andrea 的个人资料Nunziocrociato on the ne...照片日志列表更多 ![]() | 帮助 |
|
9月27日 messa in latinoLa messa in latino, ritorno al sacro contro i sacerdoti del finto progresso Se qualcuno pensa che i cattolici affezionati alla messa di San Pio V, quella in latino, siano un plotoncino sparuto di generali in pensione e di duchesse svanite faccia un esperimento. Vada sul web: si troverà al cospetto di giovanotti in grado di maneggiare il computer come pochi, pieni di energie, con lo sguardo rivolto al futuro. Gente che ama la tradizione, ma che vive con i piedi piantati nel presente. E che proprio per questo ha già fiutato il clima vagamente censorio che si respira in molte parrocchie italiane in questi giorni. È entrato in vigore il motu proprio con cui Papa Benedetto XVI liberalizza la messa di san Pio V, ma una fetta dell'episcopato italiano si appresta a mettere la sordina al documento. Il caso della diocesi di Milano, opportunamente sollevato dal Giornale, ne è l'esempio più vistoso: siamo ambrosiani - hanno fatto sapere dalla curia - dunque niente Messa di San Pio V. Un cavillo che ha il solo scopo di disattendere il documento del Papa. Del resto, quanti vescovi hanno parlato pubblicamente e liberamente di ciò che sta avvenendo? Quanti parroci? Uno solo, che ci risulti, si è assunto questa responsabilità apertamente, applicando subito il motu proprio e ha riempito la chiesa di fedeli, suscitando la reazione dell'apparato di curia. Anche questo un caso che ha sollevato Il Giornale. Un giornale laico. Come laica è La Stampa, sulla quale Massimo Gramellini, all'indomani della pubblicazione del motu proprio mise nero su bianco il seguente ragionamento: era ora che si suonasse nuovamente la campana del senso del sacro. Era ora di finirla con quei sacerdoti in jeans e chitarra che pensavano di essere più vicini ai loro fedeli e, invece, erano solo più lontani dal Cielo. Laico Il Giornale, laica La Stampa: forse vorrà dire qualche cosa. Vuol dire che un atto come quello di Benedetto XVI non può essere letto con il paraocchi. E tanto meno con il paraocchi del cosiddetto spirito del Concilio Vaticano II che ha permeato la quasi totalità del mondo cattolico. Per un certo tipo umano da sagrestia, tutto deve essere letto in funzione del Vaticano II, e ciò che non rientra in quei canoni va silenziato. Siccome negli ambienti progressisti cattolici è stato stabilito che il motu proprio del Papa non è conforme allo spirito del Concilio, ecco pagato il Pontefice con la stessa moneta usata per l'ultimo dei reazionari. Intanto il popolo non capisce come mai, pur in presenza di un atto del successore di Pietro, preti, arcipreti e vescovi dicano pubblicamente che non è cambiato niente, che si continua come prima. Non capisce come mai ci si permetta di non obbedire al Papa. Non capisce come mai sacerdoti e fedeli che manifestano interesse per la liturgia tradizionale vengano messi al bando e perseguitati: avete capito bene, perseguitati. Ci sono giovani che sono costretti ad abbandonare il seminario della propria diocesi per aver manifestato simpatie per l'antico rito. Purtroppo, c'è un'evidente scollatura fra la gente comune, i fedeli, e un gruppo limitato, ma potente di intellettuali che hanno preso in mano le redini di non poche diocesi e facoltà teologiche. Sono quegli stessi che chiamano la Chiesa «popolo di Dio» ma sotto sotto considerano la gente solo una massa incolta lontana anni luce dalla famosa «fede adulta». Ma questo popolo, in realtà è formato da cattolici ordinari che per anni hanno subìto, mugugnando, tutti gli orrori liturgici perpetrati in nome di un'ideologia ecclesiale che ha avuto le caratteristiche di una vera e propria rivoluzione culturale. Nella quale, la degenerazione liturgica è preceduta, accompagnata e seguita da un errore dottrinale. Molti pastori e intellettuali non riescono o non vogliono capirlo. E vengono scavalcati da questo Papa teologo nel rapporto con il popolo. Mentre loro si attardano in sacrestia a capire chi si gioverà della ricaduta ecclesiologica del motu proprio, Benedetto XVI è già in chiesa a parlare con il suo gregge. E più parla chiaro, più il suo gregge lo comprende e lo ama. Come quando discute dei principi non negoziabili. Che cosa vogliono dire le sue prese di posizione sulle questioni etiche se non un non negoziabile «Basta»? Lo stesso accade per la riconsegna della piena cittadinanza nella Chiesa a una liturgia millenaria come quella della messa tradizionale. In questo caso, Papa Benedetto ha preso una posizione anche più forte. Ha scoperto un nervo che molti cattolici avrebbero preferito lasciare sottopelle: ha detto che un'intelligente fedeltà alla propria storia è più forte e più cattolica dell'infatuazione per un concetto utopistico di progresso. Ha detto che la tradizione è connaturale al cattolicesimo mentre l'ideologia è il suo esatto contrario. di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro Il Giornale del 19 settembre 2007 9月26日 dagli amici di TTNetworkCari amici, credo di farvi cosa gradita girandovi questo annuncio: Nasce in questi giorni il forum di Totus Tuus: http://www.totustuus.biz/ È un "nuovo inizio", che porta in se' prospettive inconsuete e promesse di bene. Tuttavia… «..."nuovo inizio" non vuol dire qualcosa di nuovo che noi facciamo, qualcosa che inventiamo noi, che non ci è stato ancora detto o dato. Il nuovo inizio è il replicarsi della Presenza, di una Presenza: è una Presenza che si impone, che ci tocca. …Siccome questo nuovo inizio è fatto di cose, di una cosa che non potremmo pensar noi, immaginar noi, fantasticar noi, allora è una mendicanza quella che compone l'atteggiamento di volontà, l'atteggiamento di sforzo, di tentativo nuovo, come esito nel cuore. Il nuovo inizio è oggetto di una domanda, di una mendicanza…» [Luigi Giussani] E allora eccoci, Signore. Eccoci a chiedere - a "mendicare" - la Tua Presenza in questo luogo, la Tua mano sul nostro povero impegno, la Tua protezione sui primi passi di questo tentativo. Ti consegnamo tutto, ma proprio tutto, per le mani della Vergine. Laura_BP __________________ Veni Sancte Spiritus Veni per Mariam 9月25日 libertà di educazione: aggiornamento su ZapateroDoveva creare perfetti cittadini europei, invece divide perfino i socialisti spagnoli. L'ora di religione civile zapateriana è iniziata. Con troppi assenti Madrid Quando nel 2005 il governo socialista guidato da José Luis Rodríguez Zapatero approvò la Legge organica per l'educazione (Loe) che reggerà i destini delle scuole spagnole nei prossimi anni, genitori, alunni e autorità religiose lanciarono un grido al cielo (vedere: http://www.totustuus.biz/users/educazione/Azumendi.htm ): la Loe prevede una nuova materia chiamata Educazione alla cittadinanza con contenuti che includono temi spinosi come la dimensione umana della sessualità, il rispetto verso le scelte laiche o religiose dei cittadini, il pluralismo morale. I più duri furono i vescovi (vedere: http://www.totustuus.biz/users/educazione/LOE.htm ), che resero nota una pastorale nella quale affermavano che questi insegnamenti costituiscono «una lesione grave del diritto dei genitori a determinare l'educazione morale che desiderano per i figli». Sette delle diciassette Comunità autonome spagnole (analoghe alle nostre regioni, ndr), tutte, tranne la Navarra, governate dal Psoe, hanno deciso di cominciare a impartire l'Educazione alla cittadinanza quest'anno, mentre le altre cominceranno nel 2008-2009. In totale oltre 226 mila studenti in tutto il paese riceveranno insegnamenti su, fra le altre cose, le preferenze sessuali delle persone, gli stereotipi che possono ricevere da parte della loro famiglia, i conflitti etici all'inizio e alla fine della vita o la discriminazione dovuta all'orientamento affettivo-sessuale. La polemica e l'indignazione che questa materia ha risvegliato in certi settori della società è tale che circa 15 mila genitori si sono appellati all'obiezione di coscienza per impedire che i loro figli ricevano tali insegnamenti. La Confederazione cattolica nazionale dei genitori degli alunni ha chiesto di annullare l'introduzione della "Educación para la Ciudadanía", visto che è stata approvata senza il suo consenso. Il Foro della famiglia, un'istituzione che rappresenta quattro milioni di famiglie spagnole, dice che l'educazione morale dei figli non compete allo Stato e che quella materia è un'intromissione illegittima del governo in un ambito che non è suo. La questione è arrivata nei tribunali. In Andalusia cinque famiglie hanno fatto ricorso contro l'insegnamento. E il fatto che il Tribunal Superior de Justicia andaluso lo abbia respinto non ha frenato le associazioni più battagliere di genitori, che hanno già annunciato altri ricorsi, se necessario arrivando fino al Tribunale europeo dei diritti umani. Anche le federazioni dei centri educativi risultano divise. Da un lato si trova la Confederazione spagnola dei centri di insegnamento, che raggruppa la maggior parte delle scuole private, che si è dichiarata contraria all'Educazione alla cittadinanza e appoggerà tutti i genitori che vogliono obiettare. Invece la Federazione spagnola dei religiosi dell'insegnamento, che riunisce la maggior parte delle scuole cattoliche convenzionate, è giunta a un accordo col governo per adattare i contenuti della materia ai suoi princìpi, e considera non necessaria l'obiezione. Questa federazione «non giudicava necessaria questa materia, però una volta che il governo l'ha approvata, la accetta e crede necessario fare il possibile perché essa non impedisca il funzionamento e l'orientamento delle scuole». Guerra agli obiettori di coscienza Tuttavia il ministero dell'Educazione si sta mostrando intransigente verso coloro che criticano l'insegnamento e non vogliono che i loro figli lo ricevano. Il ministro Mercedes Cabrera Calvo-Sotelo ha recentemente assicurato che «l'accettazione e il rispetto della legge non sono negoziabili», e si è mostrata molto dura con le scuole convenzionate (finanziate dallo Stato) che stanno pensando di non impartire l'Educazione alla cittadinanza. Le ha minacciate pure di «prendere misure». Misure non ancora specificate, ma già gli istituti temomo per la continuità dei finanziamenti pubblici che permettono loro di esistere. Cabrera ha tentato di tranquillizzare i genitori assicurando loro che l'obiettivo della nuova materia è «introdurre nel sistema educativo valori» che «non hanno niente di strano», e che anzi sono presenti nella maggioranza dei sistemi europei. «È un dibattito superato. La Spagna, aggiungendosi ai paesi che già presentano questa materia, non fa altro che manifestare l'intenzione di collaborare alla creazione della coscienza europea», ha spiegato il ministro. Riguardo all'adattamento dei contenuti che sarà realizzato in alcuni istituti cattoliche, poi, secondo Cabrera in Spagna esiste «un sistema educativo pluralista, con scuole che hanno il loro patrimonio ideale, nel rispetto della legislazione». Le posizioni del ministro, però, non coincidono con quelle di alcuni deputati socialisti, come ad esempio Victorino Mayoral, ideologo del partito in materia di educazione, il quale, alle scuole che vogliono adattare l'Educación para la Ciudadanía ai postulati cattolici, ha ricordato che «né il patrimonio di ideali delle scuole né la libertà di insegnamento dei professori possono rappresentare una scusa per snaturare la materia». Lo stesso Mayoral, che guida anche l'associazione educativa Cives, legata al Psoe, aveva peraltro già motivato la diffidenza di molti genitori affermando che Educazione alla cittadinanza intende «controbattere nella scuola le idee del neoliberismo conservatore». Per parte loro, i contrari all'insegnamento insistono: l'obiezione di coscienza si fonda sulla libertà ideologica e religiosa, che è tutelata dall'articolo 16.1 della Costituzione spagnola, e sulla libertà di educazione. Inoltre, sempre secondo la Costituzione (art. 27.3) i poteri pubblici sono obbligati a garantire «il diritto spettante ai padri che i loro figli ricevano una formazione religiosa e morale in accordo con le loro convinzioni». Ne vedremo delle belle Ma gli conflitti scatenati dalla riforma di Zapatero non sono finiti qui. Gli assessorati all'Educazione delle sette Comunità autonome che introducono l'Educazione alla cittadinanza quest'anno, davanti al problema di decidere come trattare gli studenti