Il Giornale del 19 settembre 2007
9月26日

dagli amici di TTNetwork

Cari amici,
credo di farvi cosa gradita girandovi questo annuncio:

Nasce in questi giorni il forum di Totus Tuus:
http://www.totustuus.biz/
È un "nuovo inizio", che porta in se' prospettive inconsuete e
promesse di bene.
Tuttavia…
«..."nuovo inizio" non vuol dire qualcosa di nuovo che noi facciamo,
qualcosa che inventiamo noi, che non ci è stato ancora detto o dato.
Il nuovo inizio è il replicarsi della Presenza, di una Presenza: è
una Presenza che si impone, che ci tocca.
…Siccome questo nuovo inizio è fatto di cose, di una cosa che non
potremmo pensar noi, immaginar noi, fantasticar noi, allora è una
mendicanza quella che compone l'atteggiamento di volontà,
l'atteggiamento di sforzo, di tentativo nuovo, come esito nel cuore.
Il nuovo inizio è oggetto di una domanda, di una mendicanza…»
[Luigi Giussani]
E allora eccoci, Signore.
Eccoci a chiedere - a "mendicare" - la Tua Presenza in questo luogo,
la Tua mano sul nostro povero impegno, la Tua protezione sui primi
passi di questo tentativo.
Ti consegnamo tutto, ma proprio tutto, per le mani della Vergine.
Laura_BP
__________________
Veni Sancte Spiritus
Veni per Mariam 
9月25日

libertà di educazione: aggiornamento su Zapatero

Doveva creare perfetti cittadini europei, invece divide perfino
i socialisti spagnoli.
L'ora di religione civile zapateriana è iniziata.
Con troppi assenti

Madrid
Quando nel 2005 il governo socialista guidato da José Luis Rodríguez
Zapatero approvò la Legge organica per l'educazione (Loe) che
reggerà i destini delle scuole spagnole nei prossimi anni, genitori,
alunni e autorità religiose lanciarono un grido al cielo (vedere:
http://www.totustuus.biz/users/educazione/Azumendi.htm ): la Loe
prevede una nuova materia chiamata Educazione alla cittadinanza con
contenuti che includono temi spinosi come la dimensione umana della
sessualità, il rispetto verso le scelte laiche o religiose dei
cittadini, il pluralismo morale.
I più duri furono i vescovi (vedere:
http://www.totustuus.biz/users/educazione/LOE.htm ), che resero nota
una pastorale nella quale affermavano che questi insegnamenti
costituiscono «una lesione grave del diritto dei genitori a
determinare l'educazione morale che desiderano per i figli».
Sette delle diciassette Comunità autonome spagnole (analoghe alle
nostre regioni, ndr), tutte, tranne la Navarra, governate dal Psoe,
hanno deciso di cominciare a impartire l'Educazione alla
cittadinanza quest'anno, mentre le altre cominceranno nel 2008-2009.
In totale oltre 226 mila studenti in tutto il paese riceveranno
insegnamenti su, fra le altre cose, le preferenze sessuali delle
persone, gli stereotipi che possono ricevere da parte della loro
famiglia, i conflitti etici all'inizio e alla fine della vita o la
discriminazione dovuta all'orientamento affettivo-sessuale.
La polemica e l'indignazione che questa materia ha risvegliato in
certi settori della società è tale che circa 15 mila genitori si
sono appellati all'obiezione di coscienza per impedire che i loro
figli ricevano tali insegnamenti.
La Confederazione cattolica nazionale dei genitori degli alunni ha
chiesto di annullare l'introduzione della "Educación para la
Ciudadanía", visto che è stata approvata senza il suo consenso.
Il Foro della famiglia, un'istituzione che rappresenta quattro
milioni di famiglie spagnole, dice che l'educazione morale dei figli
non compete allo Stato e che quella materia è un'intromissione
illegittima del governo in un ambito che non è suo.
La questione è arrivata nei tribunali. In Andalusia cinque famiglie
hanno fatto ricorso contro l'insegnamento. E il fatto che il
Tribunal Superior de Justicia andaluso lo abbia respinto non ha
frenato le associazioni più battagliere di genitori, che hanno già
annunciato altri ricorsi, se necessario arrivando fino al Tribunale
europeo dei diritti umani.
Anche le federazioni dei centri educativi risultano divise. Da un
lato si trova la Confederazione spagnola dei centri di insegnamento,
che raggruppa la maggior parte delle scuole private, che si è
dichiarata contraria all'Educazione alla cittadinanza e appoggerà
tutti i genitori che vogliono obiettare.
Invece la Federazione spagnola dei religiosi dell'insegnamento, che
riunisce la maggior parte delle scuole cattoliche convenzionate, è
giunta a un accordo col governo per adattare i contenuti della
materia ai suoi princìpi, e considera non necessaria l'obiezione.
Questa federazione «non giudicava necessaria questa materia, però
una volta che il governo l'ha approvata, la accetta e crede
necessario fare il possibile perché essa non impedisca il
funzionamento e l'orientamento delle scuole».

Guerra agli obiettori di coscienza

Tuttavia il ministero dell'Educazione si sta mostrando intransigente
verso coloro che criticano l'insegnamento e non vogliono che i loro
figli lo ricevano.
Il ministro Mercedes Cabrera Calvo-Sotelo ha recentemente assicurato
che «l'accettazione e il rispetto della legge non sono negoziabili»,
e si è mostrata molto dura con le scuole convenzionate (finanziate
dallo Stato) che stanno pensando di non impartire l'Educazione alla
cittadinanza. Le ha minacciate pure di «prendere misure». Misure non
ancora specificate, ma già gli istituti temomo per la continuità dei
finanziamenti pubblici che permettono loro di esistere.
Cabrera ha tentato di tranquillizzare i genitori assicurando loro
che l'obiettivo della nuova materia è «introdurre nel sistema
educativo valori» che «non hanno niente di strano», e che anzi sono
presenti nella maggioranza dei sistemi europei. «È un dibattito
superato.
La Spagna, aggiungendosi ai paesi che già presentano questa materia,
non fa altro che manifestare l'intenzione di collaborare alla
creazione della coscienza europea», ha spiegato il ministro.
Riguardo all'adattamento dei contenuti che sarà realizzato in alcuni
istituti cattoliche, poi, secondo Cabrera in Spagna esiste «un
sistema educativo pluralista, con scuole che hanno il loro
patrimonio ideale, nel rispetto della legislazione».
Le posizioni del ministro, però, non coincidono con quelle di alcuni
deputati socialisti, come ad esempio Victorino Mayoral, ideologo del
partito in materia di educazione, il quale, alle scuole che vogliono
adattare l'Educación para la Ciudadanía ai postulati cattolici, ha
ricordato che «né il patrimonio di ideali delle scuole né la libertà
di insegnamento dei professori possono rappresentare una scusa per
snaturare la materia».
Lo stesso Mayoral, che guida anche l'associazione educativa Cives,
legata al Psoe, aveva peraltro già motivato la diffidenza di molti
genitori affermando che Educazione alla cittadinanza
intende «controbattere nella scuola le idee del neoliberismo
conservatore».
Per parte loro, i contrari all'insegnamento insistono: l'obiezione
di coscienza si fonda sulla libertà ideologica e religiosa, che è
tutelata dall'articolo 16.1 della Costituzione spagnola, e sulla
libertà di educazione. Inoltre, sempre secondo la Costituzione (art.
27.3) i poteri pubblici sono obbligati a garantire «il diritto
spettante ai padri che i loro figli ricevano una formazione
religiosa e morale in accordo con le loro convinzioni».

Ne vedremo delle belle

Ma gli conflitti scatenati dalla riforma di Zapatero non sono finiti
qui. Gli assessorati all'Educazione delle sette Comunità autonome
che introducono l'Educazione alla cittadinanza quest'anno, davanti
al problema di decidere come trattare gli studenti obiettori, hanno
scelto l'ordine sparso: Aragona e Cantabria sospenderanno gli
studenti che non frequentano, Estremadura e Catalogna non
concederanno loro i diplomi, Andalusia, Navarra e Asturie ancora non
sanno cosa fare.
Di fronte a questa incertezza Jaime Urcelay, presidente dei
Profesionales por la Etica, l'associazione che più ha promosso
l'obiezione di coscienza, ha fatto appello ai genitori perché si
rivolgano ai tribunali se vedono coartata la loro libertà. Invece la
Confederazione cattolica nazionale dei genitori ha previsto che le
obiezioni aumenteranno di numero nelle prossime settimane.
Insomma, in Spagna il nuovo anno scolastico si preannuncia
tutt'altro che noioso.

Lartaun de Azumendi
Tempi num.38 del 20/09/2007 
9月23日

Cina n°1 nelle persecuzioni religiose

Il Dipartimento di Stato segnala piccoli progressi in Arabia
Saudita, anche se «le restrizioni sono ancora eccessivamente
rigide». Il Vietnam esce dall'elenco dei «sotto osservazione»

Denunciati «soprusi e arresti immotivati» dei cattolici Otto i Paesi
nella lista nera Usa, entra anche l'Uzbekistan

Si allunga la lista nera di Washington. La libertà religiosa nel
mondo è sempre in pericolo e le persecuzioni contro i credenti di
ogni fede sono fonte di instabilità e di violenze.
Lo attesta l'edizione 2007 del Rapporto sulla libertà religiosa
diffuso ieri nel corso di una conferenza stampa a Washington,
presente anche il segretario di Stato, Condoleezza Rice.
Illustrando il documento, l'ambasciatore e curatore del Rapporto,
John Hanford III, ha voluto spiegare che «l'impegno per la libertà
religiosa nel mondo non è un tentativo di esportare semplicemente un
metodo americano», quanto invece il riconoscimento della «libertà
religiosa come un diritto inviolabile dell'uomo».

Entrando nel dettaglio, Hanford ha sottolineato in particolare la
situazione critica per i cristiani e i cattolici in Cina e per le
minoranze in Iran, due degli otto Paesi che rientrano a pieno titolo
nella lista nera che comprende anche Myanmar, Nord Corea, Sudan,
Eritrea, Arabia Saudita e, dall'edizione 2007, l'Uzbekistan.
Malgrado le pressioni esercitate in più occasioni dallo stesso
presidente Bush su Hu Jintao e l'appello nel novembre del 2006 ad
Hanoi del segretario di Stato Rice, la libertà religiosa a Pechino
continua a essere schiacciata sotto il macigno delle pressioni
politiche e questo nonostante - si legge nel rapporto - «la
Costituzione cinese garantisca libertà di credo e di religione».
Oltre alla questione del Tibet, alla persecuzione dei fedeli del
Falun Gong e degli uiguri, al divieto per i bambini di avere
un'educazione alla fede, e alla repressione delle chiese
protestanti «illegali», il Dipartimento di Stato denuncia i soprusi,
la scia di arresti e di incarcerazioni immotivate riservati ai
cattolici e ai vescovi della Chiesa locale.
Un trend che non accenna a diminuire, è la conclusione amara del
Dipartimento di Stato.

In Iran la comunità ebraica e i gruppi cristiani sono tenuti di
fatto ai margini della società mentre negli ultimi tempi si è
radicalizzato il clima di tensione contro chiunque non faccia parte
dell'universo sciita.
In Eritrea diverse Ong hanno stimato in almeno 1900 i «prigionieri
religiosi» custoditi nelle carceri del Paese.
Mentre Myanmar ha costituito una vera e propria rete sofisticata di
spie per controllare e monitorare dall'interno i raduni e le
attività di tutte le organizzazioni, comprese quelle religiose.
Bacchettate anche per l'Europa, dove Romania e Slovacchia sono sotto
la lente per le leggi discriminatorie contro le minoranze religiose
approvate lo scorso anno.
Ma vi sono anche notizie in controtendenza.

Passi avanti sensibili verso la tolleranza sono stati compiuti in
Vietnam - fino allo scorso anno incluso nella lista nera - dove sono
stati allentati i controlli sui movimenti religiosi. E segnali
positivi vengono anche dal Bangladesh e dal Turkmenistan.
Ottimismo, ma credito ancora limitato, invece per quanto accade in
Arabia Saudita.
L'ambasciatore Hartford ha precisato che il governo ha preso
decisioni importanti per sradicare l'intolleranza e consentire ai
non-musulmani di poter possedere libri e icone religiose.
Piccoli e timidi passi che non hanno permesso al governo di Riad di
essere depennati dalla lista nera visto che, dice il rapporto, «le
restrizioni alla pratica religiosa sono ancora eccessivamente
rigide».

Dal Nostro Inviato A Washington Alberto Simoni – Avvenire 15-09-2007
Notizia del 19/09/2007 stampata dal sito web www.lucisullest.it 
9月22日

dalla newsletter del circolo delle libertà di Torino

 
«Ritiene quest’ufficio che il viceministro, onorevole Visco, abbia posto in essere una condotta in violazione di specifiche norme di legge». Il procuratore di Roma Ferrara e il pm Racanelli così hanno scritto nella richiesta di archiviazione per le ipotesi di reato di tentato abuso d’ufficio e minacce relative alle pressioni indebite esercitate nell’estate 2006 sul generale Speciale. L’esponente diessino non ha rispettato l’autonomia delle Fiamme gialle. Ma c’è un altro punto sul quale i magistrati si soffermano e che rimane sullo sfondo: il caso Unipol.
 
Smentita/1. «Rimane oscuro il vero motivo per il quale il viceministro era “interessato“ o comunque voleva il trasferimento dei quattro ufficiali (Forchetti, Lorusso, Pomponi e Tomei; ndr)», hanno sottolineato Racanelli e Ferrara precisando che «le dichiarazioni rese dall’indagato (Visco) risultano essere state completamente smentite dagli accertamenti svolti». Il viceministro, nel corso dell’interrogatorio, affermò che il comando di Milano e della Lombardia non si occupava adeguatamente di lotta all’evasione. Ma, rilevano i magistrati, le statistiche confermano i risultati positivi dell’azione della Finanza in Lombardia ed è «notorio» che la Procura di Milano nelle inchieste su Bancopoli si avvale dell’attività di indagine della Gdf.

Smentita/2. «Non aderente alla realtà dei fatti» appare la giustificazione di Visco relativa alla lunga permanenza degli ufficiali nei loro incarichi. Documenti e dichiarazioni lo smentiscono.
Smentita/3. In una lettera inviata a Speciale il 24 luglio 2006, il viceministro scrisse che l’opportunità di trasferire i quattro emerse dagli incontri con i generali Pappa e Favaro del 13 luglio precedente. Per i magistrati, Visco «aveva in mente di chiedere i trasferimenti ben prima degli incontri».

Spaziante. Il generale Spaziante, ex comandante generale della Lombardia ascoltato come persona informata dei fatti, ha riferito come Visco gli avesse chiesto della fuga di notizie su Unipol-Bnl («non ricordo se fece riferimento a Unipol o a Fassino»). Ferrara e Racanelli ritengono tale elemento insufficiente pur ammettendo che i quattro ufficiali da rimuovere erano impegnati nelle indagini più calde sulle scalate del 2005. Ma sicuramente, concludono i pm, la richiesta di trasferimento non è certo stata avanzata perché i quattro non erano in sintonia con gli obiettivi del governo che si era insediato da troppo poco tempo per «poter valutare l’efficienza dell’attività della Gdf a Milano». I motivi restano oscuri, il collegamento con Bnl viene definito «illazione», ma le spiegazioni di Visco non hanno convinto.

