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8月24日 Gesù il trentenneDIO ERA UN RAGAZZO DI TRENT'ANNI Adriano Stagnaro - 6 novembre 2008 C’è chi crede che Gesù fosse un asceta, uno che amava la sofferenza. C’è chi lo immagina come un vecchio barbogio che non vedeva l’ora di caricare l’umanità di nuovi fardelli. C’è chi pensa che gli piacesse il dolore, che lo considerasse un toccasana. Ci fu persino chi lo accusò: “Cruciato martire tu cruci gli uomini, tu di tristizia l’aer contamini” (G.Carducci, In una chiesa gotica – Odi barbare). E chi lo definì “Il Galileo che schiaccia la gioia umana, i cui templi escludono il sole”, “Il nemico della gioia dalle mani esangui” (E.Ibsen). Ma era davvero così? Apro il Vangelo, e non devo fare nemmeno tanta fatica. Nessun ragionamento dotto, nessuna arguta deduzione. Non devo cercare Gesù, è lui che mi viene incontro. Vedo un ragazzo di circa trent’anni, un tipo simpatico, che ama profondamente la vita. Gli piace mangiare, gli piace bere vino, e i maligni, per questo, lo accusano di essere un mangione e un beone. I discepoli dei farisei e di Giovanni il Battista si mortificano con digiuni. Lui non ne ha la minima intenzione: “Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro non possono digiunare. Ma verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo, e allora digiuneranno”. Ama stare in compagnia, ma non disdegna di ritagliarsi dei momenti di solitudine, per pregare. Non si fa problemi, non si cura di quello che la gente può pensare di lui. Farisei e scribi schifano pubblicani e peccatori? Lui ci va a pranzo insieme, perché “non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati”. La folla inferocita vuole linciare un’adultera? Lui prende le sue difese. Non dice di non applicare la Legge di Mosè, ma pone una condizione agli aspiranti carnefici: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. Gli zelanti fautori dell’ordine morale si ritirano uno dopo l’altro. Il bravo Giudeo odia i Samaritani e trova inopportuno intrattenersi con donne sconosciute. Gesù ha sete, è stanco del viaggio per tornare in Galilea e si siede vicino al pozzo di Sicar. Arriva una samaritana e lui che fa? Attacca bottone e le chiede da bere. Gesù s’incazza, eccome se s’incazza. La prima volta che va a Gerusalemme dopo l’inizio della sua vita pubblica, trova un mercato nel cortile sacro del Tempio, si incazza e spacca tutto. Non solo rovescia i banchi dei cambiavalute e minaccia i venditori di colombe, ma si costruisce una sferza di cordicelle per scacciare a scudisciate pecore, buoi e mandriani. E ai dotti del tempo, scribi e farisei? Li insulta senza pietà: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno sono belli a vedersi, ma dentro son pieni di ossa di morti e di ogni putridume”. A Gesù piace scherzare. Anche quando insegna, usa immagini ironiche, divertenti, volutamente esagerate: “O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è la trave?” Si diverte a dare soprannomi ai suoi amici. Simone, la roccia sulla quale edificherà la sua Chiesa, non può essere che Pietro. I fratelli Giacomo e Giovanni, gli impetuosi figli di Zebedeo che gli chiedono il permesso di implorare Dio che faccia scendere un fuoco dal Cielo per distruggere il villaggio di samaritani che non ha voluto ospitarli, diventano i Boanerghés, i Figli del Tuono. Ama la terra dove è cresciuto, celebra la bellezza della Natura senza adorarla come tale, ma solo come riflesso della luce divina: “Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro”. Si potrebbe pensare che da bambino fosse una specie di mummia, tutto perfettino, mai un problema ai genitori. Invece, la prima volta che i suoi lo portano a Gerusalemme per la festa di Pasqua, lui se ne va per conto suo e, mentre i suoi tornano verso Nazaret, resta nel Tempio a disputare con i dottori della Legge. Quando i poveri Maria e Giuseppe, dopo tre giorni di ricerche, finalmente lo trovano, sono talmente disperati che non riescono nemmeno a sgridarlo: “Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”. E lui, per nulla intimorito, con sconcertante semplicità: “Perché mi cercavate? Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Gesù conosce il dolore, conosce la paura. Non li cerca, sono essi che vanno a cercare lui. Chi non teme affatto è il Maligno. Nel deserto, per quaranta giorni, il diavolo le tenta tutte. Alla fine deve rassegnarsi e desistere: questo Gesù è troppo tosto. Gli altri demoni che incontra hanno una paura pazzesca di lui: “Che cosa abbiamo noi in comune con te, Figlio di Dio? Sei venuto prima del tempo a tormentarci?” strillano terrorizzati gli spiriti immondi che baldanzosamente si fanno chiamare Legione. Gesù non è un insensibile, conosce il cuore dell’uomo. Insegna a combattere il dolore, a trasformarlo in un’arma contro il male, insegna a non lasciarsi dominare da esso. Ma, nel contempo, guarisce tutti quelli che gli capitano a tiro con abbastanza fede da supportare la sua potenza taumaturgica. Non dice : “Pregate e arrangiatevi”, lui va e opera. Malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici, non fa distinzione: Gesù aiuta tutti. Gesù piange, come un uomo qualunque. Ma non piange dinanzi al proprio dolore, piange dinanzi al dolore degli altri. Come a Betania, quando scoppia a piangere dinanzi al dolore di Maria, sorella di Lazzaro, nonostante all’altra sorella Marta abbia appena promesso “Tuo fratello resusciterà”. O come a Nain, quando dinanzi al dolore della madre vedova per la perdita dell’unico figlio, si commuove e glielo restituisce vivo. Gesù è un duro, ma dal cuore tenero. Sul Monte degli Ulivi incontra la disperazione, l’angoscia, e invece di sguazzarvici dentro prega il Padre che la allontani, che se la porti via, che quel momento passi: “Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu”. Questo ragazzo innamorato della vita, quando arriva il momento, prende la sua Croce, se la carica sulle spalle e la trascina fino in cima al Golgota. Qualcuno crede che gli sia piaciuto essere flagellato, sputazzato, schiaffeggiato e inchiodato nel legno? Qualcuno crede che gli abbia fatto piacere vedere il muto dolore di sua Madre, straziata nel profondo, finalmente consapevole di cosa fosse quella spada che le avrebbe trafitto l’anima, profetizzata da Simeone dinanzi al neonato? Qualcuno è disposto a credere che Gesù avrebbe davvero affrontato tutto questo dolore, se non fosse stato proprio necessario per la Salvezza dell’umanità intera? Non credo proprio. Il dolore è un male. Gesù lo ha trasfigurato in strumento di salvezza, ma resta sempre un male. Per risorgere, bisogna prima morire. Questo Dio ragazzo, questo tipo allegro che avrebbe potuto essere un mio amico, ha scelto di morire per poter risorgere. E per portarci tutti con lui, nella casa del Padre, dove finalmente saremo come angeli nei cieli, secondo la nostra natura più profonda, perché l’uomo è stato fatto per l’immortalità. Alla faccia dei farisei di ogni epoca. Fonte: http://www.animefiammeggianti.it/Dio%20era%20un%20ragazzo.htm 引用通告此日志的引用通告 URL 是: http://nunzioitaly.spaces.live.com/blog/cns!D5FD290F65BC7350!7597.trak 引用此项的网络日志
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