obiettori, hanno scelto l'ordine sparso: Aragona e Cantabria sospenderanno gli studenti che non frequentano, Estremadura e Catalogna non concederanno loro i diplomi, Andalusia, Navarra e Asturie ancora non sanno cosa fare. Di fronte a questa incertezza Jaime Urcelay, presidente dei Profesionales por la Etica, l'associazione che più ha promosso l'obiezione di coscienza, ha fatto appello ai genitori perché si rivolgano ai tribunali se vedono coartata la loro libertà. Invece la Confederazione cattolica nazionale dei genitori ha previsto che le obiezioni aumenteranno di numero nelle prossime settimane. Insomma, in Spagna il nuovo anno scolastico si preannuncia tutt'altro che noioso. Lartaun de Azumendi Tempi num.38 del 20/09/2007 9月23日 Cina n°1 nelle persecuzioni religioseIl Dipartimento di Stato segnala piccoli progressi in Arabia Saudita, anche se «le restrizioni sono ancora eccessivamente rigide». Il Vietnam esce dall'elenco dei «sotto osservazione» Denunciati «soprusi e arresti immotivati» dei cattolici Otto i Paesi nella lista nera Usa, entra anche l'Uzbekistan Si allunga la lista nera di Washington. La libertà religiosa nel mondo è sempre in pericolo e le persecuzioni contro i credenti di ogni fede sono fonte di instabilità e di violenze. Lo attesta l'edizione 2007 del Rapporto sulla libertà religiosa diffuso ieri nel corso di una conferenza stampa a Washington, presente anche il segretario di Stato, Condoleezza Rice. Illustrando il documento, l'ambasciatore e curatore del Rapporto, John Hanford III, ha voluto spiegare che «l'impegno per la libertà religiosa nel mondo non è un tentativo di esportare semplicemente un metodo americano», quanto invece il riconoscimento della «libertà religiosa come un diritto inviolabile dell'uomo». Entrando nel dettaglio, Hanford ha sottolineato in particolare la situazione critica per i cristiani e i cattolici in Cina e per le minoranze in Iran, due degli otto Paesi che rientrano a pieno titolo nella lista nera che comprende anche Myanmar, Nord Corea, Sudan, Eritrea, Arabia Saudita e, dall'edizione 2007, l'Uzbekistan. Malgrado le pressioni esercitate in più occasioni dallo stesso presidente Bush su Hu Jintao e l'appello nel novembre del 2006 ad Hanoi del segretario di Stato Rice, la libertà religiosa a Pechino continua a essere schiacciata sotto il macigno delle pressioni politiche e questo nonostante - si legge nel rapporto - «la Costituzione cinese garantisca libertà di credo e di religione». Oltre alla questione del Tibet, alla persecuzione dei fedeli del Falun Gong e degli uiguri, al divieto per i bambini di avere un'educazione alla fede, e alla repressione delle chiese protestanti «illegali», il Dipartimento di Stato denuncia i soprusi, la scia di arresti e di incarcerazioni immotivate riservati ai cattolici e ai vescovi della Chiesa locale. Un trend che non accenna a diminuire, è la conclusione amara del Dipartimento di Stato. In Iran la comunità ebraica e i gruppi cristiani sono tenuti di fatto ai margini della società mentre negli ultimi tempi si è radicalizzato il clima di tensione contro chiunque non faccia parte dell'universo sciita. In Eritrea diverse Ong hanno stimato in almeno 1900 i «prigionieri religiosi» custoditi nelle carceri del Paese. Mentre Myanmar ha costituito una vera e propria rete sofisticata di spie per controllare e monitorare dall'interno i raduni e le attività di tutte le organizzazioni, comprese quelle religiose. Bacchettate anche per l'Europa, dove Romania e Slovacchia sono sotto la lente per le leggi discriminatorie contro le minoranze religiose approvate lo scorso anno. Ma vi sono anche notizie in controtendenza. Passi avanti sensibili verso la tolleranza sono stati compiuti in Vietnam - fino allo scorso anno incluso nella lista nera - dove sono stati allentati i controlli sui movimenti religiosi. E segnali positivi vengono anche dal Bangladesh e dal Turkmenistan. Ottimismo, ma credito ancora limitato, invece per quanto accade in Arabia Saudita. L'ambasciatore Hartford ha precisato che il governo ha preso decisioni importanti per sradicare l'intolleranza e consentire ai non-musulmani di poter possedere libri e icone religiose. Piccoli e timidi passi che non hanno permesso al governo di Riad di essere depennati dalla lista nera visto che, dice il rapporto, «le restrizioni alla pratica religiosa sono ancora eccessivamente rigide». Dal Nostro Inviato A Washington Alberto Simoni – Avvenire 15-09-2007 Notizia del 19/09/2007 stampata dal sito web www.lucisullest.it 9月22日 dalla newsletter del circolo delle libertà di Torino«Ritiene quest’ufficio che il viceministro, onorevole Visco, abbia posto in essere una condotta in violazione di specifiche norme di legge». Il procuratore di Roma Ferrara e il pm Racanelli così hanno scritto nella richiesta di archiviazione per le ipotesi di reato di tentato abuso d’ufficio e minacce relative alle pressioni indebite esercitate nell’estate 2006 sul generale Speciale. L’esponente diessino non ha rispettato l’autonomia delle Fiamme gialle. Ma c’è un altro punto sul quale i magistrati si soffermano e che rimane sullo sfondo: il caso Unipol.
Smentita/1. «Rimane oscuro il vero motivo per il quale il viceministro era “interessato“ o comunque voleva il trasferimento dei quattro ufficiali (Forchetti, Lorusso, Pomponi e Tomei; ndr)», hanno sottolineato Racanelli e Ferrara precisando che «le dichiarazioni rese dall’indagato (Visco) risultano essere state completamente smentite dagli accertamenti svolti». Il viceministro, nel corso dell’interrogatorio, affermò che il comando di Milano e della Lombardia non si occupava adeguatamente di lotta all’evasione. Ma, rilevano i magistrati, le statistiche confermano i risultati positivi dell’azione della Finanza in Lombardia ed è «notorio» che la Procura di Milano nelle inchieste su Bancopoli si avvale dell’attività di indagine della Gdf.
Smentita/2. «Non aderente alla realtà dei fatti» appare la giustificazione di Visco relativa alla lunga permanenza degli ufficiali nei loro incarichi. Documenti e dichiarazioni lo smentiscono. Spaziante. Il generale Spaziante, ex comandante generale della Lombardia ascoltato come persona informata dei fatti, ha riferito come Visco gli avesse chiesto della fuga di notizie su Unipol-Bnl («non ricordo se fece riferimento a Unipol o a Fassino»). Ferrara e Racanelli ritengono tale elemento insufficiente pur ammettendo che i quattro ufficiali da rimuovere erano impegnati nelle indagini più calde sulle scalate del 2005. Ma sicuramente, concludono i pm, la richiesta di trasferimento non è certo stata avanzata perché i quattro non erano in sintonia con gli obiettivi del governo che si era insediato da troppo poco tempo per «poter valutare l’efficienza dell’attività della Gdf a Milano». I motivi restano oscuri, il collegamento con Bnl viene definito «illazione», ma le spiegazioni di Visco non hanno convinto. Leggi violate. Visco ha violato l’ordinamento della Gdf (legge 189/59) che conferisce al comandante generale potere esclusivo sui trasferimenti nonché l’impianto generale del dlgs 165/2001 (ordinamento della pa) che distingue tra funzione di indirizzo del governo e funzione di gestione dei dirigenti. Ma i giudici, pur rinviando «ad altre sedi ulteriori valutazioni», non hanno rinviato a giudizio Visco sia perché manca il dolo (gli ufficiali non furono trasferiti e comunque non sarebbero stati danneggiati) sia perché manca l’«elemento soggettivo» dell’abuso d’ufficio (Visco non aveva intenzione di «esautorare» Speciale). Idem per il reato di minaccia. Ma, hanno concluso, la Procura sarebbe stata la «sede naturale di valutazione» se il generale avesse inviato subito la «nota informativa» di Visco. Il pm che indaga Prodi: "Vogliono fermarmi" Milano - «Se vogliono liberarsi di me, dovranno cacciarmi». Il sostituto procuratore di Catanzaro Luigi de Magistris non ci sta a passare per vittima sacrificale, dopo l’ennesimo polverone sollevato con l’inchiesta «Why not» sulla presunta loggia massonica coperta di San Marino, che coinvolge il presidente del Consiglio Romano Prodi e il ministro della Giustizia, Clemente Mastella. Nei giorni scorsi il magistrato si è sfogato con alcuni cronisti locali a Reggio Calabria, e poi ancora ieri al Gr3. Raggiunto telefonicamente dal Giornale, de Magistris conferma tutta la sua amarezza: «Dal punto di vista istituzionale vivo un momento di grande solitudine che è molto grave». L’isolamento «in questo momento non si può superare - accusa - perché non ci sono le condizioni, visto che è stato toccato un livello molto alto. Ma io non ho paura. Più vengo attaccato, più capisco che sto facendo bene». Ma intorno a de Magistris è stata fatta terra bruciata, anche in Procura. «Ho chiesto più volte di poter essere affiancato da un collega - si lamenta il pm - a Palermo si lavora in pool, a Reggio Calabria anche. Credo che sia una prassi consolidata in magistratura. Anche perché penso che non si debba lasciare solo un pm che fa indagini così delicate. Ma a me, inspiegabilmente, non vogliono fare avvicinare nessuno. Anzi, mi accusano per convincere il Csm ad allontanarmi per incompatiblità ambientale». Se le mie inchieste «fossero delle bufale», ammette, non si spiegherebbe «tanta inusuale aggressività nei miei confronti. Ma io non ho intenzione di lasciare Catanzaro. Se vogliono sbarazzarsi di me, dovranno cacciarmi». Nel mirino di de Magistris, anche se lui non si sbottona, c’è la magistratura, con la sua irrisolta «questione morale». I suoi rapporti con il procuratore capo di Catanzaro, Mariano Lombardi, sono pessimi, dopo che nei mesi scorsi gli è stata tolta l’inchiesta «Poseidone» sulla depurazione delle acque in Calabria. Un casus belli che ha anche portato a un’audizione dei due magistrati davanti al Csm e che ha costretto Mastella a inviare gli ispettori a Catanzaro. Quanto alle indiscrezioni rivelate ieri dal Corriere della Sera, riguardo possibili intercettazioni telefoniche illegali tra il presidente dell’Anas, Vincenzo Pozzi, il segretario dei Ds Piero Fassino e l’esponente di Rifondazione Pietro Folena su possibili «cose da sistemare», de Magistris si trincera dietro il riserbo, confermando però indirettamente che quelle conversazioni esistono e che i brogliacci sequestrati a casa dell’ex consigliere d’amministrazione dell’Anas, Giovanbattista Papello. fanno parte dell’inchiesta. «Quello che posso escludere è che quelle intercettazioni siano state disposte da me». Le conversazioni che scottano, invece, sono quelle inserite nell’inchiesta «Why not». Intorno alla perizia sulla rete di telefonate sospette, nella quale sono rimasti impigliati anche il guardasigilli e il premier, si sta combattendo un’altra battaglia. «Non escludo di chiedere l’acquisizione di alcune schede telefoniche. Valuterò al momento opportuno», dice il pm. Lo stesso Mastella ha cercato di «smontare» la validità della perizia telefonica, curata dall’ex vicequestore Gioacchino Genchi, accusato di aver passato alla stampa il dossier prima che venisse protocollato dalla Procura di Catanzaro. In realtà la copia della perizia messa in rete dal sito Radiocarcere.net (con in chiaro il numero di cellulare di Mastella, ndr) è una riproduzione del fascicolo depositato in tribunale. Con tanto di data sul frontespizio. Sulla possibile fuga di notizie c’è un indagine aperta, sulla quale de Magistris non si pronuncia. Ma poi ammette: «Qualcuno ha sostenuto che Genchi fosse quasi il pm ombra dell’indagine, ma non è così, anzi». Quella perizia non è che «una parte residuale dell’indagine. Il patrimonio di prove che sorregge l’impianto accusatorio - conclude - è molto più ampio». 