Leggi violate. Visco ha violato l’ordinamento della Gdf (legge 189/59) che conferisce al comandante generale potere esclusivo sui trasferimenti nonché l’impianto generale del dlgs 165/2001 (ordinamento della pa) che distingue tra funzione di indirizzo del governo e funzione di gestione dei dirigenti. Ma i giudici, pur rinviando «ad altre sedi ulteriori valutazioni», non hanno rinviato a giudizio Visco sia perché manca il dolo (gli ufficiali non furono trasferiti e comunque non sarebbero stati danneggiati) sia perché manca l’«elemento soggettivo» dell’abuso d’ufficio (Visco non aveva intenzione di «esautorare» Speciale). Idem per il reato di minaccia. Ma, hanno concluso, la Procura sarebbe stata la «sede naturale di valutazione» se il generale avesse inviato subito la «nota informativa» di Visco.  

Il pm che indaga Prodi: "Vogliono fermarmi"

Milano - «Se vogliono liberarsi di me, dovranno cacciarmi». Il sostituto procuratore di Catanzaro Luigi de Magistris non ci sta a passare per vittima sacrificale, dopo l’ennesimo polverone sollevato con l’inchiesta «Why not» sulla presunta loggia massonica coperta di San Marino, che coinvolge il presidente del Consiglio Romano Prodi e il ministro della Giustizia, Clemente Mastella.

Nei giorni scorsi il magistrato si è sfogato con alcuni cronisti locali a Reggio Calabria, e poi ancora ieri al Gr3. Raggiunto telefonicamente dal Giornale, de Magistris conferma tutta la sua amarezza: «Dal punto di vista istituzionale vivo un momento di grande solitudine che è molto grave». L’isolamento «in questo momento non si può superare - accusa - perché non ci sono le condizioni, visto che è stato toccato un livello molto alto. Ma io non ho paura. Più vengo attaccato, più capisco che sto facendo bene».

Ma intorno a de Magistris è stata fatta terra bruciata, anche in Procura. «Ho chiesto più volte di poter essere affiancato da un collega - si lamenta il pm - a Palermo si lavora in pool, a Reggio Calabria anche. Credo che sia una prassi consolidata in magistratura. Anche perché penso che non si debba lasciare solo un pm che fa indagini così delicate. Ma a me, inspiegabilmente, non vogliono fare avvicinare nessuno. Anzi, mi accusano per convincere il Csm ad allontanarmi per incompatiblità ambientale». Se le mie inchieste «fossero delle bufale», ammette, non si spiegherebbe «tanta inusuale aggressività nei miei confronti. Ma io non ho intenzione di lasciare Catanzaro. Se vogliono sbarazzarsi di me, dovranno cacciarmi».

Nel mirino di de Magistris, anche se lui non si sbottona, c’è la magistratura, con la sua irrisolta «questione morale». I suoi rapporti con il procuratore capo di Catanzaro, Mariano Lombardi, sono pessimi, dopo che nei mesi scorsi gli è stata tolta l’inchiesta «Poseidone» sulla depurazione delle acque in Calabria. Un casus belli che ha anche portato a un’audizione dei due magistrati davanti al Csm e che ha costretto Mastella a inviare gli ispettori a Catanzaro.

Quanto alle indiscrezioni rivelate ieri dal Corriere della Sera, riguardo possibili intercettazioni telefoniche illegali tra il presidente dell’Anas, Vincenzo Pozzi, il segretario dei Ds Piero Fassino e l’esponente di Rifondazione Pietro Folena su possibili «cose da sistemare», de Magistris si trincera dietro il riserbo, confermando però indirettamente che quelle conversazioni esistono e che i brogliacci sequestrati a casa dell’ex consigliere d’amministrazione dell’Anas, Giovanbattista Papello. fanno parte dell’inchiesta. «Quello che posso escludere è che quelle intercettazioni siano state disposte da me».

Le conversazioni che scottano, invece, sono quelle inserite nell’inchiesta «Why not». Intorno alla perizia sulla rete di telefonate sospette, nella quale sono rimasti impigliati anche il guardasigilli e il premier, si sta combattendo un’altra battaglia. «Non escludo di chiedere l’acquisizione di alcune schede telefoniche. Valuterò al momento opportuno», dice il pm. Lo stesso Mastella ha cercato di «smontare» la validità della perizia telefonica, curata dall’ex vicequestore Gioacchino Genchi, accusato di aver passato alla stampa il dossier prima che venisse protocollato dalla Procura di Catanzaro. In realtà la copia della perizia messa in rete dal sito Radiocarcere.net (con in chiaro il numero di cellulare di Mastella, ndr) è una riproduzione del fascicolo depositato in tribunale. Con tanto di data sul frontespizio.

Sulla possibile fuga di notizie c’è un indagine aperta, sulla quale de Magistris non si pronuncia. Ma poi ammette: «Qualcuno ha sostenuto che Genchi fosse quasi il pm ombra dell’indagine, ma non è così, anzi». Quella perizia non è che «una parte residuale dell’indagine. Il patrimonio di prove che sorregge l’impianto accusatorio - conclude - è molto più ampio».

 
9月21日

Avvenire: sulla famiglia il governo resta sordo

Il governo che resta sordo alle richieste delle famiglie. Le
promesse fatte che non vengono mantenute. La confusione sulla
manovra che cresce. E, soprattutto, l'interrompersi dei normali
rapporti istituzionali fra esecutivo e Forum delle famiglie. La
ripresa dell'attività politica non poteva avvenire in un clima
peggiore. Una sostanziale indifferenza, che ignora la rappresentanza
del popolo del Family day. Alla quale, però, il Forum delle famiglie
non è affatto intenzionato ad arrendersi. Tanto da ipotizzare «una
nuova mobilitazione, in varie forme, delle quali si comincerà a
discutere già oggi nella prima riunione del direttivo
dell'associazione», spiega Paola Soave, vicepresidente del Forum.

D'altrocanto, i segnali negativi erano apparsi chiari già nei mesi
scorsi. La "primavera" della famiglia – con l'attenzione suscitata
dalla grande manifestazione del 12 maggio a piazza San Giovanni,
prima, e dalla Conferenza nazionale sulla famiglia a Firenze, poi –
era sfiorita già con i primi caldi dell'estate. In particolare le
promesse sulla suddivisione del cosiddetto "tesoretto" si sono
sciolte come neve al sole, non appena dalle parole del presidente
del Consiglio, solennemente pronunciate nelle assise di Firenze, si
è passati ai fatti dei provvedimenti votati in Parlamento. «I due
terzi del "tesoretto" saranno destinati ad alleviare le situazioni
di indigenti, anziani e famiglie numerose», aveva promesso Romano
Prodi sabato 26 maggio. Sappiamo invece come è andata a finire: ci
sono stati sì gli aumenti per le pensioni più basse, nel Protocollo
sul welfare sono state inserite alcune misure a favore della
previdenza (futura) dei giovani, qualcosa in più è stato stanziato
per i disoccupati. Ma per le famiglie numerose neanche un euro. Di
più: la parola famiglia è stata del tutto cancellata, segno che la
tanto attesa svolta verso una reale "politica familiare" è ancora di
là da venire. Eppure era stato lo stesso presidente del Consiglio,
sempre quel sabato a Firenze, a sostenere che «oggi la famiglia
coincide con l'interesse nazionale».

A luglio è stata poi la volta del Documento di programmazione
economica e finanziaria, sul quale si è consumato uno "strappo"
senza precedenti. «Per la prima volta da 7 anni a questa parte, il
Forum delle famiglie non è stato né audito né ha ricevuto alcuna
convocazione da parte del ministero dell'Economia – spiega Paola
Soave –. Se questa è l'attenzione che il governo intende dare alla
famiglia e alle domande che sono emerse da piazza San Giovanni, c'è
da essere realmente preoccupati». In effetti, il silenzio
dell'esecutivo lascia davvero stupiti: per Palazzo Chigi la
rappresentanza sociale sembra limitata ai sindacati confederali e
alle associazioni imprenditoriali. Non solo non c'è stato alcun
incontro per il Dpef, ma neppure il ministro della Famiglia Rosy
Bindi – attualmente impegnata nella corsa per la segreteria del
Partito democratico – ha ritenuto utile incontrare il Forum, come
invece aveva detto alla conferenza nazionale. Silenzio anche dal
ministro Giuseppe Fioroni, interpellato a proposito dei fondi per le
scuole paritarie. E tenace indifferenza da parte del ministro
Tommaso Padoa Schioppa, al quale il Forum si è rivolto ancora una
decina di giorni fa, con una lettera, ma dal quale non è arrivato
alcun segnale, nemmeno di "ricevuta".

Intanto i tempi della Finanziaria si stringono e la ridda di ipotesi
si moltiplica. «A Firenze si era parlato di un accorpamento degli
assegni familiari e delle detrazioni in un'unica "dote" fiscale, per
poter assicurare i benefici anche alle famiglie "incapienti", più
povere – spiega ancora Paola Soave –. È confermata l'ipotesi? Con
quale consistenza? Con quali limiti di reddito? Cancellando quali
detrazioni? Ci potremmo trovare infatti di fronte all'ennesima
operazione mirata solo ad alleviare la condizione dei nuclei più
poveri, facendo magari compiere passi indietro ai già scarsi
riconoscimenti fiscali alle famiglie in genere». C'è poi la vicenda
dell'Ici, sul quale la prima ipotesi avanzata era quella di una
franchigia per le abitazioni fino a 100 metri quadrati. «Ma 100
metri quadrati per un singolo sono quasi un lusso, mentre per una
famiglia di 5 o 6 o più componenti, dove magari ci si sforza di
tenere un anziano nella stessa casa, rappresentano il minimo vitale –
fa notare la vicepresidente del Forum –. E dunque meglio sarebbe
parametrare i metri quadrati al numero di componenti la famiglia,
per calcolare poi uno sconto equo». Ora però si parla di rendere
detraibile l'Ici dalla dichiarazione dei redditi. «Le ipotesi
insomma continuano a cambiare, ma ciò di cui non si sente più
parlare sono reali provvedimenti di politica familiare. Eppure la
prima impresa da detassare è proprio la famiglia, che continua a
pagare di imposte più del dovuto, visto che versa le tasse su tutto,
anche sul minimo vitale per il mantenimento dei figli».

Il Forum, perciò, è deciso a dare battaglia. «Avviaremo una
mobilitazione di qui alla Finanziaria, con primo obiettivo quello di
farci ascoltare – dice ancora Paola Soave –. Una mobilitazione in
più forme: con incontri a livello locale, azioni di pressione, forse
una raccolta di firme sul tema del trattamento fiscale iniquo per la
famiglia. Senza escludere altre manifestazioni in piazza, perché le
famiglie sono ben decise a far sentire le loro ragioni». Così da
dare la sveglia a un governo che sembra rimanere sordo alle
richieste delle famiglie. «Capisco le difficoltà del governare.
Evidentemente l'esecutivo è preso da altri problemi: le difficoltà
interne alla maggioranza, la pressione di lobby e partiti – conclude
la vicepresidente del Forum –. Ma le famiglie sono il popolo
italiano e un governo non può non ascoltare il popolo».

di Francesco Riccardi
Avvenire - Analisi (14 settembre 2007) 
9月20日

relativismo in formato digitale

Due milioni di voci nell'enciclopedia Internet: un fenomeno culturale
L'utopia di Wikipedia relativismo formato digitale

Se Internet è il supermercato della comunicazione, Wikipedia è la sua
versione hard discount, con informazione illimitata liberamente
fruibile senza farsi troppe domande sulla qualità di quel che si
afferra sugli scaffali.

Il sito nato all'inizio del 2001 col semplice intento di fornire agli
utenti della rete un'enciclopedia digitale di pronto uso, e poi
esploso come una delle esperienze più emblematiche del Web, ha
toccato in questi giorni i due milioni di voci, un traguardo che lo
rende un monumento nella storia recentissima di Internet.
La contabilità peraltro si limita alla sola versione in lingua
inglese, capostipite di una famiglia di prontuari online che sotto lo
stesso marchio parlano la bellezza di 250 lingue, per un totale di 8
milioni di voci.
Se decidessimo di stare ai soli numeri, potremmo limitarci a
ragionare di una delle tante esperienze digitali che hanno
trasformato in un tempo straordinariamente breve l'intuizione di
pochi appassionati nello strumento di lavoro, di consultazione o di
svago di milioni di persone nel mondo.
Cioè l'ennesima pagina di storia del mondo globale accelerata dalle
tecnologie informatiche.

Come sanno bene i frequentatori della rete, Wikipedia però è qualcosa
di più rispetto a un pur vistoso fenomeno del Web. A comporne, pezzo
a pezzo, l'immensa struttura non è stata infatti la paziente opera di
un'infaticabile redazione culturale, ma il contributo di una
moltitudine di utenti che hanno realizzato spontaneamente ogni
singola voce, attingendo dal proprio bagaglio di conoscenze, valori e
idee.
Un colossale affresco di informazioni e di voci dal basso - lo
strumento liberamente costruito dai suoi stessi utilizzatori - che ha
persino dato corpo a una "filosofia wiki", definizione passata a
designare un sistema culturale libero e aperto, privo di gerarchie e
di autorità.

L'immensa enciclopedia online è una vera forma di intelligenza
collettiva, forse la traduzione più fedele dell'utopia con la quale i
pionieri della rete si lan ciarono negli anni Novanta alla conquista
del Nuovo Mondo tutto virtuale spalancato da quel formidabile mezzo
di comunicazione che andavano plasmando.

Ma è proprio questa sua natura che deve far riflettere: perché il
fatto che milioni di navigatori ogni giorno consultino Wikipedia per
sapere chi era Giulio Cesare o cos'è la termodinamica, senza neppure
più chiedersi quale autorità abbia l'estensore della relativa voce
perché ci si debba fidare di lui, è il segno che il pensiero
cooperativo del Web sta filtrando dentro le cellule della nostra
cultura.

Le prerogative del mezzo determinano infatti il tipo di uso che se ne
fa e poco alla volta modellano l'approccio e la stessa intelligenza
di chi lo frequenta, come conferma la storia della tivù e di noi
teleutenti.

Per capirci: ai motori di ricerca frequentati da tutti per trovare
un'informazione sperduta chissà dove nelle profondità del Web ci si
aggrappa ormai come il naufrago al salvagente, e mai ci si interroga
sull'idea che ispira la graduatoria di risultati apparsi sullo
schermo.
Perché se cerco qualcosa sul Papa il sito della Santa Sede compare
solo al quinto posto? E i quattro siti precedenti che autorità hanno
per parlarmi di lui?

Internet equipara ogni informazione a qualsiasi altra, abbattendo
alla radice ogni pretesa di verità.
Anzi, chi vuole affermare un punto fermo su materie controverse è
come se si autoescludesse da un "collettivo digitale" allergico ai
princìpi indiscutibili (tranne quelli wiki, s'intende).

La cultura "aperta" che ispira la rete come un'ideologia intangibile
è a ben guardare l'altra faccia del relativismo, al quale fornisce
una legittimazione globale proprio grazie alla straordinaria
penetrazione del Web.
Passata la sbornia della navigazione senza meta rimbalzando da un
sito all'altro, oggi chi usa Internet anzitutto non vuole perdersi.
E si mette nelle mani di guide alle quali neppure più chiede chi sono
e da che parte vanno.

Francesco Ognibene
Avvenire Venerdi 14 settembre 2007
 
9月19日

simpatica rima inglese su Dio


Whatever your cross, Whatever your pain, there will always be sunshine, After the rain ....

 

Perhaps you may stumble, Perhaps even fall, But God's always ready, To answer your call ...

 

He knows every heartache, Sees every tear, A word from His lips, Can calm every fear ...

 

Your sorrows may linger,Throughout the night, But suddenly vanish, Dawns early light ...

 

The Savior is waiting, Somewhere above, To give you His grace,

And send you His love ..

 

Whatever your cross, Whatever your pain, "God always sends rainbows ....

After the rain ... "
 
9月18日

Bagnasco:orientamento x l'azione

Conferenza Episcopale Italiana
CONSIGLIO PERMANENTE
Roma, 17-19 settembre 2007

PROLUSIONE DEL PRESIDENTE

[...]
13. Il valore intangibile della persona e della vita umana, vita
che deve essere accolta e accudita fin dal sorgere, ed amorevolmente
accompagnata fino al suo naturale tramonto; la famiglia fondata sul
matrimonio, cellula fondante e inarrivabile di ogni società; la
libertà dei genitori nell'educare i figli; il sereno senso del limite
che accompagna la parabola dell'umana esistenza; il codice morale che
si radica nell'essere profondo e universale dell'uomo e si esplicita
e perfeziona in Gesù; la libertà che – lungi dall'essere mero
arbitrio – è impegnativa adesione al bene e alla verità: vedo qui i
capisaldi della storia e della tradizione del nostro popolo. Essi
costituiscono l'ethos di fondo che – nonostante incoerenze e nuove
sfide – dà corpo a quel senso di reciproco riconoscimento e di comune
appartenenza che ci fa sentire "società", "casa" aperta e accogliente
verso tutti coloro che vogliono rispettosamente entrare.

Sovviene quel che diceva il teorico marxista Roger Garaudy, nel suo
studio intitolato "Il marxismo e la morale" (1948): "Il cristianesimo
ha creato una nuova dimensione dell'uomo: quella della persona umana.
Tale nozione era così estranea al razionalismo classico che i Padri
greci non erano capaci di trovare nella filosofia greca le categorie
e le parole per esprimere questa nuova realtà. Il pensiero ellenico
non era in grado di concepire che l'infinito e l'universale potessero
esprimersi in una persona".

Come la storia dimostra, la vera civiltà non nasce da una buona
organizzazione, ma da un'anima buona, cioè da quell'insieme di ideali
spirituali, alti e nobili, che riguardano non tanto il funzionamento
di un'esistenza, ma il senso dell'esistere. Riaffiora un'affermazione
del poeta latino Giovenale: "Considera sommo crimine… perdere per la
vita le ragioni del vivere". È vero, ci sono valori ai quali vale la
pena dedicare la vita: barattarli, questi valori, significherebbe
annichilire le sorgenti della vita stessa. Là dove essa perderebbe il
suo significato. E ciò vale per i singoli come per la società: anche
un Paese e la sua civiltà hanno contenuti culturali e valori
spirituali che giustificano l'impegno di una vita. Quando questi non
esistono più o sono irreparabilmente aggrediti, allora vengono meno
le fondamenta stesse e le energie vitali che sostengono ogni
autentica comunità.

Solo su simili premesse, che vanno continuamente custodite e
alimentate, un Paese vive e prospera. Ed ecco perché ogni attentato
alla vita, alla famiglia, alla libertà educativa, alla giustizia e
alla pace… troverà sempre una parola rispettosa e chiara da parte
della Chiesa. Mi si permetta, al riguardo, un rapido ma accorato
riferimento allo scenario internazionale. Ossia, alla vicenda che,
nelle ultime settimane, ha visto protagonista Amnesty International,
a proposito della clamorosa inclusione, tra i diritti umani
riconosciuti, della scelta di aborto, magari anche solo nei casi di
violenza compiuta sulla donna. Sono derive che ci rendono
ulteriormente avvertiti del pericoloso sgretolamento a cui sono
sottoposte le consapevolezze umane anche più evidenti, e della
necessità quindi di una presenza qualificata a contrastare simili
esiti.

Cari Confratelli, l'Italia merita un amore più grande! L'incanto
della sua natura, la ricchezza della sua storia, la fecondità delle
sue radici cristiane, la fioritura delle sue tradizioni, quella
diffusa sensibilità che è nell'animo della sua gente insieme ad una
intelligenza creativa, meritano un maggior apprezzamento da parte di
tutti e un rinnovato senso di appartenenza e di amore al Paese.
Meritano una responsabilità più grande!

Come Pastori, e insieme alle nostre comunità, continueremo ad
annunciare Cristo, riscatto e speranza dell'uomo. Lo annunceremo con
tutta la fede e la passione di cui siamo capaci; lo annunceremo quali
che siano le conseguenze sul piano umano, persuasi che annunciare
Cristo è servire l'uomo e che il Vangelo è sempre fonte di umanità
vera per tutti.

Affidiamo noi stessi, le nostre Chiese, il nostro amato Paese alla
Vergine Maria, da ogni parte invocata dal nostro popolo con le
espressioni più belle della filiale devozione.

+ Angelo Bagnasco
Presidente 
9月16日

riflessioni

IN PRIMO PIANO
http://www.totustuus.net/modules.php?name=Content&pa=showpage&pid=39
Benedetto XVI: Andate controcorrente!
Non seguite la via dell'orgoglio, bensì quella dell'umiltà.
Andate controcorrente: non ascoltate le voci interessate e
suadenti che oggi da molte parti propagandano modelli di vita
improntati all'arroganza e alla violenza, alla prepotenza e al
successo ad ogni costo, all'apparire e all'avere, a scapito
dell'essere.
Di quanti messaggi, che vi giungono soprattutto attraverso i mass
media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici! Non
andate dietro all'onda prodotta da questa potente azione di
persuasione. Non abbiate paura, cari amici, di preferire le vie
"alternative" indicate dall'amore vero: uno stile di vita sobrio
e solidale; relazioni affettive sincere e pure; un impegno onesto
nello studio e nel lavoro; l'interesse profondo per il bene
comune. Non abbiate paura di apparire diversi e di venire
criticati per ciò che può sembrare perdente o fuori moda: i
vostri coetanei, ma anche gli adulti, e specialmente coloro che
sembrano più lontani dalla mentalità e dai valori del Vangelo,
hanno un profondo bisogno di vedere qualcuno che osi vivere
secondo la pienezza di umanità manifestata da Gesù Cristo.

 Vita cattolica)
*I TESORI DI CORNELIO A LAPIDE: Obbedienza*
1. Gesù modello di obbedienza. 2. L'obbedienza è necessaria. 3.
Bisogna obbedire ai superiori. 4. Se sia troppo difficile
l'obbedire. 5. Eccellenza dell'obbedienza. 6. Vantaggi
dell'obbedienza: a) La vittoria; b) L'obbedienza nutre l'anima;
c) E un rimedio; d) Innalza l'uomo; e) Attira le benedizioni di
Dio; f) E la prima delle virtù della vita cristiana; g) E
principio di vera felicità; h) E un segno di predestinazione; i)
Ha il merito e la gloria del martirio; l) Procura una buona
morte. 7. Come bisogna obbedire.

 IN LIBRERIA:
http://www.totustuus.net/modules.php?name=Forums&file=viewforum&f=24
Cammilleri, Nuovi consigli del diavolo custode
Questo libro parla, usando una chiave veramente particolare, di
come sia facile finire all'Inferno. Smontando una serie di luoghi
comuni. Uno vuole che l'Inferno, e quindi i diavoli, non
esistano. Un altro recita: l'Inferno è questa vita, non è
nell'aldilà.
Un altro ancora ritiene che all'Inferno ci vadano solo i grandi
peccatori, cioè gli autori di stragi e i trafficanti di droga.
L'autore
immagina. un'anima dannata, la quale narra, per episodi, come sia
finita all'Inferno e quanto sia stato facile, quasi banale,
finirvi. Tanto facile e banale che il mittente non se n'è neppure
accorto, avendo vissuto una vita quanto più «normale» possibile,
una vita lasciata fluttuare un balìa dei «valori», piccini e
miserabili, spacciati dal mondo moderno. Si dimostra come, per
finire all'Inferno, non ci sia affatto bisogno di impegnarsi in
grandiose malvagità: basta, al contrario, non fare assolutamente
niente.

Mons. Luigi Negri
http://www.diocesi-sanmarino-montefeltro.it/template/detailNews.asp?
IDFolder=204&IDSezione=&IDOggetto=2422
Tempi di un incredibile attacco alla Chiesa
Questa battaglia che si è compiuta nel mistero del Signore
storicamente continua. e la Chiesa è chiamata a partecipare a
questa battaglia assumendosi il compito della testimonianza di
Cristo e della sua vittoria contro il coagularsi del male che, di
generazione in generazione, prendendo anche forme nuove tenta la
disperata battaglia per eliminare la presenza di Dio nella storia
e sostituirlo con il potere umano collettivo. La Chiesa, in ogni
momento della sua storia, ha vissuto la tragica condizione di
Geremia eliminato, perché diceva cose non gradite al potere
culturale del tempo; perché diceva cose strane nelle quali non si
trovava la immediatezza della opinione comune. Però ogni
generazione ha fatto si che la Chiesa rivivesse e certo, fratelli
miei, viviamo tempi di un rinnovato, per certi aspetti
incredibile e terribile attacco alla presenza di Cristo e della
Chiesa, nel tentativo ultimo ma inefficace di eliminare Cristo
dalla vita e dalla storia.

Vittorio Messori
http://www.et-et.it/articoli2007/a07h20.htm
La notte oscura della beata
Càpita, quando si tratta di persone e di eventi religiosi: un
certo sistema mediatico sembra cadere in trappole fatte di
equivoci, di insufficiente informazione , di titoli forzati.
Succede, in questi giorni, per Agnese Gonxha di Bojaxhiu, in
religione Teresa di Calcutta, beata, fondatrice delle Missionarie
della Carità, Nobel 1979 per la pace. Saltando, su Internet, da
un quotidiano a un altro, si constatava ieri che molte home
pages sembravano adeguarsi a quella di un autorevole quotidiano
spagnolo che titolava, vistosamente: "Madre Teresa perdiò la fé".
I flash di una delle maggiori agenzie internazionali iniziava con
un apodittico: "Un libro-rivelazione getta ombre sulla fede di
una delle icone del mondo cattolico". E "La santa che dubitava
di Dio" era lo strillo in prima pagina di uno dei nostri maggiori
giornali. Fuorvianti anche molti servizi televisivi. Ma poiché la
beata Teresa è tra le figure più venerate, a livello popolare
mondiale (una sorta di padre Pio al femminile, ha detto qualcuno)
varrà forse la pena di fare alcune osservazioni, a beneficio
della verità e ad aiuto dello sconcerto di molti.

16) CORRISPONDENZA ROMANA
http://www.corrispondenzaromana.it/
UNIONE EUROPEA: l'attacco alla Chiesa sul fisco
La Commissione Europea chiederà al Governo italiano «informazioni
supplementari» su «certi vantaggi fiscali delle chiese italiane»
annuncia Jonathan Todd, portavoce della Commissaria UE alla
concorrenza Neelie Kroes. Le informazioni sono state chieste dopo
avere ricevuto segnalazioni da «soggetti italiani» già nel 2006.
Qualora l'eventuale inchiesta concludesse che la Chiesa italiana
ha ricevuto aiuti illegali, spiega Todd, spetterebbe alle
autorità nazionali recuperarli. Le «informazioni supplementari»
riguarderebbero una norma della Finanziaria 2006, l'ultima del
governo Berlusconi che prevede l'esenzione dall'Ici degli
immobili di proprietà della Chiesa adibiti a finalità
commerciali, riconosciuta anche alle altre religioni che hanno un
accordo con lo Stato italiano e alle attività no-profit.
Bruxelles intenderebbe chiarire inoltre anche le riduzioni di
imposta (al 50%) concesse alle imprese commerciali della Chiesa.

17) Luci sull'Est
http://www.lucisullest.it/index_spunti.asp
Online l'ultimo numero di "Spunti"
«Pellegrina di amore per consolare i suoi figli e invitarli alla
conversione e alla preghiera»: Le visite in Italia della Madonna
di Fatima. Mosca: Convegno Internazionaleper il 90° delle
apparizioni di Fatima. Una testimonianza del seminarista Alessio
Fucile: «Una terra senza cielo è destinata a morire». Ottobre
2007 - Cattolici russi in pellegrinaggio a Fatima per ringraziare
della riconquista della libertà religiosa: Intervista a Mons.
Tadeus Kondrusiewicz. «Trema l'Inferno e trionfa Maria!»: la
statua della Madonna di Fatima in visita nel palermitano.
L'Osservatore
Romano parla de «Il martirio della Chiesa cattolica in Ucraina».

18) Fides - Propaganda Fide:
http://www.fides.org/aree/news/newsdet.php?idnews=13797&lan=ita
VENEZUELA - Preoccupazione della Chiesa locale per l'esproprio di
scuole e centri sanitari cattolici da parte del Governo
L'Opera di diritto pontificio "Aiuto alla Chiesa che Soffre"
(ACS) ha ultimamente denunciato il crescente timore manifestato
da sacerdoti e laici che il governo espropri le scuole cattoliche
del paese. "Un sacerdote che dirige una scuola si è detto
preoccupato per la confisca da parte del governo di scuole e
centri sanitari della Chiesa, come parte del programma di
nazionalizzazione dei settori dell'istruzione e sanitario",
riporta il comunicato dell'ACS.
Le scuole nel paese sudamericano "si vedono sempre più
minacciate" perchè lo Stato esercita la sua influenza
nell'insegnamento,
obbliga ad utilizzare esclusivamente "materiale approvato" e
promuove l'indottrinamento della popolazione. Il responsabile dei
progetti di ACS per l'America Latina, Javier Legorreta, ha notato
una "crescente minaccia" per la Chiesa in Venezuela. "La Chiesa
venezuelana ha bisogno innanzitutto della nostra solidarietà,
delle nostre preghiere e del nostro appoggio morale", ha detto
Legorreta.

19) NUOVO SITO: Rosarium
http://www.sulrosario.org/
Sito del periodico domenicano sul Santo Santo Rosario
Questo sito presenta le iniziative ed attività del Movimento
domenicano del Rosario. Il sito contiene tuttavia anche vari
numeri dell'importante periodico Rosarium diretto da Padre Mauro
Persici O.P., nel quale è possibile leggere scritti del grande
teologo e conduttore di Radio Maria padre Roberto Coggi O.P.,
nonché del Cardinale Charles Journet. Sono spesso presenti anche
note biografiche e saggi del compianto Servo di Dio Padre Tomas
Tyn O.P..

9月15日

in ricordo di Bashir Gemayel

7° presidente della Repubblica
Fondatore del Partito delle Forze Libanesi
Bashir Gemayel 1947-1982

Un Presidente cristianissimo
Un modello d'azione per le democrazie pluraliste

Alcuni lo hanno adorato, ad altri non piaceva. Per molti è stato un
leader, per altri un nemico da eliminare. Ma soprattutto è stato un
uomo che ha sostenuto un sogno e che ha avuto la convinzione, la
forza ed il supporto popolare per fare di quel sogno la realtà.
Aveva già iniziato a tessere la trama di una nuova struttura per il
suo paese quando la sua vita è stata interrotta da coloro che si
opponevano ai cambiamenti da lui proposti.
Ma il suo spirito vive ancora in coloro che lo hanno conosciuto e
amato. E' emerso dalle ferite sanguinanti dei nostri cuori, dalle
lacrime negli occhi dei nostri bambini, dal forte attaccamento alla
nostra terra e ha fatto luce nel cielo dandoci speranza e un sogno
meraviglioso, quello di 10452km² di Libano libero.

Libero da qualunque occupazione straniera e presenza fraterna. Ci ha
dato il sogno di un Libano forte e unito nel quale tutti i suoi
diversi gruppi etnici e religiosi potessero coesistere in pace ed
armonia.

Dopo l'accordo del Cairo, la situazione in Libano è andata
velocemente peggiorando, con continui e violenti scontri tra le
armate Palestinesi e l'esercito Libanese. Gli attacchi dei
palestinesi armati contro obiettivi israeliani lungo il confine
Libanese-Israeliano sono divenuti più numerosi e mortali.