9月21日 Avvenire: sulla famiglia il governo resta sordoIl governo che resta sordo alle richieste delle famiglie. Le promesse fatte che non vengono mantenute. La confusione sulla manovra che cresce. E, soprattutto, l'interrompersi dei normali rapporti istituzionali fra esecutivo e Forum delle famiglie. La ripresa dell'attività politica non poteva avvenire in un clima peggiore. Una sostanziale indifferenza, che ignora la rappresentanza del popolo del Family day. Alla quale, però, il Forum delle famiglie non è affatto intenzionato ad arrendersi. Tanto da ipotizzare «una nuova mobilitazione, in varie forme, delle quali si comincerà a discutere già oggi nella prima riunione del direttivo dell'associazione», spiega Paola Soave, vicepresidente del Forum. D'altrocanto, i segnali negativi erano apparsi chiari già nei mesi scorsi. La "primavera" della famiglia – con l'attenzione suscitata dalla grande manifestazione del 12 maggio a piazza San Giovanni, prima, e dalla Conferenza nazionale sulla famiglia a Firenze, poi – era sfiorita già con i primi caldi dell'estate. In particolare le promesse sulla suddivisione del cosiddetto "tesoretto" si sono sciolte come neve al sole, non appena dalle parole del presidente del Consiglio, solennemente pronunciate nelle assise di Firenze, si è passati ai fatti dei provvedimenti votati in Parlamento. «I due terzi del "tesoretto" saranno destinati ad alleviare le situazioni di indigenti, anziani e famiglie numerose», aveva promesso Romano Prodi sabato 26 maggio. Sappiamo invece come è andata a finire: ci sono stati sì gli aumenti per le pensioni più basse, nel Protocollo sul welfare sono state inserite alcune misure a favore della previdenza (futura) dei giovani, qualcosa in più è stato stanziato per i disoccupati. Ma per le famiglie numerose neanche un euro. Di più: la parola famiglia è stata del tutto cancellata, segno che la tanto attesa svolta verso una reale "politica familiare" è ancora di là da venire. Eppure era stato lo stesso presidente del Consiglio, sempre quel sabato a Firenze, a sostenere che «oggi la famiglia coincide con l'interesse nazionale». A luglio è stata poi la volta del Documento di programmazione economica e finanziaria, sul quale si è consumato uno "strappo" senza precedenti. «Per la prima volta da 7 anni a questa parte, il Forum delle famiglie non è stato né audito né ha ricevuto alcuna convocazione da parte del ministero dell'Economia – spiega Paola Soave –. Se questa è l'attenzione che il governo intende dare alla famiglia e alle domande che sono emerse da piazza San Giovanni, c'è da essere realmente preoccupati». In effetti, il silenzio dell'esecutivo lascia davvero stupiti: per Palazzo Chigi la rappresentanza sociale sembra limitata ai sindacati confederali e alle associazioni imprenditoriali. Non solo non c'è stato alcun incontro per il Dpef, ma neppure il ministro della Famiglia Rosy Bindi – attualmente impegnata nella corsa per la segreteria del Partito democratico – ha ritenuto utile incontrare il Forum, come invece aveva detto alla conferenza nazionale. Silenzio anche dal ministro Giuseppe Fioroni, interpellato a proposito dei fondi per le scuole paritarie. E tenace indifferenza da parte del ministro Tommaso Padoa Schioppa, al quale il Forum si è rivolto ancora una decina di giorni fa, con una lettera, ma dal quale non è arrivato alcun segnale, nemmeno di "ricevuta". Intanto i tempi della Finanziaria si stringono e la ridda di ipotesi si moltiplica. «A Firenze si era parlato di un accorpamento degli assegni familiari e delle detrazioni in un'unica "dote" fiscale, per poter assicurare i benefici anche alle famiglie "incapienti", più povere – spiega ancora Paola Soave –. È confermata l'ipotesi? Con quale consistenza? Con quali limiti di reddito? Cancellando quali detrazioni? Ci potremmo trovare infatti di fronte all'ennesima operazione mirata solo ad alleviare la condizione dei nuclei più poveri, facendo magari compiere passi indietro ai già scarsi riconoscimenti fiscali alle famiglie in genere». C'è poi la vicenda dell'Ici, sul quale la prima ipotesi avanzata era quella di una franchigia per le abitazioni fino a 100 metri quadrati. «Ma 100 metri quadrati per un singolo sono quasi un lusso, mentre per una famiglia di 5 o 6 o più componenti, dove magari ci si sforza di tenere un anziano nella stessa casa, rappresentano il minimo vitale – fa notare la vicepresidente del Forum –. E dunque meglio sarebbe parametrare i metri quadrati al numero di componenti la famiglia, per calcolare poi uno sconto equo». Ora però si parla di rendere detraibile l'Ici dalla dichiarazione dei redditi. «Le ipotesi insomma continuano a cambiare, ma ciò di cui non si sente più parlare sono reali provvedimenti di politica familiare. Eppure la prima impresa da detassare è proprio la famiglia, che continua a pagare di imposte più del dovuto, visto che versa le tasse su tutto, anche sul minimo vitale per il mantenimento dei figli». Il Forum, perciò, è deciso a dare battaglia. «Avviaremo una mobilitazione di qui alla Finanziaria, con primo obiettivo quello di farci ascoltare – dice ancora Paola Soave –. Una mobilitazione in più forme: con incontri a livello locale, azioni di pressione, forse una raccolta di firme sul tema del trattamento fiscale iniquo per la famiglia. Senza escludere altre manifestazioni in piazza, perché le famiglie sono ben decise a far sentire le loro ragioni». Così da dare la sveglia a un governo che sembra rimanere sordo alle richieste delle famiglie. «Capisco le difficoltà del governare. Evidentemente l'esecutivo è preso da altri problemi: le difficoltà interne alla maggioranza, la pressione di lobby e partiti – conclude la vicepresidente del Forum –. Ma le famiglie sono il popolo italiano e un governo non può non ascoltare il popolo». di Francesco Riccardi Avvenire - Analisi (14 settembre 2007) 9月20日 relativismo in formato digitaleDue milioni di voci nell'enciclopedia Internet: un fenomeno culturale L'utopia di Wikipedia relativismo formato digitale Se Internet è il supermercato della comunicazione, Wikipedia è la sua versione hard discount, con informazione illimitata liberamente fruibile senza farsi troppe domande sulla qualità di quel che si afferra sugli scaffali. Il sito nato all'inizio del 2001 col semplice intento di fornire agli utenti della rete un'enciclopedia digitale di pronto uso, e poi esploso come una delle esperienze più emblematiche del Web, ha toccato in questi giorni i due milioni di voci, un traguardo che lo rende un monumento nella storia recentissima di Internet. La contabilità peraltro si limita alla sola versione in lingua inglese, capostipite di una famiglia di prontuari online che sotto lo stesso marchio parlano la bellezza di 250 lingue, per un totale di 8 milioni di voci. Se decidessimo di stare ai soli numeri, potremmo limitarci a ragionare di una delle tante esperienze digitali che hanno trasformato in un tempo straordinariamente breve l'intuizione di pochi appassionati nello strumento di lavoro, di consultazione o di svago di milioni di persone nel mondo. Cioè l'ennesima pagina di storia del mondo globale accelerata dalle tecnologie informatiche. Come sanno bene i frequentatori della rete, Wikipedia però è qualcosa di più rispetto a un pur vistoso fenomeno del Web. A comporne, pezzo a pezzo, l'immensa struttura non è stata infatti la paziente opera di un'infaticabile redazione culturale, ma il contributo di una moltitudine di utenti che hanno realizzato spontaneamente ogni singola voce, attingendo dal proprio bagaglio di conoscenze, valori e idee. Un colossale affresco di informazioni e di voci dal basso - lo strumento liberamente costruito dai suoi stessi utilizzatori - che ha persino dato corpo a una "filosofia wiki", definizione passata a designare un sistema culturale libero e aperto, privo di gerarchie e di autorità. L'immensa enciclopedia online è una vera forma di intelligenza collettiva, forse la traduzione più fedele dell'utopia con la quale i pionieri della rete si lan ciarono negli anni Novanta alla conquista del Nuovo Mondo tutto virtuale spalancato da quel formidabile mezzo di comunicazione che andavano plasmando. Ma è proprio questa sua natura che deve far riflettere: perché il fatto che milioni di navigatori ogni giorno consultino Wikipedia per sapere chi era Giulio Cesare o cos'è la termodinamica, senza neppure più chiedersi quale autorità abbia l'estensore della relativa voce perché ci si debba fidare di lui, è il segno che il pensiero cooperativo del Web sta filtrando dentro le cellule della nostra cultura. Le prerogative del mezzo determinano infatti il tipo di uso che se ne fa e poco alla volta modellano l'approccio e la stessa intelligenza di chi lo frequenta, come conferma la storia della tivù e di noi teleutenti. Per capirci: ai motori di ricerca frequentati da tutti per trovare un'informazione sperduta chissà dove nelle profondità del Web ci si aggrappa ormai come il naufrago al salvagente, e mai ci si interroga sull'idea che ispira la graduatoria di risultati apparsi sullo schermo. Perché se cerco qualcosa sul Papa il sito della Santa Sede compare solo al quinto posto? E i quattro siti precedenti che autorità hanno per parlarmi di lui? Internet equipara ogni informazione a qualsiasi altra, abbattendo alla radice ogni pretesa di verità. Anzi, chi vuole affermare un punto fermo su materie controverse è come se si autoescludesse da un "collettivo digitale" allergico ai princìpi indiscutibili (tranne quelli wiki, s'intende). La cultura "aperta" che ispira la rete come un'ideologia intangibile è a ben guardare l'altra faccia del relativismo, al quale fornisce una legittimazione globale proprio grazie alla straordinaria penetrazione del Web. Passata la sbornia della navigazione senza meta rimbalzando da un sito all'altro, oggi chi usa Internet anzitutto non vuole perdersi. E si mette nelle mani di guide alle quali neppure più chiede chi sono e da che parte vanno. Francesco Ognibene Avvenire Venerdi 14 settembre 2007 9月19日 simpatica rima inglese su DioWhatever your cross, Whatever your pain, there will always be sunshine, After the rain .... Perhaps you may stumble, Perhaps even fall, But God's always ready, To answer your call ... He knows every heartache, Sees every tear, A word from His lips, Can calm every fear ... Your sorrows may linger,Throughout the night, But suddenly vanish, Dawns early light ... The Savior is waiting, Somewhere above, To give you His grace, And send you His love .. Whatever your cross, Whatever your pain, "God always sends rainbows .... After the rain ... " 9月18日 Bagnasco:orientamento x l'azioneConferenza Episcopale Italiana CONSIGLIO PERMANENTE Roma, 17-19 settembre 2007 PROLUSIONE DEL PRESIDENTE [...] 13. Il valore intangibile della persona e della vita umana, vita che deve essere accolta e accudita fin dal sorgere, ed amorevolmente accompagnata fino al suo naturale tramonto; la famiglia fondata sul matrimonio, cellula fondante e inarrivabile di ogni società; la libertà dei genitori nell'educare i figli; il sereno senso del limite che accompagna la parabola dell'umana esistenza; il codice morale che si radica nell'essere profondo e universale dell'uomo e si esplicita e perfeziona in Gesù; la libertà che – lungi dall'essere mero arbitrio – è impegnativa adesione al bene e alla verità: vedo qui i capisaldi della storia e della tradizione del nostro popolo. Essi costituiscono l'ethos di fondo che – nonostante incoerenze e nuove sfide – dà corpo a quel senso di reciproco riconoscimento e di comune appartenenza che ci fa sentire "società", "casa" aperta e accogliente verso tutti coloro che vogliono rispettosamente entrare. Sovviene quel che diceva il teorico marxista Roger Garaudy, nel suo studio intitolato "Il marxismo e la morale" (1948): "Il cristianesimo ha creato una nuova dimensione dell'uomo: quella della persona umana. Tale nozione era così estranea al razionalismo classico che i Padri greci non erano capaci di trovare nella filosofia greca le categorie e le parole per esprimere questa nuova realtà. Il pensiero ellenico non era in grado di concepire che l'infinito e l'universale potessero esprimersi in una persona". Come la storia dimostra, la vera civiltà non nasce da una buona organizzazione, ma da un'anima buona, cioè da quell'insieme di ideali spirituali, alti e nobili, che riguardano non tanto il funzionamento di un'esistenza, ma il senso dell'esistere. Riaffiora un'affermazione del poeta latino Giovenale: "Considera sommo crimine… perdere per la vita le ragioni del vivere". È vero, ci sono valori ai quali vale la pena dedicare la vita: barattarli, questi valori, significherebbe annichilire le sorgenti della vita stessa. Là dove essa perderebbe il suo significato. E ciò vale per i singoli come per la società: anche un Paese e la sua civiltà hanno contenuti culturali e valori spirituali che giustificano l'impegno di una vita. Quando questi non esistono più o sono irreparabilmente aggrediti, allora vengono meno le fondamenta stesse e le energie vitali che sostengono ogni autentica comunità. Solo su simili premesse, che vanno continuamente custodite e