Dopo l'inizio della guerra Libanese - PLO nell'Aprile del 1975,
Bashir ha unito i membri della sua milizia a quelli del partito del
Kataeb in difesa delle aree cristiane dagli attacchi del PLO.

Quando William Hawi, Comandante del Consiglio militare del Kataeb, è
stato ucciso durante l'assedio delle Forze Libanesi alla roccaforte
del PLO presso Tell Zaatar nel Luglio del 1976, Bashir è stato
scelto per succedergli. Il 30 Agosto è stato nominato Capo del
Commando unificato delle Forze Libanesi, una coalizione di milizie
cristiane del partito del Kataeb, del Partito Nazionale Liberale,
del Tanzim e dei Guardiani dei Cedri.

Il 7 Luglio 1980, queste milizie cristiane sono state unificate in
una, quale le Forze Libanesi, con Bashir Gemayel come loro
Comandante Capo. Nel Gennaio del 1981 Gemayel ha inoltre assunto la
posizione di Capo del Consiglio di Sicurezza del Kataeb ed è
divenuto membro dell'Ufficio Politico del Kataeb.

Come Comandante Capo Bashir ha continuato a rinforzare il ramo
militare delle Forze Libanesi, istituendo addestramenti militari
nelle scuole del settore cristiano per sviluppare le riserve. Ha
inoltre dato alle Forze Libanesi una dimensione politica più vasta e
basi popolari. Ha organizzato servizi pubblici nelle aree liberate
(regione orientale) per supplire alla mancanza di servizi forniti
dal governo. Questo ha compreso un sistema di pubblico trasporto; un
comitato popolare per provvedere ai bisogni quotidiani della
popolazione quali acqua, elettricità, manutenzione stradale,
raccolta della spazzatura, dei liquami, servizi di assistenza
sociali, etc; due stazioni radio, una stazione televisiva ed un
piccolo aeroporto.

Sotto il Presidente Elias Sarkis, è stato creato un Consiglio di
Salvezza Nazionale nel Giugno del 1982 che ha riunito le milizie più
grandi e i leader politici in uno sforzo per elaborare misure per
porre fine ai sette anni di guerra che avevano sconvolto il Libano.

Come Comandante Capo delle Forze Libanesi, Bashir ha avuto molte
opportunità di incontrare funzionari stranieri sia all'estero che in
Libano per discutere la sua visione del paese. Di maggiore interesse
i viaggi compiuti negli Stati Uniti, dove si è consultato con
funzionari del Dipartimento di Stato, della Casa Bianca, con
Senatori e membri del Congresso; nel Luglio del 1982 è stato in
visita in Arabia Saudita per consultarsi con il Re Fahd; ha
incontrato gruppi parlamentari della Democrazia Cristiana Europea;
si è incontrato con inviati degli Stati Uniti, delle Nazioni Unite
e Arabi che stavano lavorando per trovare soluzioni alla crisi
libanese.

Bashir ha annunciato ufficialmente la sua candidatura a Presidente
della Repubblica del Libano il 24 luglio del 1982.
Il 23 Agosto del 1982, Gemayel è stato eletto Presidente della
Repubblica al secondo ballottaggio con 57 voti e 5 astensioni.

Durante le settimane successive ha tenuto incontri con i capi
Cristiani e Musulmani preparando piani per la rinascita del Libano.
Ha iniziato a radunare il popolo libanese, musulmano e cristiano,
intorno a sé come nessun altro leader in Libano era stato capace di
fare sin dalla sua indipendenza.

Nove giorni prima che venisse inaugurato presidente, Bashir ha
presenziato la sua usuale sessione di discussione presso l'ufficio
del Kataeb in Ashrafieh.
Una potente esplosione al secondo piano dell'edificio ha ucciso
Bashir insieme ad altre 26 persone.
L'eroe e la speranza del Libano erano morti e tutto il Libano era in
lutto.

Più tardi è stato scoperto che due membri del partito Socialista
Nazionale Siriano, uno dei quali era collegato ai proprietari
dell'edificio in cui si trovavano gli uffici del Kataeb ad
Ashrafieh, erano gli istigatori dell'attentato e che la Siria era
dietro l'assassinio.

Bashir è stato franco e diretto nei suoi rapporti con la gente. Il
suo zelo per la causa libanese, un Libano indipendente e libero da
qualunque occupazione straniera, ha ispirato molte persone. Questo
obiettivo lo ha portato in tutto il mondo ad incontrarsi con leader
arabi e occidentali in cerca di soluzioni e supporto.

Era un uomo carismatico, deciso.
Ha mantenuto un chiaro corso politico, attirando giovani, dinamici e
individui specializzati alla sua causa.
Era onesto e realistico, un uomo che ha rifiutato compromessi e
soluzioni parziali.
Era aperto al dialogo e non intimorito dalle critiche.
Bashir ha creduto che gli emigranti libanesi potessero avere un
grande ruolo nel sostegno della causa libanese. Ha istituito sedi in
molti paesi d'oltremare, inclusi gli Stati Uniti, la Francia, il
Brasile, la Germania orientale e l'Italia, per mantenere quei
governi informati riguardo le comunità libanesi lì presenti con lo
scopo di lavorare per la liberazione della loro madre patria, il
Libano.

Gemayel ha costantemente lavorato per un Libano libero, a guida
cristiana ed indipendente, pluralista per natura e di condizione
forte e sicura.
Ha creduto che cristiani e musulmani potessero vivere insieme in
pace e che il Libano dovesse mantenere buone relazioni sia con il
mondo occidentale che con quello arabo.
Ha sostenuto il ritiro delle forze siriane che occupavano il Libano
sin dal 1975, quello delle forze israeliane che lo occupavano dal
giugno del 1982 e il disarmo dei palestinesi sul suolo libanese.

Quando Bashir Gemayel ha annunciato la sua candidatura per la
Presidenza, è andato oltre i conflitti di confessione e i contrasti
di carattere personale. Ha perseguito l'obiettivo sublime di unire
tutti i Libanesi, difendere la sovranità del paese e battersi per un
Libano moderno e a guida cristiana.
Esaurito da così tanti anni di guerra e di terrore sotto
l'occupazione straniera, il Libanese ha desiderato l'indipendenza,
la libertà e la pace. Questo è possibile realizzarlo solo in un
paese che sia in pace con se stesso.
Per questo proposito, Gemayel ha ordinato alle Forze Libanesi che si
preparavano a rientrare nei loro villaggi, di astenersi da qualunque
ingiustizia nei confronti del loro fratello libanese.
Ha impedito fermamente ogni inadempimento della disciplina.

"Coloro contro i quali combattete; quelli che hanno demolito le
vostre case, dissacrato le tombe dei nostri nonni… dobbiamo avere
rispetto della loro morte senza alcuno spirito di vendetta. Essi
hanno distrutto le nostre case ma noi dovremo proteggere le loro…
Noi dobbiamo assicurare libertà e protezione a tutti i libanesi
senza discriminazione." ( 17 Giugno,1982 ).

In Medio Oriente, dove esiste la tirannia, il fanatismo, il
disordine e l'intolleranza, il Libano è stato l'unico ad aver
tentato di essere il paese della stabilità, libertà e tolleranza,
pacifico per vocazione, cristiano per tradizione e liberale per
civilizzazione.
Bashir Gemayel è stato visto come l'uomo che potesse riportare
questa libertà e pace nel suo paese. La sua candidatura non era solo
una scommessa sul futuro del Libano, ma anche sugli interessi del
mondo libero e soprattutto degli Stati Uniti.

Il solo scopo di Bashir Gemayel nel fondare le Forze Libanesi era di
volere una organizzazione, un partito che fosse sempre pronto,
capace e disposto a porsi in difesa del Libano.
Ha voluto un partito politico e un potere militare forte ogni volta
che l'esercito libanese ha fallito nel difendere il paese, come nel
caso del 1975.
Le Forze Libanesi sono state create affinché quanto accaduto nel
1975 non accadesse ancora e i motivi che avevano indotto a iniziare
la guerra venissero risolti in modo definitivo e permanente.

Quando l'esercito libanese è stato diviso si è sentito un forte
bisogno di proteggere i libanesi liberi dai combattenti palestinesi
che rivendicavano la loro Palestina attraverso il nostro Libano.

Le Forze Libanesi hanno combattuto ovunque sul suolo libanese
cercando di resistere agli oppositori stranieri e locali del Libano
e della sua indipendenza, in molti casi la nostra resistenza è stata
un successo e abbiamo liberato la nostra terra perché la gente di
alcune zone ci ha sostenuto e appoggiato, sfortunatamente in altre
zone non siamo stati vittoriosi perché molti hanno affiancato il
nemico contro il loro fratello libanese.

Nell'estate del 1978 Bashir Gemayel insieme alle Forze Libanesi ha
dato inizio alla guerra che sarebbe poi stata conosciuta come la
guerra dei cento giorni, che finì in una grande vittoria per le
Forze Libanesi da lui comandate.
Le forze Siriane e Palestinesi furono cacciate da est di Beirut e da
lì in poi è iniziata la sua tutela.

Bashir ha resistito ai siriani e ai palestinesi ovunque esistessero
e ovunque potessero attaccarlo, a cominciare dal nord, passando
attraverso Beirut per tutto il sud sino alle montagne.

Bashir Gemayel ha dato la sua vita per il suo ed il nostro sogno, ha
dato la vita di sua figlia e si è posto da esempio.
Ha aperto la strada e ha creduto che noi potessimo portare a termine
la missione.

© 1996-2004 FORZE LIBANESI, Tutti i diritti riservati 
9月14日

predicatori d'odio

Ci preoccupiamo di sanzionare i lavavetri e le lucciole, che non
hanno ammazzato nessuno, mentre assistiamo inerti ai predicatori
d'odio islamici che anche ieri hanno condannato a morte Dounia
Ettaib, definendola una «infedele» ed estendendo la minaccia
all'onorevole Daniela Santanché.
Tutto ciò avviene sotto i nostri occhi, ha come teatro di operazione
il territorio italiano, i protagonisti sono professionisti
dell'islam che hanno messo le mani sulle moschee che proliferano al
ritmo di una ogni quattro giorni.
Mentre le vittime siamo tutti noi italiani, inconsapevoli o
irresponsabili, pavidi o ideologicamente collusi, che non vogliamo
guardare in faccia alla realtà, che la temiamo al punto da esserci
sottomessi all'arbitrio e alla violenza di chi sta imponendo uno
stato islamico all'interno del nostro traballante stato sovrano.

Come è possibile che persone che potrebbero rivelarsi terroristi
islamici siano potuti entrare nella sede della Provincia di Milano e
abbiano avuto l'ardire di depositare la loro sentenza capitale sulla
scrivania di una neocittadina italiana che ha da poco subito
un'aggressione fisica nei pressi della moschea di viale Jenner a
Milano, associandola a una parlamentare che ha subito più di una
intimidazione anche da parte del sedicente imam della moschea di
Segrate Ali Abu Shwaima?
La verità è che sappiamo tutto e di più sull'attività dei
predicatori d'odio islamici nostrani ma preferiamo seppellire la
testa sottoterra, non rendendoci conto che a differenza dello
struzzo non riemergeremo ma finiremo per suicidarci.

Possibile che gli addetti alla sicurezza non abbiano visto
la «fatwa», il responso giuridico islamico, pubblicata negli scorsi
giorni sul sito http://www.islam-online.it/fatwa_2.htm, gestito dal
convertito Hamza Roberto Piccardo, ex segretario nazionale
dell'Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in
Italia), in cui si legittima la condanna a morte dell'apostata:

«Un considerevole numero di nostri predecessori (Salaf) sono
concordi nel dire che non tutti quelli che abbandonano l'Islam
debbano essere giustiziati, ma piuttosto quelli che in pubblico
dichiarano la loro azione e possono causare Fitna (sedizione, ndr)
denigrando il nome di Allah l'Altissimo, il Suo Profeta (pbsl) o i
musulmani. La punizione dell'esecuzione in questo caso serve a
proteggere e preservare l'intera nazione dal male che questo
individuo indubbiamente porterebbe, e non si tratta di privarlo
della sua libertà di credo e opinione. Effettivamente, commettendo
un simile atto, l'individuo ha trasgredito violando i diritti di
altre persone e dell'intera nazione, che viene prima dei diritti del
singolo.
La legislazione moderna usa il termine di "Tradimento Supremo" per
crimini simili all'atto di abbandonare l'Islam e quindi annunciarlo
pubblicamente e condurre una campagna contro l'Islam e l'intera
nazione».

La condanna a morte è contenuta nelle «Risoluzioni del Consiglio
Europeo di Fatwa e Ricerche», capeggiato da Youssef Qaradawi,
l'apologeta del terrorismo suicida islamico, accreditato dall'Ucoii
come proprio referente spirituale.

A tradurla in italiano ci ha pensato un altro convertito, Abu Yasin
Andrea Merighi, responsabile della moschea El Nour di Bologna e a
cui il sindaco Cofferati intende regalare una nuova e ben più grande
moschea.
Al momento non sappiamo chi ha materialmente consegnato la condanna
a morte a Dounia associandola alla Santanché, ma non abbiamo alcun
dubbio che nelle moschee e nei siti islamici dell'Ucoii e di altri
gruppi radicali islamici si legittima la condanna a morte degli
apostati, degli infedeli e dei nemici dell'islam.
Continueremo a imitare lo struzzo votati al suicidio nell'attesa che
i terroristi islamici attuino la loro giustizia qui a casa nostra?

Magdi Allam
www.corriere.it/allam
04 settembre 2007
Fonte: Corriere della Sera 
9月13日

quei laici che si convertono all'ultma ora e noi...

Ormai davvero tante personalità del mondo laico, negli ultimi giorni della vita, maturano la scelta di riavvicinarsi alla Chiesa. Spesso prendendo i sacramenti, altre volte con gesti e segni che indicano una forte propensione del cuore verso Dio (poi nessuno può scrutare nelle coscienze dove l’anima parla al Padre). Anche negli ultimi tempi famosi giornalisti, artisti, politici…
Noi cattolici ne parliamo, anche sui giornali. Ma spesso sui mass media laici, superficialmente, prendono le nostre considerazioni come fossero trionfalistiche rivendicazione di vittoria. Al contrario non è così e non può essere così. Se considerassimo la conversione finale di un uomo come la conferma che in punto di morte si è arreso e “ha dato ragione a noi” saremmo i più sciocchi degli esseri umani. Ma soprattutto mostreremmo di non aver capito niente del cristianesimo.

Innanzitutto perché il cristianesimo non è un ragionamento di cui convincersi, né un partito a cui dar ragione, ma è la rivelazione gratuita di un amore appassionato e da noi immeritato. E non c’entriamo nulla noi se e quando Dio decide di mostrare a un’anima la bellezza del Suo Amore. In secondo luogo noi non siamo nella condizione di ritenere Dio una nostra proprietà, ma semmai in quella dei mendicanti che ogni giorno devono chiedere di poter perseverare nella fede e morire cristianamente come quei fratelli.