alimentate, un Paese vive e prospera. Ed ecco perché ogni attentato alla vita, alla famiglia, alla libertà educativa, alla giustizia e alla pace… troverà sempre una parola rispettosa e chiara da parte della Chiesa. Mi si permetta, al riguardo, un rapido ma accorato riferimento allo scenario internazionale. Ossia, alla vicenda che, nelle ultime settimane, ha visto protagonista Amnesty International, a proposito della clamorosa inclusione, tra i diritti umani riconosciuti, della scelta di aborto, magari anche solo nei casi di violenza compiuta sulla donna. Sono derive che ci rendono ulteriormente avvertiti del pericoloso sgretolamento a cui sono sottoposte le consapevolezze umane anche più evidenti, e della necessità quindi di una presenza qualificata a contrastare simili esiti. Cari Confratelli, l'Italia merita un amore più grande! L'incanto della sua natura, la ricchezza della sua storia, la fecondità delle sue radici cristiane, la fioritura delle sue tradizioni, quella diffusa sensibilità che è nell'animo della sua gente insieme ad una intelligenza creativa, meritano un maggior apprezzamento da parte di tutti e un rinnovato senso di appartenenza e di amore al Paese. Meritano una responsabilità più grande! Come Pastori, e insieme alle nostre comunità, continueremo ad annunciare Cristo, riscatto e speranza dell'uomo. Lo annunceremo con tutta la fede e la passione di cui siamo capaci; lo annunceremo quali che siano le conseguenze sul piano umano, persuasi che annunciare Cristo è servire l'uomo e che il Vangelo è sempre fonte di umanità vera per tutti. Affidiamo noi stessi, le nostre Chiese, il nostro amato Paese alla Vergine Maria, da ogni parte invocata dal nostro popolo con le espressioni più belle della filiale devozione. + Angelo Bagnasco Presidente 9月16日 riflessioniIN PRIMO PIANO http://www.totustuus.net/modules.php?name=Content&pa=showpage&pid=39 Benedetto XVI: Andate controcorrente! Non seguite la via dell'orgoglio, bensì quella dell'umiltà. Andate controcorrente: non ascoltate le voci interessate e suadenti che oggi da molte parti propagandano modelli di vita improntati all'arroganza e alla violenza, alla prepotenza e al successo ad ogni costo, all'apparire e all'avere, a scapito dell'essere. Di quanti messaggi, che vi giungono soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici! Non andate dietro all'onda prodotta da questa potente azione di persuasione. Non abbiate paura, cari amici, di preferire le vie "alternative" indicate dall'amore vero: uno stile di vita sobrio e solidale; relazioni affettive sincere e pure; un impegno onesto nello studio e nel lavoro; l'interesse profondo per il bene comune. Non abbiate paura di apparire diversi e di venire criticati per ciò che può sembrare perdente o fuori moda: i vostri coetanei, ma anche gli adulti, e specialmente coloro che sembrano più lontani dalla mentalità e dai valori del Vangelo, hanno un profondo bisogno di vedere qualcuno che osi vivere secondo la pienezza di umanità manifestata da Gesù Cristo. Vita cattolica) *I TESORI DI CORNELIO A LAPIDE: Obbedienza* 1. Gesù modello di obbedienza. 2. L'obbedienza è necessaria. 3. Bisogna obbedire ai superiori. 4. Se sia troppo difficile l'obbedire. 5. Eccellenza dell'obbedienza. 6. Vantaggi dell'obbedienza: a) La vittoria; b) L'obbedienza nutre l'anima; c) E un rimedio; d) Innalza l'uomo; e) Attira le benedizioni di Dio; f) E la prima delle virtù della vita cristiana; g) E principio di vera felicità; h) E un segno di predestinazione; i) Ha il merito e la gloria del martirio; l) Procura una buona morte. 7. Come bisogna obbedire. IN LIBRERIA: http://www.totustuus.net/modules.php?name=Forums&file=viewforum&f=24 Cammilleri, Nuovi consigli del diavolo custode Questo libro parla, usando una chiave veramente particolare, di come sia facile finire all'Inferno. Smontando una serie di luoghi comuni. Uno vuole che l'Inferno, e quindi i diavoli, non esistano. Un altro recita: l'Inferno è questa vita, non è nell'aldilà. Un altro ancora ritiene che all'Inferno ci vadano solo i grandi peccatori, cioè gli autori di stragi e i trafficanti di droga. L'autore immagina. un'anima dannata, la quale narra, per episodi, come sia finita all'Inferno e quanto sia stato facile, quasi banale, finirvi. Tanto facile e banale che il mittente non se n'è neppure accorto, avendo vissuto una vita quanto più «normale» possibile, una vita lasciata fluttuare un balìa dei «valori», piccini e miserabili, spacciati dal mondo moderno. Si dimostra come, per finire all'Inferno, non ci sia affatto bisogno di impegnarsi in grandiose malvagità: basta, al contrario, non fare assolutamente niente. Mons. Luigi Negri http://www.diocesi-sanmarino-montefeltro.it/template/detailNews.asp? IDFolder=204&IDSezione=&IDOggetto=2422 Tempi di un incredibile attacco alla Chiesa Questa battaglia che si è compiuta nel mistero del Signore storicamente continua. e la Chiesa è chiamata a partecipare a questa battaglia assumendosi il compito della testimonianza di Cristo e della sua vittoria contro il coagularsi del male che, di generazione in generazione, prendendo anche forme nuove tenta la disperata battaglia per eliminare la presenza di Dio nella storia e sostituirlo con il potere umano collettivo. La Chiesa, in ogni momento della sua storia, ha vissuto la tragica condizione di Geremia eliminato, perché diceva cose non gradite al potere culturale del tempo; perché diceva cose strane nelle quali non si trovava la immediatezza della opinione comune. Però ogni generazione ha fatto si che la Chiesa rivivesse e certo, fratelli miei, viviamo tempi di un rinnovato, per certi aspetti incredibile e terribile attacco alla presenza di Cristo e della Chiesa, nel tentativo ultimo ma inefficace di eliminare Cristo dalla vita e dalla storia. Vittorio Messori http://www.et-et.it/articoli2007/a07h20.htm La notte oscura della beata Càpita, quando si tratta di persone e di eventi religiosi: un certo sistema mediatico sembra cadere in trappole fatte di equivoci, di insufficiente informazione , di titoli forzati. Succede, in questi giorni, per Agnese Gonxha di Bojaxhiu, in religione Teresa di Calcutta, beata, fondatrice delle Missionarie della Carità, Nobel 1979 per la pace. Saltando, su Internet, da un quotidiano a un altro, si constatava ieri che molte home pages sembravano adeguarsi a quella di un autorevole quotidiano spagnolo che titolava, vistosamente: "Madre Teresa perdiò la fé". I flash di una delle maggiori agenzie internazionali iniziava con un apodittico: "Un libro-rivelazione getta ombre sulla fede di una delle icone del mondo cattolico". E "La santa che dubitava di Dio" era lo strillo in prima pagina di uno dei nostri maggiori giornali. Fuorvianti anche molti servizi televisivi. Ma poiché la beata Teresa è tra le figure più venerate, a livello popolare mondiale (una sorta di padre Pio al femminile, ha detto qualcuno) varrà forse la pena di fare alcune osservazioni, a beneficio della verità e ad aiuto dello sconcerto di molti. 16) CORRISPONDENZA ROMANA http://www.corrispondenzaromana.it/ UNIONE EUROPEA: l'attacco alla Chiesa sul fisco La Commissione Europea chiederà al Governo italiano «informazioni supplementari» su «certi vantaggi fiscali delle chiese italiane» annuncia Jonathan Todd, portavoce della Commissaria UE alla concorrenza Neelie Kroes. Le informazioni sono state chieste dopo avere ricevuto segnalazioni da «soggetti italiani» già nel 2006. Qualora l'eventuale inchiesta concludesse che la Chiesa italiana ha ricevuto aiuti illegali, spiega Todd, spetterebbe alle autorità nazionali recuperarli. Le «informazioni supplementari» riguarderebbero una norma della Finanziaria 2006, l'ultima del governo Berlusconi che prevede l'esenzione dall'Ici degli immobili di proprietà della Chiesa adibiti a finalità commerciali, riconosciuta anche alle altre religioni che hanno un accordo con lo Stato italiano e alle attività no-profit. Bruxelles intenderebbe chiarire inoltre anche le riduzioni di imposta (al 50%) concesse alle imprese commerciali della Chiesa. 17) Luci sull'Est http://www.lucisullest.it/index_spunti.asp Online l'ultimo numero di "Spunti" «Pellegrina di amore per consolare i suoi figli e invitarli alla conversione e alla preghiera»: Le visite in Italia della Madonna di Fatima. Mosca: Convegno Internazionaleper il 90° delle apparizioni di Fatima. Una testimonianza del seminarista Alessio Fucile: «Una terra senza cielo è destinata a morire». Ottobre 2007 - Cattolici russi in pellegrinaggio a Fatima per ringraziare della riconquista della libertà religiosa: Intervista a Mons. Tadeus Kondrusiewicz. «Trema l'Inferno e trionfa Maria!»: la statua della Madonna di Fatima in visita nel palermitano. L'Osservatore Romano parla de «Il martirio della Chiesa cattolica in Ucraina». 18) Fides - Propaganda Fide: http://www.fides.org/aree/news/newsdet.php?idnews=13797&lan=ita VENEZUELA - Preoccupazione della Chiesa locale per l'esproprio di scuole e centri sanitari cattolici da parte del Governo L'Opera di diritto pontificio "Aiuto alla Chiesa che Soffre" (ACS) ha ultimamente denunciato il crescente timore manifestato da sacerdoti e laici che il governo espropri le scuole cattoliche del paese. "Un sacerdote che dirige una scuola si è detto preoccupato per la confisca da parte del governo di scuole e centri sanitari della Chiesa, come parte del programma di nazionalizzazione dei settori dell'istruzione e sanitario", riporta il comunicato dell'ACS. Le scuole nel paese sudamericano "si vedono sempre più minacciate" perchè lo Stato esercita la sua influenza nell'insegnamento, obbliga ad utilizzare esclusivamente "materiale approvato" e promuove l'indottrinamento della popolazione. Il responsabile dei progetti di ACS per l'America Latina, Javier Legorreta, ha notato una "crescente minaccia" per la Chiesa in Venezuela. "La Chiesa venezuelana ha bisogno innanzitutto della nostra solidarietà, delle nostre preghiere e del nostro appoggio morale", ha detto Legorreta. 19) NUOVO SITO: Rosarium http://www.sulrosario.org/ Sito del periodico domenicano sul Santo Santo Rosario Questo sito presenta le iniziative ed attività del Movimento domenicano del Rosario. Il sito contiene tuttavia anche vari numeri dell'importante periodico Rosarium diretto da Padre Mauro Persici O.P., nel quale è possibile leggere scritti del grande teologo e conduttore di Radio Maria padre Roberto Coggi O.P., nonché del Cardinale Charles Journet. Sono spesso presenti anche note biografiche e saggi del compianto Servo di Dio Padre Tomas Tyn O.P.. 9月15日 in ricordo di Bashir Gemayel7° presidente della Repubblica Fondatore del Partito delle Forze Libanesi Bashir Gemayel 1947-1982 Un Presidente cristianissimo Un modello d'azione per le democrazie pluraliste Alcuni lo hanno adorato, ad altri non piaceva. Per molti è stato un leader, per altri un nemico da eliminare. Ma soprattutto è stato un uomo che ha sostenuto un sogno e che ha avuto la convinzione, la forza ed il supporto popolare per fare di quel sogno la realtà. Aveva già iniziato a tessere la trama di una nuova struttura per il suo paese quando la sua vita è stata interrotta da coloro che si opponevano ai cambiamenti da lui proposti. Ma il suo spirito vive ancora in coloro che lo hanno conosciuto e amato. E' emerso dalle ferite sanguinanti dei nostri cuori, dalle lacrime negli occhi dei nostri bambini, dal forte attaccamento alla nostra terra e ha fatto luce nel cielo dandoci speranza e un sogno meraviglioso, quello di 10452km² di Libano libero. Libero da qualunque occupazione straniera e presenza fraterna. Ci ha dato il sogno di un Libano forte e unito nel quale tutti i suoi diversi gruppi etnici e religiosi potessero coesistere in pace ed armonia. Dopo l'accordo del Cairo, la situazione in Libano è andata velocemente peggiorando, con continui e violenti scontri tra le armate Palestinesi e l'esercito Libanese. Gli attacchi dei palestinesi armati contro obiettivi israeliani lungo il confine Libanese-Israeliano sono divenuti più numerosi e mortali. Dopo l'inizio della guerra Libanese - PLO nell'Aprile del 1975, Bashir ha unito i membri della sua milizia a quelli del partito del Kataeb in difesa delle aree cristiane dagli attacchi del PLO. Quando William Hawi, Comandante del Consiglio militare del Kataeb, è stato ucciso durante l'assedio delle Forze Libanesi alla roccaforte del PLO presso Tell Zaatar nel Luglio del 1976, Bashir è stato scelto per succedergli. Il 30 Agosto è stato nominato Capo del Commando unificato delle Forze Libanesi, una coalizione di milizie cristiane del partito del Kataeb, del Partito Nazionale Liberale, del Tanzim e dei Guardiani dei Cedri. Il 7 Luglio 1980, queste milizie cristiane sono state unificate in una, quale le Forze Libanesi, con Bashir Gemayel come loro Comandante Capo. Nel Gennaio del 1981 Gemayel ha inoltre assunto la posizione di Capo del Consiglio di Sicurezza del Kataeb ed è divenuto membro dell'Ufficio Politico del Kataeb. Come Comandante Capo Bashir ha continuato a rinforzare il ramo militare delle Forze Libanesi, istituendo addestramenti militari nelle scuole del settore cristiano per sviluppare le riserve. Ha inoltre dato alle Forze Libanesi una dimensione politica più vasta e basi popolari. Ha organizzato servizi pubblici nelle aree liberate (regione orientale) per supplire alla mancanza di servizi forniti dal governo. Questo ha compreso un sistema di pubblico trasporto; un comitato popolare per provvedere ai bisogni quotidiani della popolazione quali acqua, elettricità, manutenzione stradale, raccolta della spazzatura, dei liquami, servizi di assistenza sociali, etc; due stazioni radio, una stazione televisiva ed un piccolo aeroporto. Sotto il Presidente Elias Sarkis, è stato creato un Consiglio di Salvezza Nazionale nel Giugno del 1982 che ha riunito le milizie più grandi e i leader politici in uno sforzo per elaborare misure per porre fine ai sette anni di guerra che avevano sconvolto il Libano. Come Comandante Capo delle Forze Libanesi, Bashir ha avuto molte opportunità di incontrare funzionari stranieri sia all'estero che in Libano per discutere la sua visione del paese. Di maggiore interesse i viaggi compiuti negli Stati Uniti, dove si è consultato con funzionari del Dipartimento di Stato, della Casa Bianca, con Senatori e membri del Congresso; nel Luglio del 1982 è stato in visita in Arabia Saudita per consultarsi con il Re Fahd; ha incontrato gruppi parlamentari della Democrazia Cristiana Europea; si è incontrato con inviati degli Stati Uniti, delle Nazioni Unite e Arabi che stavano lavorando per trovare soluzioni alla crisi libanese. Bashir ha annunciato ufficialmente la sua candidatura a Presidente della Repubblica del Libano il 24 luglio del 1982. Il 23 Agosto del 1982, Gemayel è stato eletto Presidente della Repubblica al secondo ballottaggio con 57 voti e 5 astensioni. Durante le settimane successive ha tenuto incontri con i capi Cristiani e Musulmani preparando piani per la rinascita del Libano. Ha iniziato a radunare il popolo libanese, musulmano e cristiano, intorno a sé come nessun altro leader in Libano era stato capace di fare sin dalla sua indipendenza. Nove giorni prima che venisse inaugurato presidente, Bashir ha presenziato la sua usuale sessione di discussione presso l'ufficio del Kataeb in Ashrafieh. Una potente esplosione al secondo piano dell'edificio ha ucciso Bashir insieme ad altre 26 persone. L'eroe e la speranza del Libano erano morti e tutto il Libano era in lutto. Più tardi è stato scoperto che due membri del partito Socialista Nazionale Siriano, uno dei quali era collegato ai proprietari dell'edificio in cui si trovavano gli uffici del Kataeb ad Ashrafieh, erano gli istigatori dell'attentato e che la Siria era dietro l'assassinio. Bashir è stato franco e diretto nei suoi rapporti con la gente. Il suo zelo per la causa libanese, un Libano indipendente e libero da qualunque occupazione straniera, ha ispirato molte persone. Questo obiettivo lo ha portato in tutto il mondo ad incontrarsi con leader arabi e occidentali in cerca di soluzioni e supporto. Era un uomo carismatico, deciso. Ha mantenuto un chiaro corso politico, attirando giovani, dinamici e individui specializzati alla sua causa. Era onesto e realistico, un uomo che ha rifiutato compromessi e soluzioni parziali. Era aperto al dialogo e non intimorito dalle critiche. Bashir ha creduto che gli emigranti libanesi potessero avere un grande ruolo nel sostegno della causa libanese. Ha istituito sedi in molti paesi d'oltremare, inclusi gli Stati Uniti, la Francia, il Brasile, la Germania orientale e l'Italia, per mantenere quei governi informati riguardo le comunità libanesi lì presenti con lo scopo di lavorare per la liberazione della loro madre patria, il Libano. Gemayel ha costantemente lavorato per un Libano libero, a guida cristiana ed indipendente, pluralista per natura e di condizione forte e sicura. Ha creduto che cristiani e musulmani potessero vivere insieme in pace e che il Libano dovesse mantenere buone relazioni sia con il mondo occidentale che con quello arabo. Ha sostenuto il ritiro delle forze siriane che occupavano il Libano sin dal 1975, quello delle forze israeliane che lo occupavano dal giugno del 1982 e il disarmo dei palestinesi sul suolo libanese. Quando Bashir Gemayel ha annunciato la sua candidatura per la Presidenza, è andato oltre i conflitti di confessione e i contrasti di carattere personale. Ha perseguito l'obiettivo sublime di unire tutti i Libanesi, difendere la sovranità del paese e battersi per un Libano moderno e a guida cristiana. Esaurito da così tanti anni di guerra e di terrore sotto l'occupazione straniera, il Libanese ha desiderato l'indipendenza, la libertà e la pace. Questo è possibile realizzarlo solo in un paese che sia in pace con se stesso. Per questo proposito, Gemayel ha ordinato alle Forze Libanesi che si preparavano a rientrare nei loro villaggi, di astenersi da qualunque ingiustizia nei confronti del loro fratello libanese. Ha impedito fermamente ogni inadempimento della disciplina. "Coloro contro i quali combattete; quelli che hanno demolito le vostre case, dissacrato le tombe dei nostri nonni… dobbiamo avere rispetto della loro morte senza alcuno spirito di vendetta. Essi hanno distrutto le nostre case ma noi dovremo proteggere le loro… Noi dobbiamo assicurare libertà e protezione a tutti i libanesi senza discriminazione." ( 17 Giugno,1982 ). In Medio Oriente, dove esiste la tirannia, il fanatismo, il disordine e l'intolleranza, il Libano è stato l'unico ad aver tentato di essere il paese della stabilità, libertà e tolleranza, pacifico per vocazione, cristiano per tradizione e liberale per civilizzazione. Bashir Gemayel è stato visto come l'uomo che potesse riportare questa libertà e pace nel suo paese. La sua candidatura non era solo una scommessa sul futuro del Libano, ma anche sugli interessi del mondo libero e soprattutto degli Stati Uniti. Il solo scopo di Bashir Gemayel nel fondare le Forze Libanesi era di volere una organizzazione, un partito che fosse sempre pronto, capace e disposto a porsi in difesa del Libano. Ha voluto un partito politico e un potere militare forte ogni volta che l'esercito libanese ha fallito nel difendere il paese, come nel caso del 1975. Le Forze Libanesi sono state create affinché quanto accaduto nel 1975 non accadesse ancora e i motivi che avevano indotto a iniziare la guerra venissero risolti in modo definitivo e permanente. Quando l'esercito libanese è stato diviso si è sentito un forte bisogno di proteggere i libanesi liberi dai combattenti palestinesi che rivendicavano la loro Palestina attraverso il nostro Libano. Le Forze Libanesi hanno combattuto ovunque sul suolo libanese cercando di resistere agli oppositori stranieri e locali del Libano e della sua indipendenza, in molti casi la nostra resistenza è stata un successo e abbiamo liberato la nostra terra perché la gente di alcune zone ci ha sostenuto e appoggiato, sfortunatamente in altre zone non siamo stati vittoriosi perché molti hanno affiancato il nemico contro il loro fratello libanese. Nell'estate del 1978 Bashir Gemayel insieme alle Forze Libanesi ha dato inizio alla guerra che sarebbe poi stata conosciuta come la guerra dei cento giorni, che finì in una grande vittoria per le Forze Libanesi da lui comandate. Le forze Siriane e Palestinesi furono cacciate da est di Beirut e da lì in poi è iniziata la sua tutela. Bashir ha resistito ai siriani e ai palestinesi ovunque esistessero e ovunque potessero attaccarlo, a cominciare dal nord, passando attraverso Beirut per tutto il sud sino alle montagne. Bashir Gemayel ha dato la sua vita per il suo ed il nostro sogno, ha dato la vita di sua figlia e si è posto da esempio. Ha aperto la strada e ha creduto che noi potessimo portare a termine la missione. © 1996-2004 FORZE LIBANESI, Tutti i diritti riservati 9月14日 predicatori d'odioCi preoccupiamo di sanzionare i lavavetri e le lucciole, che non hanno ammazzato nessuno, mentre assistiamo inerti ai predicatori d'odio islamici che anche ieri hanno condannato a morte Dounia Ettaib, definendola una «infedele» ed estendendo la minaccia all'onorevole Daniela Santanché. Tutto ciò avviene sotto i nostri occhi, ha come teatro di operazione il territorio italiano, i protagonisti sono professionisti dell'islam che hanno messo le mani sulle moschee che proliferano al ritmo di una ogni quattro giorni. Mentre le vittime siamo tutti noi italiani, inconsapevoli o irresponsabili, pavidi o ideologicamente collusi, che non vogliamo guardare in faccia alla realtà, che la temiamo al punto da esserci sottomessi all'arbitrio e alla violenza di chi sta imponendo uno stato islamico all'interno del nostro traballante stato sovrano. Come è possibile che persone che potrebbero rivelarsi terroristi islamici siano potuti entrare nella sede della Provincia di Milano e abbiano avuto l'ardire di depositare la loro sentenza capitale sulla scrivania di una neocittadina italiana che ha da poco subito un'aggressione fisica nei pressi della moschea di viale Jenner a Milano, associandola a una parlamentare che ha subito più di una intimidazione anche da parte del sedicente imam della moschea di Segrate Ali Abu Shwaima? La verità è che sappiamo tutto e di più sull'attività dei predicatori d'odio islamici nostrani ma preferiamo seppellire la testa sottoterra, non rendendoci conto che a differenza dello struzzo non riemergeremo ma finiremo per suicidarci. Possibile che gli addetti alla sicurezza non abbiano visto la «fatwa», il responso giuridico islamico, pubblicata negli scorsi giorni sul sito http://www.islam-online.it/fatwa_2.htm, gestito dal convertito Hamza Roberto Piccardo, ex segretario nazionale dell'Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia), in cui si legittima la condanna a morte dell'apostata: «Un considerevole numero di nostri predecessori (Salaf) sono concordi nel dire che non tutti quelli che abbandonano l'Islam debbano essere giustiziati, ma piuttosto quelli che in pubblico dichiarano la loro azione e possono causare Fitna (sedizione, ndr) denigrando il nome di Allah l'Altissimo, il Suo Profeta (pbsl) o i musulmani. La punizione dell'esecuzione in questo caso serve a proteggere e preservare l'intera nazione dal male che questo individuo indubbiamente porterebbe, e non si tratta di privarlo della sua libertà di credo e opinione. Effettivamente, commettendo un simile atto, l'individuo ha trasgredito violando i diritti di altre persone e dell'intera nazione, che viene prima dei diritti del singolo. La legislazione moderna usa il termine di "Tradimento Supremo" per crimini simili all'atto di abbandonare l'Islam e quindi annunciarlo pubblicamente e condurre una campagna contro l'Islam e l'intera nazione». La condanna a morte è contenuta nelle «Risoluzioni del Consiglio Europeo di Fatwa e Ricerche», capeggiato da Youssef Qaradawi, l'apologeta del terrorismo suicida islamico, accreditato dall'Ucoii come proprio referente spirituale. A tradurla in italiano ci ha pensato un altro convertito, Abu Yasin Andrea Merighi, responsabile della moschea El Nour di Bologna e a cui il sindaco Cofferati intende regalare una nuova e ben più grande moschea. Al momento non sappiamo chi ha materialmente consegnato la condanna a morte a Dounia associandola alla Santanché, ma non abbiamo alcun dubbio che nelle moschee e nei siti islamici dell'Ucoii e di altri gruppi radicali islamici si legittima la condanna a morte degli apostati, degli infedeli e dei nemici dell'islam. Continueremo a imitare lo struzzo votati al suicidio nell'attesa che i terroristi islamici attuino la loro giustizia qui a casa nostra? Magdi Allam www.corriere.it/allam 04 settembre 2007 Fonte: Corriere della Sera 9月13日 quei laici che si convertono all'ultma ora e noi...