Siamo stati amati da Cristo così come siamo e siamo stati scelti senza alcun nostro merito. Dobbiamo sempre ricordare che tante persone, molto migliori di noi, non conoscono ancora l’Amore di Dio. Noi possiamo solo ringraziare continuamente il cielo per “averci creato e fatti cristiani”. Mi hanno sorpreso ed entusiasmato le prime due domande e risposte del Catechismo Maggiore di San Pio X. Sentite che bellezza:

D. Siete voi cristiano?
R. Sì, io sono cristiano per grazia di Dio
D. Perché dite voi: per grazia di Dio?
R. Io dico “per grazia di Dio” perché l’essere cristiano è un dono tutto gratuito di Dio, che noi non abbiamo potuto meritare.
Mi sembra splendido. Dunque l’unica cosa che tutti dobbiamo ricordare è quello che un giorno Gesù disse alla mistica polacca santa Faustina Kowalska:

“Desidero che i miei Sacerdoti annunzino questa mia grande misericordia per le anime peccatrici. Il peccatore non tema di avvicinarsi a Me. Anche se l’anima fosse come un cadavere in piena putrefazione, se umanamente non ci fosse più rimedio, non è così davanti a Dio. Le fiamme della misericordia mi consumano, desidero effonderla sulle anime degli uomini. Io sono tutto amore e misericordia. Un’anima che ha fiducia in Me è felice, perché Io stesso mi prendo cura di lei. Nessun peccatore, fosse pure un abisso di abiezione, mai esaurirà la mia misericordia, poiché più vi si attinge più aumenta. Figlia mia, non cessare di annunziare la mia misericordia, facendo questo darai refrigerio al mio Cuore consumato da fiamme di compassione per i peccatori. Quanto dolorosamente mi ferisce la mancanza di fiducia nella mia bontà! Per punire ho tutta l’eternità, adesso invece prolungo il tempo della misericordia per loro. Anche se i suoi peccati fossero neri come la notte, rivolgendosi alla mia misericordia, il peccatore mi glorifica e onora la mia Passione. Nell’ora della sua morte Io lo difenderò come la stessa mia gloria. Quando un’anima esalta la mia bontà, Satana trema davanti ad essa e fugge fin nel profondo dell’inferno. Il mio cuore soffre perché anche le anime consacrate ignorano la mia Misericordia e mi trattano con diffidenza. Quanto mi feriscono! Se non credete alle Mie parole, credete almeno alle Mie piaghe!”


SCIASCIA, PANNUNZIO, PERTINI…. E DIO

di Antonio Socci

Ma perché Dio imbarazza così l’establishment intellettuale? Perché si censura così la conversione di tanti laici negli ultimi giorni della vita o il loro interesse per la Chiesa? Prendiamo Leonardo Sciascia. Da tempo il suo “presunto agnosticismo” lasciava invece trasparire una profonda domanda religiosa, anche se la cosa disturbava “i suoi sponsor politici e culturali”. Poi la sua morte cristiana. E, come scrisse Vittorio Messori, “è stato un po’ penoso leggere, in tante cronache, i tentativi di giustificare – attribuendolo all’iniziativa autonoma e patetica di certe ‘donne di casa’ – quel crocifisso d’argento che lo scrittore nella bara teneva tra le mani. Fu invece lui a volerlo”.

Ebbene ieri il Corriere della sera lanciava una “rivelazione” a tutta pagina: “Sciascia, svelato l’ultimo enigma”. Si tratta dell’epitaffio che volle scolpito sulla sua tomba: “Ce ne ricorderemo, di questo pianeta” (citazione tratta da Rouget de l’Isle Adam). Il senso di una frase simile su una tomba per la verità appare già molto chiaro e ben poco “laico e agnostico”. Ma se ci fosse stato ancora un dubbio, lo ha dissolto l’appunto manoscritto conservato dalla famiglia dove Sciascia scrive: “Ho deciso di farmi scrivere sulla tomba qualcosa di meno personale e di più ameno, e precisamente questa frase di Rouget de l’Isle Adam: ‘Ce ne ricorderemo, di questo pianeta’. E così partecipo alla scommessa di Pascal e avverto che una certa attenzione questa terra, questa vita, la meritano”.

La scommessa di Pascal, l’importanza dell’esistenza terrena… Più eloquentemente e chiaramente cristiano non poteva essere. Eppure Matteo Collura, che firma il pezzo del Corriere e ha il merito di pubblicare questo frammento, non sembra avvedersi del senso della scelta di Sciascia. E arriva a scrivere che Sciascia era “così sobrio, riservato, così discreto da avere voluto i funerali in chiesa per non creare scandalo”.

I funerali in chiesa per non creare scandalo? E perché mai sarebbe stato scandaloso per Sciascia morire da laico? Viene quasi da sorridere. Sciascia era stato l’intellettuale laico e illuminista per eccellenza: lo scandalo semmai è stato precisamente il contrario, cioè morire da cristiano e nella Chiesa come ha scelto di fare. Scelta talmente “scandalosa” che la cultura laica ancora oggi non l’ha digerita e fa finta di niente. Come se convertirsi e morire da cristiano fosse cosa imbarazzante, cosa da mascherare, da negare. Una rimozione analoga è avvenuta per Mario Pannunzio di cui tanto si è parlato nei giorni scorsi per la polemica di Eugenio Scalfari contro Vittorio Feltri (che ha risposto per le rime). Scalfari da anni ritiene di essere l’erede morale del mitico fondatore e direttore del “Mondo”.

Si ha la sensazione che Scalfari coltivi una sua immagine di Pannunzio che probabilmente non corrisponde alla realtà. C’è per esempio un fatto – di importanza capitale – su cui si tende a sorvolare quando si decanta la sua laicità. Lo mise in rilievo sempre Messori scrivendo che “il direttore-fondatore del Mondo, bandiera del laicismo militante, volle morire chiedendo in extremis i sacramenti: cosa che si cercò poi di tenere nascosta”. I momenti finali della vita portano spesso una saggezza, un’illuminazione che nel frastuono dei giorni non c’è. Forse è quello che la Chiesa chiama “grazia”. Misericordia di Dio. D’altra parte non c’è bisogno di arrivare in punto di morte per avvertire il desiderio di Dio e percepire la sua presenza. Spesso accade incontrando degli uomini di Dio, che ne portano la luce nel volto.

Accadde qualcosa probabilmente anche a Sandro Pertini per l’amicizia con Karol Wojtyla. Il presidente, laico a 24 carati e pure lui amico di Scalfari, nutriva un affetto e una stima particolari per il papa polacco che lo ricambiava calorosamente. Ma c’è un episodio particolarmente commovente che ora viene alla luce perché è raccontato dal fotografo del Papa, Arturo Mari in un suo volume di ricordi che in Polonia ha avuto una grande diffusione. Sta uscendo ora in edizione italiana, s’intitola “Arrivederci in Paradiso”. Ieri questa pagina è stata letta a Radio Maria dal mitico suo direttore padre Livio Fanzaga nella seguitissima rassegna stampa. Il libro contiene la prefazione del cardinale Stanislaw Dziwisz, già segreterio del Papa.

Mari innanzitutto ricorda la prima visita ufficiale di Pertini in Vaticano e quello sguardo inconfondinile di Karol Wojtyla “dritto negli occhi” del vecchio partigiano socialista. Secondo Mari da quell’incontro “il presidente cambia dalla notte al giorno. Da quel momento, ogni settimana prende il telefono e chiama il Papa, il suo ‘amico’. E parlano a lungo”.

Poi un giorno c’è un viaggio improvviso, di quelli a cui Wojtyla aveva abituato i suoi stretti collaboratori. Mari viene chiamato dal segretario del Papa, don Stanislao. Subito in elicottero. Il Santo Padre va a Castelporziano in visita al Presidente che, appena atterrano, gli va incontro. I due restano a lungo da soli, parlano, fanno una passeggiata insieme. Alla fine della serata “Pertini accompagna il Papa all’elicottero. Vediamo che parlano, Pertini sembra molto emozionato e, in effetti, a un certo punto il Presidente dice: ‘Santo Padre, qualcuno in questo momento sta piangendo lassù, nel cielo. E’ la mia mamma. Lei vede questo suo figlio ateo vicino al suo grande amico, il Papa’. Detto questo” secondo il racconto di Mari “cade in ginocchio e scoppia in lacrime”.

E’ una scena che lascia stupiti. Lo stesso intervistatore del fotografo commenta: “Inverosimile”. Ma Mari riprende: “Hai ragione è inverosimile, ma del tutto documentato. Noi non abbiamo sentito tutto il colloquio, ma le parole dette sulla ‘mamma che piange nel cielo per suo figlio ateo’ bastano per capire come il Presidente abbia aperto il cuore alla religione. Abbiamo assistito all’intensissimo legame che li univa: il Presidente della Repubblica che piangeva e il Santo Padre, molto più giovane di lui, che lo guardava e con la sua dolcezza lo rincuorava come il figlio prodigo. Con amore di padre l’ha sorretto, l’ha aiutato ad alzarsi e lo ha stretto al petto”. Questo il racconto di Mari. Non sapremmo dire se il suo ricordo è preciso in tutti i particolari. Dobbiamo dire che su un altro episodio, legato alla morte di Pertini, la sua versione è stata radicalmente contestata dalla Fondazione Pertini che ha ricordato anche la precisa e severa contestazione della signora Carla Voltolina, moglie del Presidente.

In tutta questa controversia la cosa certa – la stessa Signora Voltolina lo ricordava e ne era fiera – è l’autentica amicizia che legò il Presidente a papa Wojtyla, un’amicizia in cui Pertini esprimeva il meglio della sua umanità e probabilmente le sue domande più profonde. Credo sia giusto non spingersi oltre essendo noi all’oscuro dei fatti e anche di ciò che accade nelle coscienze. In questo caso dunque non ci sono scelte che possono far parlare di conversione, come nei casi precedenti. Ma quell’amicizia affettuosa fa pensare alle parole di René Bazin: “Anche i non credenti hanno tal bisogno di santità che corrono ad essa appena in qualche modo si manifesti”.

Nei confronti di Giovanni Paolo II sono stati tanti i laici che hanno avvertito un fascino profondo e indecifrabile. Il resto è mistero. Perché censurare tutto questo?

Da “Libero” 6 settembre 2007
 
9月12日

30 anni sono troppi x una legge cattiva

di Mario Palmaro

È ripartito in Italia il dibattito sull'aborto e sulla legge 194.
È un fatto molto positivo, perché significa che dopo quasi trent'anni
di aborto di Stato, la ferita non si è ancora rimarginata.
Chi sperava di mettere una pietra tombale sulle istanze dei più
deboli e indifesi, quei nascituri che non votano e non rilasciano
interviste, dovrà rassegnarsi.

Una battaglia persa in partenza?
A giudicare da certe reazioni isteriche, sembrerebbe di sì.
Ma anche l'indipendenza dell'India appariva un miraggio prima di
Ghandi.
Anche l'apartheid in Sudafrica sembrava invincibile, e poi venne
Mandela.
Dunque: ben venga un nuovo dibattito sulla legge 194. A patto
però che sia una discussione seria.
Ci permettiamo di segnalare tre punti essenziali.
Primo: il nodo gordiano da sciogliere è quello
dell'autodeterminazione
della donna. La 194 non è una buona legge applicata male. Al
contrario la norma ottiene quello che vuole e che promette: che
la donna possa decidere in modo arbitrario della vita del proprio
figlio. Si tratta di verificare se sia giusto che l'ordinamento
consenta questo potere di vita e di morte illimitato.
Secondo: occorre che la politica decida se l'aborto è un atto
indifferente per il legislatore. In Germania, la Corte
costituzionale di Karlsruhe si è pronunciata per ben due volte
sull'argomento. Ripetendo con coraggio una scomoda verità:
abortire è sempre un atto contrario al diritto fondamentale di
ogni uomo alla vita. Lo è anche - o forse perfino di più - quando
la vittima è ammalata perché, dissero i giudici tedeschi, già una
volta nella nostra storia abbiamo accettato che si
discriminassero gli handicappati e gli ammalati. In Germania l'aborto
è purtroppo legale, ma resta fermo che ogni volta che lo si
commette si compie un atto illecito, che non viene punito solo
per ragioni di opportunità sociale.
Terzo: si deve capire in che modo il legislatore può tentare di
dissuadere la pratica dell'aborto.

Da un lato - e qui sono in molti ad essere d'accordo - si
potrebbero studiare nuove forme di aiuto alle madri con
gravidanze difficili.
Ma non basta.
La norma giuridica non può limitarsi alle esortazioni. Il diritto
ha un unico linguaggio: stabilire precetti e divieti, e
presidiarli con una sanzione. Non è detto che questa sanzione
debba essere il carcere, soprattutto quando ragioni di umanità
suggeriscono clemenza e comprensione.
Ma la pietà non può fare velo alla necessità di tutelare un bene
giuridico fondamentale come quello della vita umana. L'infanticidio
è, ad esempio, un delitto che mette insieme una colpa
oggettivamente gravissima e una condizione spesso fragilissima
della madre colpevole. Eppure, nessuno ha proposto - almeno per
ora - di depenalizzare questo reato.
Ora, se una tutela giuridica deve essere reintrodotta per il
concepito, almeno in alcuni casi, si dovrà avere il coraggio di
utilizzare anche l'arma della minaccia sanzionatoria.
Se la discussione sulla 194 aggirerà questi punti cruciali,
finirà con l'attorcigliarsi nel solito equivoco, che risponde a
una logica di scuola marxista: credere che l'aborto sia un
problema economico.
Non è così.
L'aborto è innanzitutto il prodotto di una cattiva cultura,
frutto di una legge che in questi 30 anni ha normalizzato e
incentivato l'eliminazione di milioni di cittadini italiani non
ancora nati.

(C) Il Giornale - 09 settembre 2007 
9月11日

La Curia e gli ultimi giapponesi

"Sono convinto sempre più che la principale causa della crisi di
fede in cui versa il popolo cristiano sia il modo con cui è stata
applicata la riforma liturgica voluta dal Vaticano secondo".
+ Carlo Caffarra, 3-7-2001

Stiamo per trattare di questioni teologiche e religiose, e quindi di
cose più importanti di quelle che solitamente affrontiamo in questo
blog.
Ma sotto sotto – come suol dirsi – anche stavolta il problema è
politico. Ce lo ha detto anche un prete della Diocesi di Bologna,
molto ben informato sulle vicende della Curia arciepiscopale, e sul
sordo conflitto che ormai da diversi anni la contrappone
alla "Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII". Cioè,
fuori dalla dizione ufficiale, a quel gruppo di intellettuali e
politici cattocomunisti che non a torto viene solitamente
chiamato "Scuola di Bologna", e che loro preferiscono
chiamare "officina".

(continua)

Si tratta di un'istituzione che ha per fondatore e nume tutelare don
Giuseppe Dossetti. Il professor Romano Prodi, attuale incaricato
dell'estrema sinistra quale facente funzione presso la Presidenza
del Consiglio dei Ministri, ne è l'esponente politico italiano più
potente e conosciuto.

Da un punto di vista ideologico, nell'ambito della rilevanza sociale
della Chiesa italiana, gli uomini della Fondazione Giovanni XXIII
rappresentano ormai i classici ultimi giapponesi nella giungla.
Nonostante l'effetto amplificatorio delle loro frequenti interviste
all'Unità, Manifesto, Repubblica, nonché i loro pensosi interventi
sul Corriere della Sera e a volte persino sul Tg 1, essi stanno
lentamente estinguendosi ai margini del mondo cattolico.

Giuseppe Alberigo, principale storico della loro peculiare
concezione del Concilio Vaticano II, è scomparso lo scorso mese di
giugno. Mentre al suo più giovane collega Alberto Melloni, così come
a qualche ottuagenario vescovo emerito come monsignor Luigi
Bettazzi, e – tra i politici – alla neo candidata Rosy Bindi, a
Pierluigi Castagnetti e allo stesso professor Romano Prodi,
auguriamo ovviamente lunga vita e molto tempo libero a disposizione
per le rispettive famiglie.

Tuttavia, se i giapponesi di cui sopra continuavano a fare
cecchinaggio dalla giungla, era perché a guerra finita erano rimasti
tagliati fuori su un'isola, e non avevano ricevuto l'ordine di
arrendersi. Nel caso dei dossettiani, il problema di noi bolognesi è
che su quell'isola ci viviamo. Quindi, benché il loro schioppo
arrugginito d'altri tempi non possa più ammazzarci, le loro ultime
pallottole le sentiamo fischiare più forte degli altri.