9月12日 30 anni sono troppi x una legge cattivadi Mario Palmaro È ripartito in Italia il dibattito sull'aborto e sulla legge 194. È un fatto molto positivo, perché significa che dopo quasi trent'anni di aborto di Stato, la ferita non si è ancora rimarginata. Chi sperava di mettere una pietra tombale sulle istanze dei più deboli e indifesi, quei nascituri che non votano e non rilasciano interviste, dovrà rassegnarsi. Una battaglia persa in partenza? A giudicare da certe reazioni isteriche, sembrerebbe di sì. Ma anche l'indipendenza dell'India appariva un miraggio prima di Ghandi. Anche l'apartheid in Sudafrica sembrava invincibile, e poi venne Mandela. Dunque: ben venga un nuovo dibattito sulla legge 194. A patto però che sia una discussione seria. Ci permettiamo di segnalare tre punti essenziali. Primo: il nodo gordiano da sciogliere è quello dell'autodeterminazione della donna. La 194 non è una buona legge applicata male. Al contrario la norma ottiene quello che vuole e che promette: che la donna possa decidere in modo arbitrario della vita del proprio figlio. Si tratta di verificare se sia giusto che l'ordinamento consenta questo potere di vita e di morte illimitato. Secondo: occorre che la politica decida se l'aborto è un atto indifferente per il legislatore. In Germania, la Corte costituzionale di Karlsruhe si è pronunciata per ben due volte sull'argomento. Ripetendo con coraggio una scomoda verità: abortire è sempre un atto contrario al diritto fondamentale di ogni uomo alla vita. Lo è anche - o forse perfino di più - quando la vittima è ammalata perché, dissero i giudici tedeschi, già una volta nella nostra storia abbiamo accettato che si discriminassero gli handicappati e gli ammalati. In Germania l'aborto è purtroppo legale, ma resta fermo che ogni volta che lo si commette si compie un atto illecito, che non viene punito solo per ragioni di opportunità sociale. Terzo: si deve capire in che modo il legislatore può tentare di dissuadere la pratica dell'aborto. Da un lato - e qui sono in molti ad essere d'accordo - si potrebbero studiare nuove forme di aiuto alle madri con gravidanze difficili. Ma non basta. La norma giuridica non può limitarsi alle esortazioni. Il diritto ha un unico linguaggio: stabilire precetti e divieti, e presidiarli con una sanzione. Non è detto che questa sanzione debba essere il carcere, soprattutto quando ragioni di umanità suggeriscono clemenza e comprensione. Ma la pietà non può fare velo alla necessità di tutelare un bene giuridico fondamentale come quello della vita umana. L'infanticidio è, ad esempio, un delitto che mette insieme una colpa oggettivamente gravissima e una condizione spesso fragilissima della madre colpevole. Eppure, nessuno ha proposto - almeno per ora - di depenalizzare questo reato. Ora, se una tutela giuridica deve essere reintrodotta per il concepito, almeno in alcuni casi, si dovrà avere il coraggio di utilizzare anche l'arma della minaccia sanzionatoria. Se la discussione sulla 194 aggirerà questi punti cruciali, finirà con l'attorcigliarsi nel solito equivoco, che risponde a una logica di scuola marxista: credere che l'aborto sia un problema economico. Non è così. L'aborto è innanzitutto il prodotto di una cattiva cultura, frutto di una legge che in questi 30 anni ha normalizzato e incentivato l'eliminazione di milioni di cittadini italiani non ancora nati. (C) Il Giornale - 09 settembre 2007 9月11日 La Curia e gli ultimi giapponesi"Sono convinto sempre più che la principale causa della crisi di fede in cui versa il popolo cristiano sia il modo con cui è stata applicata la riforma liturgica voluta dal Vaticano secondo". + Carlo Caffarra, 3-7-2001 Stiamo per trattare di questioni teologiche e religiose, e quindi di cose più importanti di quelle che solitamente affrontiamo in questo blog. Ma sotto sotto – come suol dirsi – anche stavolta il problema è politico. Ce lo ha detto anche un prete della Diocesi di Bologna, molto ben informato sulle vicende della Curia arciepiscopale, e sul sordo conflitto che ormai da diversi anni la contrappone alla "Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII". Cioè, fuori dalla dizione ufficiale, a quel gruppo di intellettuali e politici cattocomunisti che non a torto viene solitamente chiamato "Scuola di Bologna", e che loro preferiscono chiamare "officina". (continua) Si tratta di un'istituzione che ha per fondatore e nume tutelare don Giuseppe Dossetti. Il professor Romano Prodi, attuale incaricato dell'estrema sinistra quale facente funzione presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ne è l'esponente politico italiano più potente e conosciuto. Da un punto di vista ideologico, nell'ambito della rilevanza sociale della Chiesa italiana, gli uomini della Fondazione Giovanni XXIII rappresentano ormai i classici ultimi giapponesi nella giungla. Nonostante l'effetto amplificatorio delle loro frequenti interviste all'Unità, Manifesto, Repubblica, nonché i loro pensosi interventi sul Corriere della Sera e a volte persino sul Tg 1, essi stanno lentamente estinguendosi ai margini del mondo cattolico. Giuseppe Alberigo, principale storico della loro peculiare concezione del Concilio Vaticano II, è scomparso lo scorso mese di giugno. Mentre al suo più giovane collega Alberto Melloni, così come a qualche ottuagenario vescovo emerito come monsignor Luigi Bettazzi, e – tra i politici – alla neo candidata Rosy Bindi, a Pierluigi Castagnetti e allo stesso professor Romano Prodi, auguriamo ovviamente lunga vita e molto tempo libero a disposizione per le rispettive famiglie. Tuttavia, se i giapponesi di cui sopra continuavano a fare cecchinaggio dalla giungla, era perché a guerra finita erano rimasti tagliati fuori su un'isola, e non avevano ricevuto l'ordine di arrendersi. Nel caso dei dossettiani, il problema di noi bolognesi è che su quell'isola ci viviamo. Quindi, benché il loro schioppo arrugginito d'altri tempi non possa più ammazzarci, le loro ultime pallottole le sentiamo fischiare più forte degli altri. "Il problema è politico", ci ha infatti detto quel sacerdote di Curia, preannunciando che a settembre, quando il motu proprio di papa Ratzinger entrerà in vigore, può darsi che a Bologna una Messa domenicale in lingua latina ricomincerà ad essere detta proprio nella Cattedrale. E' ancora da vedersi se accadrà davvero, perchè in effetti fare una cosa del genere a Bologna significa esporsi in pieno al cecchinaggio dei giapponesi. Non sarebbe un problema, perché per rendere inoffensivi i romantici soldatini che continuano a sparacchiare dai davanzali di via San Vitale n. 114, sede della storica Fondazione, non servirebbe di certo il napalm e nemmeno le bombe a mano. Se non fosse che – nonostante il clima di sorda ostilità – la Curia bolognese tentenna ormai da anni, e l'ordine di andarli a stanare definitivamente non lo vuole dare. Da quando Benedetto XVI è salito sulla cattedra di Pietro, gli ultimi nostalgici dello "spirito del Concilio" non hanno più ritegno alcuno, e si considerano di fatto come una specie di corpo separato, con l'autorizzazione a sparare a volontà sulla Chiesa gerarchica. Basta leggere i toni sguaiati e volgari di certe loro interviste per accorgersene. La loro esasperazione è comprensibile, in quanto dietro il ritorno della messa tridentina si è giocata una parte importante del processo di liquidazione coatta che li coinvolge. Papa Ratzinger sa bene che dietro l'antico rito del messale di Giovanni XXIII – cioè lo stesso papa, ironia della storia, che dà il nome alla fondazione degli ultimi giapponesi – si cela una questione sociale molto più profonda. Il ritorno della lingua sacra nella liturgia significa un recupero di universalità, e quindi di cattolicità nel senso pieno del termine. Ma anche la fine delle suggestioni deviate degli ultimi quarant'anni sulla "inculturazione" del cristianesimo, e della penetrazione nella cultura cattolica dell'idea protestante sul libero esame delle scritture. Celebrare la Messa in lingua volgare ha significato infatti affidare i misteri fondamentali della fede cattolica – la Trinità, l'Incarnazione, la Passione e Resurrezione del Cristo – alla libera interpretazione delle masse e delle singole culture. In altri termini, è servito a generare una libertà svincolata sia dall'autorità che dall'educazione. Esattamente come avvenne quasi cinquecento anni fa con Martin Lutero, per i cattocomunisti quel cambiamento rappresentava un presupposto necessario affinché i loro intellettuali potessero salire in cattedra al posto del magistero della Chiesa. Gli ultimi fedeli cattolici che, sia pure in modo inconsapevole rispetto a quel disegno ideologico, continuano a sostenere che la Messa cattolica moderna è migliore perché "la gente la capisce", operano un gesto di greve superbia intellettuale. Essi non comprendono nulla di come invece i nostri padri e nonni sapessero, rispetto a tanti fedeli di oggi, vivere molto più nel profondo il mistero dell'Eucarestia. Il fatto che gli intransigenti del nuovo rito si sbaglino, peraltro, è anche la meno angosciante delle ipotesi. Infatti, in questi ultimi decenni il numero dei cattolici praticanti è letteralmente crollato. Al punto tale che, se davvero il popolo di Dio avesse iniziato a comprendere meglio il mistero della Messa grazie all'introduzione delle lingue nazionali, allora vorrebbe dire che ciò che ha compreso non gli deve essere affatto piaciuto. Speriamo quindi che le cause vere della disaffezione dei fedeli siano altre, come in effetti sono. Su questo punto, però, la cieca ostinazione degli ultimi giapponesi non vuol sentire ragioni: "è grazie alle messe celebrate magari con tanto di schitarrate strampalate, con le chiese illuminate da neon da Ipercoop e in luoghi dall'architettura forse non proprio ortodossa, che quella poca fede che è rimasta nel popolo è stata salvaguardata", ha dichiarato il citato Alberto Melloni al Riformista. Tutti però sappiamo che invece la realtà è opposta. Per quei giovani con le chitarre la fede cattolica – e la stessa persona di Gesù – rappresentano solo un'esigenza, un richiamo profondo, e qualche volta un'intuizione, della quale però conoscono sempre meno. L'uso del latino infatti non serviva solo a preservare l'universalità della Chiesa, ma anche a vivere meglio la comunione dei santi (e appunto, anzi la mano quel cattolico praticante – se ce ne è uno – che ha imparato che cosa sia la comunione dei santi solo in quanto ora il Credo è recitato in italiano). Il latino serviva anche e soprattutto a preservare il senso del sacro, nel suo senso etimologicamente proprio di "ciò che è separato". Quel sacro del quale i giovani chitarristi, sotto le luci del neon delle chiese moderne, con le pareti grigie di cemento grezzo, davvero non sanno più nulla. La Messa cattolica può essere compresa, nel suo vero significato di memoriale della Passione del Signore, solo se si riesce a cogliere come quel sacrificio si rinnovi realmente, e non solo in via simbolica, nel rito dell'Eucarestia. Ma ciò non avviene in mezzo al frastuono delle vicende del mondo, bensì in un luogo che pur essendo calato nella vita quotidiana degli uomini deve appunto essere "separato" dal flusso inesorabile del tempo e dello spazio. Esattamente come è proprio della natura di Dio, che a nostra differenza non è vincolato né all'uno né all'altro. L'uso rituale di una lingua sacra e immutabile, che non è soggetta alla mutazione indotta in tutti gli idiomi correnti dallo scorrere dell'uso, e con la quale si parla solo con Dio, ha anche questa funzione. Tutto questo gli sguaiati ultimi epigoni del dossettismo non lo sanno, o forse lo dissimulano consapevolmente in nome di altri obiettivi, come del resto è proprio della loro ideologia di riferimento. Però continuano a sparare dai davanzali. E allora, perché il problema è politico? La politica interferisce con la questione della Messa, perché è connessa a quella dell'autorità dei teologi cattolici, o sedicenti tali, rispetto a quella del Magistero pontificio. Nel riaffermare che il rito sacro non si può inculturare oltre un certo limite, e che il pensiero cattolico non può vivere al di fuori dell'universalità, della tradizione, e soprattutto della autorità di Pietro, papa Benedetto XVI ha di fatto chiuso il cerchio della reazione cattolica contro gli abusi dei ribelli cattocomunisti. Una reazione che era già iniziata, regnante papa Giovanni Paolo II e con Joseph Ratzinger a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede, con la condanna della "teologia della liberazione", e cioè della massima espressione del pensiero religioso filocomunista in ambito cattolico. Una reazione che è continuata fino ad oggi in tutto il mondo, sia pure con incertezze e difficoltà. E continua anche in Italia, nel combattimento di idee contro quei "cattolici democratici", che pretendono di ricevere i voti dei fedeli, e ad ogni tornata elettorale non disdegnano di fare il giro dei conventi e delle parrocchie, ma poi una volta eletti rivendicano "l'autonomia della politica" anche rispetto ai valori che per i loro elettori sono irrinunciabili, come la difesa della vita, della famiglia, e della libertà di educazione. Arrecando così un vulnus anche a quel rapporto fiduciario tra eletti ed elettori che è sale laicissimo della democrazia rappresentativa. La Curia di Bologna è da anni alle prese con varie difficoltà nei confronti di quei politici, derivanti appunto dal fatto che qui i cecchini giapponesi sono meglio asserragliati che altrove, e godono ancora di un certo supporto in alcuni strati del clero (cioè i famigerati "parroci prodiani"). Ma il ritorno della Messa di Giovanni XXIII e della tradizione, proprio a Bologna, sarebbe un bellissimo segnale per tutti. Purchè senza compromessi insensati, in quanto la questione non è solo quella del latino. Si tratta anche del recupero del ruolo autentico