"Il problema è politico", ci ha infatti detto quel sacerdote di
Curia, preannunciando che a settembre, quando il motu proprio di
papa Ratzinger entrerà in vigore, può darsi che a Bologna una Messa
domenicale in lingua latina ricomincerà ad essere detta proprio
nella Cattedrale.
E' ancora da vedersi se accadrà davvero, perchè in effetti fare una
cosa del genere a Bologna significa esporsi in pieno al cecchinaggio
dei giapponesi.
Non sarebbe un problema, perché per rendere inoffensivi i romantici
soldatini che continuano a sparacchiare dai davanzali di via San
Vitale n. 114, sede della storica Fondazione, non servirebbe di
certo il napalm e nemmeno le bombe a mano. Se non fosse che –
nonostante il clima di sorda ostilità – la Curia bolognese tentenna
ormai da anni, e l'ordine di andarli a stanare definitivamente non
lo vuole dare.

Da quando Benedetto XVI è salito sulla cattedra di Pietro, gli
ultimi nostalgici dello "spirito del Concilio" non hanno più ritegno
alcuno, e si considerano di fatto come una specie di corpo separato,
con l'autorizzazione a sparare a volontà sulla Chiesa gerarchica.
Basta leggere i toni sguaiati e volgari di certe loro interviste per
accorgersene.
La loro esasperazione è comprensibile, in quanto dietro il ritorno
della messa tridentina si è giocata una parte importante del
processo di liquidazione coatta che li coinvolge.

Papa Ratzinger sa bene che dietro l'antico rito del messale di
Giovanni XXIII – cioè lo stesso papa, ironia della storia, che dà il
nome alla fondazione degli ultimi giapponesi – si cela una questione
sociale molto più profonda.
Il ritorno della lingua sacra nella liturgia significa un recupero
di universalità, e quindi di cattolicità nel senso pieno del
termine. Ma anche la fine delle suggestioni deviate degli ultimi
quarant'anni sulla "inculturazione" del cristianesimo, e della
penetrazione nella cultura cattolica dell'idea protestante sul
libero esame delle scritture.

Celebrare la Messa in lingua volgare ha significato infatti affidare
i misteri fondamentali della fede cattolica – la Trinità,
l'Incarnazione, la Passione e Resurrezione del Cristo – alla libera
interpretazione delle masse e delle singole culture. In altri
termini, è servito a generare una libertà svincolata sia
dall'autorità che dall'educazione.
Esattamente come avvenne quasi cinquecento anni fa con Martin
Lutero, per i cattocomunisti quel cambiamento rappresentava un
presupposto necessario affinché i loro intellettuali potessero
salire in cattedra al posto del magistero della Chiesa.

Gli ultimi fedeli cattolici che, sia pure in modo inconsapevole
rispetto a quel disegno ideologico, continuano a sostenere che la
Messa cattolica moderna è migliore perché "la gente la capisce",
operano un gesto di greve superbia intellettuale. Essi non
comprendono nulla di come invece i nostri padri e nonni sapessero,
rispetto a tanti fedeli di oggi, vivere molto più nel profondo il
mistero dell'Eucarestia.

Il fatto che gli intransigenti del nuovo rito si sbaglino, peraltro,
è anche la meno angosciante delle ipotesi. Infatti, in questi ultimi
decenni il numero dei cattolici praticanti è letteralmente crollato.
Al punto tale che, se davvero il popolo di Dio avesse iniziato a
comprendere meglio il mistero della Messa grazie all'introduzione
delle lingue nazionali, allora vorrebbe dire che ciò che ha compreso
non gli deve essere affatto piaciuto.
Speriamo quindi che le cause vere della disaffezione dei fedeli
siano altre, come in effetti sono.

Su questo punto, però, la cieca ostinazione degli ultimi giapponesi
non vuol sentire ragioni: "è grazie alle messe celebrate magari con
tanto di schitarrate strampalate, con le chiese illuminate da neon
da Ipercoop e in luoghi dall'architettura forse non proprio
ortodossa, che quella poca fede che è rimasta nel popolo è stata
salvaguardata", ha dichiarato il citato Alberto Melloni al
Riformista.

Tutti però sappiamo che invece la realtà è opposta. Per quei giovani
con le chitarre la fede cattolica – e la stessa persona di Gesù –
rappresentano solo un'esigenza, un richiamo profondo, e qualche
volta un'intuizione, della quale però conoscono sempre meno.
L'uso del latino infatti non serviva solo a preservare
l'universalità della Chiesa, ma anche a vivere meglio la comunione
dei santi (e appunto, anzi la mano quel cattolico praticante – se ce
ne è uno – che ha imparato che cosa sia la comunione dei santi solo
in quanto ora il Credo è recitato in italiano).

Il latino serviva anche e soprattutto a preservare il senso del
sacro, nel suo senso etimologicamente proprio di "ciò che è
separato". Quel sacro del quale i giovani chitarristi, sotto le luci
del neon delle chiese moderne, con le pareti grigie di cemento
grezzo, davvero non sanno più nulla.
La Messa cattolica può essere compresa, nel suo vero significato di
memoriale della Passione del Signore, solo se si riesce a cogliere
come quel sacrificio si rinnovi realmente, e non solo in via
simbolica, nel rito dell'Eucarestia.
Ma ciò non avviene in mezzo al frastuono delle vicende del mondo,
bensì in un luogo che pur essendo calato nella vita quotidiana degli
uomini deve appunto essere "separato" dal flusso inesorabile del
tempo e dello spazio. Esattamente come è proprio della natura di
Dio, che a nostra differenza non è vincolato né all'uno né all'altro.

L'uso rituale di una lingua sacra e immutabile, che non è soggetta
alla mutazione indotta in tutti gli idiomi correnti dallo scorrere
dell'uso, e con la quale si parla solo con Dio, ha anche questa
funzione. Tutto questo gli sguaiati ultimi epigoni del dossettismo
non lo sanno, o forse lo dissimulano consapevolmente in nome di
altri obiettivi, come del resto è proprio della loro ideologia di
riferimento. Però continuano a sparare dai davanzali.

E allora, perché il problema è politico? La politica interferisce
con la questione della Messa, perché è connessa a quella
dell'autorità dei teologi cattolici, o sedicenti tali, rispetto a
quella del Magistero pontificio.
Nel riaffermare che il rito sacro non si può inculturare oltre un
certo limite, e che il pensiero cattolico non può vivere al di fuori
dell'universalità, della tradizione, e soprattutto della autorità di
Pietro, papa Benedetto XVI ha di fatto chiuso il cerchio della
reazione cattolica contro gli abusi dei ribelli cattocomunisti.

Una reazione che era già iniziata, regnante papa Giovanni Paolo II e
con Joseph Ratzinger a capo della Congregazione per la Dottrina
della Fede, con la condanna della "teologia della liberazione", e
cioè della massima espressione del pensiero religioso filocomunista
in ambito cattolico.
Una reazione che è continuata fino ad oggi in tutto il mondo, sia
pure con incertezze e difficoltà.
E continua anche in Italia, nel combattimento di idee contro
quei "cattolici democratici", che pretendono di ricevere i voti dei
fedeli, e ad ogni tornata elettorale non disdegnano di fare il giro
dei conventi e delle parrocchie, ma poi una volta eletti
rivendicano "l'autonomia della politica" anche rispetto ai valori
che per i loro elettori sono irrinunciabili, come la difesa della
vita, della famiglia, e della libertà di educazione. Arrecando così
un vulnus anche a quel rapporto fiduciario tra eletti ed elettori
che è sale laicissimo della democrazia rappresentativa.

La Curia di Bologna è da anni alle prese con varie difficoltà nei
confronti di quei politici, derivanti appunto dal fatto che qui i
cecchini giapponesi sono meglio asserragliati che altrove, e godono
ancora di un certo supporto in alcuni strati del clero (cioè i
famigerati "parroci prodiani").
Ma il ritorno della Messa di Giovanni XXIII e della tradizione,
proprio a Bologna, sarebbe un bellissimo segnale per tutti.
Purchè senza compromessi insensati, in quanto la questione non è
solo quella del latino. Si tratta anche del recupero del ruolo
autentico del sacerdote nella Messa, e nella funzione ben diversa e
meno essenziale del popolo dei fedeli.

Quindi presuppone il ritorno all'altare tradizionale, e l'almeno
temporanea messa da parte di quelli tavolari, per celebrare versus
Dominum e non più versus populum. Ancora una volta, cioè, di una
questione teologica che però è assai facilmente diventata politica.
Tuttavia, se è vero come è vero quel che ha ribadito più volte papa
Benedetto XVI, e cioè che il rito antico non è un patrimonio di
pochi fedeli "separati", ma appartiene a tutta la cattolicità, ed ha
un valore universale, allora non si può stare ad aspettare che
arrivino le richieste dei "gruppi stabili" di fedeli
tradizionalisti, come a rigore prevederebbe il motu proprio.

E' normale che quei gruppi, dopo quasi quarant'anni di ostracismo e
abusi liturgici, siano dispersi e poco numerosi. E soprattutto, che
siano piuttosto caratterizzati a loro volta sul piano ideologico, in
quanto con quel che è successo in questi decenni è normale che si
sentano come l'evangelico "piccolo gregge" dei duri e puri, e quindi
abbiano poca voglia di integrarsi.
Di fronte ad essi, non è il caso che vescovi e parroci stiano ad
aspettare le formali richieste, con la malcelata speranza che esse
non arrivino, se non altro per non trovarsi costretti a ristudiare
l'antico messale e a cambiare la disposizione del tabernacolo.
Sarebbe come se un avvocato si rifiutasse di avere nuovi clienti
solo perché è cambiato il codice di procedura.

Bisogna andare incontro all'antico rito, perché se esso ha un valore
universale, continuerebbe ad averlo anche se fosse un fedele su un
milione a volerlo.
Il sacro non può essere messo ai voti. E poi ci sono milioni di
giovani che lo amerebbero, il rito tridentino, se solo potessero
conoscerlo, senza doverlo cercare su Internet facendosi poi dei
chilometri per trovare un sacerdote che lo celebri, di fronte a un
gruppetto di fedeli che per forza di cose sono indotti a sentirsi
come dei carbonari perseguitati.
L'universalità del rito tridentino è vera e palpabile specialmente
in questi tempi, dove è maggiore la cultura diffusa e la possibilità
per tutti di viaggiare per il mondo.
A condizione però che mediante quell'antica tradizione sia data a
tutti, e non solo a pochi, la possibilità di ritrovare ovunque lo
stesso sacro, lo stesso luogo dove il flusso del tempo e delle umane
cose si ferma.

Pensateci dunque, voi della Curia. E fregatevene del rumore dello
schioppo degli ultimi giapponesi, che ogni tanto risuona sulla
stampa e sotto le navate – quando ancora ci sono le navate – delle
chiese parrocchiali "di sinistra".
Dove peraltro le bandiere della pace sotto l'altare tavolare sono
ormai sbiadite, e anzi di fatto non ci sono state quasi mai.
I loro schioppi fanno rumore ma non possono più ferire nessuno, e i
fedeli cattolici lo sanno. Non fatevi scavalcare, e ridonateci il
senso del sacro e dell'universalità della Chiesa.

Massimiliano Fiorin
Totustuus.net, 17 luglio 2007

http://filoapiombo.blogspot.com/2007/07/la-curia-e-gli-ultimi-
giapponesi.html
 
9月10日

riflessioni

IN PRIMO PIANO
http://www.totustuus.net/modules.php?name=Content&pa=showpage&pid=39
Mons. Bagnasco: La salita al Santuario, parabola della vita
Ai piedi della Madonna vogliamo riflettere sul senso del nostro
salire, vogliamo che il nostro cammino sprigioni tutta la sua
ricchezza di suggestioni e di memoria& Sì, l'uomo è creato nel
segno della finitezza e del limite  ben lo sappiamo  ma in modo
tale che solamente l'infinito può colmare questo mendicante
d'amore, di bellezza, di eternità. Solo Dio, niente di meno, può
corrispondere pienamente al cuore dell'uomo& Il nostro salire al
Santuario ci ricorda non solo che la vita terrena è un
pellegrinaggio dalla terra al cielo, ma anche che la vita
spirituale è un cammino, un pellegrinaggio interiore& non
lasciamoci ingannare: molte voci vogliono farci credere che ciò
che conta è solo ciò che cade sotto i nostri sensi, che l'uomo è
solo corpo e che deve essere sempre e comunque soddisfatto, che
la vita presente è tutto e bisogna spremerla come godimento il
più possibile: poi, verrà la notte del nulla! Ma non è così!

 Mons. Luigi Negri
http://www.sanmarinonotizie.com/default.asp?id=1&opr=5&content=11816
Il Vescovo Negri interviene sulla vicenda di Don Gelmini
Qual è la colpa di don Gelmini? La colpa, in un contesto
nichelista edonista e così devastantemente cattolico, è quella di
essere un prete che sostanzialmente "ci crede". Don Gelmini ha
sempre avuto come preoccupazione fondamentale quella di
annunziare Cristo e di proporlo agli uomini anche di questo
tempo. Nella sua opera di evangelizzazione tanti anni fa è stato
"come schiaffeggiato" dalla terribile esperienza della droga che
stava e sta distruggendo le giovani generazioni. Nello spazio
della convivenza che si apre attorno a lui, e che utilizza tutti
i mezzi anche della tecnica terapeutica, è comunque la proposta
della vita cristiana che prende forma e viene proposta e
sperimentata.

Mons. Alessandro Maggiolini
http://www.fattisentire.net/modules.php?
name=News&file=article&sid=2673&mode=&order=0&thold=0
Quei preti devoti all'esibizionismo
Ad attirare un'attenzione curiosa e quasi morbosa, però, sono
altri sacerdoti: quelli che mettono ogni cura per camuffarsi da
operai, da contadinotti, da sindacalisti, da sportivi, o da
disinvolti contestatori del pensare e del vivere comune. Gesù
Cristo sembra escluso dal loro linguaggio. Conoscono tutto sulle
canzonette e sullo sport. Non esitano a sorpassare il limite
delle barzellette spinte, pur di apparire come gli altri e più
aggiornati degli altri nelle scemenze più deludenti. Non si
vedono mai davanti al Signore a pregare con attenzione e con
occhi e cuore fissi al tabernacolo. Non si lasciano irretire in
discorsi su valori anche umani e non solo cristiani. Si mostrano
conversatori disinibiti. Se proprio vogliono oltrepassare i
limiti delle vacuità, i loro interessi si rivolgono ai margini
dell'umanità normale: si dedicano, ma in maniera esibizionistica
ai poveri, ai portatori di handicap, ai drogati e così via.
Purché questi marginali abbiano la capacità di spogliare il prete
della propria fisionomia e della propria missione. Il giorno dopo
i fatti, osservano subito il giornale per controllare l'eco che
hanno avuto le loro bravate.

Dicono di noi:
http://www.totustuus.net/modules.php?name=Forums&file=viewforum&f=3
Messa in latino e partecipazione attiva
E' totalmente da rimuovere l'idea che nella celebrazione dell
Antico Rito la partecipazione attiva fosse minore o non ci fosse,
quasi che per secoli la gente sia andata a Messa senza capire o
senza parteciparvi attivamente. Purtroppo si è venuta a creare la
falsa equazione "partecipare attivamente = fare qualcosa": questa
equazione non è un frutto del Vaticano II, ma è una eredità del
giansenismo, che aveva anticipato in alcune forme liturgiche
certe deviazioni oggi riproposte& Se dunque nella teologia della
preghiera manca il primato della divinizzazione dell'uomo, il
primato dell'opera divina, non si cerca più la "divina liturgia",
ma resta solo una "liturgia umana", ovvero una liturgia dove
tutti devono "fare" qualcosa. Ascoltare, contemplare in silenzio,
attendere la grazia, pérdono - purtroppo - tutto il loro valore.