del sacerdote nella Messa, e nella funzione ben diversa e meno essenziale del popolo dei fedeli. Quindi presuppone il ritorno all'altare tradizionale, e l'almeno temporanea messa da parte di quelli tavolari, per celebrare versus Dominum e non più versus populum. Ancora una volta, cioè, di una questione teologica che però è assai facilmente diventata politica. Tuttavia, se è vero come è vero quel che ha ribadito più volte papa Benedetto XVI, e cioè che il rito antico non è un patrimonio di pochi fedeli "separati", ma appartiene a tutta la cattolicità, ed ha un valore universale, allora non si può stare ad aspettare che arrivino le richieste dei "gruppi stabili" di fedeli tradizionalisti, come a rigore prevederebbe il motu proprio. E' normale che quei gruppi, dopo quasi quarant'anni di ostracismo e abusi liturgici, siano dispersi e poco numerosi. E soprattutto, che siano piuttosto caratterizzati a loro volta sul piano ideologico, in quanto con quel che è successo in questi decenni è normale che si sentano come l'evangelico "piccolo gregge" dei duri e puri, e quindi abbiano poca voglia di integrarsi. Di fronte ad essi, non è il caso che vescovi e parroci stiano ad aspettare le formali richieste, con la malcelata speranza che esse non arrivino, se non altro per non trovarsi costretti a ristudiare l'antico messale e a cambiare la disposizione del tabernacolo. Sarebbe come se un avvocato si rifiutasse di avere nuovi clienti solo perché è cambiato il codice di procedura. Bisogna andare incontro all'antico rito, perché se esso ha un valore universale, continuerebbe ad averlo anche se fosse un fedele su un milione a volerlo. Il sacro non può essere messo ai voti. E poi ci sono milioni di giovani che lo amerebbero, il rito tridentino, se solo potessero conoscerlo, senza doverlo cercare su Internet facendosi poi dei chilometri per trovare un sacerdote che lo celebri, di fronte a un gruppetto di fedeli che per forza di cose sono indotti a sentirsi come dei carbonari perseguitati. L'universalità del rito tridentino è vera e palpabile specialmente in questi tempi, dove è maggiore la cultura diffusa e la possibilità per tutti di viaggiare per il mondo. A condizione però che mediante quell'antica tradizione sia data a tutti, e non solo a pochi, la possibilità di ritrovare ovunque lo stesso sacro, lo stesso luogo dove il flusso del tempo e delle umane cose si ferma. Pensateci dunque, voi della Curia. E fregatevene del rumore dello schioppo degli ultimi giapponesi, che ogni tanto risuona sulla stampa e sotto le navate – quando ancora ci sono le navate – delle chiese parrocchiali "di sinistra". Dove peraltro le bandiere della pace sotto l'altare tavolare sono ormai sbiadite, e anzi di fatto non ci sono state quasi mai. I loro schioppi fanno rumore ma non possono più ferire nessuno, e i fedeli cattolici lo sanno. Non fatevi scavalcare, e ridonateci il senso del sacro e dell'universalità della Chiesa. Massimiliano Fiorin Totustuus.net, 17 luglio 2007 http://filoapiombo.blogspot.com/2007/07/la-curia-e-gli-ultimi- giapponesi.html 9月10日 riflessioniIN PRIMO PIANO http://www.totustuus.net/modules.php?name=Content&pa=showpage&pid=39 Mons. Bagnasco: La salita al Santuario, parabola della vita Ai piedi della Madonna vogliamo riflettere sul senso del nostro salire, vogliamo che il nostro cammino sprigioni tutta la sua ricchezza di suggestioni e di memoria& Sì, l'uomo è creato nel segno della finitezza e del limite ben lo sappiamo ma in modo tale che solamente l'infinito può colmare questo mendicante d'amore, di bellezza, di eternità. Solo Dio, niente di meno, può corrispondere pienamente al cuore dell'uomo& Il nostro salire al Santuario ci ricorda non solo che la vita terrena è un pellegrinaggio dalla terra al cielo, ma anche che la vita spirituale è un cammino, un pellegrinaggio interiore& non lasciamoci ingannare: molte voci vogliono farci credere che ciò che conta è solo ciò che cade sotto i nostri sensi, che l'uomo è solo corpo e che deve essere sempre e comunque soddisfatto, che la vita presente è tutto e bisogna spremerla come godimento il più possibile: poi, verrà la notte del nulla! Ma non è così! Mons. Luigi Negri http://www.sanmarinonotizie.com/default.asp?id=1&opr=5&content=11816 Il Vescovo Negri interviene sulla vicenda di Don Gelmini Qual è la colpa di don Gelmini? La colpa, in un contesto nichelista edonista e così devastantemente cattolico, è quella di essere un prete che sostanzialmente "ci crede". Don Gelmini ha sempre avuto come preoccupazione fondamentale quella di annunziare Cristo e di proporlo agli uomini anche di questo tempo. Nella sua opera di evangelizzazione tanti anni fa è stato "come schiaffeggiato" dalla terribile esperienza della droga che stava e sta distruggendo le giovani generazioni. Nello spazio della convivenza che si apre attorno a lui, e che utilizza tutti i mezzi anche della tecnica terapeutica, è comunque la proposta della vita cristiana che prende forma e viene proposta e sperimentata. Mons. Alessandro Maggiolini http://www.fattisentire.net/modules.php? name=News&file=article&sid=2673&mode=&order=0&thold=0 Quei preti devoti all'esibizionismo Ad attirare un'attenzione curiosa e quasi morbosa, però, sono altri sacerdoti: quelli che mettono ogni cura per camuffarsi da operai, da contadinotti, da sindacalisti, da sportivi, o da disinvolti contestatori del pensare e del vivere comune. Gesù Cristo sembra escluso dal loro linguaggio. Conoscono tutto sulle canzonette e sullo sport. Non esitano a sorpassare il limite delle barzellette spinte, pur di apparire come gli altri e più aggiornati degli altri nelle scemenze più deludenti. Non si vedono mai davanti al Signore a pregare con attenzione e con occhi e cuore fissi al tabernacolo. Non si lasciano irretire in discorsi su valori anche umani e non solo cristiani. Si mostrano conversatori disinibiti. Se proprio vogliono oltrepassare i limiti delle vacuità, i loro interessi si rivolgono ai margini dell'umanità normale: si dedicano, ma in maniera esibizionistica ai poveri, ai portatori di handicap, ai drogati e così via. Purché questi marginali abbiano la capacità di spogliare il prete della propria fisionomia e della propria missione. Il giorno dopo i fatti, osservano subito il giornale per controllare l'eco che hanno avuto le loro bravate. Dicono di noi: http://www.totustuus.net/modules.php?name=Forums&file=viewforum&f=3 Messa in latino e partecipazione attiva E' totalmente da rimuovere l'idea che nella celebrazione dell Antico Rito la partecipazione attiva fosse minore o non ci fosse, quasi che per secoli la gente sia andata a Messa senza capire o senza parteciparvi attivamente. Purtroppo si è venuta a creare la falsa equazione "partecipare attivamente = fare qualcosa": questa equazione non è un frutto del Vaticano II, ma è una eredità del giansenismo, che aveva anticipato in alcune forme liturgiche certe deviazioni oggi riproposte& Se dunque nella teologia della preghiera manca il primato della divinizzazione dell'uomo, il primato dell'opera divina, non si cerca più la "divina liturgia", ma resta solo una "liturgia umana", ovvero una liturgia dove tutti devono "fare" qualcosa. Ascoltare, contemplare in silenzio, attendere la grazia, pérdono - purtroppo - tutto il loro valore. In Libreria: http://www.totustuus.net/modules.php?name=Forums&file=viewforum&f=24 La Regola benedettina applicata alla strategia d impresa Oggi, per migliorare, le aziende non possono non tener conto del capitale umano: bisogna lavorare sulle persone e indicar loro la mission. Qualcuno sostiene che di fronte all incertezza che attraversa il vivere dell uomo contemporaneo, simile allo smarrimento conseguente al declino dell impero romano d occidente, urge la necessità trovare una strada, un punto di riferimento& nel generale clima di confusione affettiva e disorientamento ideale che caratterizza l uomo e la società, un aspetto fondamentale riguarda la dimensione del lavoro: vuoi per motivazioni economiche, vuoi per ragioni culturali legate alla mancanza di senso del proprio agire lavorativo. Ebbene (riadattando una famosa espressione di papa Wojtyla a proposito di san Benedetto): è davvero possibile oggi fare in modo che il quotidiano della nostra complessa realtà lavorativo-professionale possa essere vissuto in modo eroico e che l eroicità del desiderio di dare al lavoro "anima" e gusto possa incarnarsi nella vita di tutti i giorni? Rino Cammilleri http://www.fattisentire.net/modules.php? name=News&file=article&sid=2674&mode=&order=0&thold=0 Cammilleri e i Nuovi consigli del diavolo custode Anche Cammilleri, in questo romanzo scritto in forma di saggio, esprime opinioni analoghe, più circostanziate delle mie, mettendo sotto la lente d ingrandimento tutta una serie di passioni innocenti, di momenti dolci e indimenticabili, di ambizioni legittime - insomma, tutto un mondo di sentimenti e pensieri del tutto politically correct, che sono però altrettante porte d ingresso, con tanto di tappeto rosso, all inferno. Credete che per finire all inferno sia necessario essere come minimo nazisti? Sciocchezze& per finire all inferno basta il culto del primo amore, del "che c è di male?" (come se fosse una domanda dotata di senso), basta un po di romanticismo, in una parola: basta farla facile. Vittorio Messori http://www.et-et.it/articoli2007/a07h20.htm Se Cesare supera la misura Prima che dai principii val forse meglio partire dall'esperienza. Se sto alla mia, so di non violare privacy ricordando quanto ho visto praticare sovente da parroci, da religiosi, da suore. E non soltanto in Italia ma, ad esempio in Francia e in Spagna, da economi di istituti e da rettori di santuari. E ho qualche ragione per credere che la prassi non valga solo per i Paesi latini. Spesso, cioè, ho constatato che dovendo regolare conti con muratori, artigiani, fornitori vari uomini (e donne) di Chiesa non si comportano diversamente dal cittadino comune. Dunque, per quanto possibile, praticano un principio di "legittima difesa". 9月9日 turchia: musslumani al comandoL'elezione di Abdullah Gul a undicesimo Presidente della Repubblica turca, il 28 agosto 2007 ha significato il crollo di uno dei bastioni della Turchia laica: Presidenza della Repubblica, esercito e Corte costituzionale. Gul è il primo islamico Capo dello Stato, negli 84 anni di storia della Turchia laica fondata da Kemal Ataturk sulle ceneri dell'Impero ottomano. Egli proviene dal partito Giustizia e Sviluppo (AKP) del Premier Recep Tagyyp Erdogan. Per la sua elezione, avvenuta al terzo scrutinio, con 339 voti su 550 deputati, in pratica solo quelli del suo partito, è stata decisiva l'estrema destra nazionalista del MhP di Devlet Bahcelli, vicina ai Lupi Grigi, che con la sua presenza in aula ha garantito che ci fosse il numero legale. «Il partito Akp del premier Erdogan e dello stesso Gul ha una doppia agenda» spiega Marcello Foa su "Il Giornale" ( 29 agosto 2007). «Una economica e strategica dichiaratamente moderna, che applica con dovizia le riforme suggerite dal Fondo monetario internazionale, liberalizza l'economia, rinsalda i legami con gli Usa e accetta le condizioni poste da Bruxelles per continuare le trattative in vista dell'adesione alle Ue. Ma poi ce n'è un'altra, che la classe politica e i media europei si ostinano a non vedere. Hanno cambiato tattica, gli islamici turchi. Fino alla fine degli anni Novanta puntavano a sovvertire la Costituzione rigorosamente laica voluta dal fondatore della Repubblica Kamal Ataturk 80 anni fa. Ma l'esercito glielo impediva. E muro contro muro perdevano. Poi hanno capito che esisteva uno strumento più efficace e non violento per riportare la Turchia sulla via del Corano. L'islamizzazione strisciante. Anziché sovvertire le istituzioni hanno cominciato a svuotarle progressivamente dall'interno, contando sulla trasformazione silenziosa dei costumi sociali, che è molto più efficace di una rivoluzione. Negli ultimi cinque anni in Turchia si sono moltiplicate le scuole musulmane, è aumentato il numero delle donne che indossano il velo (ndr. tra esse la moglie e la figlia di Gul), intere città ora rispettano il Ramadan e vietano gli alcolici nei locali pubblici, mentre nell'amministrazione pubblica fanno carriera i funzionari di provata fede. Viaggiando nella Turchia di oggi ci si accorge che le zone moderne e autenticamente laiche sono limitate alle località turistiche sul mare e ai centri delle grandi città come Istanbul, Ankara, Ismir. La Turchia profonda è sempre di più musulmana». Gul ha lavorato per otto anni nella Banca Saudita BID, coinvolta con il terrorismo, ed è stato discepolo, come Erdogan, dell'ex Primo Ministro Necmettin Erbakan, costretto alle dimissioni nel 1997 dal Consiglio Nazionale della Sicurezza turco per le sue posizioni ultra islamiche. L'anno successivo, il Refah Partisi di Erbakan, di cui erano membri Erdogan e Gul, venne sciolto per una sentenza della Corte Costituzionale. Dopo vari tentativi di fondare altri partiti, Gul e Erdogan diedero vita nel 2001 all'Adalet ve Kalkinma Partisi, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) che trionfò alle elezioni del 2002. Gul, seguendo le indicazioni del "padrino" Erbakan, divenne ministro degli Esteri e vice-Premier del governo Erdogan. Il 3 ottobre 2005, i due compagni di militanza islamica, firmarono l'avvio dei negoziati per l'ingresso della Turchia nell'UE. Lo stesso Erbakan ha guidato la protesta contro Benedetto XVI in occasione della sua recente visita in Turchia. Nel febbraio 2006, negli stessi giorni in cui don Andrea Santoro era assassinato in Turchia in nome di Allah, Abdullah Gul denunciava l'"islamofobia" dichiarando che ormai nel mondo ai sentimenti antisemiti si sono sostituiti quelli antiislamici. Ora Gul, con Erdogan, vuole riaffermare l'identità islamica in terra d'Europa. (CR 1007/01 del 8/9/2007) http://www.corrispondenzaromana.it/ 