In Libreria:
http://www.totustuus.net/modules.php?name=Forums&file=viewforum&f=24
La Regola benedettina applicata alla strategia d impresa
Oggi, per migliorare, le aziende non possono non tener conto del
capitale umano: bisogna lavorare sulle persone e indicar loro la
mission. Qualcuno sostiene che di fronte all incertezza che
attraversa il vivere dell uomo contemporaneo, simile allo
smarrimento conseguente al declino dell impero romano d
occidente, urge la necessità trovare una strada, un punto di
riferimento& nel generale clima di confusione affettiva e
disorientamento ideale che caratterizza l uomo e la società, un
aspetto fondamentale riguarda la dimensione del lavoro: vuoi per
motivazioni economiche, vuoi per ragioni culturali legate alla
mancanza di senso del proprio agire lavorativo. Ebbene
(riadattando una famosa espressione di papa Wojtyla a proposito
di san Benedetto): è davvero possibile oggi fare in modo che il
quotidiano della nostra complessa realtà lavorativo-professionale
possa essere vissuto in modo eroico e che l eroicità del
desiderio di dare al lavoro "anima" e gusto possa incarnarsi
nella vita di tutti i giorni?

Rino Cammilleri
http://www.fattisentire.net/modules.php?
name=News&file=article&sid=2674&mode=&order=0&thold=0
Cammilleri e i Nuovi consigli del diavolo custode
Anche Cammilleri, in questo romanzo scritto in forma di saggio,
esprime opinioni analoghe, più circostanziate delle mie, mettendo
sotto la lente d ingrandimento tutta una serie di passioni
innocenti, di momenti dolci e indimenticabili, di ambizioni
legittime - insomma, tutto un mondo di sentimenti e pensieri del
tutto politically correct, che sono però altrettante porte d
ingresso, con tanto di tappeto rosso, all inferno. Credete che
per finire all inferno sia necessario essere come minimo
nazisti? Sciocchezze& per finire all inferno basta il culto del
primo amore, del "che c è di male?" (come se fosse una domanda
dotata di senso), basta un po di romanticismo, in una parola:
basta farla facile.

Vittorio Messori
http://www.et-et.it/articoli2007/a07h20.htm
Se Cesare supera la misura
Prima che dai principii val forse meglio partire dall'esperienza.
Se sto alla mia, so di non violare privacy ricordando quanto ho
visto praticare sovente da parroci, da religiosi, da suore. E non
soltanto in Italia ma, ad esempio in Francia e in Spagna, da
economi di istituti e da rettori di santuari. E ho qualche
ragione per credere che la prassi non valga solo per i Paesi
latini. Spesso, cioè, ho constatato che  dovendo regolare conti
con muratori, artigiani, fornitori vari  uomini (e donne) di
Chiesa non si comportano diversamente dal cittadino comune.
Dunque, per quanto possibile, praticano un principio di
"legittima difesa".

9月9日

turchia: musslumani al comando

L'elezione di Abdullah Gul a undicesimo Presidente della Repubblica
turca, il 28 agosto 2007 ha significato il crollo di uno dei bastioni
della Turchia laica: Presidenza della Repubblica, esercito e Corte
costituzionale. Gul è il primo islamico Capo dello Stato, negli 84
anni di storia della Turchia laica fondata da Kemal Ataturk sulle
ceneri dell'Impero ottomano. Egli proviene dal partito Giustizia e
Sviluppo (AKP) del Premier Recep Tagyyp Erdogan. Per la sua elezione,
avvenuta al terzo scrutinio, con 339 voti su 550 deputati, in pratica
solo quelli del suo partito, è stata decisiva l'estrema destra
nazionalista del MhP di Devlet Bahcelli, vicina ai Lupi Grigi, che
con la sua presenza in aula ha garantito che ci fosse il numero
legale.

«Il partito Akp del premier Erdogan e dello stesso Gul ha una doppia
agenda» spiega Marcello Foa su "Il Giornale" ( 29 agosto 2007). «Una
economica e strategica dichiaratamente moderna, che applica con
dovizia le riforme suggerite dal Fondo monetario internazionale,
liberalizza l'economia, rinsalda i legami con gli Usa e accetta le
condizioni poste da Bruxelles per continuare le trattative in vista
dell'adesione alle Ue. Ma poi ce n'è un'altra, che la classe politica
e i media europei si ostinano a non vedere. Hanno cambiato tattica,
gli islamici turchi. Fino alla fine degli anni Novanta puntavano a
sovvertire la Costituzione rigorosamente laica voluta dal fondatore
della Repubblica Kamal Ataturk 80 anni fa. Ma l'esercito glielo
impediva. E muro contro muro perdevano.

Poi hanno capito che esisteva uno strumento più efficace e non
violento per riportare la Turchia sulla via del Corano.
L'islamizzazione strisciante. Anziché sovvertire le istituzioni hanno
cominciato a svuotarle progressivamente dall'interno, contando sulla
trasformazione silenziosa dei costumi sociali, che è molto più
efficace di una rivoluzione. Negli ultimi cinque anni in Turchia si
sono moltiplicate le scuole musulmane, è aumentato il numero delle
donne che indossano il velo (ndr. tra esse la moglie e la figlia di
Gul), intere città ora rispettano il Ramadan e vietano gli alcolici
nei locali pubblici, mentre nell'amministrazione pubblica fanno
carriera i funzionari di provata fede. Viaggiando nella Turchia di
oggi ci si accorge che le zone moderne e autenticamente laiche sono
limitate alle località turistiche sul mare e ai centri delle grandi
città come Istanbul, Ankara, Ismir. La Turchia profonda è sempre di
più musulmana».

Gul ha lavorato per otto anni nella Banca Saudita BID, coinvolta con
il terrorismo, ed è stato discepolo, come Erdogan, dell'ex Primo
Ministro Necmettin Erbakan, costretto alle dimissioni nel 1997 dal
Consiglio Nazionale della Sicurezza turco per le sue posizioni ultra
islamiche. L'anno successivo, il Refah Partisi di Erbakan, di cui
erano membri Erdogan e Gul, venne sciolto per una sentenza della
Corte Costituzionale. Dopo vari tentativi di fondare altri partiti,
Gul e Erdogan diedero vita nel 2001 all'Adalet ve Kalkinma Partisi,
il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) che trionfò alle
elezioni del 2002. Gul, seguendo le indicazioni del "padrino"
Erbakan, divenne ministro degli Esteri e vice-Premier del governo
Erdogan.

Il 3 ottobre 2005, i due compagni di militanza islamica, firmarono
l'avvio dei negoziati per l'ingresso della Turchia nell'UE. Lo stesso
Erbakan ha guidato la protesta contro Benedetto XVI in occasione
della sua recente visita in Turchia. Nel febbraio 2006, negli stessi
giorni in cui don Andrea Santoro era assassinato in Turchia in nome
di Allah, Abdullah Gul denunciava l'"islamofobia" dichiarando che
ormai nel mondo ai sentimenti antisemiti si sono sostituiti quelli
antiislamici.

Ora Gul, con Erdogan, vuole riaffermare l'identità islamica in terra
d'Europa.

(CR 1007/01 del 8/9/2007)
http://www.corrispondenzaromana.it/
 
9月8日

politiche famigliari sbagliate

Uomini sessualmenti variabili e bambini allevati dagli asili nido di
Stato. È il nuovo e spaventoso obiettivo delle "politiche familiari"
teutoniche

"Equiparazione", "gender mainstreaming", "Centro di competenza
gender". Il sito internet del ministero per la Famiglia tedesco
abbonda di termini che dicono poco ai non addetti ai lavori, ma che
se analizzate tracciano fin troppo bene la rotta verso cui naviga a
vele spiegate il ministero. Gender mainstreaming significa
letteralmente porre al centro dell'attenzione il genere sociale.
In poche parole adoperarsi perché la distinzione sessuale tra uomo e
donna e l'eterosessualità come norma siano rimosse; i modi di vita
omosessuale, bisessuale e transessuale considerati equivalenti alla
sessualità di uomo e donna. Una vera e propria nuova ideologia che
viene trasformata in realtà sociale in Germania attraverso il
dominio virtuoso dell'apparato politico, oltretutto senza che su di
essa ci sia stato dibattito pubblico.

La stanza dei bottoni è rappresentata dal Gruppo di lavoro
interministeriale per il gender mainstreaming (Ima Gm), che dipende
dal ministero per la Famiglia. Lì vengono elaborate le strategie
utili a far cambiare direzione alle finanze dello Stato e destinarle
alla creazione dell'uomo sessualmente variabile.
Il lavoro "scientifico" e l'attività di consulenza per la
ristrutturazione della società è prestato dal Centro di competenza
gender presso l'università Humboldt di Berlino, centro che viene
finanziato in buona misura dal ministero per la Famiglia.

In maggio il Governo ha approvato un incremento a tappeto degli
asili nido, fortemente voluto dal ministro per la Famiglia Ursula
von der Leyen. La "ministra gender" appartenente a un cosiddetto
partito cristiano democratico si è battuta per una vera e propria
statalizzazione dell'educazione dei bambini sostenendo che
l'assistenza "professionale" ai piccolissimi sia meglio della
crescita affidata alla custodia naturale della madre. Certo, gli
asili nido possono essere gestiti in modo ottimo, certo ci sono
genitori incapaci di essere tali, ma quel che colpisce è che
la "professionalità" delle attendenti viene spesa tacitamente come
garanzia per la "buona" educazione dei bambini. Ma quali sono gli
obiettivi dell'educazione statale nell'asilo nido e nella scuola
materna? Non esiste un'educazione "neutrale", la cui bontà dovrebbe
essere assicurata dalla qualifica delle educatrici. Si trasmettono
sempre "valori". Ebbene quali sono questi valori?
Nella pagina internet del ministero per la Famiglia si legge: «Il
miglioramento della compatibilità di famiglia e lavoro per donne e
uomini è la domanda centrale dal punto di vista politico-sociale.
Senza una rimozione delle responsabilità specificatamente legate al
sesso all'interno della famiglia e nel lavoro e senza
l'approntamento delle condizioni di contesto necessarie per
conseguire ciò l'equiparazione non potrà imporsi». Ancora: «Il
termine "gender" indica i ruoli socialmente e culturalmente definiti
dalla sessualità di uomini e donne. Questi, diversamente dalla
sessualità biologica, vengono appresi, dunque sono anche
modificabili».

Si tratta di social engeenering, della creazione di un nuovo uomo,
sessualmente variabile. Per ottenere ciò lo Stato deve impossessarsi
dei bambini, "sessualizzandoli" il prima possibile. A questo
provvede la BZgA, la Centrale federale per l'istruzione sanitaria.
La sezione che si occupa dell'istruzione sessuale sottostà al
ministero per la Famiglia mentre tutto il resto è subordinato al
ministero dell'Istruzione. La BZgA distribuisce gratuitamente i
propri scritti a genitori, insegnanti, educatori, scuole e studenti.
Chiunque può ordinarli gratuitamente attraverso internet e lì può
anche consultarli. Eccone alcuni esempi.

Il Vademecum per genitori circa l'educazione sessuale infantile da
uno a tre anni d'età invita madri e padri a «unire il necessario al
piacevole, solleticando, accarezzando, coccolando il bambino, quando
lo si lava, nei più diversi punti del corpo». «La vagina, e
soprattutto il clitoride, vanno scoperti evitando il più possibile
di concentrarvi l'attenzione, nominandoli e attraverso amorevole
contatto». L'esplorazione infantile dei genitali degli adulti
può «destare stati d'eccitazione negli adulti».
«Si tratta di un segno di sviluppo salutare di suo figlio, se usa
generosamente la possibilità di procurarsi piacere e soddisfazione».
Se accade che ci siano bambine (comprese tra uno a tre anni!)
che «afferrano anzitutto oggetti che le aiutano» non si deve «usare
questo come scusa per impedire la masturbazione». Il Vademecum
troverebbe «incoraggiante il fatto che anche padri, nonne, zii o
baby-sitter gettino uno sguardo su questo scritto informativo e si
lascino intrigare - per favore, sentitevi tutti coinvolti!».

Naso, pancia e culetto

Si prosegue con la scuola materna. Con il quaderno di canti e di
note Naso, pancia e culetto i bambini cantano canzoni come
questa: «Se guardo il mio corpo e lo tocco scopro sempre che cosa è
mio. abbiamo una vagina, perché siamo bambine. È qui sotto la
pancia, tra le mie gambe. Non è solo per fare pipì e se la tocco,
sì, sì formicola graziosamente. Puoi dire "no", puoi dire "sì", puoi
dire "ferma", oppure "ancora una volta così", "così non
posso", "così mi piace molto", "oh, avanti così"».
Dalla scuola materna alle elementari. Se la pornografia non fa
ancora parte dell'intrattenimento familiare, i bambini hanno la
possibilità di vedere videoclip con il cellulare. A nove anni inizia
la lezione sulla contraccezione, chiamata "educazione sessuale",
perché ormai prossimi all'età nella quale gli innocenti giochi da
bambini potrebbero avere una conseguenza altamente indesiderata: la
gravidanza. I bambini di nove anni a scuola si esercitano a infilare
preservativi in peni di plastica, così, per poter ottenere
la «patente per l'uso del preservativo». Nella brochure Questione
(i) di femmina si dice: «Così come la maggior parte della gente è
curiosa circa il sesso, molti si chiedono anche che cosa facciano le
lesbiche a letto (o altrove.). Per ragazze che siano insieme ad
altre ragazze accade ciò che accade con le altre coppie: fanno tutto
ciò che può dare piacere: baciare, accarezzare, con la bocca, con la
lingua o con i piedi. Così come nel sesso tra uomo e donna, dipende
dalla fantasia, dalle esperienze, dalla fiducia reciproca, da fino a
che punto la coppia intenda spingersi. "Quantomeno le lesbiche non
hanno problemi con l'Aids", possono pensare alcuni. Chiaro, se vanno
solo con donne non devono pensare alla difesa dalla gravidanza».

Dall'età di dieci anni vengono adottati nelle scuole gli strumenti
di propaganda e addestramento all'omosessualità (con l'aggiunta
della bisessualità e della transessualità), non dappertutto in
maniera così virulenta come a Berlino, Amburgo e Monaco, ma in
Germania c'è una tendenza unitaria. Una Guida per le scuole di 198
pagine del Senato di Berlino sul tema Il modo di vita omosessuale
offre un forbito avviamento alla omosessualizzazione degli studenti,
da promuovere in «biologia, tedesco, inglese, etica,
storia/educazione sociale, latino, psicologia». Materiale
informativo, collegamento in internet con la scena omosessuale
locale, invito a "rappresentanti" di progetti omosessuali a prendere
parte alle lezioni, proiezioni cinematografiche e giornate di studio
sul tema, tutto questo dev'essere proposto ed eseguito.

Per i giochi di ruolo durante la lezione vengono fornite le seguenti
sollecitazioni: «Siedi al banco di un bar di omosessuali e oggi
potresti avere bisogno un uomo carino da portare a letto. Entra uno
che fa al caso tuo. Come cogli la tua chance?». O ancora: «Tu sei
Peter, 29 anni. Vuoi contrarre un patto civile di solidarietà con il
tuo amico Kemal. Oggi volete raccontarlo a sua madre». «Tu sei
Evelyn Meier, 19 anni. Vuoi contrarre un patto civile di solidarietà
con la tua amica Katrin. Andate dal pastore evangelico, la signora
Schulz, perché lei volentieri vi vuole sposare in chiesa».

Cosa dicono i cristiani?