9月8日 politiche famigliari sbagliateUomini sessualmenti variabili e bambini allevati dagli asili nido di Stato. È il nuovo e spaventoso obiettivo delle "politiche familiari" teutoniche "Equiparazione", "gender mainstreaming", "Centro di competenza gender". Il sito internet del ministero per la Famiglia tedesco abbonda di termini che dicono poco ai non addetti ai lavori, ma che se analizzate tracciano fin troppo bene la rotta verso cui naviga a vele spiegate il ministero. Gender mainstreaming significa letteralmente porre al centro dell'attenzione il genere sociale. In poche parole adoperarsi perché la distinzione sessuale tra uomo e donna e l'eterosessualità come norma siano rimosse; i modi di vita omosessuale, bisessuale e transessuale considerati equivalenti alla sessualità di uomo e donna. Una vera e propria nuova ideologia che viene trasformata in realtà sociale in Germania attraverso il dominio virtuoso dell'apparato politico, oltretutto senza che su di essa ci sia stato dibattito pubblico. La stanza dei bottoni è rappresentata dal Gruppo di lavoro interministeriale per il gender mainstreaming (Ima Gm), che dipende dal ministero per la Famiglia. Lì vengono elaborate le strategie utili a far cambiare direzione alle finanze dello Stato e destinarle alla creazione dell'uomo sessualmente variabile. Il lavoro "scientifico" e l'attività di consulenza per la ristrutturazione della società è prestato dal Centro di competenza gender presso l'università Humboldt di Berlino, centro che viene finanziato in buona misura dal ministero per la Famiglia. In maggio il Governo ha approvato un incremento a tappeto degli asili nido, fortemente voluto dal ministro per la Famiglia Ursula von der Leyen. La "ministra gender" appartenente a un cosiddetto partito cristiano democratico si è battuta per una vera e propria statalizzazione dell'educazione dei bambini sostenendo che l'assistenza "professionale" ai piccolissimi sia meglio della crescita affidata alla custodia naturale della madre. Certo, gli asili nido possono essere gestiti in modo ottimo, certo ci sono genitori incapaci di essere tali, ma quel che colpisce è che la "professionalità" delle attendenti viene spesa tacitamente come garanzia per la "buona" educazione dei bambini. Ma quali sono gli obiettivi dell'educazione statale nell'asilo nido e nella scuola materna? Non esiste un'educazione "neutrale", la cui bontà dovrebbe essere assicurata dalla qualifica delle educatrici. Si trasmettono sempre "valori". Ebbene quali sono questi valori? Nella pagina internet del ministero per la Famiglia si legge: «Il miglioramento della compatibilità di famiglia e lavoro per donne e uomini è la domanda centrale dal punto di vista politico-sociale. Senza una rimozione delle responsabilità specificatamente legate al sesso all'interno della famiglia e nel lavoro e senza l'approntamento delle condizioni di contesto necessarie per conseguire ciò l'equiparazione non potrà imporsi». Ancora: «Il termine "gender" indica i ruoli socialmente e culturalmente definiti dalla sessualità di uomini e donne. Questi, diversamente dalla sessualità biologica, vengono appresi, dunque sono anche modificabili». Si tratta di social engeenering, della creazione di un nuovo uomo, sessualmente variabile. Per ottenere ciò lo Stato deve impossessarsi dei bambini, "sessualizzandoli" il prima possibile. A questo provvede la BZgA, la Centrale federale per l'istruzione sanitaria. La sezione che si occupa dell'istruzione sessuale sottostà al ministero per la Famiglia mentre tutto il resto è subordinato al ministero dell'Istruzione. La BZgA distribuisce gratuitamente i propri scritti a genitori, insegnanti, educatori, scuole e studenti. Chiunque può ordinarli gratuitamente attraverso internet e lì può anche consultarli. Eccone alcuni esempi. Il Vademecum per genitori circa l'educazione sessuale infantile da uno a tre anni d'età invita madri e padri a «unire il necessario al piacevole, solleticando, accarezzando, coccolando il bambino, quando lo si lava, nei più diversi punti del corpo». «La vagina, e soprattutto il clitoride, vanno scoperti evitando il più possibile di concentrarvi l'attenzione, nominandoli e attraverso amorevole contatto». L'esplorazione infantile dei genitali degli adulti può «destare stati d'eccitazione negli adulti». «Si tratta di un segno di sviluppo salutare di suo figlio, se usa generosamente la possibilità di procurarsi piacere e soddisfazione». Se accade che ci siano bambine (comprese tra uno a tre anni!) che «afferrano anzitutto oggetti che le aiutano» non si deve «usare questo come scusa per impedire la masturbazione». Il Vademecum troverebbe «incoraggiante il fatto che anche padri, nonne, zii o baby-sitter gettino uno sguardo su questo scritto informativo e si lascino intrigare - per favore, sentitevi tutti coinvolti!». Naso, pancia e culetto Si prosegue con la scuola materna. Con il quaderno di canti e di note Naso, pancia e culetto i bambini cantano canzoni come questa: «Se guardo il mio corpo e lo tocco scopro sempre che cosa è mio. abbiamo una vagina, perché siamo bambine. È qui sotto la pancia, tra le mie gambe. Non è solo per fare pipì e se la tocco, sì, sì formicola graziosamente. Puoi dire "no", puoi dire "sì", puoi dire "ferma", oppure "ancora una volta così", "così non posso", "così mi piace molto", "oh, avanti così"». Dalla scuola materna alle elementari. Se la pornografia non fa ancora parte dell'intrattenimento familiare, i bambini hanno la possibilità di vedere videoclip con il cellulare. A nove anni inizia la lezione sulla contraccezione, chiamata "educazione sessuale", perché ormai prossimi all'età nella quale gli innocenti giochi da bambini potrebbero avere una conseguenza altamente indesiderata: la gravidanza. I bambini di nove anni a scuola si esercitano a infilare preservativi in peni di plastica, così, per poter ottenere la «patente per l'uso del preservativo». Nella brochure Questione (i) di femmina si dice: «Così come la maggior parte della gente è curiosa circa il sesso, molti si chiedono anche che cosa facciano le lesbiche a letto (o altrove.). Per ragazze che siano insieme ad altre ragazze accade ciò che accade con le altre coppie: fanno tutto ciò che può dare piacere: baciare, accarezzare, con la bocca, con la lingua o con i piedi. Così come nel sesso tra uomo e donna, dipende dalla fantasia, dalle esperienze, dalla fiducia reciproca, da fino a che punto la coppia intenda spingersi. "Quantomeno le lesbiche non hanno problemi con l'Aids", possono pensare alcuni. Chiaro, se vanno solo con donne non devono pensare alla difesa dalla gravidanza». Dall'età di dieci anni vengono adottati nelle scuole gli strumenti di propaganda e addestramento all'omosessualità (con l'aggiunta della bisessualità e della transessualità), non dappertutto in maniera così virulenta come a Berlino, Amburgo e Monaco, ma in Germania c'è una tendenza unitaria. Una Guida per le scuole di 198 pagine del Senato di Berlino sul tema Il modo di vita omosessuale offre un forbito avviamento alla omosessualizzazione degli studenti, da promuovere in «biologia, tedesco, inglese, etica, storia/educazione sociale, latino, psicologia». Materiale informativo, collegamento in internet con la scena omosessuale locale, invito a "rappresentanti" di progetti omosessuali a prendere parte alle lezioni, proiezioni cinematografiche e giornate di studio sul tema, tutto questo dev'essere proposto ed eseguito. Per i giochi di ruolo durante la lezione vengono fornite le seguenti sollecitazioni: «Siedi al banco di un bar di omosessuali e oggi potresti avere bisogno un uomo carino da portare a letto. Entra uno che fa al caso tuo. Come cogli la tua chance?». O ancora: «Tu sei Peter, 29 anni. Vuoi contrarre un patto civile di solidarietà con il tuo amico Kemal. Oggi volete raccontarlo a sua madre». «Tu sei Evelyn Meier, 19 anni. Vuoi contrarre un patto civile di solidarietà con la tua amica Katrin. Andate dal pastore evangelico, la signora Schulz, perché lei volentieri vi vuole sposare in chiesa». Cosa dicono i cristiani? Questi sono solo assaggi. Tutti i testi del BZgA, destinati a tutti i gruppi sociali, propagandano la sessualizzazione dei bambini e dei giovanissimi a partire da un anno. Essi minano l'autorità dei genitori. Seducono bambini e giovanissimi a una sessualità ridotta a soddisfazione del piacere senza legame coniugale. In tutto questo passa l'insinuazione dell'equivalenza di ciascuna forma di prassi sessuale - omosessuale, transessuale, bisessuale - con l'eterosessualità. I bambini a scuola vengono addestrati, a partire da nove anni, a diventare esperti di contraccezione. L'aborto viene loro proposto come un'innocua opzione da sottoporre alla libera scelta. Questa è la "politica della famiglia" di uno Stato la cui esistenza è insidiata dalla crisi demografica. Poiché il gender mainstreaming è tra le massime priorità mondiali e nazionali, il problema dello sfascio della famiglia, quello dell'assassinio di massa di bambini non nati e quello delle decrescenti nascite possono rimanere irrisolti. Il logoramento morale prodotto dallo Stato e dai media è la radice di questa piaga. Il 60 per cento dei cristiani battezzati è d'accordπo con la sessualizzazione forzata messa in atto da Stato e media? Lo sono i musulmani? La maggioranza dei genitori è senza vincolo religioso? Certamente no, tuttavia nel paese domina un grande silenzio, segno di una condizione pre-totalitaria della società. Tacciano gli omofobi Negli ambiti della politica, dei media e delle università l'opposizione ai Gender subisce denigrazione, emarginazione professionale: è ininfluente. Un nuovo epiteto si è trasformato in evidenza giuridica al fine di criminalizzare l'opposizione: omofobia. Il concetto insinua che sono fanatici della paura morbosa tutti coloro che tengono duro sul fatto che la sessualità serve il bene dell'uomo e della società, quando essa è espressione dell'unione amorosa di uomo e donna chiaramente finalizzata alla riproduzione. Il Parlamento europeo, con la risoluzione B6-0025/2006 del 18 gennaio 2006, ha annunciato che vuole "sradicare" l'omofobia. In Polonia la Ue nella primavera del 2007 è passata all'azione. Poiché la Polonia non vuole «propaganda sessuale nella scuola», secondo il volere della maggioranza del Parlamento Europeo (26 aprile 2007) dev'essere eseguita una fact-finding mission a causa della «crescente tendenza all'intolleranza razzista, ostile agli stranieri e omofobica», al fine di poter accusare il paese davanti alla corte di giustizia europea. Troppo a lungo abbiamo abboccato a frasi ideologiche piene di parole come libertà, tolleranza, antidiscriminazione. Queste servono in primo luogo a discriminare ed emarginare i cristiani e i conservatori ed ad abrogare le libertà d'opinione e di religione. Svegliamoci. di Kuby Gabriele (C) Tempi num.35 del 30/08/2007 9月7日 da Mejugorie un messaggio per tutti noi mentre la stampa attacca Madre Teresa
9月6日 linguaggio "clericale" del diavolodi Luca Doninelli (C) Il Giornale - 29 agosto 2007 Io e Rino Cammilleri siamo troppo «colleghi» per farci il torto di una recensione. Tuttavia la lettura del suo Nuovi consigli del diavolo custode (Piemme, pagg. 190, euro 12) ha suscitato in me un mondo pieno di comprensione e di fratellanza per l'autore. Che dovrà perciò scontare le mie parole. Una vita fa (13 anni) scrissi un libretto, oggi introvabile (non lo trovo più nemmeno io) in cui esprimevo il suo stesso concetto, e cioè che andare all'inferno è diventato maledettamente facile, che l'inferno non è poi così male, che all'inferno si sono fatti furbi e l'hanno sfruttato turisticamente (sono certo che i luoghi danteschi sono tutti segnalati con cartello giallo) e via dicendo. Siamo a livelli da gita organizzata, da volo charter. Anche Cammilleri, in questo romanzo scritto in forma di saggio, esprime opinioni analoghe, più circostanziate delle mie, mettendo sotto la lente d'ingrandimento tutta una serie di passioni innocenti, di momenti dolci e indimenticabili, di ambizioni legittime - insomma, tutto un mondo di sentimenti e pensieri del tutto politically correct, che sono però altrettante porte d'ingresso, con tanto di tappeto rosso, all'inferno. Credete che per finire all'inferno sia necessario essere come minimo nazisti? Sciocchezze. A parte che, chi lo sa, Hitler potrebbe non trovarsi nemmeno all'inferno (faccio per dire), per finire all'inferno basta il culto del primo amore, del «che c'è di male?» (come se fosse una domanda dotata di senso), basta un po' di romanticismo, in una parola: basta farla facile. Il grande matematico Laurent Lafforgue ha detto che la matematica è umana perché è difficile, e che uno dei caratteri del male è la facilità. Com'è vero! Ma guai a dirlo, in un mondo in cui tutto deve essere facile per statuto. Le ragioni della scrittura di Cammilleri sono distanti alcuni anni luce dalle mie, ma c'è un'idea del Cristianesimo che ci avvicina, e senza la quale non ci saremmo avventurati, ciascuno per i fatti suoi, a parlare dell'inferno facendo quasi le stesse sottolineature. L'idea sta tutta nel linguaggio clericale del diavolo narratore: che non solo è «diavolo custode» (cosa mai dovrebbe custodire, un diavolo?), ma non nomina neppure il nome di Dio invano, quindi rispetta i Comandamenti. Tanto che lo chiama «Colui-che-non-voglio- nominare». Perché il male non è solo facile, ma, non essendo capace di inventare nulla, si presenta come una scopiazzatura bella e buona del Bene. Un simulacro. Per finire: l'inferno di Cammilleri, come il mio di tanto tempo fa, è religioso. Nel mio ci si andava addirittura a messa, qui poco ci manca. Il diavolo non è ateo e non alimenta l'ateismo. «L'unica cosa che veramente c'interessa - dice - è impedire che la mano di Colui- che-non-voglio-nominare s'incontri con quella che vi tende Lui». |
|||||||||||||||||
|
|