Questi sono solo assaggi. Tutti i testi del BZgA, destinati a tutti
i gruppi sociali, propagandano la sessualizzazione dei bambini e dei
giovanissimi a partire da un anno. Essi minano l'autorità dei
genitori. Seducono bambini e giovanissimi a una sessualità ridotta a
soddisfazione del piacere senza legame coniugale. In tutto questo
passa l'insinuazione dell'equivalenza di ciascuna forma di prassi
sessuale - omosessuale, transessuale, bisessuale - con
l'eterosessualità. I bambini a scuola vengono addestrati, a partire
da nove anni, a diventare esperti di contraccezione. L'aborto viene
loro proposto come un'innocua opzione da sottoporre alla libera
scelta.

Questa è la "politica della famiglia" di uno Stato la cui esistenza
è insidiata dalla crisi demografica. Poiché il gender mainstreaming
è tra le massime priorità mondiali e nazionali, il problema dello
sfascio della famiglia, quello dell'assassinio di massa di bambini
non nati e quello delle decrescenti nascite possono rimanere
irrisolti. Il logoramento morale prodotto dallo Stato e dai media è
la radice di questa piaga. Il 60 per cento dei cristiani battezzati
è d'accordπo con la sessualizzazione forzata messa in atto da Stato
e media? Lo sono i musulmani? La maggioranza dei genitori è senza
vincolo religioso? Certamente no, tuttavia nel paese domina un
grande silenzio, segno di una condizione pre-totalitaria della
società.

Tacciano gli omofobi

Negli ambiti della politica, dei media e delle università
l'opposizione ai Gender subisce denigrazione, emarginazione
professionale: è ininfluente. Un nuovo epiteto si è trasformato in
evidenza giuridica al fine di criminalizzare l'opposizione:
omofobia. Il concetto insinua che sono fanatici della paura morbosa
tutti coloro che tengono duro sul fatto che la sessualità serve il
bene dell'uomo e della società, quando essa è espressione
dell'unione amorosa di uomo e donna chiaramente finalizzata alla
riproduzione.
Il Parlamento europeo, con la risoluzione B6-0025/2006 del 18
gennaio 2006, ha annunciato che vuole "sradicare" l'omofobia. In
Polonia la Ue nella primavera del 2007 è passata all'azione. Poiché
la Polonia non vuole «propaganda sessuale nella scuola», secondo il
volere della maggioranza del Parlamento Europeo (26 aprile 2007)
dev'essere eseguita una fact-finding mission a causa
della «crescente tendenza all'intolleranza razzista, ostile agli
stranieri e omofobica», al fine di poter accusare il paese davanti
alla corte di giustizia europea.

Troppo a lungo abbiamo abboccato a frasi ideologiche piene di parole
come libertà, tolleranza, antidiscriminazione. Queste servono in
primo luogo a discriminare ed emarginare i cristiani e i
conservatori ed ad abrogare le libertà d'opinione e di religione.
Svegliamoci.

di Kuby Gabriele
(C) Tempi num.35 del 30/08/2007 
9月7日

da Mejugorie un messaggio per tutti noi mentre la stampa attacca Madre Teresa

Il messaggio della Madonna del 25 agosto dice:
"Cari figli, anche oggi vi invito alla conversione. Che la vostra vita, figlioli, sia riflesso della bontà di Dio e non dell’odio e dell’infedeltà. Pregate, figlioli, affinché per voi la preghiera diventi vita. Così scoprirete nella vostra vita la pace e la gioia che Dio dà a quelli che sono col cuore aperto verso il Suo amore. E voi che siete lontani dalla misericordia di Dio convertitevi, affinché Dio non diventi sordo alle vostre preghiere e non sia tardi per voi. Perciò, in questo tempo di grazia, convertitevi e mettete Dio al primo posto nella vostra vita. Grazie per aver risposto alla mia chiamata."
L’umanità di chi ha incontrato e abbracciato Cristo affascina e attrae. I santi affascinano e attraggono. Ha scritto René Bazin: “Anche i non credenti hanno tal bisogno di santità che corrono ad essa appena in qualche modo si manifesti”. E’ stato così per Padre Pio, per Giovanni Paolo II, per Madre Teresa di Calcutta. Per questo periodicamente le forze avversarie cercano (ma invano) di oscurare la luce di quei volti. Talvolta anche utilizzando degli errori di ecclesiastici…

PERCHE’ SI CERCA DI ATTACCARE MADRE TERESA ?

di Antonio Socci

Uno scoop che fa sorridere. Il settimanale “Time” lo anticipa e subito i giornali italiani gli vanno dietro. Prima pagina del Corriere della sera di ieri: “I tormenti di Madre Teresa: non trovo Cristo. Mezzo secolo di dubbi sulla fede”. Prima pagina della Stampa: “Teresa, la santa che dubitava di Dio”. Parrebbe clamoroso. In realtà la notizia è stravecchia e così è pure presentata a rovescio. Personalmente dedicai a questa straordinaria vicenda una puntata di “Excalibur” nel dicembre 2002 e non su una tv locale, ma su Rai 2, in prima serata, davanti a circa 3 milioni di telespettatori. Si parla di 5 anni fa. Dunque la notizia di ieri non è proprio freschissima…

Erano ospiti in studio un giovane indiano che, da bimbo abbandonato, era stato raccolto su una strada di Calcutta da Madre Teresa e da lei “adottato” e cresciuto come un vero figlio naturale. C’era poi Elisabetta Gardini, un missionario, padre Piero Gheddo, che era stato amico della suora. E c’era infine Saverio Gaeta, il giornalista che aveva appena pubblicato “Il segreto di Madre Teresa” (Piemme) il cui sottotitolo recitava: “Il diario e le lettere inedite dei colloqui con Gesù riportati alla luce dal processo di beatificazione”.

Adesso il libro che sta uscendo, “Come be my light”, torna sulla vicenda, ma non alza i veli su un “lato sconosciuto” della suora, come annuncia il Corriere, perché la cosa era nota. “La Stampa” titolando sulle “lettere segrete” mette in evidenza un brano (“il sorriso è una maschera o un mantello che copre ogni cosa”) che si trova già, ed espresso meglio, a pagina 95 del libro di Gaeta: “Il mio sorriso è un grande mantello che copre una moltitudine di dolori”.

Perché dei giornali importanti lanciano come scoop, come “lato sconosciuto della missionaria di Calcutta”, qualcosa su cui si discute da anni? Escludo che sia un caso di provincialismo. Escludo pure che non conoscano le buone regole del giornalismo che impongono di fare verifiche e di presentare un fatto con cognizione di causa. Ha prevalso forse un certo scandalismo estivo a buon mercato: la più celebre santa dei nostri tempi che sembra dire di non credere in Dio è ritenuta cosa divertente dal circo mediatico che ha ridotto il mondo a pettegolezzo. E questo spiega qualche superficiale tendenziosità dei giornali (si presenta Madre Teresa come una che diceva una cosa e ne sentiva un’altra). Taluno, in casa cattolica, denuncerà l’emergere qui della nota ostilità ideologica contro la Chiesa. Dirà che si è voluto dare un colpo pesante a una santa che è un simbolo del cattolicesimo per milioni e milioni di persone. Può darsi. Ma francamente dovrebbero dare qualche spiegazione anche gli ecclesiastici che hanno pubblicato un simile libro con questo lancio mediatico che non rende giustizia a Madre Teresa. Sarà stata ingenuità, ma la suora così è finita nel tritacarne scandalistico.

Al contrario il libro di Saverio Gaeta, che pure rese noti per primo i brani delle lettere sulla “notte oscura”, partiva anzitutto dalla rivelazione degli eventi soprannaturali che hanno dato inizio alla missione di Madre Teresa che, altrimenti, sarebbe del tutto inspiegabile (lei infatti era già una suora missionaria in India: insegnava in istituti per figlie delle famiglie facoltose). Le accadde dicevamo l’irruzione di Cristo nella sua vita. Si trattò di locuzioni interiori, cioè delle voci percepite di Gesù e di Maria e di almeno due visioni. Senza questo sensazionale antefatto non si comprende la “notte oscura”.

Dunque è il 1946 quando la giovane suora missionaria percepisce chiaramente questa voce dolce, appartenente a Gesù, che le dice: “Desidero suore indiane, vittime del mio amore, che siano Maria e Marta, che siano talmente unite a me da irradiare il mio amore sulle anime. Desidero suore libere, rivestite della mia povertà della Croce; desidero suore obbedienti, rivestite della mia obbedienza della Croce; desidero suore piene di amore, rivestite della carità della Croce. Rifiuterai di fare questo per me?”.

La Voce comincia a farsi sentire dal 10 dicembre 1946, “innanzitutto nei dieci giorni di ritiro spirituale che la religiosa trascorre nel convento di Darjeeling” scrive Gaeta “e poi per buona parte del 1947, la Voce si manifesta con sempre maggiore chiarezza. Gesù Cristo in persona le chiede la disponibilità ‘a lasciare tutto e a raccogliere intorno a sé alcune compagne per vivere la Sua vita, per svolgere il Suo lavoro in India’. E’ l’inizio di un serrato dialogo”.

Suor Teresa è chiamata da Gesù a lasciare il suo ordine e ad andare a vivere come i più poveri fra i poveri. Gesù le indica perfino il nome dell’opera che deve costruire: “Desidero suore indiane, Missionarie della Carità, che siano il mio fuoco d’amore tra i più poveri, gli ammalati, i moribondi, i bambini di strada. Voglio che tu conduca a me i poveri, e le suore che offriranno le loro vite come vittime del mio amore condurranno a me queste anime”. Ed ancora Gesù le dice: “Hai sempre affermato: ‘Fai di me ciò che vuoi’. Ora voglio agire. Lasciami fare, mia piccola sposa, mia piccola cara. Non temere, io sarò sempre con te. Tu soffrirai e stai soffrendo anche ora, ma se sei la mia piccola sposa – la sposa di Gesù Crocifisso - dovrai sopportare questi tormenti nel tuo cuore. Lasciami agire, non respingermi. Confida in me con amore, confida in me ciecamente”.

E infatti – dopo queste straordinarie grazie mistiche - Madre Teresa sarà attesa da 50 anni di aridità spirituale, di notte oscura (quella di cui dicevamo all’inizio), salvo brevi parentesi di sollievo. Chi può dire quale senso di abbandono e di buio sperimenti un’anima quando deve tornare nel mondo dopo essere stata abbracciata dalla bellezza di Dio stesso? E’ il sentirsi respinti e abbandonati da Dio, una sensazione drammatica che anche padre Pio descrive in tante sue lettere giovanili. E’ la “notte oscura” che hanno sperimentato anche gli altri mistici. Perché quando l’immedesimazione con Gesù Cristo raggiunge quelle vette, insieme ai doni soprannaturali della sua presenza e della sua bellezza, percepite in modo tangibile, Dio fa sperimentare anche il buio e la croce che visse Gesù.

Vuole infatti che le anime da lui privilegiate somiglino in tutto al Figlio. Se ne rende conto la stessa Madre Teresa quando scrive: “Per la prima volta in questi undici anni ho cominciato ad amare l’oscurità. Perché ora credo che essa sia una parte, una piccolissima parte, del buio e del dolore vissuto da Gesù sulla terra. Oggi ho davvero sentito una profonda gioia, perché Gesù non può più vivere direttamente l’agonia, ma desidera viverla attraverso di me. Mi abbandono a lui più che mai. Sì, più che mai sarò a sua disposizione”.

Questa è la fede eroica per cui Madre Teresa è stata elevata agli onori degli altare. Paradossalemnente la vicenda è un’occasione preziosa per riflettere sul cristianesimo. Che non è affatto un’attività sociale o umanitaria, né un sistema astratto di dottrine e di morale, né un ragionamento umano o una civiltà, né un insieme di riti o sentimenti. Ma è l’incontro con una persona, Gesù Cristo, che sceglie e chiama, senza alcun nostro merito. E’ l’appassionata e drammatica storia d’amore con lui, che si manifesta in modalità speciali nella vita dei mistici. Per tutti però il cristianesimo è l’avventura più straordinaria, perché attraverso questo cammino Dio divinizza le creature umane che gli dicono liberamente “sì”. Questo infatti è lo scopo della creazione (anche il nostro corpo sarà divinizzato). S. Agostino ha scritto: “Colui che era Dio si è fatto uomo, facendo dèi coloro che erano uomini”. E questa trasformazione, che s’intravede già nei santi, regala una felicità senza fine già sulla terra, ma passa sempre attraverso il Getsemani e la Croce. Anche per Madre Teresa.

Da “Libero”, 26 agosto 2007


 
9月6日

linguaggio "clericale" del diavolo

di Luca Doninelli
(C) Il Giornale - 29 agosto 2007

Io e Rino Cammilleri siamo troppo «colleghi» per farci il torto di
una recensione. Tuttavia la lettura del suo Nuovi consigli del
diavolo custode (Piemme, pagg. 190, euro 12) ha suscitato in me un
mondo pieno di comprensione e di fratellanza per l'autore. Che dovrà
perciò scontare le mie parole.

Una vita fa (13 anni) scrissi un libretto, oggi introvabile (non lo
trovo più nemmeno io) in cui esprimevo il suo stesso concetto, e
cioè che andare all'inferno è diventato maledettamente facile, che
l'inferno non è poi così male, che all'inferno si sono fatti furbi e
l'hanno sfruttato turisticamente (sono certo che i luoghi danteschi
sono tutti segnalati con cartello giallo) e via dicendo.

Siamo a livelli da gita organizzata, da volo charter. Anche
Cammilleri, in questo romanzo scritto in forma di saggio, esprime
opinioni analoghe, più circostanziate delle mie, mettendo sotto la
lente d'ingrandimento tutta una serie di passioni innocenti, di
momenti dolci e indimenticabili, di ambizioni legittime - insomma,
tutto un mondo di sentimenti e pensieri del tutto politically
correct, che sono però altrettante porte d'ingresso, con tanto di
tappeto rosso, all'inferno.

Credete che per finire all'inferno sia necessario essere come minimo
nazisti? Sciocchezze. A parte che, chi lo sa, Hitler potrebbe non
trovarsi nemmeno all'inferno (faccio per dire), per finire
all'inferno basta il culto del primo amore, del «che c'è di male?»
(come se fosse una domanda dotata di senso), basta un po' di
romanticismo, in una parola: basta farla facile. Il grande
matematico Laurent Lafforgue ha detto che la matematica è umana
perché è difficile, e che uno dei caratteri del male è la facilità.
Com'è vero! Ma guai a dirlo, in un mondo in cui tutto deve essere
facile per statuto.

Le ragioni della scrittura di Cammilleri sono distanti alcuni anni
luce dalle mie, ma c'è un'idea del Cristianesimo che ci avvicina, e
senza la quale non ci saremmo avventurati, ciascuno per i fatti
suoi, a parlare dell'inferno facendo quasi le stesse sottolineature.
L'idea sta tutta nel linguaggio clericale del diavolo narratore: che
non solo è «diavolo custode» (cosa mai dovrebbe custodire, un
diavolo?), ma non nomina neppure il nome di Dio invano, quindi
rispetta i Comandamenti. Tanto che lo chiama «Colui-che-non-voglio-
nominare». Perché il male non è solo facile, ma, non essendo capace
di inventare nulla, si presenta come una scopiazzatura bella e buona
del Bene. Un simulacro.

Per finire: l'inferno di Cammilleri, come il mio di tanto tempo fa,
è religioso. Nel mio ci si andava addirittura a messa, qui poco ci
manca. Il diavolo non è ateo e non alimenta l'ateismo. «L'unica cosa
che veramente c'interessa - dice - è impedire che la mano di Colui-
che-non-voglio-nominare s'incontri con quella che vi tende Lui».